Categoria: #aldostefanolegge Pagina 1 di 18

#Aldostefanolegge è una rubrica nata nel 2019, diretta e curata da Aldostefano Marino. Intende esplorare i temi e la letteratura italiana, a partire dal primo Novecento.

Nel mondo della letteratura, il Novecento è il secolo che sperimenta fino al limite, che mette in crisi più volte la funzione della parola scritta e della propria tradizione. È il secolo che più di tutti si è spinto verso e oltre la sperimentazione. Un secolo meno breve di quanto sembra, e anzi lunghissimo, disseminato di innovazioni e strade diverse.

In #Aldostefanolegge troverete inoltre, recensioni e commenti a testi di narrativa consolidata, come Irene Nemirovsky, William Maugham, Simenon, e molti altri.

Il romanzo di Romain Gary, La vita davanti a sé, ritratto vicino a una cornice con un'immagine tratta dal film ispirato al libro, regia di Edoardo Ponti, con Sophia Loren

La vita davanti a sé, R. Gary

Che cosa abbia aspettato, per tutto questo tempo senza conoscere Romain Gary, ancora me lo domando. Un autore dalla scrittura rivoluzionaria e dalla personalità enigmatica; vincitore due volte del Premio Goncourt, Romain Gary è lo pseudonimo di Roman Kacew, nato a Vilnius da padre ignoto.

Forse, quando per tutta la vita sui romanzi non leggi altro che gli strilli degli editori e dei giornalisti che gridano al capolavoro, capita di non crederci tutte le volte. Eppure, in questo caso, alla Vita davanti a sé, capolavoro è il termine più consono da attribuirgli. Ma lo stesso, non potrebbe del tutto dirsi della trasposizione cinematografica dell’opera, di Edoardo Ponti con Sophia Loren.

Dietro la duplice vittoria di Romain Gary del Premio Goncourt si nasconde un fatto eclatante.

Il Premio – esistente ancora oggi – reca nel proprio regolamento l’impossibilità di assegnarlo allo stesso autore più di una volta. Ma di fatto, lo scrittore Romain Gary lo vinse due volte: la prima nel 1956, con il suo celebre romanzo Les racines du ciel (Le radici del cielo, Neri Pozza, Milano 2009); la seconda, proprio con il romanzo Le vie devant soi (La vita davanti a sé, Neri Pozza, Milano 2005).

Tuttavia, mentre la prima vittoria venne attribuita alla persona di Romain Gary, per ottenere la seconda, Gary dovette elaborare un espediente dal fine assicurato. L’autore, dopo aver convinto un suo vicino cugino, Paul Pavlovitch a recitare la parte di Èmile Ajar, mise in scena una pantomima curata nei minimi dettagli per vincere il Premio nel 1975.

Dopo aver conseguito la laurea in giurisprudenza, Gary si arruolò a Parigi nelle Forze aeree della Francia libera, appoggiando i compagni della resistenza capeggiata da Charles de Gaulle. Onorato come un eroe di guerra, cominciò a scrivere sostenuto dall’amatissima madre, che sempre lo spronerà nella sua realizzazione artistica.

Romain Gary e Jean Seberg © corbis

Dopo l’unione con la scrittrice Lesley Blanc, nel 1962 Romain Gary sposa Jean Seberg, la bellissima attrice di A bout de souffle (regia di Jean Luc Godard) e dell’indimenticabile Bonjour tristesse, tratto dal romanzo di Sagan.

È il 1979, quando Seberg, all’età di quarant’anni, venne trovata senza vita all’interno della propria automobile, per un’overdose di barbiturici. Il suo addio rimase impresso su un breve biglietto: «Forgive me. I can no longer live with my nerves». L’attrice americana ebbe una vita molto tormentata, soprattutto a causa delle violente depressioni di cui soffrì, ma la sua morte nulla aveva a che vedere con quello che sarebbe successo un anno dopo.

Il 2 dicembre del 1980, dopo aver dato alle stampe l’ultimo romanzo, Gli aquiloni (Neri Pozza, Milano 2017), Gary si uccise con un colpo di pistola dopo essersi comperato una vestaglia rossa, affinché sporcandosi di sangue, il prossimo a trovarlo non si impressionasse troppo.

Il suo testamento, ben più lungo di quello che l’ex amante americana lasciò, è divenuto un libro: Vita e morte di Emile Ajar. Due giorni prima della morte, egli provvedete a mandarne copia all’editore Gallimard, con la raccomandazione di renderla pubblica. Quell’opera conteneva in sé uno sconvolgimento che avrebbe stupito l’intera società letteraria parigina; poiché proprio in quelle pagine, Romain Gary rivelava che dietro il nome di Emile Ajar, il vincitore del Goncourt e il cantore di una Francia multietnica che cambiava il volto di Parigi, altri non era che Romain Gary.

La vita davanti a sé di Gary venne riconosciuto come un capolavoro. Mentre il successo di critica di Gary diminuiva, paradossalmente, il nuovo e promettente autore Emile Ajar, fu annunciato come un grande scrittore.

È la storia contenuta tra le pagine della Vita davanti a sé a fare di questo libro un classico senza tempo; una storia che, a distanza di oltre cinquant’anni ha ancora tanto da dirci.

È la storia di un bambino musulmano, Momò, e della donna con cui egli trascorre la vita fino ai suoi quattordici anni: l’appariscente e austera Madame Rosa. In un appartamento al sesto piano del quartiere periferico di Bellville, a Parigi, l’ebrea Madame Rosa, reduce di guerra e sopravvissuta allo sterminio nazista, messasi in salvo da Auschwitz, abbandona la vita che faceva prima.

Il suo mestiere è stato a lungo quella di essere una donna «che fa la vita», ovverosia che si prostituisce. Ma da quando si è salvata, Madame Rosa ha deciso di ospitare nel suo appartamento i figli delle prostitute della città. In un vecchio palazzo di Belville, quartiere di povertà, degradazione, ma soprattutto odori, colori e multietnicià, da quelle famiglie, Madame Rosa riceve dei vaglie. Ma talvolta capita che alcune madri non ritornino più a recuperare i propri figli, e che la signora, coi suoi novantacinque chili abbondanti che quando si muove «sembra un trasloco», trovi una famiglia per quei ragazzi bisognosi d’amore.

Sono gli anni Quaranta inoltrati, la guerra è finita da poco, e ancora nell’aria si respirano le conseguenze di quell’evento mortificante.

Madame Rosa è la prima a risentirne, tanto che continuamente, memorie e sogni riportano in vita il suo dolore, le paure, e da un momento all’altro teme che i nazisti possano tornare a prenderla. In quegli anni, i Servizi Sociali e la Polizia di Stato rivolgono la maggior parte delle attenzioni verso i bambini, bisognosi di protezione e di esser tutelati. Un fatto di prim’ordine è che la legge proibisse alle madri di esercitare come prostitute, e per tal ragione, molte di quelle, affidavano i loro bambini dove potevano esser protetti nell’attesa di tempi migliori.

Tra tutti quei ragazzi, speciale è la sorte del giovane Momò. Un ragazzino dietro cui sembra nascondersi un grande segreto. Di lui, infatti, pare non si sappia molto. Non si conosce la sua età precisa, e la sua famiglia, a differenza delle altre, non si presenta mai a fargli visita, nonostante Madame Rosa continui a ricevere per lui un vaglia al mese.

Momò è musulmano, ma non è nemmeno sicuro di essere arabo. Ciononostante è stato educato come un ebreo. Parla fluentemente l’arabo, lo yiddish, il francese, e dentro di sé costruisce un mondo a portata di mano, per restar sempre lontano dalla realtà e dalle sofferenze della sua vita.

La paura più grande di Momò è quella di finire al brefotrofio, luogo in cui vengono ospitati i bambini abbandonati dai genitori.

Ma oltre a questa, Momò non ha paure. Egli è sempre intento a scoprire qualcosa, a meravigliarsi del mondo, e pervaso dalla bontà non si sottrae mai al piacere di far del bene agli altri. Tuttavia, cresciuto all’interno di un mondo di malfamati, incompresi, tossicodipendenti, prostitute, travestiti, ladri e neri, Momò trova nel rischio il maggiore dei suoi divertimenti. A Madame Rosa ha promesso che lui non farà mai la vita, e per il solo divertimento, commette furterelli e astuzie tra i banchi del mercato, infilandosi fin dentro le vetrine dei negozi.

Crescendo, il bambino vede le cose cambiare attraverso i suoi occhi. Gli altri bambini ospitati trovano famiglia e lasciano l’appartamento di Madame Rosa, mentre lui rimane sempre lì. E con lo scorrere del tempo, le condizioni di salute dell’anziana Madame Rosa peggiorano, fino a che il medico non le annuncia che potrebbe esser costretto a farla portare in ospedale.

Ma è proprio dell’ospedale che Madame Rosa ha paura: ella sa bene che la medicina si ostina anche contro la religione e la vita, e obbliga le persone a restar vive, anche quando esse non hanno le forze per dire che vorrebbero il contrario. Madame Rosa teme di esser trasformata in un vegetale; teme per il piccolo Momò, e il suo unico desiderio è di morire quando la vita la chiamerà.

La vita davanti a sé di Romain Gary è una storia in prima persona sull’amore e la necessità dell’uomo di trovar qualcuno a cui donare questo sentimento.

È una storia d’amicizia e sopravvivenza, quella tra Momò e Madame Rosa; il racconto di un rapporto originale, tra due individui che non hanno nessuno ma che necessitano d’amore. La vita davanti a sé narra il coraggio, la forza, i tanti modi in cui si può esser famiglia, le infinite possibilità che gli uomini hanno di amare e di sentirsi amati.

Narra la vita di un bambino marocchino in una Parigi sconvolta dalla guerra, mentre la Francia affronta un grande cambiamento e accoglie l’arrivo di stranieri provenienti da ogni parte del mondo. E allo stesso modo, anche la storia, è raccontata come se a farlo fosse proprio Momò. Un bambino che non ha mai l’età che dimostra, e che passa dai dieci anni ai quaranta, a seconda della situazione vissuta. Solo così, a Gary, diviene più facile raccontare della miseria, del dolore, perché negli occhi scuri del piccolo Momò ogni sventura diventa occasione per mettersi alla ricerca di un’opportunità.

Il dolore di Madame Rosa ci commuove, l’ironia di Momò ci fa ridere, e quelle piccole riflessioni che sottintendono ragioni ben più profonde di quelle comprese da un bambino, ci conducono verso la consapevolezza.

Un romanzo che procede con rapidità, perché la storia, nel modo in cui è narrata, scorre via tra le pagine. E quella storia qualche volta ti fa arrabbiare, qualche altra ti fa ridere e più spesso ti muove dentro qualcosa. Qualche d’un’altra, invece, ti fa piangere, perché Gary è tanto abile a immedesimarsi nei personaggi dei suoi racconti, che alla fine è impossibile non venire travolti.

E se mi riservo il dubbio che a qualcuno, un libro come La vita davanti a sé possa non piacere, è solo perché al mondo esisteranno persino degli individui che non sanno leggere, o che sfortunatamente ancora non conoscono Romain Gary.

Immagine che ritrae i due libri fondamentali per la comprensione di Romain Gary, cinti con un nastro rosso sopra un marmo bianco. Edizioni Neri Pozza, Piccola Biblioteca

Vita e morte di Romain Gary

In russo, gari significa brucia!, un comando al quale Romain Gary (all’anagrafe Romain Kacev) non riesce a sottrarsi. Un brillante scrittore ebreo, figlio d’arte, nato nel 1914 in Lituania, che ha lasciato un segno nella letteratura francese del Novecento, sempre attento ai deboli e ai personaggi più dimenticati della società.

Romain Gary, figlio di Ivan Mosjoukine – celebre attore e regista russo – e di Mina Owczynska, giunse in Francia per la prima volta alla giovane età di tredici anni. Con sua madre, Gary ha un rapporto speciale: riconosciuta più volte sotto la qualità di «madre straordinaria», il suo ricordo è vivo tra le pagine della Promessa dell’alba. In realtà il loro rapporto è abbastanza tormentato: Gary è ossessionato dal suo amore, dalle scelte che ella farebbe al posto suo – come un grillo parlante o una coscienza scomoda – ed è proprio in quelle circostanze materne che per l’autore origina «un costante bisogno di femminilità»; una frequente ricerca di affetto e dolcezza. Tanto che, per tutta la vita, sarà molto caro per Gary abbandonare quell’etichetta di sciupadonne e di Don Giovanni che in realtà egli disprezza totalmente.

Del resto è risaputo: per tutta la vita sono andato alla ricerca della femminilità. Senza quella, l’uomo non esiste.

LA NOTTE SARÀ CALMA, ROMAIN GARY, NERI POZZA, MILANO 2011; P. 10

Immagino che sia quel che si definisce una madre “invadente”, una madre “dominatrice”. Avevo sempre un testimone dentro di me, ce l’ho ancora. Gli adolescenti diventano delinquenti perché non hanno testimoni. Padri e madri che se ne fregano, oppure né padri né madri. Senza un testimone interiore si può arrivare a fare di tutto.

LA NOTTE SARÀ CALMA, ROMAIN GARY, NERI POZZA, MILANO 2011; P. 9

L’educazione di Gary è forgiata dal professor Louis Oriol.

Un’infanzia e un’adolescenza abbastanza travagliate: più volte accusato, interrogato dalla polizia (almeno tre volte), arrestato, sempre presente all’appello delle sbagliate compagnie, Romain Gary trova nella letteratura e nella conoscenza le uniche sue vie di espressione, all’interno di una società fondata sul machismo, e quindi sulla predominanza dell’uomo sulla donna.

Arrivato a Nizza, Gary è seguito da un insegnante invalido della prima guerra mondiale, «che bisognava sollevare dalla poltrona per farlo arrivare alla cattedra».

Non lo dimenticherò mai. Mai. Gli uomini non si fanno scopando, si fanno con le mani.

la notte sarà calma, Romain Gary, neri pozza, milano 2011; p. 120

Il ruolo di Romain Gary all’interno della società francese è andato ben oltre un’aderenza alla figura di vate.

Per Gary l’arte ha l’obbligo di adoperarsi per la ricerca dei valori veri; e lo scrittore, anch’egli, ha il dovere di ricercare la verità all’interno della propria letteratura. Ma la concretezza di Gary non si limitò a emergere nelle sole narrazioni.

In seguito agli studi in giurisprudenza si arruola nel corpo dell’Aviazione francese, e condividendo con il generale De Gaulle lo spirito e gli ideali, combatterà con la Forces aériennes françaises libres durante la Battaglia di Francia. Riconosciutagli dopo la guerra, la Legion d’onore (la più alta onorificenza conferita dallo Stato francese), Gary intraprese la carriera diplomatica come console generale francese in California.

La parola “diplomatico” non nasconde niente di più misterioso di un negoziatore, qualcuno capace di stabilire contatti a un livello più o meno elevato, un uomo da “pubbliche relazioni”, e un avvocato. Per quanto riguarda poi le nozioni di ambiguità e di menzogna, sono particolarmente comiche. È un mestiere in cui è praticamente impossibile mentire, poiché la maggior parte del tempo si tratta della trasmissione di consegne precise.

LA NOTTE SARÀ CALMA, ROMAIN GARY, NERI POZZA, MILANO 2011; P. 114

Dopo i primi tentativi letterari, all’interno dei quali è già possibile intravedere parte di quella che sarà la sua filosofia, nel 1956 Gary si aggiudica il Goncourt con Le radici del cielo.

Un romanzo protoecologista, che si pone nella tradizione letteraria come anticipatore rispetto a temi allora ancora poco dibattuti. Romain Gary ha un gran rispetto della Terra, della natura, e dell’ambiente; incornicia Le radici del cielo con le terre africane, ma il focus è rivolto agli elefanti, bestie immense per cui egli spinge alla difesa della specie. Ma l’attenzione per i deboli si fa lampante quando i prigionieri di un campo di concentramento, tornati in libertà ricominciano a vivere e si reinventano.

In quegli stessi anni, frequenti sono i soggiorni in lungo e in largo per l’America – anche grazie al suo incarico di console. Gary comincia a comporre alcune delle sue opere in americano, poi le traduce (riscrivendole in toto) in francese.

Il viaggio, in modo particolare, rappresenta per l’autore una via per entrare in contatto con la conoscenza, e la scoperta dell’altro. Questo desiderio costante di scoprire l’ignoto, accompagnerà sempre Gary nella quotidianità, al punto che anche le lingue da usare diventano per lui un modo per «ricercare un “altrove”».

Negli anni Sessanta, Gary sposa l’attrice Jean Seberg, l’interprete di Bonjour tristesse e A bout de soffle.

Romain Gary e Jean Seberg

La loro unione è destinata a durare per nove anni, ma quando si incontrano, tra di loro, molta è la differenza d’età. Seberg ha appena vent’anni, e Gary decide di lasciare per lei la carriera. Insieme hanno un figlio, ma la storia si conclude con il divorzio. Un «divorzio perfettamente riuscito» tuttavia, perché quando arriva, la coppia già da un po’ si è avviata verso la lacerazione e «la perdita di ispirazione», e decide consapevolmente di mettere fine alla relazione. Da quel momento, cambia anche il ruolo che Gary ha nei confronti della donna, che passa «dal ruolo di moglie a quello di figlia», dal momento che Gary non ha mai avuto figlie femmine.

Alle accuse che gli vengono rivolte, circa il fatto che Gary esercitasse «un ascendente totale su Jean Seberg e la formava, la plasmava a suo piacimento», l’autore spiega nella Notte sarà calma:

Aveva molta più influenza Jean su di me che io su di lei, e credo che lo si possa dimostrare facilmente. Quando l’ho incontrata, lei era una stella del cinema e io un console generale in Francia. Quando ci siamo separati, lei era sempre una stella del cinema, e io ero diventato un regista.

LA NOTTE SARÀ CALMA, ROMAIN GARY, NERI POZZA, MILANO 2011; P. 229

Ma tantissime sono le donne che Gary amò in vita sua, prima tra tutte la giovane Ilona Gesmay, schizofrenica e dipendente dalle droghe.

Dietro questa fine disperata del primo amore di Gary, si nasconde il totale disprezzo dell’autore verso le dipendenze. Ma c’è anche un’altra donna che compare quando Gary ha diciannove anni, una donna di cui egli si innamora ma che lo abbandona per un altro che le insegna a «farsi in vena». Per tutta la vita, Gary si tiene lontano persino dall’alcol, nonostante entri spesso in contatto con un mondo americano sfavillante, e pieno di promesse, di feste e dipendenze, tra i quali personaggi primeggia Marilyn Monroe – un’attrice eccezionale, che si era persa nel ruolo che l’America le aveva cucito addosso, senza possibilità di ritrovarsi.

In quegli anni, Gary continua a viaggiare per il mondo, e mai smette di rivolgere alla scrittura gran parte delle proprie speranze.

Scrive un libro appresso all’altro, e dedica al momento della composizione dalle sette alle nove ore al giorno. La scrittura, in qualche modo, diviene per lui un dovere – e al contempo un incredibile potere, tramite cui cercar di cambiare il mondo, o di avvicinarlo a un ripensamento dello stesso.

Ma la scrittura, per Gary non è soltanto un modo con cui tentare di mettere a posto le idee degli altri; è anche una via per leggersi dentro, per comprendersi, per soddisfare quel desiderio di raggiungere sempre altre dimensioni, altre realtà.

Locandina del film di Romain Gary, Gli uccelli vano a morire in Perù, con Jean Seberg

Anche il cinema diventa per Gary un mezzo su cui riversare le proprie attenzioni; con la regia degli Uccelli vanno a morire in Perù, Gary approda finalmente anche alla settima arte, e lo fa portando in campo un tema coraggioso che gli avrebbe dato diverse grane. Ciò di cui Gary voleva parlare era infatti la questione cara agli anni Sessanta-Sessanta sulla frigidità femminile. Alla sua comparsa nelle sale il film venne censurato poiché, come c’era d’aspettarsi, i modi di Gary erano i soliti: rudi e taglienti, per una delle opere più irriverenti e femministe di quegli anni.

Ma nel 1979, arriva per Gary un colpo fatale, da cui sarà difficile riprendersi senza dover sacrificare una parte di sé. L’attrice ed ex moglie Jean Seberg viene ritrovata esanime all’interno della propria automobile, dopo un’ingestione mortale di barbiturici. Come se, anche quell’atroce fatto, non fosse altro che una conferma di tutte le idee che Gary aveva sostenuto a gran voce.

Solamente un anno dopo sarà Gary a togliersi la vita, e a compilare di suo pugno un testamento che gli sarà pubblicato postumo.

Ma dietro quelle pagine manoscritte, si nasconde in realtà un segreto che agli occhi di molti era risultato del tutto occulto. Perché tra quelle rivelazioni, Gary dichiarava di essersi nascosto per molto tempo dietro lo pseudonimo di Emile Ajar, nonché vincitore del Goncourt con La vita davanti a sé. Ed è questa, forse l’opera più grande di Gary, quella che sottintende il suo vero originario intento: costruire un romanzo, in cui anche l’autore potesse far parte di quel gioco di finzione proprio della narrativa. Così, il detto di Rimbaud, il più visionario tra i poeti, «Io è un altro» non può che divenire perfetto se lo si cala sul personaggio di Romain Gary.

Appena uscito, La vita davanti a sé si aggiudicò il Goncourt, e procurò a quello scrittore esordiente una popolarità tale che non di rado Ajar veniva paragonato all’ormai «fallito» narratore francese, Romain Gary. Nessuno però era stato in grado di andare oltre quel gioco di finzione, nemmeno quando dietro l’immagine dell’autore si scoprì esserci suo cugino, Paul Pavlevitch. Invece, solo con la scomparsa dell’autore, Gallimard si preoccuperà di diffonderne il testamento letterario, fino a rimettere in discussione l’intera società letteraria francese, e il ruolo del romanzo nella società.

Ajar non fu l’unico pseudonimo utilizzato da Gary – come sappiamo, Gary stesso lo era.

Romain Gary è stato autore anche di un romanzo poliziesco a tinte politiche, Le Teste di Stéphanie, con il nome di Shatan Bogat; e persino di un testo satirico-allegorico firmato con il nome dell’italiano Fosco Sinibaldi. Era come se anche tutti gli elementi della vita di Gary facessero parte di un grande romanzo, a partire dall’autore stesso.

Le molte donne che ha frequentato, le idee che egli ha avuto la forza di sostenere, l’attenzione particolare per i deboli e i meno fortunati hanno contribuito a rendere Gary un grande autore indimenticabile della letteratura francese.

Anche l’operazione compiuta per la scrittura della Notte sarà calma, ha qualcosa di originale, perché prende vita da un’intervista che Gary affida a un giornalista immaginario, che ha il nome di un suo amico d’infanzia. Insieme a Vita e morte di Emile Ajar, La notte sarà calma è un testo fondamentale per comprendere l’autore. Ma per la brama di conoscerlo, non si cada nell’errore che basti leggere gli scritti autobiografici, in quanto Gary è onnipresente in tutte le sue produzioni. C’è molto di lui anche nella Vita davanti a sé, nelle Radici del cielo, in Cane bianco, e in tutti i testi che hanno contribuito a rendere celebre la sua figura.

L’intento primordiale di Gary non era tanto quello di sottrarsi dalla scena pubblica, bensì la volontà di dimostrare in che modo un autore può rimanere «prigioniero della “faccia che gli hanno creato”». Insieme a questo, vi è il profondo desiderio di Gary di avere la propria rivincita, ormai considerato come uno scrittore che aveva già dato tutto ciò che poteva dare. Ed è per quello che alla fine, anche La vita davanti a sé è il romanzo dell’angoscia di un ragazzino per tutta la vita che ha davanti, proprio come Emile Ajar.

Una vita al limite è stata quella di Romain Gary: incompresa, poco analizzata, e osservata soltanto da un unico punto di vista.

Sognatore e amate instancabile, Gary ha dato vita a un genere di narrazione che prima d’allora non esisteva. Potremmo qui chiamarlo il romanzo totale, un romanzo di cui non fanno parte solo le storie e i personaggi che popolano i libri, ma di cui fa parte l’autore stesso.

Così Gary, ormai depresso e arreso alla perdita della sua ex moglie, lascia scritto che con quell’addio non c’è alcun collegamento con la scomparsa di Jean Seberg. E negli ultimi propri istanti di vita si preoccupa per chi lo ritroverà esanime dopo essersi sparato un colpo di pistola. Per questo, acquistò una vestaglia scarlatta affinché chi lo avesse scoperto non ne rimanesse traumatizzato dalla visione del sangue. Anche in queste sue azioni, d’altronde, è possibile riconoscere quel Romain Gary caritatevole e pieno di cuore, che la stampa ha sempre faticato a identificare.

Immagine dell'autore Romain Gary in compagnia del suo cane, ritratto in bianco e nero mentre siede davanti alla scrivania con la penna stilografica in mano

E nel salutare e concludere la sua pseudo intervista con il giornalista amico d’infanzia, la tenerezza del cruento Gary dalle parole atroci e scurrili ma delle storie piene d’amore, si racchiude tutta nel pensiero che egli dedica al proprio cane, che sogna di rincontrare in miglior vita.

Mi sono davvero divertito. Arrivederci e grazie.
Romain Gary, 21 marzo 1979.

conclusione di vita e morte di Emile Ajar, Romain Gary, neri pozza, milano 2016
Immagine che rappresenta il libro "Agostino" di Moravia rappresentato sopra un divano, in primo piano, con dietro sfocati fiori e piante

Agostino, A. Moravia

È il 1942, quando a Capri, durante quell’estate in cui tutte le cose sarebbero cambiate, Moravia si accingeva a scrivere Agostino. Un libro, che nel suo titolo, avrebbe per sempre ricordato quel momento in cui gliene venne idea, proprio durante il mese di agosto. Proprio allora, Moravia doveva di certo aver ricordato una sua estate, di molti anni prima, quando «gli ultimi boati di un’altra guerra sembravano spegnersi sul mare e sulle spiagge di Viareggio».

C’è qualcosa di primitivo nel brevissimo Agostino, qualcosa che spiega tutte le opere da Moravia. «È la cerniera che congiunge Gli indifferenti ai miei libri successivi» dichiarò ad Alain Elkann, nella sua celebre intervista divenuta una biografia a quattro mani. Ma oltre questo, in Agostino c’è qualcosa d’altro e di più profondo, un’ «esemplarità culturale, storica e per così dire antropologica che si poteva accordare alla storia del fanciullo moraviano».

Agostino fu il libro che consentì a Moravia di ricevere il suo primo riconoscimento, il Premio del Corriere Lombardo.

Scritto in tempi brevissimi, dapprincipio Agostino incontrò grandi difficoltà per la pubblicazione, a causa della guerra e della considerazione che si aveva dell’autore, oltraggiato dalla censura a partire dagli Indifferenti. La prima edizione uscì solamente nel 1944, e per quanto rechi nelle prime pagine la dicitura «finito di stampare nel mese di febbraio» i moraviani dovettero aspettare la fine della guerra, l’estate, per leggerlo.

Impreziosita dalle illustrazioni di una storica amicizia di Moravia, il pittore Renato Guttuso, Agostino rappresentava un ritorno alla narrativa e alle tematiche tanto care agli Indifferenti. L’alienazione, l’incomunicabilità degli individui moderni e il mondo delle apparenze sono solo alcuni tra i temi ritrovati.

Questo brevissimo testo, pare – oggi più che mai – volesse rappresentare quel bisogno di rifondazione di un’intera cultura smarrita dalla guerra. Eppure, Agostino è ben lontano dall’essere un libro di guerra; e al contempo, è estraneo anche al tentativo autobiografico. È vero però che, in quell’estate a Viareggio che Moravia ricorda in molte delle sue interviste, qualcosa doveva esser successo se la memoria indelebile di quegli anni giovanili ancora lo conduceva a riflettere su quei giorni.

Delle prime vacanze a Viareggio poco ci è dato sapere.

Tuttavia, pare che fossero numerose e che procedessero puntuali, ogni anno, dal 1917 al 1921. È nelle pagine scritte al cugino Nello Rosselli, che appare vivida l’esperienza traumatica che Moravia ebbe negli ultimi anni di quelle vacanze. Ormai private del gioco e dei balocchi infantili, non dobbiamo dimenticare che in quegli anni, la malattia all’anca peggiorò significativamente e bloccò Moravia allettato.

In quei tempi giovanili, Moravia, oltre che per la propria condizione, soffre anche per la conseguenza delle sue sfortune. La solitudine è ciò che più lo mette in pena, ciò che lo porta a riflettere su quanto il mondo sia abitato da illusioni e governato dal regime dell’apparenza; sconvolto dai lussi e dall’abbacinante modernità. Eppure, nonostante tutti si affrettino ad attribuire alla vita di Moravia questo e quell’altro fatto provenienti dall’intreccio, fu l’autore stesso a screditare le accuse.

Agostino si comporta così perché è il personaggio Agostino e si è incontrato con quegli amici e con quella mare. Io ero diverso, i miei rapporti con mia madre erano diversi, e naturalmente all’età di Agostino non sapevo neppure cosa fosse una casa di tolleranza.

vita di moravia, a. elkann, a. moravia, bompiani, milano 2007.

Agostino è il nome del protagonista. Un bambino che si accinge a diventare uomo, ma che ancora non ha raggiunto la maturità e occupa un limbo tra l’infanzia e l’età degli adulti.

Agostino non è più un bambino ma non è ancora un uomo. In vacanza con una madre vedova, il cui fascino è in grado di destare tutti i bagnanti, egli trascorre le proprie giornate tutte uguali. Ma di quell’abitudine, Agostino ancora non si è accorto: gli pare che trascorrere persino la noia con lei sia l’unica cosa che gli interessa. E così, ogni mattina, insieme affrontano il mare e si spingono a largo, su di un patino guidato da un giovane uomo, il giovane bagnino, da cui sua madre non riesce a distogliere lo sguardo.

Di quel morboso interesse, Agostino non approva la dedizione che ella ripone nel pavoneggiarsi, e nello sfruttare ogni buona occasione per mettersi in mostra. Perché se da un lato, quei momenti diventano occasioni per lui di adulazione nei suoi confronti; dall’altro, la gelosia, un sentimento che mai Agostino ha sentito così vivo, si impossessa di lui da capo a piedi.

Solo allontanandosi da lei, Agostino può dedicarsi all’osservazione del mondo, e qualche metro più avanti sulla rena, incontra un giovanotto che non ha nulla a che fare con lui, ma che gli fa simpatia: Berto. Le loro differenze sono subito rilevate: Agostino è figlio della borghesia, e non ha mai dovuto preoccuparsi di niente che di andare a scuola, e contentare sua madre in ogni modo possibile; Berto, invece, è il figlio di un marinaio, e con i suoi amici trascorre le giornate a bighellonare e commettere furterelli di poco conto.

L’incontro di Agostino e Berto rappresenta per il giovanotto borghese una luce sul nuovo mondo. E sarà proprio lui, insieme alla sua combriccola, ad animare in Agostino la convinzione che in quelle nuotate al largo, ci sia molto di più di ciò che nemmeno immagina.

Agostino non capisce, e si muove incerto nell’evidenza di quei fatti che gli sono narrati. Niente gli sembra più comprensibile: gli eventi, le parole, i comportamenti di sua madre; e anche quei sentimenti, che gli altri ragazzi bramano di provare, a lui non arrecano che un senso di ripugnanza inedita.

Sarà quella comitiva di popolani, Berto, Homs, Sandro, Tortima, il più adulto Saro, ad aprirgli gli occhi su ciò che sta accadendo. Lo deridono per la sua inesperienza, lo prendono in giro per la sua casa da venti stanze, mentre di sua madre hanno un’impressione distante dalla fascinazione pura che Agostino prova per lei. Più che adoranti, i suoi amici ne appaiono attratti fisicamente, e non esitano a perdersi in commenti sguaiati nei confronti di quella donna, che ad Agostino pareva tanto di conoscere.

Tuttavia, neanche quelle accuse riescono a dar coscienza ad Agostino. Perché Agostino dovrà vedere con i propri occhi ciò che accade alla carne quando incontra altra pelle e altri sospiri. Agostino è ancora acerbo, eppure, da quel momento, capisce che la sua vita non può più procedere allo stesso modo. E che sua madre, prima ancora di essere madre, è donna.

Agostino è vittima della violenza degli adulti, ma è tutt’altro che rassegnato. La sua protesta è silenziosa, ma esiste, è tangibile, ed è ciò su cui si fonda tutta la narrazione.

È Agostino a ritornare dai popolani del Bagno Vespucci, nonostante loro abbiano modi di giocare molto distanti dai suoi e proseguano spesso a deriderlo. Ed è ancora lui che tenta di sottrarsi a quella prima idea di femminilità che gli proviene dalla figura materna, ormai recepita come donna, ma invischiata di un senso di impurità intollerabile per Agostino. È Agostino che cerca la verità: quest’evidenza che improvvisamente rende grandi i bambini, la scoperta della corruzione e dell’impurità prima nel mondo e poi in se stesso.

Con una scrittura che ha il coraggio di andare fino in fondo, i periodi lunghi moraviani e il lessico ricercato, Agostino riporta l’autore a quel suo narrare della prima narratività.

Una scrittura ricca di orpelli, e suppellettili; una scrittura che lascia poco al caso e che esplora in profondità le tragedie, l’indisposizione e il senso di inadeguatezza dell’individuo del secolo scorso. Temi che a partire da quegli anni Quaranta del Novecento, intrecciandosi alla vita poetica e spesso ingiusta dell’autore, al suo rapporto complesso con il sesso e la solitudine, hanno reso Moravia uno dei più grandi rappresentati del realismo e dell’esistenzialismo.

Pagina 1 di 18

Powered by WordPress & Theme by Anders Norén