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#Aldostefanolegge è una rubrica nata nel 2019, diretta e curata da Aldostefano Marino. Intende esplorare i temi e la letteratura italiana, a partire dal primo Novecento.

Nel mondo della letteratura, il Novecento è il secolo che sperimenta fino al limite, che mette in crisi più volte la funzione della parola scritta e della propria tradizione. È il secolo che più di tutti si è spinto verso e oltre la sperimentazione. Un secolo meno breve di quanto sembra, e anzi lunghissimo, disseminato di innovazioni e strade diverse.

In #Aldostefanolegge troverete inoltre, recensioni e commenti a testi di narrativa consolidata, come Irene Nemirovsky, William Maugham, Simenon, e molti altri.

Immagine istantanea del libro di Alberto Moravia (Gli indifferenti) ritratto vicino a Calathea e Rose bianche

Gli indifferenti, A. Moravia

Gli indifferenti è il primo romanzo di Alberto Moravia, un’opera cruda e spietata ma in grado di far luce tra le inquietudini e i patemi dell’uomo moderno. Una storia permeata dalla tristezza, dalla desolazione e dal dolore, che tra le trame del racconto scomoda temi e racconta di realtà non tanto distanti quanto appaiono a prima vista.

Cominciato quando ancora si trovava a Bressanone, nella casa di cura Von Guggenberg, Moravia compose l’opera in due momenti differenti. È lui stesso a raccontare l’aneddoto ad Alain Elkann, in una lunghissima intervista pubblicata da Bompiani nel ’90, Vita di Moravia.

Nel settembre del 1925 ho lasciato Cortina e sono andato a Bressanone. Una mattina, a letto ho iniziato Gli indifferenti […] Incastravo il calamaio tra le lenzuola. Scrivevo con la penna tenendo il pennino rovesciato, così che mi succedeva di bucare la carta. Insomma il letto, dopo il senatorio, era diventato per me come il guscio per la lumaca

vita di moravia, alain elkan e Alberto Moravia

Quando cominciò a scrivere, Moravia era stato ricoverato poiché malato di una rarissima forma di tubercolosi ossea – la stessa malattia che per tutta la vita lo costrinse ad affidare il proprio equilibrio a un bastone. Al tempo Moravia era molto giovane, non aveva più di diciassette anni, non aveva avuto unioni sessuali e non aveva ancora trovato modo di maturare esperienza dell’altro sesso. Eppure, tra le pagine degli Indifferenti, il sesso sembra essere un motivo portante; e fu proprio in quel periodo che, grazie a un conoscente, Moravia fece il suo primo incontro con una insegnante.

In quelle giornate tutte uguali, Moravia si mise al lavoro, ma egli ancora non sapeva che Gli indifferenti sarebbe diventato uno dei romanzi più significativi del tempo.

Ne concluse la scrittura nel 1927, e dall’Hotel di Solda ne diede notizia alla zia, la poetessa Amelia Rosselli. La prima stesura avvenne su carta velina e non recava nemmeno la punteggiatura, tanto che, come l’autore raccontò, le virgole vennero aggiunte solo in seconda battuta.

Nonostante le buone prospettive di vendita, l’editore Alpes accettò di pubblicarlo solamente dietro il pagamento di cinquemila lire da parte dell’autore. Moravia accettò, supportato e incoraggiato da suo padre, che sin da piccolo riconosceva in lui grandi potenzialità. Peccato che, nonostante l’opera ricevette subito un’accoglienza meritevole, a Moravia non fruttò neanche un centesimo, poiché i diritti maturati pareggiarono la cifra che l’autore aveva versato per la pubblicazione.

E proprio a conferma delle ipotesi paterne, in pochissimo tempo Gli indifferenti scalò le classifiche e suscitò più clamore di quanto se ne aspettasse. In qualche modo, infatti, il libro rappresentava una rottura netta con la narratività precedente: in primo luogo per il suo forte realismo, ma anche perché Gli indifferenti inventarono un nuovo modo di scrivere.

Sin da subito Moravia si presentò come quello che sarebbe sempre stato: schietto, crudo, per alcuni impoetico, e realista, contro la tendenza più popolare del surrealismo. Ma soprattutto Moravia fu in grado di portare agli occhi di tutti temi ritenuti inaccettabili.

È questo il caso degli Indifferenti, il cui punto di partenza fu la volontà di rappresentare la crisi dei valori del XIX secolo. Un secolo buio, assoggettato dal fascismo, abitato da personaggi privi di affetti, senza scopi né ambizioni, nascosti dietro maschere d’ipocrisia.

Ma i personaggi degli Indifferenti sono reali: essi sono i protagonisti della borghesia decadente degli anni Trenta. Una matassa di esistenze grette, prive di qualsiasi ideale e morale, alle quali è preclusa una qualunque forma di amore e di ambizione.

I protagonisti degli Indifferenti sono la vedova Ardengo e il suo amante Leo, convinti di esser abbastanza scaltri da nascondere a tutti l’unione che va avanti da anni. Le loro discussioni ormai non sono che inutili giochi di potere; essi sono stanchi l’uno dell’altra: la vedova è al lastrico, e Leo è l’unico in grado di mantenerla, ma proprio all’inizio del romanzo, egli è stanco e la mette davanti a un ultimatum: rendergli tutti i soldi che gli deve.

Ma Mariagrazia, che di impegni e responsabilità proprio non ne vuole sapere, non si rassegna, e spera che sarà sua figlia, la giovane Carla, a salvare la famiglia dalla rovina. Su di Leo, invece, il figlio più piccolo, Mariagrazia non ripone tante aspettative, ed è invero convinta che sarà sua sorella a salvare anche lui. Ciononostante, Leo e Carla sono figli del secolo in cui sono nati, e anche loro sembrano non avere alcuna ambizione, alcuno scopo: passano le giornate ad annoiarsi, e sperano che da un giorno all’altro la loro vita cambi. Non fanno niente per sottrarsi al tedio dei loro giorni: attendono una novità per niente curiosi, per il solo fine di spezzare la noia. Neanche i personaggi più giovani riescono a brillare di luce propria: adulti, vecchi e bambini sono tutti mossi da appetiti elementari ed egoistici.

I personaggi degli Indifferenti sono pochissimi. Nessuno di loro brilla per qualità morali, ma anzi potrebbero esser definiti ripugnanti.

Dietro tale ragione si nasconde una delle principali cause che portò il fascismo a censurare l’opera prima di Moravia. Gli indifferenti, infatti, venne messo al bando per molto tempo: specialmente perché contraddiceva e capovolgeva del tutto gli ideali e i valori eroici incarnati dal fascismo. E per questa ragione, venne denunciato chiunque si apprestasse a stampare Moravia, e oltraggiato persino chi avesse da dire qualcosa di buono su di lui. Agli occhi degli indifferenti, tutto perde importanza, niente ha valore, neanche il denaro, gli affetti, il tempo. E così, anche l’arco temporale narrato da Moravia non va oltre i due giorni, l’ambientazione è del tutto accessoria, e i pensieri dei protagonisti, i loro sogni, e la loro interiorità, sono i luoghi in cui dimorano le azioni più grandi – quelle che ci permettono di analizzare la vera crisi del romanzo.

Per i personaggi degli Indifferenti così non sembra esserci alcuna via d’uscita. Essi sono inesorabilmente condannati alla tristezza e alla decadenza del loro tempo. E alla fine, persino l’ipotesi di scampo più ammaliante nasconde in realtà altre trappole, costrizioni, ipocrisie.

Grazia Deledda in una libreria di design. Il romanzo ritratto è Cosima, celebre autobiografia

Cosima, G. Deledda

Il 15 agosto 1936, nella città di Roma morì Grazia Deledda: la prima donna italiana ad aver vinto il Premio Nobel per la Letteratura. Nonostante in pochi abbiano letto almeno una sua opera; nonostante pochissimi editori stampino Canne al vento, e quasi nessuno stampi le altre opere; tutti quanti dovremmo conoscerla.

La perdita di Deledda rappresentò per i suoi lettori un grave lutto, tuttavia addolcito da un breve testamento. Sto parlando del manoscritto inedito di Grazia Deledda, Cosima – un testo scritto a mano rinvenuto postumo.

A un mese dalla sua scomparsa, la Nuova Antologia iniziò a pubblicare il romanzo, con il titolo di Cosima, quasi Grazia. L’anno successivo, l’editore Treves presentò in una nuova edizione per il grande pubblico l’ultimo romanzo di Deledda.

Cosima è un testo breve ma dalla lettura lenta e riflessiva: perché, anche stavolta, Deledda arricchisce i suoi romanzi con lunghe e abbondanti descrizioni – che spesso e volentieri prendono vita dal costante e intricato pensare della protagonista. Tantoché, spesso, il nome di Deledda è abbinato agli stream of cousciousness di Virginia Woolf – la grande scrittrice del pensiero.

Tuttavia, Cosima non può essere definito semplicemente un romanzo (dicasi di racconto verosimile ma che trae costituzione dalla fantasia) in quanto, prima ancora di narrar una storia, la missione deleddiana è – in questo caso – quella di raccontare la propria giovinezza per rappresentare una società arretrata e patriarcale.

Se il romanzo famigliare era una forma già sperimentata da Deledda, Cosima, dunque, potrebbe esser considerato una autobiografia volta a narrare di quegli infelici anni infantili e della prima adolescenza di Deledda.

Cosima corrisponde al secondo nome di Grazia Deledda, ma anche gli altri nomi citati nel racconto sono in gran parte fedeli. Così come i luoghi in cui prende vita la vicenda: il monte Orthobene, la tomba dei Giganti, Nuoro, e la stessa casa e il vicinato di Deledda. Tutti i luoghi sono reali e si possono visitare. L’ambiente circostante, e soprattutto la natura, il lavoro nei campi, e specialmente la descrizione di una realtà umile occupano uno spazio di rilievo. Deledda – definita insieme a Colette come “la più botanica degli scrittori” – imbastisce il racconto di dettagli e descrizioni che tracciano il ritratto di una regione che non è stata mai narrata abbastanza.

Cosima racconta la vita della famiglia Deledda. Una famiglia benestante, imborghesita ma imprigionata ai vincoli e alle credenze paesane del luogo in cui vive. Giovanni Antonio Deledda possedeva terre e bestiame e intratteneva numerosi rapporti con il continente. Inoltre –  e qui probabilmente si nasconde il germe della passione che travolgerà sua figlia – Giovanni Antonio componeva poesie. La madre, invece, ben rappresentava la vera anima di una vecchia Sardegna, fatta di padri autoritari e madri sottomesse. Francesca Cambosu era una donna tutta d’un pezzo, custode ostinata del cosiddetto codice dei padri – un codice che i figli, tuttavia, non rispettavano più. Ed è proprio dall’infrazione di questo codice che comincia la vicenda narrata. Sarà Grazia, la prima a infrangerlo sacrilegamente, testimone di un mondo che ha smarrito le antiche certezze.

Cosima, però, non si erge soltanto a memoria della famiglia di Deledda, ma anche come simbolo di un’intera società.

Il ritratto di una società patriarcale sarda alla fine dell’Ottocento, nel momento in cui è scossa da una profonda ondata di cambiamento e modernità. Si può dire che questo mutamento della società è centrale in tutta l’opera e alla base della stessa. Infatti, Cosima potrebbe esser considerato un romanzo di formazione, perché accompagna Deledda dalla giovinezza e le grandi speranze, a una maturazione raggiunta con la decisione di abbandonare Nuoro. Attorno a lei, per quanto sia la prima a dar pensiero ai genitori, anche i suoi fratelli sono ribelli verso la vita. Anche loro tendono verso un cambiamento e al contempo non accettano le ambizioni di Graziedda.

Gli effetti della nuova vita sui singoli personaggi sono devastanti. Nonostante ciò, la maggior parte di loro è sconfitta in partenza. Pare che l’unica a mettersi in salvo sia Cosima.

Fin dall’inizio del racconto è proprio lei a ribellarsi al ruolo delle donne sarde, per difendere il diritto di auto-affermazione e indipendenza. Tra brevi innamoramenti e romanzi letti di nascosto, Cosima sogna di fare la scrittrice ma dopo la quarta elementare abbandona la scuola. Nonostante la sua passione sembri una delle poche speranze rimaste per far risollevare economicamente la famiglia dopo la morte del padre, su di lei cala una spessa ombra di pregiudizio e cattiveria.

Ma il danno ormai è fatto! Deledda manda i suoi primi racconti a una rivista che accetta di pubblicarli e le chiede in lettura anche gli altri testi. E in questo modo, per Grazia esplode la carriera di autrice appena adolescente, contro il parere di tutti e gli sguardi torvi dei compaesani. Perciò, nonostante la ribellione di Cosima si presenti come una storiella narrativamente ben costruita, in realtà va ben oltre, e a mano a mano acquista il peso dell’esser simbolo e manifestazione evidente di una svolta culturale in atto per la società sarda del tempo.

Un frammento di vita, potremmo definirlo, esemplare per comprendere in che modo il percorso di Deledda abbia da insegnar tanto.

Un’adolescenza vissuta con coraggio e tenacia, con la capacità – quasi sempre impossibile – di trovare il modo per opporsi a un destino tramandato di madre in figlia. Una vita vissuta all’insegna del dolore e della rinuncia, cominciata sotto il peso della disgrazia e della menzogna – tutte quelle lettere, quei libri e quelle storie su cui aveva imparato a leggere venivano nascoste agli occhi di sua madre. Ciò che si aspettava da lei era un futuro di moglie, di donna che si sarebbe presa cura di un marito e poi di un figlio. Ma non era questo ciò che Deledda sognava per sé, e sarà proprio quando comprenderà di non poter render felice sua madre – e in tal modo di gravare anche sulla sorte delle altre sorelle – che dovrà pagare il prezzo della lontananza dalla casa paterna. Quella sembra essere l’unica soluzione rimasta: staccarsi da quel mondo chiuso e andare a cercare la fortuna lontano, in quel solo posto che sogna di raggiungere fin da quando l’ha sentito raccontare: Roma.

La copertina del libro su Elsa Morante nella biografia di De Ceccatty rappresentata in libreria

Elsa Morante, R. De Ceccatty

Se c’è stata una cosa tanto ostile a Elsa Morante certamente è stata la spontanea curiosità nei confronti della sua vita. Per tutta l’esistenza, Morante tenne lontani da sé i pettegolezzi e molte delle chiacchiere che (naturalmente) nascevano attorno a lei, una delle autrici più significative del Novecento italiano. Ma erano i suoi libri ciò che Morante avrebbe voluto lasciare ai suoi lettori, più che il mero ricordo di una biografia ingiustamente ritenuta insignificante.

Elsa Morante ritratta con uno dei suoi gatti affilatissimi

Elsa Morante è stata una donna indipendente, dalla personalità forte e il carattere caparbio. Spesso malgiudicata dagli altri, Elsa non si faceva problemi ad agire secondo il proprio diktat, convinta di aver sempre ragione e raramente disposta a mettersi in discussione. Se potrebbe sorprendere il fatto che un francese abbia voluto scrivere di lei, questo in realtà non deve affatto. Infatti, Moravia – suo marito – fu molto amato in Francia, e di riflesso anche lei, che presto seppe dare al pubblico la grande opera che si attendeva dalla moglie di un grande autore.

Rene de Ceccatty (1952) è un narratore e drammaturgo francese. Prima di Morante ha raccontato di Moravia, Pasolini e Leopardi. Personalità eccellenti che hanno fatto la storia letteraria del nostro Paese e che spesso son state apprezzate più altrove che in Italia.

Pubblicata in Francia nel 2008, la biografia di Elsa Morante è stata tradotta dalla scrittrice Sandra Petrignani – che fin dalla Corsara e La scrittrice abita qui ha impreziosito i lettori con la narrazione di alcune tra le maggiori scrittrici italiani del Novecento. È interessante osservare come la penna di un francese abbia deciso di raccontare Elsa Morante a partire dalla sua infanzia, laddove si nascondo i segni più evidenti di ciò che sarebbe diventata e avrebbe scritto. Ed è altresì interessante – nonostante non manchi vasto apporto bibliografico – servirsi dell’autorità di Petrignani per affidarci a De Ceccatty – senza dubbio su ciò che ci viene narrato.

La vita privata di uno scrittore è pettegolezzo; e i pettegolezzi, chiunque riguardo, mi offendono.

intervista rilasciata da Elsa Morante a enzo siciliano nel 1972.

Più volte Elsa Morante ribadì la sua insofferenza a sentir parlare di sé, e più volte de Ceccatty lo ricorda. Dev’esser stato arduo, dunque, tentar di rintracciare informazioni sulla scrittrice, avendo cura di scinderle dai soliti tentativi di depistaggio operati. Ancor più arduo è stato trovare testimoni che, in grado di rompere il patto di silenzio stretto con l’autrice, avessero il coraggio di raccontare particolari e dettagli che prima non conoscevamo. Tuttavia, de Ceccatty non si è fatto intimidire e proprio secondo il dettame morantiano ha dato voce ai fili rossi nascosti tra i suoi libri – tramite cui vien più facile comprendere un personaggio di tale complessità, dilaniato dal dolore.

Perché prima di tutto, a caratterizzare l’esistenza di Morante, è la sofferenza. La sofferenza di esser nata da due padri, quella di un complicato rapporto con sua madre, con i fratelli e la sorella. Ma una sofferenza che è poi anche alla base di tutta la sua opera e del trionfo dell’immaginazione onirica – tecnica che poi sarà ricorrente nei suoi romanzi.

In qualche modo si può dire che, per Elsa, l’immaginazione è stata l’unica via di scampo dalla realtà. Affidata a soli otto anni alla pedagoga montessoriana Maria Maraini Guerrieri Gonzaga, cominciò a scrivere sui suoi quaderni le prime storie infantili. Quei racconti embrionali che rappresentavano l’evidente manifestazione di un genio precoce non son passati inosservati a de Ceccatty, che ne estrae un ritratto veritiero e per alcuni aspetti inedito. Il ritratto di un’artista riconosciuta senza dubbio come la più grande scrittrice italiana di sempre – un termine che a Morante sarebbe stato stretto. Proprio a lei, che per sé avrebbe preferito l’appellativo di scrittore, meno denigrante rispetto a quello di scrittrice – spesso inclini a raccontar d’amore e altri dammi ritenuti frivoli.

Dai primi racconti, De Ceccatty discende per arrivare a quelli più celebri. Ma anche i primi, per quanto abbozzati, si dimostrano importanti, perché furono quelli in grado di prepararle la strada per il successo e la fama a lungo cercati.

Elsa Morante è l’autrice dell’Isola di Arturo, il romanzo Premio Strega 1957 che più di tutti le ha portato la notorietà, della Storia – un libro didascalico diverso dagli altri, ma che tuttavia non offusca la fama della scrittrice ma anzi la esalta. È l’autrice dello Scialle andaluso, uno dei suoi più celebri componimenti brevi, che poi darà il titolo a una raccolta di storie e narrazioni degne di merito. Ancora: è l’autrice di Menzogna e sortilegio, un romanzo di numerose pagine scritto in quattro anni. E di un altro breve poemetto, che nemmeno il suo maggior critico – Cesare Garboli – fu in grado di capire come lei si sarebbe aspettata. Mi riferisco a Il mondo salvato dai ragazzini, un’allucinante narrazione in versi di complessità inaudita, composta sotto l’effetto di droghe durante le lunghe trasferte newyorkesi.

Spesso in giro per il mondo, ora a New York, ora in India – con Moravia e Pasolini -, ora in Unione Sovietica, in Grecia e Cina con Debenedetti, Elsa Morante non smise mai di guardare verso i meno fortunati, i semplici e gli esclusi: i Felici Pochi. Coloro a cui dedicherà un’intera produzione letteraria, i protagonisti dei suoi romanzi: persone sconfitte in partenza ma che hanno tanto da dire – ed è il mondo che li perde.

E mentre i libri si compongono con gran fatica, Elsa viveva e si innamorava. Amava soprattutto uomini impossibili, da cui non otterrà mai indietro l’amore che provava – ma che spesso era inabile a ricevere.

Alberto Moravia ed Elsa Morante al mare, probabilmente durante una loro vacanza ad Anacapri.
Elsa Morante e Alberto Moravia durante una loro vacanza ad Anacapri

I legami le davano noia, e specialmente le persone. Elsa Morante era una persona fortemente indipendente e quando incontrò Alberto Moravia la loro unione fu benefica. Forse non avrebbe trovato altri uomini in grado di sopportare i suoi sbalzi d’umore, le stranezze, i silenzi: e difatti, tra tutte, la loro fu la relazione più lunga. Una lunga relazione di cui ha scritto un bellissimo libro Anna Folli, che non si interromperà nemmeno dopo la conclusione, e che continuerà a nutrirsi a distanza.

Insieme a Moravia, il meno impossibile dei suoi amori, ci saranno soprattutto giovani omosessuali che non saranno in grado di ricambiarla. Prima il regista Luchino Visconti, poi il pittore suicida americano Bill Morrow. E di una qualche forma d’amore si può parlare anche dell’amicizia tra Morante e Pasolini, cominciata come idilliaca, e destinata a frantumarsi, per una volta a causa di lui – e non di lei.

Una vita interamente dedicata alla letteratura, spesso in bilico tra la necessità di doversi adattare a un pubblico esigente e le ambizioni per le proprie opere. E se la vita privata dell’autrice è piena di incertezze, dubbi e difficoltà, quella dei suoi libri è attesa, immaginata, vagheggiata fin da bambina, e destinata a durare per sempre.

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