Aldostefano Marino

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Libro di Irene Nemirovsky edizione italiana Adelphi

Suite francese, Irene Nemirovsky

Tra il 1941 e il 1942 Irene Nemirovsky comincia a comporre la sua opera più ambiziosa, Suite francese. Si trova a Issy-l’Eveque insieme al marito Michel Epstein, e alle sue due figlie: sono tempi molto difficili per la Francia, e in particolare per gli ebrei.

Irene scrive ormai da molto tempo, la sua fama da scrittrice si sta consolidando, almeno due dei suoi romanzi sono stati tradotti anche in Germania. Spera che questo possa in qualche modo favorire lei e la sua famiglia davanti ai nazisti.
Nel ’42, Irene, a proposito di Suite francese, scrive:

Se poi il 14 luglio arrivano quelli che hanno promesso di arrivare, questo comporterà, tra l’altro, la soppressione di due parti, o almeno di una.

In realtà la sua previsione è fin troppo ottimistica, perché delle cinque parti che progetta di scrivere, solo due sono quelle che vedono la luce: Temporale d’autunno e Dolce. La prima è una successione di quadri del popolo francese durante l’invasione nazista; la seconda è redatta in forma di romanzo.

Il 13 luglio 1942 Irene Nemirovsky viene arrestata e deportata nel campo di concentramento di Pithiviers, nel Loriet. Michel scrive a tutte le persone che conosce, ma ottiene l’effetto contrario rispetto a quello desiderato, e viene arrestato anche lui.

Le loro figlie, invece, si salvano. Denise ed Elisabeth trovano ospitalità in un collegio cattolico e abbandonano illecitamente la Francia. Durante la fuga portano con loro una valigia contenente fotografie, documenti e l’ultimo manoscritto di Irene, proprio Suite francese, scritto a caratteri microscopici affinché l’inchiostro non finisse.

Solo quando la Guerra finisce, Denise trova il coraggio di leggere il romanzo, che fino ad allora pensava fosse un diario segreto. In questo momento comincia il suo lavoro di trascrizione, lo dattilografa e ne decifra le parti illeggibili.

Quando Suite francese viene pubblicato, è ormai il 2004 e sono passati sessant’anni dal momento del suo concepimento.

manoscritto originale di Irene Nemirovsky

Tante storie confluiscono all’interno dell’impresa letteraria che ha reso celebre Irene Nemirovsky. La conclusione non ci è data saperla, la si può intuire, tramite gli appunti tratti dal suo diario, posti alla fine del volume. La scrittrice russa, infatti, progetta Suite francese nei minimi dettagli, lo suddivide in cinque parti equilibrati, prende appunti sulla pagina destra del quaderno, annota passaggi a cui deve ricordarsi di prestare attenzione.

Penso che dovrò sostituite le fragole con i nontiscordardimé. Sembra impossibile situare nello stesso periodo ciliegi in fiore e le fragole già mature.

sì, perché la cosa funzioni ci vorrebbero cinque parti di 200 pagine ciascuna. un libro di 1000 pagine. Mio Dio!

Irene Nemirovsky desidera che tra le sue pagine compaia la vita quotidiana della Francia durante quel momento storico che lei stessa sta attraversando con dolore, ma senza perdere la speranza. È questa che la spinge a raccontare, finché può, anche se non è sicura di riuscire a giungere alla fine.

Quando i tedeschi arrivano in Francia, le vie di Parigi si svuotano, i francesi si danno alla fuga in un esodo di massa che coinvolge il popolo, dal più ricco al più povero.

La numerosa famiglia dei Péricaud, ricchi notai borghesi, si preoccupa subito di radunare l’argenteria, i gioielli, e i preziosi corredi di biancheria; la signora affida ai domestici compiti precisi. Il figlio più giovane, Hubert, parte a soli sedici anni come volontario per fermare l’avanzata.

Gabriel Corte, uno scrittore di successo, parte per Vichy con la sua amante Florence. Prima, però, mette in salvo i propri manoscritti; teme che da questo momento non sarà più in grado di scrivere qualcosa che abbia veramente senso.

I coniugi Michaud, due impiegati di banca, chiamati a recarsi a Tours, dove sarà spostata l’attività. Ma scaricati dal loro capo, sono costretti a prendere il treno, dove la folla delirante tenta di accaparrarsi un posto per scappare da Parigi; ma i treni non partono e perciò dovranno recarsi a Tours a piedi.

La seconda parte del romanzo, Dolce, è ambientata nelle campagne francesi, a Bussy.

Nella periferia di Parigi avviene l’occupazione tedesca, e le famiglie borghesi talvolta sono tenute a ospitare presso il loro domicilio soldati di bassa qualifica. Al loro arrivo non sono ben visti, anche se si presentano freschi e ben puliti, giovani e spesso gentili con le donne.

Nella famiglia della vedova Angellier, Lucile si innamora platonicamente di un giovane soldato di appena vent’anni, Bruno von Falk, che loro sono tenute a ospitare in quanto suo marito, Gaston, è ora fatto prigioniero in Germania. Bruno si rivela un soldato gentile e premuroso, ma soprattutto un uomo: è questo che stupisce Lucile, la sua umanità e il modo in cui i loro gusti sono così vicini. Parlano di letteratura, discutono di musica, lui le racconta delle storie mentre suona il pianoforte di suo marito.

Il filo conduttore dei due volumi è la Guerra, non quella battuta sul campo militare, ma quella sofferta dal popolo, la gente comune. Questi sono i personaggi che abitano le pagine di Suite francese, vinti in partenza che si innamorano dei propri nemici. Tuttavia non sono negativi, ma è proprio questo il loro aspetto positivo: saper individuare nella tragedia una via d’uscita, una fuga comune a tutti, ossia l’amore e i sentimenti veri.

Irene Nemirovsky, con una grazia inaudita e un linguaggio semplice, utilizza l’artificio narrativo per fornire una testimonianza diretta della guerra. Lunghe descrizioni, dialoghi brevi e personaggi fulminanti, un capolavoro incompleto che nessuno saprà mai come va a finire.


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Sopravvivere e vivere, Denise Epstein, Adelphi Edizioni – il racconto dettagliato della deportazione e poi della fuga delle figlie di Irene con il manoscritto, scritto dalla figlia Denise.
Mirador, Irene Nemirovsky, mia madre, Elisabeth Gilles, Fazi Editorela biografia scritta dalla figlia minore, ricostruita tramite i documenti in quanto quando Irene è stata arrestata, lei aveva solo cinque anni.
Il vino della solitudine, Irene Nemirovsky, Adelphi Edizioniun’opera per comprendere di più dell’autrice e del rapporto con sua madre.

Le parole tra noi leggere, Lalla Romano

Le parole tra noi leggere venne pubblicato per la prima volta all’interno della collana dei Supercoralli nel 1969. Einaudi ha un ottimo fiuto, e il romanzo vince il Premio Strega. L’attesa è tanta, perché Lalla scrive da molto, fin dal 1938, quando Soffici la invita a scrivere i primi racconti che troveranno pubblicazione negli anni Novanta.

Lalla Romano, oltre a dipingere e dedicarsi alla scrittura, comincia a insegnare italiano e storia a Cuneo, alla giovane età di ventitré anni. Traduce numerosi capolavori della letteratura, come i Trois contes di Flaubert, o preziosi scritti di Delacroix, sotto l’incoraggiamento di Pavese, dopo aver vissuto al lungo con il figlio a Torino, si trasferisce a Milano.

Lalla Romano è un’artista a tutto tondo, non si limita a scrivere. Studia pittura a Torino, fin da quando è giovane dipinge, è proprio l’amore per l’arte a portarla spesso ospite di esposizioni collettive, a Milano e poi a Torino. Diventa moglie di Innocenzo Monti, il futuro presidente della Banca Commerciale Italiana. La nascita del figlio, nel 1933, porta in lei un’ondata di cambiamento. Nel 1941 pubblica la sua prima raccolta di poesie, Fiore, e in quell’opera Gianfranco Contini, riconosce l’eleganza di “certe poetesse del Cinquecento”.

Le parole tra noi leggere è l’opera più acclamata dell’autrice, anche quella più personale.


Infatti, qui, la componente autobiografica è presente più che negli altri suoi scritti. Il protagonista indiscusso è suo figlio Pietro, da loro tutti conosciuto come Piero. Il titolo è tratto da un verso di Montale, è sta a indicare il dialogo che si intrattiene tra Lalla Romano e suo figlio. Tuttavia, in qualche modo, anche la stessa autrice può considerarsi protagonista della narrazione.

Sin dal momento in cui la Romano concepisce suo figlio, si lega a lui tramite un amore viscerale. Non si tratta semplicemente di una certa vocazione per il ruolo di madre, ma di un amore spropositato che nutre nei confronti del figlio. Le parole tra noi leggere è una dedica che Lalla Romano scrive per suo figlio, altro non è che il racconto della sua vita, da quando nasce e finché non si sposa, allontanandosi definitivamente dal nido materno. Tuttavia, non tutto appare così semplicemente.

Il rapporto che unisce madre e figlio, infatti, non è lieto come lo si potrebbe aspettare. È tutt’altro che leggero, è violento, ribelle, fondato sull’incomunicabilità, sulla contrastante posizione di pensieri. Eppure, Lalla Romano, non smette mai di giustificare il suo bambino. Lo coccola, lo osserva mentre dipinge, realizza oggetti di piccolissime misure, sculture, mezzi busti e teste di pietra, ha un grandissimo amore per le armi, e proprio per queste, Lalla – nonostante la paura di questi oggetti – anziché spaventarsi, risparmia il denaro per accontentarlo. Cerca continuamente di capirlo. Legge tra le sue cose, ma ogni speranza è vana. Perciò scrive Le parole tra noi leggere.

Le parole tra loro leggere sono quelle che non hanno avuto bisogno di dirsi.

Lalla Romano è sempre spaventata che a suo figlio possa succedere qualcosa, non smette mai di aspettarsi che da un momento all’altro qualcuno la chiami per dichiararne l’arresto, lui è un rivoltoso, ma lei si limita a descriverlo, tramite i suoi occhi – più buoni, perché madre del figlio che racconta – e quindi privandolo di qualsiasi colpa e rendendocelo come un personaggio che proprio non possiamo odiare.

Piero appare al lettore divertente, irriverente, maleducato, mai cattivo o pericoloso, assomiglia alla Romano molto più di quanto lei stessa vuole ammettere. Insomma riesce a colpirci positivamente, anche quando agisce male, perché il narratore velatamente lo giustifica.

Le parole tra noi leggere diviene dunque il racconto, un modo attraverso cui parlare del figlio e al contempo di sé.

Il resoconto di un legame difficile tra madre e figlio, realistico, ma che non rinuncia mai alla fantasia. Ciò che, in pratica, Lalla Romano fa con inaudita preparazione, è mettere insieme gli scorci più belli della vita di suo figlio, un abile bricolage di temi scolastici, lettere, appunti, scritti dal figlio, dando al racconto la struttura del romanzo, che si rivela, appassionante e appassionato. Ma il suo intento è molto più profondo: vuole indagare suo figlio, comprenderlo, leggerlo.

Il linguaggio della Romano è sempre il suo. È quello della poesia, la ricercatezza lirica, la stessa Romano lo dice “Il linguaggio è tutto: è la chiave”, e il suo mantiene la dolcezza anche nei momenti più duri e nelle descrizioni più ripugnanti.

Ernesto, Umberto Saba

Ernesto è un romanzo di formazione, scritto da Umberto Saba, e pubblicato postumo, nel 1975. Nonostante il libro sia stato presentato come un romanzo di finzione, per molti aspetti che analizzeremo in seguito, Ernesto è un’opera autobiografica. Lo stesso Umberto, prima di pubblicarlo, teme di offendere la memoria del suo amico scomparso prematuro, che si nasconde dietro un personaggio del libro.

Ernesto è la storia di un sedicenne, nato a Trieste durante la fine dell’Ottocento, che lascia la scuola per lavorare in una piccola azienda commerciale.

Vive un’infanzia malinconica, complice l’assenza del padre e la presenza di una madre troppo severa e restrittiva. Nella vita di Ernesto, il gioco è scomparso prematuramente, ha abbandonato la scuola e ha cominciato a lavorare, anche per poter passare qualche soldo alla madre. Sul posto di lavoro, il giovane triestino, conosce un uomo più grande di lui. Tra loro nasce una forma di complicità, e il ragazzo ne resta ammaliato e sedotto, senza realmente capirne le ragioni. Tuttavia il gioco, presto, stanca Ernesto, e il giovanotto abbandona il lavoro e l’innamorato.

L’opera non racconta che poco più di un mese della vita del sedicenne Ernesto. Un giovanotto volenteroso, “anche un po’ socialista”, che si ribella al suo datore di lavoro perché sottopagato. La storia, seppur breve, è molto intensa e raggiunge un’apice di crudeltà inaudito, nonostante la dolcezza sia una componente altamente presente. Infatti la narrazione è addolcita dal punto di vista del protagonista bambino, sempre curioso; mentre i fatti che vengono narrati celano orrori e fatti riprovevoli. La giovane età di Ernesto lo rende sempre innocente, e i colpevoli – alla fine – restano i padroni, lo stato, e chiunque si approfitti della miseria e degli svantaggi altrui. Per questo l’opera non si presenta soltanto come una biografia del giovane Ernesto, ma anche come una critica nei confronti della società.

L’opera di Saba è un’opera autobiografica, in quanto contiene un frammento della vita del poeta triestino.

Se dietro Ilio (l’amico di Ernesto) si nasconde Ugo Chiesa, un suo amico e noto concertista del tempo; dietro Ernesto non può che nascondersi l’acerbo Umberto Saba. A confermarlo, nel 1953, mentre già sta componendo Ernesto, il discorso pronunciato quando riceve la laurea honoris causa permette ai più attenti di riconoscere alcune affinità tra la sua vita e quella del protagonista. Infatti, anche Umberto, verso i tredici anni lascia la scuola per l’impiego in una casa commerciale e cresce con sua madre e le sue zie, per poi essere, per un periodo, affidato a una balia slava.

La scrittura diviene – è evidente – per l’autore un metodo per guardarsi dentro e riportare alla luce alcuni fatti del suo passato, che continuano a tormentarlo. La lingua dialettale, ampiamente utilizzata e semplificata per renderla comprensibile al lettore, diventa per lui un filtro attraverso cui parlare anche di ciò che, in italiano, non potrebbe dire. Certe descrizioni macabre sono rese meno crude dalla scelta del dialetto; e anche certe imprecazioni descrivono meglio le sensazioni di un ragazzo mal istruito della Trieste di fine Ottocento.
Nonostante il supporto di un vasto entourage di parenti e affezionati, Umberto Saba vuole giustamente arrivare a toccare e decidere ogni aspetto trascurato della sua opera. La scrive e riscrive almeno tre volte, la consegna in varie versioni, non è mai contento davvero.

La composizione dell’opera comincia durante il soggiorno del 1953, all’interno della clinica romana Villa Electra, dove il poeta si trova ricoverato.

La lettura del suo romanzo in corso di composizione è offerta a diversi fortunati visitatori. Personaggi come Carlo Levi, Elsa Morante e Anita Corsini, dichiarano che sia la cosa meglio scritta dal poeta. Anche in clinica, i compagni di degenza sanno che Saba sta scrivendo un romanzo, e di tanto in tanto, come il poeta dichiara alla moglie Lina,

“vengono a chiedermi sue notizie (se si è fatta la barba, se è già stato dalle donne, ecc. ecc.)

perché sono affezionati al racconto e al personaggio protagonista della storia, il giovane Ernesto, da cui l’opera prende il titolo.

Terminata la permanenza del poeta nella clinica, Saba torna a Trieste, dove prosegue nella stesura dell’opera con l’intermediazione privilegiata della figlia. Linuccia, verifica la validità del testo, apporta modifiche dove lo ritiene opportuno. La figlia, diventa per il padre, l’editor e assistente più accurata ed esigente. Lui le manda lunghe lettere dove le spiega le parti del dattiloscritto che proprio non possono essere cambiate, lei lo segue attenta e asseconda i suoi piani.
Ma Saba è stremato, cambia idea continuamente, vorrebbe scrivere una storia molto più lunga di quella che riesce a comporre: ma il tempo che ha a disposizione è troppo poco.

Nelle lettere indirizzate agli amici Stock e Gambini, il poeta dichiara di non possedere la “letizia” e la “crudeltà” necessari per arrivare alla fine. Tuttavia, Saba è consapevole di aver scritto delle pagine di valore. È spaventato dalla quantità di autobiografismo presente nella sua opera, e sa che non riuscirà a portarla a termine.
Invia il testo al suo maggiore studioso, Tullio Mugno, corredato da una lettera scritta da Ernesto, il protagonista del romanzo – quasi fosse un suo alter ego – che dichiara di aver raccontato la sua storia a Saba.

Nel 1955, quando Saba sta ormai per morire, chiede alla figlia Linuccia di dar ordine a Carlo Levi di distruggere il manoscritto. Il poeta è infatti tormentato dall’idea che l’opera venga pubblicata così com’è, e sostiene che ci sia troppo a cui lavorare.

La pubblicazione di Ernesto avviene, infine, soltanto dopo la morte di Carlo Levi, quando Linuccia si mette in contatto con Giulio Einaudi e ne cura la pubblicazione.

Aracoeli, Elsa Morante

Aracoeli è l’ultimo romanzo di una delle maggiori scrittrici del secondo Novecento, Elsa Morante. Pubblicato per Einaudi, la prima volta nel 1982.

Nata nell’agosto del 1912, Elsa è figlia di una insegnante ebrea e di un impiegato di poste siciliano. La sua infanzia fu agiata e fu proprio per questa ragione che nei suoi scritti si dedicò principalmente alla miseria umana. Crebbe insieme ai fratelli minori, e cominciò giovanissima a scrivere filastrocche e fiabe magiche. La sua biografia è segnata dall’incontro di una personalità parecchio accreditata del tempo, e per cui doveva essere certamente una ricchezza aggiunta accompagnarsi a lui. Infatti, Elsa Morante portò avanti una travagliata e appassionata relazione con Alberto Moravia. Anche grazie a lui, incontrò numerosi poeti e artisti del tempo, dei quali divenne stretta amica e collaboratrice, come Pier Paolo Pasolini, Umberto Saba, il regista Bertolucci…
Nel 1957, arriva per la Morante, il Premio Strega, con l’Isola di Arturo. In questo momento il suo successo è consacrato definitivamente.

Aracoeli è spesso considerata un’opera oscura e misteriosa, soprattutto a causa del linguaggio adoperato dall’autrice. La prima cosa che appare agli occhi, infatti, quando si incontrano i metodi compositivi di quest’opera, è la complessità del lessico scelto e l’impossibilità di una qualsiasi conseguente interpretazione oggettiva. Il linguaggio della Morante, ha bisogno di esser meditato dopo che numerose volte letto, in quanto mai esprime, ciò che, a prima istanza, pare volerci comunicare. Numerosi piani narrativi si sovrappongono, l’un sopra l’altro, senza nemmeno cambiar pagina, Elsa Morante ci conduce da un’epoca a un’altra, dal sogno alla veglia…

Seconda metà del Novecento. Manuele è un quarantenne fallito che si mette in viaggio per recarsi nel luogo dove la madre è nata, El Almendral.

Manuele, Manuelito, Vittorio Emanuele Maria, non conosce molto del suo passato, ed è proprio durante questo viaggio che gli tornano alla mente, come episodi vissuti in un’altra vita, ricordi che era convinto di aver perso per sempre. Grazie al flusso di coscienza e al ricordo, man mano che la storia procede, si fanno chiari al lettore le ragioni del fallimento di Manuele. Ma non solo: ogni tassello mancante torna al suo posto e, alla storia del trasferimento di Aracoeli dall’Andalusia ai Quartieri Alti di Roma, si intreccia quella dell’incontro con suo padre.

Manuele ha un eroe: suo zio Manuel, il fratello di sua madre che non ha mai potuto conoscere. Per suo padre, invece, sempre lontano da casa, più che amore, nutre rispetto e devozione. Suo padre è infatti l’uomo che sua madre ha scelto, l’unico da cui le si faccia toccare. Ma mentre per Manuele, suo padre, altro non è che un accessorio di sua madre; per il Comandante della marina italiana, Manuele è ciò che lo tiene unito alla moglie mentre si allontana al lungo per lavoro.

Se il primo protagonista è Manuel, a un secondo sguardo si può notare come Aracoeli, colei dalla quale prende nome il titolo del libro, è ciò che muove e alimenta la storia. Il destino di Manuele è di ripercorre tragicamente quello materno: egli mai riesce ad allontanarsi dalla tana madre.

Ci sono due Aracoeli, una di prima e una di dopo. Quella di prima, è una donna che ha persino paura di guardare le nudità delle statue. Quella seconda, invece, comparsa dopo il concepimento della seconda genita, ha perso qualsiasi forma di pudore.

Manuele è un personaggio passivo, totalmente abbandonato a un amore infinito provato nei confronti della madre. A regolare i loro rapporti non si tratta del complesso edipico, come si potrebbe pensare, ma anzi, di un vero e proprio amore provato da Manuel nei confronti di sua madre. E dunque, forse, il terzo protagonista potrebbe essere proprio questo Amore, che diviene per Manuele, “prigione e sventura”.

Il motivo principale di questo sentimento così morboso provato dal figlio verso la madre, sta nel fatto che, proprio Aracoeli è stata l’unica persona da cui Manuele ha ricevuto affetto.

Questo, è, infatti, ciò che si ricava maggiormente dietro il personaggio di Manuele: la paura di restare solo e poi la realizzazione del suo terrore. Manuele non ha nessuno, come Elsa Morante, durante gli anni della stesura del romanzo. Manuele ed Elsa si estraniano dalla società a loro contemporanea per restare appartati.

Due temi e motivi principali sovrastano l’intero romanzo. Da una parte l’incapacità di cambiare il proprio destino – e/o provenienza sociale -. Da un’altra, invece, la possibilità dell’amore di vincere sopra ogni cosa.

Infine, un tema che fa da filo conduttore a tutta la produzione della Morante: la Storia come sfondo perfetto di ambientazione. Niente è lasciato al caso. Ogni sua invenzione ha una collocazione precisa e mirata, affinché, nel raccontare di fantasie, non ci si dimentichi di ciò che è accaduto e non va dimenticato. In questo caso è la guerra civile spagnola, da un parte, nel ricordo dello zio morto di Manuele; e la Guerra mondiale dall’altra, vissuta nella casa dei nonni paterni.

Postwar, la nostra storia, Tony Judt

Quello che sta accadendo oggi, nel mondo, non è altro che il ripetersi ciclico della Storia.

Ci avviciniamo sempre alla Storia come una disciplina da studiare; qualcosa che non ci appartiene. Ma considerate che l’URSS è caduta nel 1991; e non c’è bisogno di andare così lontano nel tempo, per trovare nella storia contemporanea i risultati di ciò che è accaduto o cambiato durante la Guerra fredda. Ora stesso, in Russia, i diritti umani sono estremamente ristretti; il conflitto arabo-israeliano non si è ancora concluso; e la Gran Bretagna si fa gli affari suoi con la Brexit, come ha sempre fatto (tanto che fu la prima potenza occidentale a dare il via alla decolonizzazione, con la liberazione dell’India nel ’47, perché intenta a curarsi delle politiche interne al proprio paese, appena uscito dalla Guerra).

È importante conoscere la Storia indipendentemente da un contesto scolastico – come spesso siamo abituati a fare- : avvicinarsi a essa e poterla leggere noi direttamente, interpretarla con tutte le carte scoperte, da un punto di vista più neutrale e oggettivo. Tuttavia, la maggior parte dei programmi scolatici, si fermano con il giorno della proclamazione della Repubblica – 1946; e del dopoguerra se ne conosce solo il periodo imminente, e non quello in cui son state decise le sorti dell’Unione Europea e del mondo.

Ho letto Postwar di Tony Judt (Editori Laterza) per il mio ultimo esame universitario. Ho conosciuto una parte fondamentale del nostro passato, quel momento in cui ogni stato, ogni grande potenza – mosso da principi nazionalisti – ha cercato di accaparrarsi la propria sovranità o di espandere i propri confini che, bene o male, da allora non son cambiati più di tanto.

Vi consiglio la lettura di Postwar. Non c’è amore. Non ci sono relazioni complicate, né momenti di tenerezza. Al massimo incontrerete persone che hanno realmente cercato di cambiare il mondo, e che in qualche modo ci sono riuscite. 
È la Storia a noi più vicina. Una grandissima e potentissima narrazione d’azione che fa riflettere e ci costringe a fare i conti con la nostra storia.

Non aspettatevi un manuale. Postwar di Tony Judt è un saggio senza punti morti. Lo storico e scrittore britannico ci fornisce una visione neutrale del terzo sistema internazionale, raccontandolo con estrema attenzione e con un immenso apparato di fonti.

[Il disegno sul post-it in alto è un’illustrazione satirica della Guerra fredda, di Ronald Saerle]

Tre libri da leggere per l’estate

Luglio è quasi giunto al termine, l’estate sta per cominciare più o meno per tutti. Prima di un viaggio per staccare la spina, o in vista di un ritiro domiciliare, ho selezionato per voi tre libri da leggere per l’estate.

Un classico, se approfittate del tempo libero per dedicarvi a ciò che non siete riusciti a leggere. Un libro contemporaneo se preferite mantenere la mente sgombra. Uno bonus, per chi invece è semplicemente in cerca di un buon libro.

A sangue freddo, Truman Capote

A sangue freddo è un libro che ho letto la scorsa estate durante una stagione dedicata alla letteratura classica. L’ha scritto Truman Capote all’inizio degli anni Sessanta, dopo aver raccolto le deposizioni ufficiali e le interviste di Perry E. Smith e Richard E. Hickock. Loro sono due giovani adulti sbandati che, usciti dal carcere, programmarono il quadruplice omicidio della famiglia Clutter, per la quale non erano altro che degli estranei.
A sangue freddo si attiene scrupolosamente ai dati storici della vicenda. Capote raccolse le informazioni riguardanti l’omicidio durante un viaggio in Kansas City, accompagnato dalla sua fedele amica scrittrice Harper Lee.
È un libro crudo, ma molto interessante. Non è una lettura breve, ma si legge in poco tempo perché la vicenda è appassionante, e Capote è un maestro del racconto di cronaca. Attraverso queste verità inaccettabili, Capote riflette sull’amarezza della società americana degli anni Sessanta.

Lux, Eleonora Marangoni

Lux, di Eleonora Marangoni, è un libro di vi ho già parlato QUI. Voglio consigliarvelo per quest’estate, perché è una lettura dallo stile innovativo, che nel 2017 ha conquistato il Premio Neri Pozza. È stato presentato nella dozzina del Premio Strega 2019.
La storia racconta di un giovane italo-inglese di buona famiglia, un architetto che abita il mondo solo in superficie, legato al ricordo di un amore finito che si ripropone come presenza costante e tangibile.
Thomas Edwards, riceve in eredità un albergo in un’isola del Sud, una piantagione di baobab nani e una sorgente d’acqua minerale dalle strabilianti proprietà miracolose.
Lux è una storia narrata tramite la sovrapposizione di più realtà. Attraverso una penna acuminata e lunghe descrizioni, si rivela una storia all’interno della quale l’azione ha il primato assoluto.
Vi suggerisco di leggerla lentamente e di prestare attenzione a ogni dettaglio del racconto.

Jezabel, Irene Nemirovsky

Irene Nemirovsky è stata un’autrice francese di origine ebraica, vittima dell’Olocausto. La sua bibliografia è stata riscoperta solo di recente.
Ha scritto moltissimi libri, il più celebre è Suite Francese; io per quest’estate vi consiglio Jezabel, un romanzo tragico, ma che assume il carattere ironico di una commedia. Infatti, gli argomenti trattati, seppure di una certa drammaticità, vengono portati all’estremo del paradossale, e pertanto appaiono ironici.
La storia è quella di Gladys, giudicata in tribunale tra il banco degli imputati, accusata dell’omicidio di un ambizioso e giovane amante, appena ventenne.
In realtà poi si scopre che non è un semplice omicidio passionale e la storia si complica. È un racconto brillante, scritto alla fine degli anni Trenta, ma che mantiene un’agilità narrativa attuale e molto raffinata.

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