Sullo snobismo degli scrittori e i dati Istat 2017

Sullo snobismo degli scrittori e i dati Istat 2017

L’ultima classifica Istat del 2017, dice che, i lettori italiani sono calati dal 46% al 40%. Il dato che più mi scoraggia è quello che afferma che, una famiglia su dieci, non ha nemmeno un libro in casa, – badate bene, nemmeno uno – neanche quello di ricette, o un regalo poco apprezzato.

In questo enorme dibattito, da una parte ci sono gli scrittori di nicchia, quelli che pubblicano con case editrici più piccine, snobbati per il solo logo misconosciuto sulla copertina dei loro libri; dall’altra quelli più glam, che pubblicano per enormi case editrici.

I primi accusano i secondi di essere troppo snob, di vedere dodici mesi l’anno gli stessi autori in cima agli scaffali, il che è vero: ogni tanto puoi scorgere uno scrittore un po’ meno noto ai vertici, ma capita di rado trovarlo. I secondi invitano i primi a migliorarsi, a far di meglio, per diventare come loro.

Nell’editoria funziona più o meno così: quelli Grandi disprezzano l’editoria a pagamento che, hanno ragione, non serve a nulla: paghi dodicimila euro un tot di copie che dovrai venderti da solo, ad amici e conoscenti.

I Piccoli, ultime ruote del carro, poi devono pagare per comprarsi uno spazietto in vetrina, somme che solo quei Grandi hanno a disposizione, mandare libri a Case editrici che “Ma tu sai quanti libri riceve un editore ogni giorno? Mica può leggerli tutti”. Aspettare otto mesi per una risposta positiva, perché se non sono interessati manco ti rispondono, non hanno tempo!, come se il loro fosse lavoro, e il tuo no.

Allora ti consigliano “Prova a contattare un agente”, che il 90% delle volte paghi qualche centinaia d’euro solo perché ti mandi indietro una lettera di rifiuto.

“Prova con una scuola di scrittura” dicono poi, dove paghi diecimila euro per scrivere un libro con un tutor, così hai un prodotto bello pronto, bello corretto, ché di te c’è solo il nome in copertina, pagato diecimila euro, magari pubblicato da Feltrinelli o Rizzoli. Però l’editoria a pagamento no.

Quando poi, magari, ti capita il famoso colpo di culo e pubblichi un libro, tu che sei un emergente, magari giovane come me, con una piccolissima casa editrice, e organizzi presentazioni in giro per l’Italia per farti conoscere, non mancherà il libraio che ti dirà “Noi concediamo lo spazio solo a chi siamo sicuri venda”, e moderatore che ti dica che è molto impegnato, perché tu non sei nessuno e lui è già qualcuno, e magari nei suoi libri parla dell’importanza dei giovani, del futuro nelle loro – e nostre – mani.

Il mondo dell’editoria è un mondo marcio, fatto di tanti grandi scrittori e pochissimi lettori.

Non critico l’indiscutibile realtà che non tutti possano pubblicare libri, piuttosto la negata possibilità, invece, che tutti, almeno, ci provino.

Il mondo dell’editoria è un mondo che va avanti per conoscenze, per “Mandami il libro e ti dico che ne penso” ma prima che qualcuno te lo dica devi conoscere quello che ha conosciuto quell’altro.

Il mondo dell’editoria è vecchio, profondamente popolato da scrittori che per essere ritenuti “all’altezza” non devono avere meno di sessant’anni, se no è letteratura spiccia. Se hai vent’anni automaticamente hai scritto cazzate, robette da supermercato, come le chiamano loro, come se al supermercato non vendessero anche Tolstoj e Manzoni.

Quel sei percento in meno di lettori che tanto vi dà fastidio è dato dal vecchiumine che popola l’editoria, da quei pregiudizi verso il Fabio Volo di turno, che magari non scriverà di robe illuminate, che pure forse la gente se lo leggerà sotto l’albero o l’ombrellone, ma che vende più di tutti gli altri cinquanta titoli importanti, che lo diventano solo perché gli editori li spacciano come tali.

La mia professoressa delle medie diceva “Leggete, leggete pure le istruzioni della carta igienica, ma leggete”.

Io, nel profondo, sono convinto che leggere faccia bene, sempre e comunque!, che la cultura non si nasconda dietro frasi ben scritte ed enunciati perfetti, sicuramente anche lì, ma soprattutto dietro i mondi, le persone, le sfaccettature della realtà con cui un lettore entra in contatto.

Questo fa cultura.

Questo apre la mente, allarga la conoscenza: non quella del verbo essere, ma delle infinite possibilità che prima non ci erano note e che eliminano pregiudizi e credenze secolari.

Questo è il motivo per cui la gente legge sempre meno, perché nessuno è più libero nemmeno di leggere, perché un libro ti costa 25€ e con quella cifra mi prendo un volo per la Spagna andata e ritorno, perché le proposte sono sempre le stesse e gli scrittori fanno gli snob, credono di essere migliori di quelli che non leggono, di quelli che non si scrivono, di quelli che non riescono a pubblicare e scrivono da una vita, e si sentono in diritto di giudicare l’operato degli altri.

Il problema di fondo di quel sei percento in meno di lettori va indagato nel mondo marcio dell’editoria, non in quello dei lettori.

Se un acquirente non compra un prodotto, il problema sta nel prodotto, non nell’acquirente.

Impariamo a rinnovarci ogni tanto, svecchiamoci, dateci spazio, ché solo i giovani attirano altri giovani, ossia coloro che tra vent’anni rappresenteranno quella piccola percentuale di lettori italiani.