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#Aldostefanolegge è una rubrica nata nel 2019, diretta e curata da Aldostefano Marino. Intende esplorare i temi e la letteratura, a partire dal primo Novecento – con un focus particolare sulla letteratura italiana.

Il Novecento è il secolo che sperimenta fino al limite, che mette in crisi più volte la funzione della parola scritta e della propria tradizione. È il secolo che più di tutti si è spinto verso e oltre la sperimentazione. Un secolo meno breve di quanto sembra, e anzi lunghissimo, disseminato di innovazioni e strade diverse.

In #Aldostefanolegge troverete inoltre, recensioni e commenti a testi di narrativa consolidata, come Irene Nemirovsky, Elsa Morante, Alberto Moravia, William Maugham, Simenon, e molti altri.

Il romanzo Gli Aquiloni, di Romain Gary, ritratto vicino ad aquiloni e nuvolette

Gli aquiloni, R. Gary

È il 1980, Romain Gary aveva ormai già raggiunto l’apice del successo, ma da quell’olimpo ne era anche disceso. Da tempo, infatti, i critici non facevano altro che ripetere che quell’autore, ormai, aveva finito di raccontare storie interessanti. Eppure nessuno nutriva il sospetto dell’imbroglio; ma dietro il nuovo promettente Emile Ajar (vincitore del Goncourt con La vita davanti a sé, osannato da tutti) in verità si nascondeva Gary, e la società intellettuale francese dovette presto fare i conti con la scandalosa realtà.

Gary ha escogitato un modo infallibile per tornare alla ribalta; un tentativo di dimostrare che quelli nutriti verso di lui non erano niente di più che pregiudizi. Ha deciso di servirsi di un alter-ego, ed è proprio così che, nel tentativo di raggiungere una nuova luce, Gary dà vita al romanzo totale. Un romanzo dove i confini tra realtà e finzione si mescolano in un tutt’uno, e in cui l’autore diviene parte integrante della storia – in quanto anch’egli ne fa parte.

In quello stesso 1980, uscì Gli aquiloni e Gary si tolse la vita. Dopo aver acquistato una vestaglia rossa per non sconvolgere chi lo avrebbe trovato esanime, scritto un biglietto in cui negava qualsiasi collegamento alla scomparsa dell’ex moglie, Gary si suicidò. Solo allora, tramite il testamento letterario Vita e morte di Emile Ajar, fu noto a tutti dietro quale escamotage Gary fosse riuscito a dar vita a un altro io, in grado di emozionare di nuovo la Francia e il resto del mondo intero.

Gli aquiloni ci consegna l’ultimo importante messaggio dell’autore; un’accurata riflessione attorno al ruolo fondamentale della memoria.

È la memoria che fa da motore alle vicende che prendono vita tra le pagine di questo romanzo. Prima di tutto la memoria della Prima guerra mondiale. In ordine di comparsa, infatti, Ambroise Fleury è il primo personaggio a venir menzionato nel racconto. Egli ha combattuto nella Grande guerra, è divenuto obiettore di coscienza, e come tutti i membri della sua famiglia è condannato alla «malattia della memoria» – additato da tutti come un folle.

La memoria, uno strumento tanto potente da esser stata responsabile della morte di molti Fleury, è ciò che tiene in vita Ambroise. Ma non solo; tiene in vita anche i suoi defunti fratelli, dei quali uno gli ha lasciato in affido un figlio, il piccolo Ludovic Fleury. Oltre alla memoria, ci sono gli aquiloni: fragili ma combattenti, che appena raggiungono il cielo vanno tenuti saldamente, affinché non corrano alla ricerca dell’azzurro. E di aquiloni si occupa Ambroise Fleury, che oltre a essere conosciuto da tutti come il postino rurale di una piccola cittadina della Normandia, diviene noto per i meravigliosi aquiloni che libera nel cielo.

A caratterizzare la famiglia dei Fleury, e di conseguenza poi anche il giovanissimo Ludovic, non è solo quell’attaccamento alla memoria, ma anche ciò che da essa direttamente deriva. Si tratta di un «granello di follia», una «scintilla sacra» che scaturisce dall’essere sprovvisti di quella capacità dell’oblio. Poiché, se da un lato la memoria conserva le cose così come le abbiamo amate (ma anche così come le abbiamo odiate); dall’altro imprigiona l’uomo in un ricordo che con il tempo è destinato a evolversi, e a restare, appunto, nient’altro che un ricordo.

Ludovic Fleury è il vero protagonista degli Aquiloni, ma attorno a lui, file di personaggi affollano il racconto.

Ludovic, come tutti gli altri Fleury, ricorda molto più di quanto dovrebbe. Per questa ragione riesce a diplomarsi a soli quattordici anni, e subito comincia a lavorare come contabile presso uno dei più prestigiosi ristornati francesi: il Clos Joli. Ludovic è in grado di compiere a mente calcoli complicatissimi, ed è di quella stessa arma che si serve per conquistare l’affetto di una giovane ragazza, Lila, appartenente a una famiglia polacca ben più ricca e benvista dei Fleury.

L’incontro fatale si consuma nelle prime pagine, ma è destinato a mantenere in vita tutto il tempo del racconto. Non bisogna infatti dimenticare che il tempo in cui si svolge la narrazione è un tempo di transizione, quello che accompagna il mondo da una guerra a un’altra – ancor più distruttiva e clamorosa della prima. E allora, l’unica cosa indispensabile per Ludovic – mentre il tempo scorre e la situazione precipita – resta la memoria, attraverso cui serbare il ricordo dell’amore totalizzante che ha provato per Lila.

Lila che durante quegli anni cambia; fa delle scelte, e che si trova costretta a dover avvicinare il nemico per sopravvivere al dolore in cui tutti sono coinvolti. È un dolore che si intensifica con l’occupazione tedesca, e che viene costantemente alimentato dalla memoria: la memoria per quella libertà francese, per quello spirito d’indipendenza e fratellanza, che in molti si sono scordati – o che hanno paura di ricordare! Ma i Fleury non l’hanno dimenticato e non possono dimenticarlo, e così sperano che la Francia torni presto a essere grande quanto lo era stata.

Il tempo narrato è quello degli anni Trenta; o almeno, da quegli anni prende il via il racconto – destinato a concludersi almeno dopo vent’anni di narrazione.

Sono gli anni del primo dopoguerra, e per questo, in via definitiva, contraddistinti dalla memoria. Sono gli anni della Resistenza, di una barriera difensiva costituita da persone che hanno provato a opporsi a quell’ingiusto dolore provocato dai nazisti. Eppure, anche Gary, non riesce a incolparli del tutto: non sono i nazisti ad avere rovinato il mondo, è l’essere umano a contenere dentro di sé «il disumano». Prima dei nazisti ce ne furono altri, accomunati a loro dalla loro tridimensionalità umana. Perciò l’uomo non dovrebbe mai stupirsi di venire al corrente della cattiveria insita nell’uomo.

Ma se il racconto parte proprio da quei primi anni di ribellione, procede fino alla fine della guerra e ben oltre la liberazione. Una liberazione che non potrà essere definitiva, perché ormai il mondo è cambiato e l’uomo si sente in dovere di adattarsi ai tempi nuovi. Anche Marcellin Duprat – chef stellato e proprietario del Clos Joli – non intende retrocedere dal compito assoluto che gli ha affidato la memoria. Il suo unico scopo è quello di restare in vita, non solo lui, ma soprattutto la cucina francese, affinché nessuno la dimentichi. Nella sua accondiscendenza, nel suo doversi prostrare al nemico, Duprat è un vero ribelle, un garante della memoria – anche dopo che sarà torturato per fornire ai nazisti le sue ricette.

Su di sé, Duprat sente la responsabilità di conservare tutte le ragioni per cui la Francia è stata grande, prima fra tutte la cucina; l’eleganza culinaria, la delicatezza e il rigore dei sapori. E Gli aquiloni, così, fa presto a diventare un romanzo che si legge non solo con gli occhi, ma anche con il peso dei ricordi e i sapori, gli odori, la perseveranza di un’arte rimasta in piedi grazie al potere della memoria.

Ma di quella ribellione citata poc’anzi si nutre anch la piccola Lila, che per tutto il tempo sarà indecisa se abbandonarsi al tedesco Hans dal futuro certo; oppure, se lasciarsi andare a quell’amore incondizionato che Ludovic sa darle – così abituata a sentir parlar di affari, prima che d’amore.

Ma il ribelle per eccellenza del racconto non può che essere Ludovic Fleury.

Uno stralunato ragazzino che nei giorni trascorsi individua la speranza per vivere quelli futuri; un quattordicenne che perde la testa per una bambina, e che da subito comprende di poterla conservare intatta solo nel ricordo. Un po’ come la Francia per suo zio Ambroise, un uomo tutto d’un pezzo, con le idee precise, tanto affilate da portare poi Ludovic a prender parte alla Resistenza partigiana francese.

Il romanzo così si addentra nelle pagine più sofferte e lente della propria narrazione; e la Resistenza acquisisce nella storia una risonanza e un’importanza che si libbra al di là di ogni elemento narrativo. La resistenza sì di un’intera nazione, ma anche quella dei singoli che hanno lottato per non perdere la memoria. Ribelli, sì, ma che si sono opposti alle ingiustizie di un mondo di cui essi non sembrano altro che pedine.

Eppure, anche la memoria a cui viene dedicata l’opera, citata in epigrafe, talvolta può giocare brutti scherzi. Poiché la memoria tiene incollati alle cose così come le abbiamo percepite, un po’ come l’assurdo personaggio che dichiara di aver amato la moglie per trent’anni e di esserci riuscito inventandosela ogni giorno, ovvero ricostruendola sulla base di ciò che gliel’aveva fatta amare.

Ma il mondo va ben oltre le percezioni; e allora, colui che sembra il cattivo è un essere umano qualunque, diverso dal buono per le sue sole esperienze, situazioni e memorie.

Perché, in fondo, quei nazisti e quei fascisti, che cosa sono se non esseri umani? E allora, guardando al passato, riferendoci alle atrocità che sono stati in grado di compiere, il problema fa presto a trasferirsi dagli esecutori di quell’osceno crimine degli anni Trenta e Quaranta, a tutta quanta l’intera popolazione. È l’uomo il problema, la disumanità presente in ognuno di noi; l’egoismo, l’egocentrismo, il disinteresse che abbiamo per il mondo, che fatichiamo a riconoscere per lo scarso investimento che tutti i giorni facciamo verso la memoria.

E allora, sono gli aquiloni di Ambroise, gli ideali da mantenere stretti; che in una metafora frequente, non troppo dissimulata, si traducono nella memoria del passato.

Solo grazie alla memoria è possibile comprendere il presente e mantenere in vita ciò che nel passato ha saputo arricchirlo, farlo fiorire, renderlo il passato verso cui vertono i nostri ricordi. Quel passato su cui occorre rifondare il futuro e che sempre è offerto all’uomo come ultima consolazione: davanti alle perdite, alle ingiustizie, e alla noncuranza della memoria.

Il libro d’esordio di Romain Gary, il vino dei morti, ritratto su una mensola bianca accanto a un pothos e altre opere dell’autore Romain Gary

Il vino dei morti, R. Gary

Nel 2014, un racconto fino ad allora inedito, Il vino dei morti, venne ritrovato da Philippe Brenot. Brenot, medico psichiatra, sessuologo e antropologo francese, capì di avere tra le mani qualcosa di importante. Si trattava di un romanzo fondamentale all’interno della produzione di Gary, romanzo che – come recita in calce la copia manoscritta – sarebbe dovuto apparire sotto l’autore di Romain Kacew.

Romain Kacew altro non era che il vero nome di Romain Gary, di Emile Ajar e di quella serie di pseudonimi utilizzati dall’autore per depistare i propri lettori. Ma ancor prima di quella volontà, l’idea di Gary è di creare un romanzo totale; intento che, dopo la lettura del Vino dei morti appare più che mai evidente.

Concluso nel gennaio 1937, a soli diciannove anni, Le vins des morts venne consegnato a Christel Soderlund nel 1938. Scorreva il tempo della loro epica storia d’amore, ma l’amante lo custodì anche dopo la scomparsa di Gary. Solo nel 1992, Soderlund mise all’asta il manoscritto inedito dell’ex amante, e fu così, che dopo itinerari misteriosi giunse fino alle mani di Philippe Brenot – colui che ne curò la prima edizione francese.

In Italia, Neri Pozza lo ha dato alle stampe solamente nel mese di maggio 2021: sempre le si renda onore. Realtà editoriale molto attenta allo scrittore francese, da anni, la casa editrice vicentina è impegnata nella riscoperta di Romain Gary e i suoi alter ego.

La prima notizia certa a proposito del manoscritto è quella legata al riconoscimento del Vino dei morti come il primo romanzo scritto da Gary.

Riccardo Fedriga, nella postfazione al testo, lo definisce un «romanzo enologico della corruzione dei corpi e del rifugio nella medesima specie». Proprio da questo punto voglio partire per raccontarvi queste brevi ma fitte pagine – di parole, sentimenti, suoni, colori, ritmi – che presentano per la prima volta sulla carta tutto ciò in cui l’opera di Gary evolverà. Viene difficile, tuttavia, restringere l’opera di Gary alla sola composizione scritta: Romain Gary fu in grado di rendere se stesso parte di quell’opera. Un’opera totale, dove ogni romanzo non può essere considerato una storia a sé; ogni racconto, ogni personaggio e ambientazione si rintracciano in libri successivi, in altre storie, e talvolta nella vita stessa di Gary.

È il lettore colui a cui viene affidato il compito di riavvolgere il nastro, di rintracciare il capo della matassa e riportare in vita i personaggi che hanno vissuto in altre pagine. Alla parola scritta, invece, viene affidata la missione di fissare le esistenze, di imprimere sulla carta le loro memorie. Proprio nel Vino dei morti le esistenze si moltiplicano, e non sono più solo persone: ogni cosa acquisisce spessore e importanza. Una forma di Brie non fa altro che mangiare e sghignazzare; un posacenere si anima di aggressività; un armadio si dimostra impaurito nei confronti degli sbirri. E tra questa sequela di oggetti e i personaggi più vicino a noi non passa alcuna differenza reale.

Il vino dei morti si anima perciò di personaggi che non sono quelli tipici di un romanzo. E il primo, a dimostrare la propria stramberia, è Tulipe.

Tulipe è un giovane ragazzo che, d’improvviso, senza spiegazione alcuna – se non nell’epilogo del racconto – si ritrova ad attraversare il regno dei morti. Tulipe è un Dante leggendario, un Dante spavaldo e a tratti impaurito, che nel suo lungo itinerario entra in contatto con personaggi di ogni specie. Ognuno di loro conduce un’esistenza fondamentale, non meno dei morti con fattezze umane; e questa assemblea di personaggi strambi, non vive che attraverso la penna di Romain Gary – che in tali circostanze, si erge quasi a far pseudo di un dio creatore. È Gary stesso a dichiarare, nella Notte sarà calma, che l’essere umano per primo è nato per caso, e sparirà sempre per caso, cancellato dalla gomma di un giudice indifferente.

Il vino dei morti è dunque la narrazione di un viaggio nell’aldilà, attraverso gli inferi e il mondo dei morti. È un viaggio quasi senza senso, ma che trova il senso di esistere nelle ragioni per cui Gary lo scrisse. Gary disse che dentro Tulipe c’era già tutta la sua opera. Se i critici l’avessero letto a suo tempo, sarebbero stati più facilitati nell’indagine attorno a Emile Ajar. Essi avrebbero subito compreso che quegli scenari di miseria e degrado erano gli stessi in cui Madame Rosa sarebbe stata costretta a mettersi in salvo anni e anni dopo. Essi avrebbero saputo individuare anche in Tulipe, quel personaggio enigmatico, il personaggio che avrebbe dato nome a un’altra opera di Gary, Tulipe.

Ma la storia del Vino dei morti si spinge oltre i contenitori della letteratura e delle tecniche tipiche della narrazione.

Il vino dei morti si costituisce come un affresco, un’alternanza ritmica di sequenze, scene, collegate le une alle altre – e anche a quelle che saranno poi. Questi quadri hanno il compito di narrare quell’attraversamento onirico «tra una sabba di tombe, loculi, bare, e morti che paiono gli inquilini bislacchi di un cimitero». Storie infinite – che si accartocciano tra loro – acquisiscono senso definitivo solo nella mente del lettore: è il lui a dover comprendere, a interpretare tra le righe le fini mai certe dei personaggi.

E tra le anime in pena del Vino dei morti nessuna vita è data una volta per tutte: perché ogni personaggio si riallaccia ad altri personaggi, altre storie che i lettori di Gary ben conoscono. Anche le parole pronunciate, e le disgrazie che patiscono i personaggi si ritroveranno nei romanzi di Gary: e ancora sarà dato al lettore di comprendere l’incompiutezza di ogni singolo romanzo, e ricollocarlo all’interno di una cornice più ampia di cui fa parte l’intera opera di Gary, e lui stesso.

La lingua e la parola scritta divengono per Gary terreno di sperimentazione.

Dimenticatevi di trovare in questo libriccino un filo logico; spesso sarete costretti a mettere in discussione l’interezza del linguaggio adoperato. Simbolista, futurista, volgare e sfrontato come Rimbaud, Gary ha reso anche la lingua un personaggio dei suoi romanzi. Parole senza senso, neologismi, suoni riprodotti a lettere, lamenti e imprecazioni diventano parte integrante di un nuovo linguaggio. E non solo: la musicalità di quei versi rende questo romanzo simile a qualsiasi cosa: a una poesia, a una canzone, a un manifesto. E perciò, Il vino dei morti non si può esaurire nella definizione canonica di romanzo.

Il vino dei morti contiene tutto dentro di sé e al contempo lo nega. Nega tutto ciò che il lettore crede possibile e lo conduce verso una rifondazione dell’esistenza: dove essere significa esistere. Ogni cosa che è esiste, ha vita propria. Tuttavia, niente è dato esser conosciuto una volta per tutte, e la vita stessa si fa metafora dell’impossibilità di comprensione da parte dell’uomo se essa sia reale o meno: e se l’esistenza dei vivi, altro non fosse che una pantomima? Una recita prima di entrare in quella che veramente la vita sarà? E se dunque, fossimo costretti per sempre, a rivivere, da morti, ciò che in vita siamo stati? Allora, quindi, la vita non sarebbe che una prova e non avrebbe senso chiamarla vita, poiché sarebbe piuttosto la metafora, quella pagina bianca su cui vengono decise le nostre sorti. Che allo stesso tempo si può tradurre in due modi opposti: l’essere umano non può nulla rispetto alla propria vita; oppure, invece, può qualsiasi cosa.

Lettere ad Amelia Rosselli scritte da Alberto Moravia raccolte nel volume Bompiani del 2010. L'immagine mostra Aldostefano Marino con una camicia sul blu e il giallo e il libro davanti al viso

Lettere ad Amelia Rosselli, A. Moravia

Forse non tutti sanno che Alberto Moravia si avvicinò alla scrittura in maniera consapevole durante la lunga permanenza nel sanatorio dei Codivilla. Allora, il caro Moravia, aveva appena compiuto gli otto anni e prima di essere accolto nella clinica di Cortina d’Ampezzo dovette passare per cure sbagliate e dolori lancinanti.

Sarà sua zia Amelia Pincherle Rosselli – sorella del padre Carlo e madre dei due famosi antifascisti Carlo e Nello Rosselli – a spronare suo fratello ad affidare il giovanissimo Moravia, ammalato di coxite, alle cure del Vittorio Putti, direttore dell’ospedale Rizzoli.

In quegli anni per la tubercolosi ossea non era ancora stata trovata una cura; i pazienti si affidavano alle attenzioni degli ortopedici, e spesso le cure non risultavano adeguate alle complicazioni di quella malattia. Perciò, l’apertura dell’Istituto Elioterapico Codivilla si presentò agli occhi di molti come una nuova possibilità di salvezza.

Le quarantadue lettere di Moravia ad Amelia Rosselli provengono quasi interamente dall’archivio della Fondazione Rosselli di Torino.

Sono lettere che permetto agli amatori di Moravia di guardare più da vicino a quel periodo infausto che l’autore visse. Un periodo che in qualche modo è stato fondante per l’intera produzione dell’artista; un periodo di sicura fertilità artistica. Ma anche un momento di dolore, di sofferenza e solitudine, dove al di là della contemplazione delle montagne innevate e delle ore trascorse al sole, Moravia fu costretto a fare i conti con la propria ingombrante coscienza. Non a caso, quella solitudine e quel dolore dell’infanzia, ritorneranno proprio in uno dei suoi celebri romanzi: Agostino (Bompiani 1944).

È un Moravia ancora inesperto quello che incontriamo in questi carteggi; un Moravia che non si è ancora fatto un’idea precisa del mondo, ma che ancora così giovane, rifiuta del tutto quel mondo borghese in cui è cresciuto. Quello stesso mondo borghese, di artifici e finzione, che Moravia riscontra anche tra i Rosselli.

Forte, in quegli anni, è difatti l’influsso di Amelia Pincherle, nota autrice di teatro e di alcuni romanzi ormai dimenticati come Topinino, Storia di un bambino (1905); ma insieme a lei, anche suoi figli Carlo e Nello contribuiscono a dar forma ai pensieri di Moravia. I due cugini grandi che vivono a Firenze, e che partono per il mondo a conoscere la Storia e compilare tesi di laurea, sono per Moravia ispirazione. Ma se da un lato, Moravia risulta attratto dalla loro forza di carattere, dall’altro il suo giudizio è spietato, e ritiene anche loro vittime di una falsa borghesia.

È singolare il fatto per cui, all’interno della stessa famiglia – e durante gli stessi anni – sia Moravia che i Rosselli «maturano una delle maggiori esperienze letterarie e una delle maggiori esperienze politiche del Novecento».

È in qualche modo la presenza e l’attenzione di Amelia Pincherle Rosselli a fare da perno tra i cugini. D’altronde, come ho ricordato poco innanzi, nel 1924 il suo intervento fu cruciale per la grave malattia che allettava Moravia.

Se il loro rapporto appare tanto forte nelle lettere, è noto che a partire dai primi anni Trenta vada ad affievolirsi. In quegli anni Alberto è ormai il celebre autore degli Indifferenti, mentre Carlo è il leader di Giustizia e Libertà. Inoltre, è proprio in quegli anni che l’azione dei fratelli volge ad affermare una nuova ricostituzione delle libertà e del potere; la loro lotta tuttavia porterà alla scomparsa nel 1937 dei due fratelli, uccisi in Francia da sicari francesi per conto dei servizi segreti italiani.

Questo evento, però, anziché abbreviare le distanze tra i Rosselli e Moravia, contribuì a segnare un più netto distacco. Prima per lo strano silenzio pubblico di Moravia in merito ai fatti, poi per quell’interseco significato del Conformista («il più inquietante ed enigmatico dei romanzi moraviani, nel quale viene adombrata la tragedia di Bagnoles-de-l’Orne»).

Se le lettere raccolte nel volume vantano il pregio di informare il lettore su un passato di Moravia poco narrato, non va dimenticato il preciso ruolo storico e culturale che assumono in una prospettiva più ampia.

Il corpus di lettere si spinge oltre i rilievi biografici; coinvolge eventi, giudizi, fatti storici di interesse generale. Non si appresta a definirsi fondamentale per la sola ragione di raccontare un Moravia inedito, ma anzi, fornisce informazioni circa la moralità di quegli anni; una borghesia che si piega facilmente alle volontà del denaro, e che ha perso ogni suo valore.

Quella stessa borghesia che sarà tema centrale di tutta l’opera moraviana; prima con Gli indifferenti, e poi con i romanzi che portano in scena l’inadeguatezza dell’uomo del Novecento e la soppressione di tutte le sue volontà.

Allo stesso tempo, le lettere ad Amelia Rosselli sono fondamentali per comprendere il personaggio di Amelia. Di lei, infatti, non sono molte le opere in circolazione, tanto che il suo nome si fa presto a confonderlo con quello più attuale della nipote.

Molto diverse furono comunque le scelte di Amelia, che dal patrimonio delle memorie di famiglia, soprattutto nei primi e più difficili anni fiorentini, attinse le ragioni e i valori per una rifondazione dell’identità personale e familiare in uno stile di vita generosamente e responsabilmente operoso nel presente […] Con notevole modernità e intelligenza, Amelia interpreta il proprio compito educativo nei confronti dei figli senza abbandonare, ma anzi valorizzando quell’impegno sociale, letterario e civile che le era a cuore.

lettere ad amelia rosselli, moravia a., bompiani, milano 2009 (p. 13)

Le lettere rinvenute di Moravia alla zia Amelia sono un documento diretto degli anni della malattia.

Grazie a quelle lettere è possibile vedere quella sofferenza che Moravia si porterà dietro per tutta la vita; dimostrano l’incertezza sul futuro e quel sentimento di noia già citato. Allora, colpirà il lettore la maturità di un Moravia adolescente, che nell’affrontare quel male oggettiva le conseguenze e le manda per iscritto alla zia.

Dal 1° giugno del 1924, arrivato al sanatorio all’età di sedici anni, Alberto ne uscirà sedici mesi dopo, quasi diciottenne. In quel momento Moravia avrà scritte le sue prime poesie – un’altra ragione per cui l’epistolario si è rivelato prezioso; avrà posto le basi per il suo romanzo fondamentale, di cui si appresta a cominciare una rilettura totale.

E quella sofferta permanenza, per cui sarà costretto ad abbandonare la frequentazione dell’istituto scolastico e ad annoiarsi sui suoi libri senza né metodo né guida, diviene allora l’occasione per un’indagine biografica, sì, ma soprattutto storica e politica.

Simone Casini è il curatore del corpus di lettere.

Studioso di autori del Novecento, Casini (Firenze, 1963) ha pubblicato vari studi, tra cui compaiono quelli su Alfieri, Botta, Gadda, Moravia e molti altri. A lui è affidata l’edizione e il commento alle Opere di Moravia, attualmente al quarto volume e in corso di pubblicazione presso Bompiani. Preziosa, per la comprensione del testo, risulta dunque l’Introduzione compilata da Casini, che ha il potere di far luce ed evidenziare i punti di contatto con l’opera moraviana.

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