Pare che la vicenda raccontata nel romanzo più celebre di Grazia Deledda, Canne al vento, tragga ispirazione da una famiglia sarda realmente esistita. Sembrerebbe trattarsi dei Nieddu, un’antica famiglia del nuorese, presso i quali venne ospitata Graziedda. Ma quando Grazia tornò, il paese di cui narrò, non soddisfatto del ritratto tracciato, la ripagò con l’indifferenza.

Il nome di Grazia Deledda alla nascita è Grazia Maria Cosima Damiana, e in nessun modo, appena lo si sente, si può fare a meno di pensare che dietro quel metro e cinquanta di statura – subito evocato – si nasconda la prima vincitrice di un Nobel di tutti i tempi.  Ma un altro ricordo, che spesso fa presto a venire, è quello legato all’interruzione dei suoi studi, pensate!

Una donna che frequentò la scuola fino alla quarta elementare e che poi arrivò a Stoccolma – avvolta in uno scialle variopinto – per ritirare il premio più importante di sempre.

Deledda nacque a Nuoro, nel 1871, quinta tra sette fratelli e sorelle, dal sindaco Giovanni Deledda e sua moglie Francesca Cambosu. Nonostante il precoce ritiro dalle scuole, Deledda cominciò a pubblicare i primi racconti su riviste romane a partire dall’età di diciassette anni. Un anno dopo, arrivò anche il suo primo romanzo a puntate: correva il 1889 quando uscì Memorie di Fernanda. Da quel momento, la sua produzione letteraria pare prendere un’impennata e Deledda comincia a pubblicare oltre un libro all’anno. Finché nel 1926, è insignita del premio Nobel per la letteratura. Quello stesso anno, con lei concorrono altri importanti personaggi quali Luigi Pirandello e Gabriele D’Annunzio. 

Canne al vento (1913), uscì per la prima volta a puntate sull’Illustrazione italiana, e dopo qualche mese venne acquistato dall’editore Treves di Milano che lo pubblicò in un unico volume.

Il titolo dell’opera allude alla fragilità umana e al dolore dell’esistenza, paragonata alle canne – fin da un’altra opera della Deledda, Elias Portolu. 

Uomini siamo, Elias, uomini fragili come canne, pensaci bene. Al di sopra di noi c’è una forza che non possiamo vincere.

Elias Portolu, Grazia Deledda

In Canne al vento, un romanzo famigliare che narra le vicende di tre sorelle, le dame Pintor, lo sfondo e l’ambientazione acquisiscono un’importanza di prim’ordine. In provincia di Nuoro, nelle Baronìe vengono messe in luce le tematiche della povertà, della superstizione e dell’onore della Sardegna rurale del primo Novecento.

La storia è ambientata a Galtellì, un paesino sulla costa sarda bagnata dal Tirreno, ed esordisce con le tre dame Pintor: Ester, Ruth e Noemi, che assistono rassegnate al loro invecchiamento. I loro genitori sono morti ormai da tempo, e sulla loro dimora veglia il ricordo del pater familias Don Zame Pintor, la cui figura si staglia sulla narrazione come un’ombra.

Da quando son nate, le sorelle Pintor abitano in una casa ormai decadente e la loro unica proprietà è un piccolo podere amministrato dall’anziano servo Efix. Efix è semplicemente un servo, ha il cuore grande ed è l’unico a preoccuparsi delle cose pratiche. Però, da tempo non viene nemmeno più pagato, ed è legato a loro ormai solo un grande senso di colpa. Anni prima, infatti, Efix aiutò una delle sorelle, la più ribelle, Lia, a scappare di casa, perché non voleva piegarsi all’austerità dei genitori. Fu proprio lui ad aiutare la giovane a fuggire lontano, fino a Civitavecchia, dove diventò madre e morì.

Il figlio di Lia Pintor, però, il piccolo Giacinto – anche chiamato Giacintino – dopo molti anni passati a errare e a tentar tutti i lavori, scrive una lettera per le sue zie e chiede loro di poter far ritorno a casa.

Le signore Pintor si troveranno costrette ad accettare la sua richiesta, nonostante vorrebbero evitare l’arrivo del nipote, ancora ferite dalla scomparsa della sorella. Così Efix convince le dame, dicendo loro che il ragazzo si troverà un lavoro e le aiuterà economicamente. Ed è proprio il servo ad assicurare alle padrone di occuparsi di qualsiasi spiacevole decisione, qualora Giacintino non porti buon nome alla famiglia.

Tuttavia, tra le montagne verdi e bianche e una vegetazione mai descritta così attentamente in un romanzo, l’arrivo di Giacintino porta scompiglio nella famiglia dei Pintor e tra le genti del paese.

Il giovane di Canne al vento, infatti, è come tutti i giovani: vuole divertirsi, frequentare le donne, e pare che lavorare sia il suo ultimo obiettivo. E tutto ciò sembra non essere del tutto in linea con la volontà delle sue zie, in modo particolare con quella maggiore, Ester – che alla fine si rivela esser sempre quella di più buon cuore -.

Canne al vento è un romanzo popolato da personaggi di ogni sorte, ben caratterizzati e assortiti, e perfettamente in linea con il tentativo di voler affrescare una Sardegna di primo Novecento. Una lingua sofisticata, che fa ricorso all’uso del sardo soltanto per meglio rendere alcuni concetti, per declinarli alla perfezione sui personaggi di Canne al vento.

Personaggi che credono in Dio, e che articolano le loro giornate e speranze attraverso la fede, e che spesso prendono i loro nomi direttamente dalla Bibbia. Va comunque precisato che, la maggior parte dei personaggi nelle opere deleddiane, sono donne: vive, incisive, dispettose, manipolatrici, innamorate e pronte a rimboccarsi le maniche.
Sono le tre zie anziane di Giacintino, ma non solo. C’è la severa usuraia Kallina, la sempre pregante vecchina Pottoi, le ambiziose serve di Don Predu, Natòlia e Grixenda, Stefano, Pacciana e molte altre ancora…

Insieme ai personaggi e alla moltitudine di nomi che ci si ritrova a leggere, affascinanti sono i paesaggi narrati in Canne al vento. Essi vengono tratteggiati non solo attraverso lunghe e ritmate descrizioni, ma anche attraverso gli odori, i sapori, i rumori. Perciò tutto confluisce nel passaggio aspro circostante, nutrendosi di immaginazione e creando metafore. E la scrittura di Grazia Deledda diventa per il lettore un balsamo, perché in grado di accompagnarlo dalla prima fino all’ultima pagina, tramite un finale commovente proprio per tutti.