DREAM. L’arte incontra i sogni, al Chiostro del Bramante

DREAM. L’arte incontra i sogni, al Chiostro del Bramante

La mostra DREAM, l’arte incontra i sogni, a cura di Danilo Eccher, arriva nelle sale espositive del Chiostro del Bramante, a Roma.

La mostra completa la trilogia iniziata con LOVE, l’arte incontra l’amore (2016), ENJOY, l’arte incontra il divertimento (2017). DREAM è una mostra dalle aspettative molto elevate, sicuramente anche grazie all’enorme battage pubblicitario. Ahimè,a me ha lasciato un po’ perplesso.

Prima di parlarne chiarisco un mio punto di vista a proposito dell’arte concettuale e, più in generale, su quella contemporanea.

Non siamo tutti critici d’arte, viaggiamo su sensibilità diverse e, talvolta, qualcosa genera in noi determinate sensazioni che in qualcun altro difficilmente prenderebbero piede. Ma è proprio questo che l’arte dovrebbe fare: se osservata con attenzione, dovrebbe generare un cambiamento.

Come funziona? Be’ certo non usciamo da una mostra evidentemente cambiati, con un’altezza differente. Anche la perplessione è uno stato d’animo, e quindi un cambiamento.
Allora si potrebbe dire che DREAM ha fatto in qualche modo ciò che avrebbe dovuto fare: stupirmi, positivamente o negativamente.

Per Joseph Kosuth l’arte concettuale è quella fondata sul pensiero e non più su un mero piacere estetico. Parliamo dei dadaisti, di Duchamp, artisti dunque che hanno totalmente stravolto la concezione di arte intesa come oggetto estetico: nessuno davanti a un water potrebbe mai emozionarsi realmente, o forse qualcuno sì, ma ancora non io.

Se per arte, infatti, intendiamo, quel qualcosa attraverso cui, noi vediamo dell’altro, allora certamente la Gioconda coi baffi (L.H.O.O.Q.) sarebbe arte. La Gioconda alla mercé di tutti è il prodotto del cambiamento industriale in corso nel Novecento.

Secondo me l’arte è una metafora.

La mostra DREAM è un percorso che, attraverso artisti come Bill Viola, Mario Merz o Henrik Håkansson, ripercorre le tappe fondamentali dei sogni. In che modo lo fa? 

Il Chiostro del Bramante ospita venti artisti, le quali opere risultano ben integrate con l’ambiente espositivo – ora attraverso giochi di luce, ora schermi riflettenti -. Perché l’ambiente diventa opera: come se, queste opere, possano esistere una volta sola, e ogni volta in modo diverso rispetto alla precedente. Opere non riproducibili, a causa della loro disposizione nello spazio. Potrei citarne una, per esempio, quella di Anish Kapoor, dove due pietre rappresentano il sogno, ma occupano uno spazio che non sicuramente sarà quello occupato nel suo prossimo ambiente espositivo. Perciò quest’opera esisterà così come possiamo vederla oggi fino al mese di maggio e non oltre.

È il secolo dell’irriproducibilità dell’opera come ci teneva a definire il Novecento il filosofo Adorno.

Entrando più nello specifico di questa mostra, il percorso DREAM rievoca immagini che prima o poi capita a tutti di sognare: la pioggia, la natura, l’ombra, il sogno o la caverna, e le ripropone, attraverso un connubio di musica, video, e luci.
Queste immagini possono essere rievocate a patto che si presti molto attenzione alla voce dell’audio guida (tra le tante quella di Cristiana Capotondi, Alessandro Preziosi). Le voci di attori noti al grande pubblico accompagnano questo viaggio e raccontano storie che rievocano il sogno rappresentato dall’opera esposta.

Un’opera ampiamente fotografata è LIGHT is TIME di Tsuyoshi Tane. Una pioggia di piastre metalliche dà vita a un movimento, “espressione dell’acqua che feconda la terra e purifica l’anima”. 

Opere tutte estremamente concettuali, che divertono, intrattengono, talvolta riescono a smuovere qualcosa ma potrebbero fare meglio.

Mi sarebbe piaciuto sentire meno storie e più spiegazioni.
Ma alcune delle opere esposte o installate sono veramente meravigliose: ci puoi interagire e sentirtene parte parte.

Ho seguito i sogni e i racconti con attenzione ma la mostra mi ha lasciato perplesso, per due motivi. Il primo è che i racconti mi sono sembrati un po’ forzati nel collegamento alla singola opera.
Il secondo è che le opere mi son sembrate più destinate a finire su un social network, che a essere contemplate da vicino. Anche in questo caso, mea culpa: magari non sono in grado, io, di apprezzare l’arte se questa viaggia in ambienti ancora da dibattere e da conoscere a fondo.

Ma alla fine che cos’è l’arte?

    

Potete acquistare i biglietti per la mostra, QUI