Pubblicato per la prima volta nel 1965, Stonervenne ristampato dalla New York Review Books nel 2003: è stata sicuramente la sua seconda uscita, in America, più fortunata della prima. In breve tempo il libro è diventato un vero e proprio fenomeno letterario, vendendo più di 50.000 copie e godendo di un passaparola che non si è mai interrotto.

Per quanto riguarda la critica di questo romanzo, due fazioni opposte e fermamente convinte del proprio pensiero: per tanti ha poco da dire, da raccontare; ma molti altri, nel frattempo gridano al capolavoro. Dovrete quindi scusarmi se, nel corso della recensione, mi capiterà più di una volta di essere un po’ parziale, se dovesse trasparire troppo spesso il fascino che la scrittura di John Williams genera in me.

Grazie all’abile traduzione di Stefano Tummolini, Stoner arriva in Italia edito Fazi Editore, e con una copertina accattivante e una nuova edizione economica, da poco in commercio, non smetterà mai di sedurre i lettori sempre desiderosi di scoprirlo.
John Williams è il fortunato autore di quest’opera: nacque in Texas nel 1922 da una famiglia di contadini, ha vissuto in Colorado con la moglie e i suoi figli, lì insegnò all’università e scomparve nel 1994.
Il suo romanzo Stoner è considerato uno dei migliori esponenti della letteratura americana del Novecento.

La storia è semplice, banale – lo ammetto -, non racconta nulla di particolarmente eclatante ma, è forse nel modo in cui viene narrata, che lo diventa.
William Stoner nasce nel 1891 in una fattoria vicino a Booneville, nel centro del Missouri, in un paesino distante circa quaranta miglia da Columbia, ambita sede universitaria d’America. La sua famiglia è solitaria, vive in una casa rudimentale con le assi di legno grezzo, un grande soggiorno e due stanze con i letti di ferro.
Stoner ha sempre dato una mano in casa, prima mungendo le vacche e poi nei campi; si separa dai suoi genitori, ormai anziani e quasi privi di forze, all’età di diciannove anni, per andare all’università dove scoprirà un amore profondo e viscerale per la letteratura e il sapere, in generale. Non tornerà più nelle campagne del suo paese natale, se non raramente per far visita ai genitori o ad assisterli negli ultimi momenti della loro vita.
In Columbia avrà due amici importanti, uno morto in gioventù, l’altro da cui non si separerà mai.
Si innamora di una donna, Edith: un matrimonio infelice, fatto di rinunce, ricatti, e poca intimità, che invece sembrerà non averlo mai amato. Avrà una figlia, Grace, con lei un rapporto disteso, ma complicato dalla perfidia della sua avida ed egoista moglie. Diventerà professore all’università, avrà gli stessi amici, qualche festa e cena importante, e manterrà le stesse ostilità per tutta la vita, trascinandosi con apparente inerzia verso la sua morte. Ciò che appare come inerzia in realtà è passione, dedizione, amore per la letteratura, per il buon lavoro: William Stoner è un uomo che porta a termine ogni cosa che ha cominciato, è sinceramente onesto ed un buon amico su cui contare, ma non sembra importargli molto nella vita. Per tre cose ha perso la testa durante la sua esistenza: la letteratura, appunto, porto sicuro da cui ricominciare ogni volta che la vita di Stoner ha bisogno di una svolta, una donna di cui si è segretamente innamorato e a cui lo lega l’amore per l’arte.
Infine sua figlia Grace, che appena potrà evaderà da quella prigione che è diventata casa sua.

Stoner è un romanzo di trecento pagine, da cui non ci si riesce a staccare un momento. Se la storia non è eclatante, ma quella di un uomo comune e semi-squattrinato, un professore con un grande amore per la letteratura, che si costruisce una famiglia e si invaghisce di una studentessa, allora forse, la forza di questo romanzo, risiede proprio nell’abilità del suo scrittore, nel suo saper scrivere un romanzo ancora attuale e moderno per un lettore che lo scopre più di cinquant’anni dopo la sua uscita.
È un romanzo ricco di rimandi: leggende, racconti nei racconti, intessuto di poesia, Shakespeare, letteratura latina, e greca, amore per il sapere, attraverso le pagine, riescono a trattenere il lettore, fino all’epilogo del romanzo, dove viene descritto il lento e triste addio di Stoner.
A quel punto – tanto è il livello di empatia raggiunto con i personaggi di una lunga monografia – ci sembra quasi di aver assistito e vissuto una vita che, giunta al suo capolinea, soppesa gli eventi come se fossero tutti uguali: non ne ricorda molti e da quelli che ricorda traspare nostalgia.

Stoner è un personaggio che insegna tanto, ti entra dentro, diventa tuo amico e soggiorna nei tuoi pensieri: riesce a consigliarti e a trasmettere amore, con lui si empatizza al punto da trovare insopportabili le persone che gli mettono i bastoni tra le ruote, amare le persone che ama, e sperare che lui l’abbia sempre vinta, nelle costanti lotte contro la vita, sua moglie, o il suo disonesto capo Lomax. John Williams racconta la normalissima e tediosa storia di un uomo straordinario con profonde e celate ambizioni: e nel farlo smentisce una volta per tutte che la normalità non sia poetica.