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#Aldostefanolegge è una rubrica nata nel 2019, diretta e curata da Aldostefano Marino. Intende esplorare i temi e la letteratura italiana, a partire dal primo Novecento.

Nel mondo della letteratura, il Novecento è il secolo che sperimenta fino al limite, che mette in crisi più volte la funzione della parola scritta e della propria tradizione. È il secolo che più di tutti si è spinto verso e oltre la sperimentazione. Un secolo meno breve di quanto sembra, e anzi lunghissimo, disseminato di innovazioni e strade diverse.

In #Aldostefanolegge troverete inoltre, recensioni e commenti a testi di narrativa consolidata, come Irene Nemirovsky, William Maugham, Simenon, e molti altri.

L'immagine rappresenta una fotografia del libro di William Maugham, Il velo dipinto, davanti a ciclamini

Il velo dipinto, Maugham

Quando Maugham pubblica Il velo dipinto è il 1925. Nella prefazione dichiara che si tratti di un’opera “suggerita” dai versi di Dante:

Deh, quando tu sarai tornato al mondo,
e riposato de la lunga via,
ricondivi di me, che son la Pia;
Siena mi fé, disferem Maremma:
salsi colui che ‘inanellata pria
disposando m’aver con la sua gemma.

Dante, purgatorio.

Maugham rimane affascinato dall’episodio di Pia de’ Tolomei narrato da Dante nell’Antipurgatorio. Maugham lo presenta come l’unico romanzo in cui abbia preso le mosse da una vicenda anziché da un personaggio. Tuttavia, sarebbe impossibile non ricordarsi per il resto dei giorni di Kitty, la protagonista indiscusso del Velo dipinto. Così forte da risultare – almeno per me – il vero perno attorno a cui ruota la storia.

Sono gli anni Venti, ci troviamo a Londra. Kitty è una donna nata per essere frivola, è molto giovane e alla fine accetta di sposare Walter Fane, un ricco batteriologo inglese. Walter si presenta come l’uomo che ogni donna sogna di incontrare nella propria vita: è gentile, amabile, totalmente innamorato di lei ed è di una bontà smisurata. Tanto che, fin dall’inizio, quando Kitty viene scoperta dal marito mentre è in casa con l’amante, sia lei che il suo amante sono convinti che se a sentirli è stato lui, Walter farà finta di nulla – per la sola paura di perderla -.

Walter Fane non è soltanto un uomo molto buono, ma trovandosi in una posizione illustre, teme lo scandalo. Per questo, all’inizio, Kitty appare quasi felice che suo marito abbia scoperto tutto, ed è sicura che lui non vorrà che la gente sappia. Perciò, scalpita dal desiderio che lui che le chieda il divorzio.

Peccato che lui, questo divorzio non glielo voglia dare. L’unico motivo per cui farebbe un’eccezione è che anche Charlie – il suo amante – divorzi dalla propria moglie. Infine le offre una via di scampo: se sarà disposta a partire con lui a Mei-Tan-Fu (dove c’è in corso una terribile epidemia di colera), lui non le chiederà il divorzio.

Sempre più convinta, Kitty decide di raggiungere l’amante, gli confida che il marito li ha scoperti e lo prega di divorziare anche lui dalla moglie.

Per la protagonista del Velo dipinto la vita diviene una tragedia. Dopo aver perso la testa per l’amante, torna dal proprio marito sconvolta e piangente, perché lui rifiuta immediatamente di separarsi dalla moglie e di andare a vivere con lei.

Così Kitty è costretta a partire per la Cina con il suo ignobile uomo.
È molto spaventata, e non passa momento durante il viaggio che non smetta di pensare a Charlie. Per suo marito, invece, non riesce a provare nemmeno un briciolo di compassione, nonostante lui si presenti sempre accorto e amorevole nei suoi confronti.

Il velo dipinto è una storia cruda, sia per l’intreccio che racconta, che per i personaggi che Maugham decide di portare in scena.

Anche se Kitty ha tutti gli ingredienti per calcare la pagina come un personaggio scomodo, in realtà, non può che creare nel lettore una profonda empatia nei propri confronti. Kitty è un personaggio in qualche modo negativo, perché è egoista, teme a sé stessa e non è disposta ad annoiarsi. Tuttavia non si può che andare d’accordo con lei perché è forte, potente e sarebbe in grado di far parlare anche le piante – se solo lo volesse.

L’aspetto morale e psicologico dei personaggi è molto curato. Vacilla solo quando Charlie la rifiuta. E da quel rifiuto a pagina 20, comincia per Kitty un cammino verso una propria pace interiore.

William Maugham, attraverso uno stile semplice e asciutto, ha la capacità di trasportare il lettore da un posto all’altro, e da un anno a quello successivo, senza che la narrazione diventi mai lenta. Fornisce un ritratto di una Hong Kong degli anni Venti, delle sue feste, esasperandone le atmosfere e portando in scena miseria e malattia.


Il Velo dipinto utilizza una lingua crudele e delle ambientazioni tetre per portare in scena come protagonista, un sentimento che non ha niente a che fare con la crudeltà e il dolore, ma che ha bisogno di passare per quelle vie: il perdono.

Il vino della solitudine è il romanzo più autobiografico di Irene Nemirovsky

Il vino della solitudine, Irène Némirovsky

Nell’estate del 1933, Irène Némirovsky comincia a prendere appunti per la sua autobiografia personale. Il vino della solitudine compare nel 1935, Irène ha 29 anni e la scrittura di quest’opera è per lei una forma di riscatto.
Ha avuto un’infanzia infelice, trascorsa in solitudine, un padre sempre assente, e una madre troppo attenta a preoccuparsi della propria permanenza nel mondo e mai di sua figlia.

Irène Némirovsky è stata un’autrice al lungo dimenticata. Vittima delle leggi razziali, lascia la sua opera più celebre incompiuta: Suite Francese. Solo quarant’anni dopo la sua deportazione, sua figlia avrà il coraggio di mettere mano alle carte di sua madre portate in salvo. Insieme a quelle carte, anche un diario, dove l’autrice – in data 28 giugno 1941 – appunta:

Le vin de solitude di Irène Némirovsky per Irène Némirovsky.

Il vino della solitudine, rientra insieme a Jezabel, La preda, e Due in una saga di romanzi dedicati alla figura materna.

Nella Preda e in Due, la madre è il punto di partenza per la caratterizzazione di due personaggi protagonisti, anche molto diversi tra loro. Nel caso della Preda, il protagonista è un giovane uomo che è disposto a tutto pur di avanzare socialmente. In Due, la protagonista diviene una donna che tradisce il marito ma che si pente in punto di morte.

Il vino della solitudine e Jezabel, invece, presentano Anna Margoulis attraverso tutto l’odio che Iréne Némirovsky – in quanto figlia, non ha mai smesso di provare nei confronti di sua madre.

Il vino della solitudine, a differenza dei precedenti titoli citati, porta in scena sua madre in quanto tale. E in particolar modo quell’orrendo senso di solitudine e inadeguatezza che Iréne Nèmirovsky ha provato per tutta la vita. Il suo alter-ego Hélène Karol è figlia di un ricco banchiere, spesso in giro per il mondo, appassionato di Borsa, che quelle volte che torna conversa solamente di “Milioni… Milioni… Milioni…”.

La madre di Hélène sospirava, sbadigliava e sfogliava, mangiando, le riviste di moda che arrivavano da Parigi. Il padre taceva e tamburellava piano sul tavolo con le dita agili e magre. Hélène assomigliava solo a lui, ne era il ritratto fedele.

Bella Karol è una madre assente, passa il suo tempo a pettegolare, sfoglia riviste di moda, si smalta le unghie la mattina e la sera, e prende parte ai grandi incontri che il marito svolge spesso nel proprio salotto.
Quando si rivolge a sua figlia è per rimproverarla:

… Sta’ dritta… Tieni chiusa la bocca… Ma guarda un po’ che faccia da schiaffi ti viene con quella bocca aperta e il labbro che pende… Questa bambina mi diventa scema, giuro!

L’unica ragione per cui decide di mettere al mondo Hélène, è per legarsi al signor Karol: per questo motivo, a sua figlia non dedica mai le giuste attenzioni, e si rifiuta fin da subito di occuparsi della sua educazione – perché si dimostra troppo legata alla governante. La presenza della figlia irrita Bella Karol, che continua a vederla come una bambina da trascinarsi dietro per tutta l’Europa. Sua figlia non è solo un peso, è l’obiettivo dei suoi puntuali insulti e lamentele. La disprezza profondamente e, di nascosto, ne invidia la giovinezza.

Hélène è una bambina molto matura, “dal volto pallido, trasfigurato dalla violenza della sua vita interiore”.

Trascorre molto tempo a pensare, e mentre parla con sé usa le parole dei grandi, “che si sarebbe vergognata di usare se non con se stessa”. La sua unica confidente è Mademoiselle Rose. La figura della cameriera è l’effettiva trasposizione letteraria di Zezelle, la governante che si prese cura di Iréne Nèmirovsky durante l’infanzia. Insieme al padre, Mademoiselle Rose è l’unico personaggio positivo dell’intero racconto.

Dopo il trasferimento a Pietroburgo, nell’autunno del 1914, quando Hélène scopre dello strano rapporto tra sua madre e il giovanissimo cugino Max – trasferitosi a vivere con loro – il conflitto tra le due esplode.

Hélène smette di chiamarla mamma, ha dodici anni e individua nella scrittura una via di uscita. Proprio attraverso delle pagine da lei scritte, suo padre verrà a scoprire del tradimento della moglie, che ignora la verità a costo di non dover ammettere le colpe e cacciarla.

Il padre pensa a una donna che ha incontrato per strada, e la madre è appena tornata da un convegno con l’amante. Non capiscono i figli, e i figli non li amano; la ragazza pensa al suo innamorato, e il ragazzo alle parole sconce che ha imparato a scuola. I bambini piccoli cresceranno e saranno come loro. I libri mentono. Non c’è virtù, non c’è amore nel mondo. In tutte le case è lo stesso. In ogni famiglia non c’è che lucro, menzogna e incomprensione reciproca.

E poi ancora:

È uguale dappertutto. E anche a casa mia è così. Il marito, la moglie e… l’amante…

È il 1914, fuori da casa loro c’è la guerra, E proprio in quel momento Hèlène comincia a covare la sua vendetta contro la madre. Una vendetta che porterà a compimento pochi anni dopo essersi trasferiti in Francia.

Irène Némirovsky non manca mai di contestualizzare le sue storie in epoche ben determinate. La sua scrittura, anche stavolta, oltre che strumento per leggersi dentro, diviene atto per immortalare il tempo che Iréne ha vissuto.

Chi mai ci pensava in quella casa, tranne lei e Mademoiselle Rose?… L’oro sfavillava, il vino scorreva a fiumi. Chi badava ai feriti, alle donne in lutto?

Non solo la guerra, e i lunghi viaggi e campagne viste fuori dalle finestre. I personaggi sono descritti con una precisione mai accessoria. Ognuno di loro ha un proprio dramma interiore, e anche la madre – per quanto priva di qualsiasi grado di empatia – è un personaggio compiuto e in grado di catturare l’attenzione di ogni lettore.

Se da un lato, Il vino della solitudine è parte integrante per la scoperta della figura di Irène Némirovsky; dall’altro, semplicemente è il racconto di un dramma tanto familiare e corale, quanto personale.

La corsara, ritratto di Natalia Ginzburg.

Durante questi giorni di quarantena forzata, mi imbatto in una lettura che ho al lungo rimandato. Si tratta della Corsara, ritratto di Natalia Ginzburg, edito da Neri Pozza Editore, e scritto dalla sagace penna di Sandra Petrignani.

Ci si chiede spesso chi siano gli intellettuali, e quale sia il loro compito. Penso che gli intellettuali siano persone tenute a usare il pensiero e la parola al fine di definire la realtà e i diversi comportamenti umani e portarvi un poco di luce.

Con queste parole, nel 1977 Natalia Ginzburg apriva sulla Stampa un dibattito destinato a durare per molto tempo. Ed è proprio questa la ragione per cui mi sono appassionato alle storie della Ginzburg, prima, e a quella sua personale – ma soltanto adesso che ho potuto studiarla da così vicino.
Natalia è a tutti gli effetti un’intellettuale del Novecento, e grazie a lei, molta della letteratura mondiale ha visto la luce. Una donna che ha scritto moltissimo per il nostro Paese, ma che soprattutto ha dato voce a molti altri autori e personaggi che prima d’allora non conoscevamo.

Di lei, Sandra Petrignani ci consegna un ritratto appassionante e coerente. Un libro nato dal contributo di tante persone legate al ricordo di Natalia Ginzburg, da uno studio profondo tra lettere documenti, apparati critici, e case che ha abitato.

Natalia, nata Levi, nasce il 14 luglio del 1916 a Palermo, e si chiama come la protagonista di Guerra e Pace. È l’ultima di cinque figli: suo padre è l’istologo Giuseppe Levi, sposatosi a Lidia Tanzi. A soli tre anni, con la famiglia si trasferiscono a Torino, in quell’abitazione che molti anni dopo descriverà in Lessico famigliare.

È proprio in quella casa in via Pastrengo 29, nel quartiere torinese Crocetta, che per Natalia cominciano i ricordi. Non va d’accordo con nessuno: i suoi fratelli Mario e Alberto le rivolgono solo stupidi scherzi ed epiteti bizzarri, sua madre trascorrere il tempo con Paola, la sorella maggiore, “a comprare le stoffe per farsi fare vestiti nuovi della sarta”. Suo padre, invece, è molto severo e non fa altro che sgridarli, perché secondo lui fanno “malagrazia, potacci e sbrodeghezzi“.

Natalia bambina si crea un mondo alternativo, e la sera a letto, dialoga attraverso discussioni immaginarie con “lo Zameda, col re e con la regina come salvare la patria”. La sua quotidianità si popola di personaggi che chiama “i noi”, una stirpe di sudditi che la perseguitano. Solo col tempo, quel noi lasciano la scena a un principe bellissimo scappato dalla Russia durante la rivoluzione.

La piccola Natalia di tanto in tanto afferra una pantofola, e fingendo che sia la cornetta del telefono, lo chiama: “Pronto, c’è il principe Sergio?” Fu un amore che durò vari anni. “Era tutto un segreto, un segreto di cui mi vergognavo e godevo”.

Un anno prima della sua prima apparizione sulla rivista Solaria (1934), Natalia Ginzburg conosce Leone Ginzburg e Giulio Einaudi fonda con lui la casa editrice Einaudi.

Leone rappresenta per Natalia una guida, sin dal loro primo incontro, avvenuto grazie al fratello Mario, lui la prende a cuore, tanto che da alcuni verrà nominata come una sua creatura. Augusto Monti, il suo insegnante al Liceo D’Azeglio, ne intuisce fin da subito le spiccate doti, e lo coinvolge sin da subito nella gestione della biblioteca scolastica. Leone è sempre ricordato come brutto, pallido, con la barba fitta e nera e le sopraccigli enormi. Frequenta casa Levi perché impartisce lezioni di russo alla madre Lidia, e l’amore tra lui e Natalia comincia in sordina.

un uomo e una donna - due celebri scrittori italiani - sono rappresentati in una diapositiva in bianco e nero.
Natalia e Leone Ginzburg

Lui, infatti, è un principe azzurro molto distante da quello fantasticato. A Oriana Fallaci, lei stessa lo descriverà come “brutto e nerissimo”. Leone ha molti amici, i suoi compagni di classe, con cui poi condividerà l’amore editoriale e lunghe giornate in compagnia di sua moglie: da Pavese, a Pajetta, Foa e molti altri…

Di Natalia Ginzburg, Leone è il primo a comprendere le emozioni che le si agitano dentro. La indirizza verso una forma coerente, e da quel momento Natalia sposa una “sincerità espressiva che doveva costituire l’impegno morale del narratore”.

Natalia, come Leone, sente l’esigenza di dire sempre la verità, entrambi sono guidati da un rigore etico, che per lui rappresenta una “unità di misura del suo fare politico”. La stessa fedeltà, i due la riservano nella traduzione del testo originale, per non tradirlo “nemmeno in nome di una maggiore bellezza nella resa in un’altra lingua”.

Le idee di Leone, in campo sociale come letterario, improntarono la vita intera e l’attività di Natalia perché corrispondessero da subito al suo sentire. E perché, come sua stessa ammissione, ebbe sempre bisogno di uno sguardo maschile sulle sue decisioni artistiche, una specie di protezione paterna, o forse un assenso che la rassicurava.

Leone, però, è il piccolo di casa che dimostra straordinarie capacità di apprendimento – a differenza di Natalia, a cui saranno impartiti insegnamenti a domicilio, e che otterrà la maturità classica da privatista – probabilmente sotto raccomandazione. Sua madre le insegna a leggere e ascrivere, ma la Levi si distrae, non memorizza niente e non vede l’ora che la lezione finisca.

A scuola è somara senza rimedio, brava esclusivamente in italiano, nei temi in particolare, perché studia solo per un vecchio professore, alto e curvo, che sembra avere una certa simpatia per lei, ma che presto se ne va in pensione.

La sorella di Natalia Ginzburg, Paola si sposa con Adriano Olivetti.
A casa Levi sarà ospitato un suo amico, Filippo Turati (il fondatore del Partito Socialista Italiano) per una settimana, affinché l’8 dicembre del 1926, possano aiutarlo a fuggire per la Francia.
Questa scena Natalia la ricorda bene, e la racconterà proprio in Lessico famigliare.

Il matrimonio con Leone, invece, avviene quando lui conquista lo stipendio fisso in Einaudi. Lui è appena uscito dal carcere, è il 12 febbraio del 1938 e si trasferiscono a vivere in via Pallamaglio.

L’anno dopo arriva il primo figlio, Carlo in omaggio a Rosselli. Quello successivo, invece, Andrea, e sua madre si trasferisce con Natalina – fidata donna di servizio – a vivere con loro.

Natalia crede all’oroscopo, non ha molta fiducia nella propria femminilità. Porta i capelli molto corti, basse scarpe da uomo: le piacerebbe diventare uno scrittore più che una scrittrice – come anche la Morante, in quanto le donne non godono di buona considerazione letteraria.

È il 1942 quando firma con uno pseudonimo il primo romanzo, La strada che va in città. In copertina, sotto il nome di Alessandra Tornimparte, compare un’illustrazione di Francesco Menzio, e la falsa identità la aiuta a scampare alle persecuzioni dei nazisti che impedivano agli ebrei di pubblicare libri. Anche dentro questa storia, come nei suoi racconti, c’è molto di lei: in particolare, racconta di Corso Sallustio che da Pizzoli porta all’Aquila, una grande via che Natalia vede dalla finestra della sua nuova casa, dove Leone lavora in mezzo al baccano e alla gioia dei loro bambini.

Il 20 ottobre, quando Leone si trova a Roma per gestire la casa editrice – che dopo i bombardamenti è stata trasferita da Torino – scrive alla moglie di scappare all’Aquila o di raggiungerlo a Roma.

Poi venne l’armistizio, la breve esultanza e il delirio dell’armistizio; e poi due giorni dopo i tedeschi. Sulla strada correvano camion tedeschi, le colline e il paese erano pieni di soldati […] Sempre portavo i bambini sul prato del cavallo morto, e quando passavano gli aeroplani ci buttavamo nell’erba.

La proprietaria dell’albergo racconta ad alcuni soldati tedeschi che alloggiano nella struttura, che Natalia Ginzburg è una sua amica sfollata di Napoli, e in questo modo riesce a raggiungere Roma su un camion tedesco.

In viaggio, per distrarre i suoi bambini legge Le bellissime avventure di Caterì dalla Trecciolina, edito da Einaudi e scritto da Elsa Morante.

Il rapporto tra le due scrittrici è molto particolare: Natalia sarà destinata a trovarsi sempre in una posizione di superiorità, rispetto all’amica. Quando entrerà in Einaudi, sarà proprio tramite lei che la Morante pubblicherà il suo primo romanzo, Menzogna e Sortilegio. Anche prima di conoscersi si leggono e si tengono d’occhio tramite i racconti che scrivono per le riviste. Sono accomunate entrambe da una triste infanzia, ma umiliate avranno poi il riscatto che si meritano.
“Sono sincere fino alla brutalità, solo che Natalia accettava senza risentimento le critiche della collega, anche le più feroci, mentre Elsa raramente tollerava essere contraddetta”.

Il 20 novembre del 1942, Leone Ginzburg esce per andare al lavoro, perché se rimane in casa rischia di perdere un affare importante. E quello stesso giorno viene arrestato.

Natalia Ginzburg lo aspetta invano, mette i bambini a letto, ma lui non torna. Il giorno dopo è avvisata da Adriano Olivetti e lei è felice di trovare un volto conosciuto, ma distrutta dalla notizia. Un anno e mezzo dopo, il 4 febbraio del 1944, Leone muore da solo, in carcere. Lo trovano morto all’indomani mattina.

Quando in ottobre torna a Roma, Natalia scrive una delle sue poesie più celebri e la dedica al marito. Si tratta di Memoria, composta subito dopo aver visto il corpo dell’amato. Si firma Natalia Ginzburg e abbandona finalmente il suo pseudonimo protettivo.

Non vuole più chiamarsi Levi, con il nome del padre, e tantomeno Tornimparte, figlia di nessuno. Se aveva mai avuto un padre amorevole, sicuro delle sue qualità artistiche, incoraggiante, sincero, questo era stato solo Leone.

Il testo è la poesia Memoria di Natalia Ginzburg scritta dopo aver incontrato suo Marito Leone defunto.

Dopo la Guerra e la morte di Leone, Natalia terrà per sempre il cognome del suo primo marito – anche durante il matrimonio con Gabriele Baldini.

Nel frattempo la casa editrice Einaudi soffre la censura del fascismo, Pavese fugge a Serralunga, Giulio Einaudi in Svizzera, mentre Balbo è in Albania. Ma un bel giorno Einaudi chiama tutti e dice che è pronto a ricominciare. E Natalia viene assunta in casa editrice, per continuare a mantenere vivo l’onore di suo marito, e perché si trova in difficoltà economica. Inizialmente si tratta di un contrattino, Natalia in bicicletta imbocca via XX Settembre e arriva ai Parioli. Allora si sente molto infelice, ma presto viene assunta a tempo pieno. Così la corsara racconta: “Mi feci fare una chiave e venivo in ufficio anche la domenica”.

Dopo l’amore per suo marito, Natalia incontra in Polonia lo scrittore Salvatore Quasimodo: insieme vanno in pellegrinaggio ad Auschwitz e sono destinati a corteggiarsi da lontano fino al suo matrimonio nel 1948, con Maria Cumani.

Natalia Ginburg e Cesare Garboli

Durante quello stesso anno, Natalia si imbatte nella “splendida persona” di Cesare Garboli a Roma, in visita alla città per andare in Polonia. Sua sorella Paola la porta allo storico Caffè Greco di via Condotti, e lì i due si incontrano. Il critico rappresenta per lei colui che la “porterà a capire a far esplodere la voce della narratrice tra memoria, storia, autobiografia e leggerezza ironica”.

A trentatré anni Natalia incontra il suo secondo marito: si tratta di Gabriele Baldini, lui ha tre anni in meno di lei, e ai suoi genitori questi sembrano troppi.

Inoltre la Ginzburg è ebrea, a differenza dei Baldini – che invece sono fortemente cattolici. In lui, lei trovò un esempio di profondità e di solidità e una fonte di leggerezza.
Loro due sono molto diversi, si scontrano di frequente e i loro litigi fanno paura persino ai loro vicini di casa. Insieme avranno la loro prima figlia con gravi handicap, Susanna, di cui Natalia si prenderà cura per il resto dei suoi giorni.

La Ginzburg intanto continua a lavorare in casa editrice, le viene assegnata il reparto della narrativa, è complice di alcune scoperte di autori importanti – come Proust, che proprio lei portò in Italia – dopo che per anni ne sentì parlare dal fratello maggiore. Stringe un buon rapporto con Italo Calvino, con cui spesso condividono letture incrociate dei loro testi. Lei legge la sua prima stesura del Barone rampante, lui il di lei Sagittario. Ha a cuore Anna Maria Ortese – in cui riconosce una delle autrici più grandi del tempo, negli ultimi anni traduce Flaubert, e nel frattempo non smette mai di scrivere racconti e breve novelle. All’interno dei suoi scritti occupa uno spazio considerevole l’autobiografismo, e infatti spesso racconta della propria vita e delle persone che le orbitano attorno.

Sogna di vincere il Premio Strega, eppure prima di riuscire a ottenerlo dovrà aspettare il 1963, quando al Ninfeo di Villa Giulia, Natalia lo vince con Lessico famigliare.

Se con Le piccole virtù, dove narra il suo rapporto con il figlio, non riuscì a vincerlo, con questo è la volta buona. Molti critici ritengono che il suo successo fosse dovuto a questa nuova tipologia di romanzo che la Ginzburg si è inventata. Una sapiente mescolanza di persone che si incrociano, un io prorompente che riuscirà ad abbandonare solo con il teatro. Eppure, Natalia per tutta la vita tenta di scrivere un romanzo come uno di quelli della sua amica Elsa, che abbia un intreccio e un’architettura precisa. Lessico famigliare ottiene un successo strepitoso e Giulio Einaudi dirà di lei che sa tenere il mercato splendidamente.

Con la scomparsa del padre, Natalia comincia a dedicarsi al teatro. È l’attrice Adriana Asti a chiederle di scrivere per lei una commedia. Così Natalia compone Ti ho sposato per allegria – opera che verrà fortemente disprezzata dalla Morante.

Subito dopo scompare anche Gabriele Baldini: è ricoverato per vari disturbi e perde la vita al San Giacomo di Roma. Natalia a questo punto è esausta, litiga con Einaudi perché non la paga regolarmente e passa alla Garzanti con cui esce Mai devi domandarmi, una raccolta di articoli pubblicati sulla Stampa.

Nel 1977, Natalia si riavvicina all’Einaudi sia come consulente che scrittrice, e da quel momento comincia per lei il periodo di massimo splendore lavorativo. Dall’ufficio stampa Einaudi, Maria Ida Cartoni, ne proviene un resoconto ambizioso e affasciante, e dopo il lavoro si riuniscono a casa sua a parlare di libri e bere il tè in via Gregoriana.

Natalia lavora alla Famiglia Manzoni, che le richiede fin da subito moltissime ricerche per comporre una sorta di biografia collettiva, da leggere “come un romanzo”. Il contratto che le viene proposto, ancora una volta la fa arrabbiare. Rispetto al solito 15% le viene offerto un 10% sulle vendite e un anticipo economico molto minore rispetto a quello stimato. Così lei rifiuta, e in quelle circostanze ammonisce nuovamente Giulio Einaudi, che cede e le assicura ciò che esige.

A giugno del 1983, Natalia viene eletta in Parlamento come indipendente di sinistra. La sua posizione è completamente quella di una pacifista, e quando l’amica Elsa Morante tenta il suicidio, la Ginzburg chiede una sovvenzione allo Stato.

Con le risorse a cui può attingere da parlamentare, Natalia si preoccupa della condizione dei carcerati, e sostiene l’associazione Italia-razzismo, opponendosi a questa nuova ondata di odio.

L’11 ottobre del 1987, Guido Almansi include la Ginzburg in un elenco degli “scrittori intoccabili”.

Il suo nome compare insieme a quello di uomini molto illustri, come Moravia, Ceronetti, Montale e Sciascia, e questo accade soprattutto perché ormai Natalia è diventata una “statua elevata a se stessa che non è più possibile criticare, se non a costo di essere sepolti di contumelie”.
In quello stesso anno, Natalia scrive a Ferrero, nuovo direttore dell’Einaudi, che ha intenzione di lasciare la casa editrice, lui la invita a mantenere la calma, ma lei non è disposta a scendere a compromessi: l’Einaudi non è più quella di un tempo. Ora assomiglia più a un industria che a un bosco, e lei allora preferisce andare a fare industria dove non ha il ricordo di bellissimi boschi.

Alla fine, però, quando Einaudi passa nelle mani della Bruno Mondadori, alla scadenza del suo vecchio contratto con Einaudi, a Natalia gliene viene garantito uno molto importante. L’editore, infatti, si impegnerà a stampare tutte le sue opere, ristampare quelle in esaurimento, e per una cospicua somma compra i diritti anche della sua prossima storia.

Natalia Ginzburg muore durante la notte tra il 7 e l’8 ottobre del 1988. Viene seppellita al Cimitero del Verano, in un posto che la Petrignani racconta non le faccia per niente onore. È una tomba qualsiasi, che neanche gli addetti saprebbero riconoscere.

In questa maniera si conclude un’attenta analisi biografica attorno a una figura di grande spessore. Sandra Petrignani, ci fornisce una panoramica completa di una donna e della società in cui vive, proprio come la Ginzburg stessa avrebbe fatto in uno dei propri scritti. Ma La corsara non è soltanto la storia di una grande donna, è il racconto di un’epoca, e di innumerevoli personalità di spicco che sono passati per la sua strada – molte più di quelle che sono riuscito a riportare qua. È il racconto di un tentativo di far cultura, di continuare a dire la verità e insistere affinché possa sempre essere raccontata.

Uno scritto prezioso, composto con eleganza ed equilibrio, imprescindibile per chi vuole conoscere da più vicino la storia di Natalia Ginzburg.

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