Ogni volta, prima di cominciare un nuovo libro, mi assicuro che nei giorni successivi abbia un po’ di tempo libero di seguito, per poterlo leggere tutto d’un fiato. Come per le puntate di una serie tv in streaming, di un libro non sono in grado di selezionare quella quantità giusta di pagine che dovrei leggere in un giorno, per portare a termine la lettura, nel minor tempo possibile.
Quando mi ritrovo a farlo è perché non ho molta fiducia nel libro che sto per leggere, oppure l’ho già iniziato e ancora non mi ha catturato, e allora la lettura rallenta.
Sono questi il il tempo e le sensazioni vissute nei giorni precedenti alla comparsa dell’Estate indiana nella mia libreria, il romanzo di Mauro Casiraghi edito Gaffi Editore.

Per giorni interi, questo libriccino rilegato in carta azzurra con una bambina sull’altalena in copertina, mi ha osservato dalla pila di libri sul comodino: e dopo una serie di faticose letture, portate a termine per il solo senso del dovere, ho cominciato a leggere quest’esperienza ultra-sensoriale che l’Estate indiana mi ha regalato.

Mauro Casiraghi, si laurea in Lettere in Canada e in sceneggiatura a Roma. È autore di un soggetto per la Sacher Film di Nanni Moretti, e si è guadagnato il premio Carver e quello Cassola grazie alla pubblicazione del suo primo romanzo La camera viola edito Fazi Editore (2007).

I due protagonisti della storia raccontata nel romanzo sono Peter e Celeste Orlandi: due figli dello stesso padre, un regista di fama popolare che ha rubato l’idea del suo primo film da un aspirante scrittore zio psichiatra.
Due personalità attratte da un sentimento incestuoso che porterà il fratello a vivere una vita isolata sulle rive solitarie di Dawn Lake, nel Canada.
Cinque anni vissuti nella lontananza e nel dolore consapevole, da una parte Celeste: “un catalogo di uomini, camere da letto, tradimenti, aborti, avventure erotiche e amicizie ambigue con un unico filo conduttore: la sua incapacità di amare e di lasciarsi amare”. Dall’altra Peter, abile traduttore perso tra giornate tutte uguali e attorno ad una donna misteriosa, Shanti.
Due destini ormai divisi, costretti a rintracciare i fili del gomitolo di colpe che li hanno tenuti lontani, per rincontrarsi, in quella villa di un padre, ormai alla fine dei suoi giorni.

Qui, lontano dalle loro paure, i fratelli protagonisti dell’Estate indiana si troveranno a fare i conti con quegli squarci profondi della loro anima che non sono mai riusciti a far chiudere. Tra rivelazioni e segreti, tradimenti e colpi di scena Casiraghi, dedicando interi capitoli a personaggi straordinari, ci consegna delle personalità ben definite, accomunate dal dolore e dal senso di colpa.
I nomi di tutti i personaggi compaiono subito, ma la loro funzione al racconto e partecipazione al dolore della storia vengono svelate  lentamente, fornendoci un chiarimento definitivo solo nel suo epilogo. Quando, durante l’inverno, dopo le prime gelate, all’improvviso torna il caldo, il sole scioglie la neve creando l’illusione che l’inverno sia finito ma “da un momento all’altro, senza alcun preavviso, la temperatura scenderà di nuovo sotto zero, trasformando la foresta in una cattedrale di ghiaccio”.

Estate indiana è un libro colmo di dolore, ma pregno di significati positivi. Ricco di rimandi al cinema classico italiano e ai registi più importanti, è affresco dei luoghi di una Roma potente, profondo conoscitore della natura e delle sue leggende.

Estate indiana è un libro acuto. Straziante per alcuni versi.
La mano di Casiraghi ha un grande dono: la capacità di non sottrarre al dolore la legittimità che gli spetta, descrivendolo come un momento da cui rinascere e un sentimento imprescindibile.