Le stanze dell’addio, Y. Selevetella

Le stanze dell’addio, Y. Selevetella

Sono sette le stanze che deve attraversare il Protagonista Senza Nome di “Le stanze dell’addio” (Bompiani, 2018), l’ultimo romanzo di Yari Selvetella, tra i finalisti del Premio Strega 2018. Un romanzo intenso, scritto con l’aggressiva delicatezza di un uomo che ha perso sua moglie, a causa di una terribile malattia.

Le stanze dell’addio è la storia di una guerra, di una lotta all’ultimo sangue, condotta da Giovanna De Angelis, editor di professione, madre di tre figli, moglie di un marito con cui sfogliare la sera i manoscritti da editare, e con cui ridere ai tavolini dei bar, prendere in giro qualcuno, e più di tutti loro stessi. Un grande amore, e una guerra dall’esito quasi certo: proprio questo è il male contro cui Giovanna, si trova a dover combattere quando si ammala di cancro. Accanto a lei, il marito, a sostenerla, coraggioso e impaurito; a proteggerla, accompagnandola per mano, durante tutti gli stadi del suo lento abbandono, scansione ritmica del rapido progredire della malattia. Lui la accompagna attraverso le dolorose stanze dell’addio e oltre di esse, quando ormai non c’è più, e di lei non rimane che il ricordo e lui sarà costretto a ripercorrerle per fare pace con se stesso e ritornare a vivere di nuovo.

Il nostro eroe vinto e Senza Nome, si osserva da fuori, si scruta attentamente mentre è costretto a recarsi in quell’ospedale, dove ha perso sua moglie, tutte le mattine, fino alla sera, e a ordinare lo stesso cornetto, lo stesso caffè, nel bar dell’ambulatorio dove non si rassegna e continua a cercarla. Incontra un estraneo, un uomo che gli assomiglia, e attraverso cui vede se stesso mentre non si rassegna di aver perso la moglie ed è convinto che sia scappata. Un affresco in tinte fredde della tristezza, labirintica come i corridoi degli ospedali, estenuante e attraente che, come la vertigine per Kundera, lo spaventa e quindi lo attrae.

Le stanze dell’addio è un romanzo che parla del dolore, lo esplora da vicino, e Yari Selevetella ce ne racconta i pensieri, le paure, e il coraggio che serve per sopravvivergli. E attraverso il dolore racconta la distratta rinascita di un marito, distrutto, che a stento si ricorda di guardarsi allo specchio; la rinascita come una scelta obbligatoria per chi ha deciso di non lasciarsi portare via dagli andati.
Una storia raccontata magistralmente, fatta di descrizioni eleganti e pochi dialoghi – che, tuttavia, assomigliano a monologhi interiori -. Selvetella fa della punteggiatura un uso molto personale, talvolta deviante, e tutto ciò che accade, accade soprattutto nella testa del narratore senza nome, che è il vero protagonista di questo racconto. La narrazione assomiglia così a un lunghissimo flusso di conoscenza che ricorda l’eterno periodare di Virginia Woolf.

Viene da chiedersi almeno il nome di quest’uomo che ha sofferto, per legittima curiosità. Di sfuggita ho letto che potrebbe essere lo stesso Selvetella: non lo cerco, si merita un riconoscimento al di là del dolore che potrebbe aver sofferto, e questo libro gliene riconosce uno enorme per la scrittura fluida e reale come non la incontravo da un po’.