Aldostefano Marino

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Categoria: #aldostefanolegge

L’estate muore giovane, Mirko Sabatino

È quando mi viene data la possibilità di leggere libri come questo, L’estate muore giovane (Edizioni Nottetempo, 2018), che mi convinco della necessità di dare voce ad autori emergenti, che tra i tanti libri conosciuti, si conoscono ancora troppo poco. È quindi il caso che vi parli di Mirko Sabatino, classe 1978, che, tra Roma e Nardò, ha dato vita ad un romanzo prezioso di 303 pagine. Pagine fitte, dense, che scorrono veloci, e parole da evidenziare, frasi da sottolineare, pensieri in cui poterci ritrovare. Tra lacrime da piangere e sorrisi che affiorano in volto durante la narrazione, tra canzoni famose, Celentano e Modugno: ci sono i personaggi perfetti di questa storia, con cui si empatizza subito, saggiamente costruiti, da cui aspettarsi solo ciò che faranno.

Estate 1963, nel mondo succedono tante cose: i Beatles hanno appena rilasciato il loro primo LP, J. F. Kennedy ha perso la vita a bordo della sua limousine, e papa Giovanni XXIII muore dopo cinque anni di pontificato: notizie importanti, cose di cui, un piccolo paesino di Gargano, si accorge solo leggendo i giornali e ascoltando la radio.  Lì, in quel paese, tra quei vicoli, e una piazza, una chiesa, una macelleria, e le case bianche e basse, Primo, Damiano e Mimmo hanno dodici anni e un posto segreto, che nessuno ha mai visitato: un rifugio sulla scogliera a precipizio sul mare, dove potersi nascondere, lontano da tutti.

C’è Primo: narratore maturo, tornato al paese, che racconta l’estate. Lui è tenace, premuroso, diventa grande prima che i suoi anni lo autorizzino a farlo, dopo la morte prematura del padre e la promessa di diventare l’uomo di casa, farà da padre e da fratello ad una sorella impaurita e bella, sul cui letto si siederà, prima di andare a dormire, ad inventare sempre nuovi e fantasiosi epiloghi sulla vita del padre scomparso. Farà da marito alla madre, che ormai, da quel giorno, prima di cena sparisce chissà dove; e sarà bastone e sostegno per la sua nonna, religiosamente devota, con le mani profumate di varechina e consigli sempre pronti.

C’è Damiano poi, figlio di una splendida attrice che sarebbe potuta diventare ma che non ce l’ha fatta, che ha seguito il marito da Roma, alle campagne desolate del Gargano, e che vive rinchiusa in una casa e in una vita, della quale è vittima passiva. Damiano che ha imparato a cadere quando è in movimento, “perché da fermi è facile”, Damiano che ama la sorella di Primo “come un uomo ama una donna”, “per quanto sovradimensionata possa sembrare oggi quella parola”.

Poi Mimmo, il puttino destinato a diventar papa, quando dopo anni di tentativi era venuto al mondo per miracolo, da una madre che ogni pomeriggio fa il rosario e un padre fuori di testa, dalle quali parole, lui e i suoi due amici, restano ammaliati, ogni volta.

Insieme sono tre amici, imbattibili, legati da un patto, stretto con l’acqua santa e il sangue sotto le note di Domenico Modugno: la promessa di difendersi ad ogni costo da qualsiasi cosa faccia del male ad uno di loro tre, insieme. Un patto che li conduce verso traiettorie brutali e mai aspettate, in modo sempre più tragico e spietato.

Attorno a loro don Gerardo, il parroco del paese de L’estate muore giovane, Vito Canosa e i suoi oscuri affari, Carmine Mangano colpevole della morte della sua famiglia: personaggi importanti, che tutti insieme confermano il senso profondo di quest’amara ma doverosa lettura: la necessità dell’esistenza del Male in un mondo dove, purtroppo, non esiste solo il Bene.

Attraverso una scrittura fresca, con parole ricercate e acuminate, tramite il dolore, le lacrime e il senso di responsabilità, ma anche l’amore, l’amicizia, e la famiglia, Mirko Sabatino ci consegna un’opera che va letta nel silenzio più totale, che febbrilmente ci conduce attraverso i luoghi senza nome di una provincia non identificata, immersa in una apparente, ma non reale, stabilità.

A misura d’uomo, Roberto Camurri

Discutevo qualche giorno fa sulla necessità di lasciare spazio, talvolta, ad autori nuovi e talentuosi, che faticano a farsi riconoscere, tra le innumerevoli nuove e vecchie proposte, che ogni giorno affollano gli scaffali delle librerie. A misura d’uomo è il romanzo d’esordio dell’emiliano Roberto Camurri, pubblicato in bordeaux, da NNEditore nel gennaio 2018, e già in ristampa questo mese.

Più che un romanzo è forse una selezione di racconti, legati l’uno all’altro, ognuno con titolo e vita propria, che non necessita degli altri capitoli per essere compreso. Al centro, ad uniformare i dieci racconti di questo libro, c’è Fabbrico, un piccolo paese dove l’Autore è cresciuto, costellato di campi verdi e cieli d’ovatta, fatto di casette tutte uguali e persone tutte diverse, in lotta coi loro fantasmi e con le loro paure.

Ed è proprio lì, sotto il cielo vuoto di stelle di Fabbrico, in quel paesino a misura d’uomo, che Davide si innamora di Anela, per caso: “non era stata una di quelle cose che succedono per magia o perché senti scattare la scintilla”, si erano trovati sotto il lampeggiare azzurrino di un’insegna in un parcheggio, e avevano fatto l’amore a casa di lei, sui copridivani etnici, e vicino ai piatti sempre sporchi nel lavandino. Ed è sempre a Fabbrico e da lì che Valerio, fedele amico di Davide, compagno di bottiglie bevute e canne fumate, tradisce Davide e scappa, distrutto dai sensi di colpa, per poi ritornare, tanto tempo dopo, quando il suo amico è ormai morto.
Attorno a loro ci sono altri personaggi, altre storie: la vecchia Bice, che accoglie al suo bar tutti quanti, sempre pronta ad offrire un caffè, una sambuca o qualcosa di forte, c’è Maddalena, legata ad un uomo che non la ama, Mario che è diventato matto, Elena, sua moglie, e tanti altri: personaggi ben caratterizzati e sempre tormentati.

È un esordio di fuoco, che brucia, quello di Camurri: una raccolta di racconti dove i personaggi, che son sempre gli stessi, si muovono tra l’amore e l’amicizia, la disillusione e il tradimento. Ambientato in una città da cui tutti vogliono scappare e nel solo posto in cui poi, ognuno di loro, riesce a salvarsi. A misura d’uomo è un romanzo breve ma intenso, dove i dialoghi sono essenziali e senza le virgolette; la scrittura, netta e tagliente, fatta di punti e a capo costanti, descrive perfettamente la Provincia e lascia che gli odori e i rumori della città possano esser percepiti tutti attraverso le pagine.

È un libro che lascia aperti molti spiragli, non chiarisce alcuni aspetti della storia, anche per il suo procedere disordinato nella narrazione; dà al lettore la possibilità di immaginare e viaggiare oltre, senza dover per forza sapere come va a finire per davvero.  Dedicato a Ludovica, A misura d’uomo, è per chi prova i sentimenti ma non sa amare, per chi è andato via da casa e vorrebbe tornarci.

La zona cieca, Chiara Gamberale

Credo profondamente che siano i libri di Chiara Gamberale ad attirare me e non sono, forse, io che li cerco, ma proprio loro che arrivano, quasi chiamati.

Perché le pagine della Gamberale – che per me è Chiara –  mettono in piazza le mie paure più nascoste, più sotterranee. Proprio a me che, talvolta, mi sembra di essere un po’ come Lorenzo, un protagonista del romanzo La zona Cieca (Feltrinelli Editore, 2017) ricomparso a distanza di nove anni dalla sua prima pubblicazione, che fruttò a Chiara il premio Campiello.
Lidia e Lorenzo si incontrano al luna park e un sentimento li lega fin da subito. Loro non sanno che sentimento è, e anzi sono convinti che il non definirlo possa aiutarli a vivere la loro storia serenamente.
Come tutte le storie dei personaggi dai destini particolari, ma simili, che si rincorrono e si intrecciano, anche questa è pregna di paura, ricca dolore, atroci sofferenze e perdite.

Lidia ha trent’anni, tre ricoveri psichiatrici e gravi problemi alimentari alle spalle e niente da perdere. È una speaker radiofonica, ha un modo tutto suo di stare al mondo che è un mondo pieno di musica ma con pochi colori. Conduce una rubrica: Sentimentalisti anonimi, dove, attraverso il dolore degli altri, cerca di confortare il suo io più nascosto, quella zona cieca che lei non conosce di sé, ma che lei riconosce come causa delle sue sofferenze. Si innamora tremendamente di uno scrittore, Lorenzo, a tal punto che gli deve “tutte le cose che ha imparato a guardare con le sue capacità di farlo […]” e persino “le magliette corte e i jeans stretti […].”

Lorenzo è tormentato dal fato, imprigionato dentro ad un matrimonio fasullo, lasciato dalla moglie per un’altra donna. A chiunque l’osservi appare negativo: è aggressivo, drogato, eroinomane e allo stesso tempo, profondamente turbato.
Intrattiene rapporti ostinati solo con chi che non c’è più e con chi gli sta vicino, invece, è sgradevole, meschino, egoista.
Dopo tutte le amanti di Lorenzo, delle quali a malapena ricorda i nomi, c’è Toni, omosessuale sin dal campo scuola, spalla su cui Lidia piange quando è ferita, e che prende a pugni quando è arrabbiata.

All’interno del libro c’è forse più di un punto di vista che accompagna il racconto, un continuo mescolarsi di voci: ci sono quelle degli ascoltatori di Sentimentalisti Anonimi, c’è quella di un Toni che una volta appoggia Lorenzo e una volta lo disprezza. Da una parte c’è anche quella di Lidia innamorata di un Lorenzo pieno d’amore, in grado di salvarla, di darle quanto mento una sopravvivenza, che quasi assomigli alla vita; dall’altra c’è una Lidia distrutta, che si chiede quanto sia il male che l’amore debba farci. In ogni caso, non riusciamo mai a capire fino in fondo chi sia Lorenzo, quale siano le sue intenzioni. Un personaggio apatico nei confronti della vita, abbandonato ma non per questo meno empatico di Lidia.

Chiara Gamberale parla dei sentimenti ma soprattutto della paura nostra più nascosta, non definita, diversa per ognuno di noi: ci spoglia completamente, con l’eleganza e la raffinatezza che la contraddistingue, con l’alternanza dei caratteri tipografici e di continui andare accapo: come se, appunto, la vita non fosse altro che un contino riiniziarsi. E questo la Gamberale ce l’aveva già insegnato con Per dieci minuti.

L’Arminuta, Donatella di Pietrantonio

Le copertine Einaudi hanno il grande potere di attirare anche l’occhio meno interessato.
Poniamo quindi un fondo bianco, la foto in bianco e nero di una donna molto bella, dai tratti nordici, le lentiggini, una fascetta gialla che abbraccia il libro: Vincitore del premio Campiello 2017. Colori che rendono, immagini d’impatto, titoli che suonano molto bene, esce fuori L’Arminuta, di Donatella di Pietrantonio.

Dopo questa premessa, inutile dire che il romanzo mi ha intrappolato prima che lo aprissi.
La bella e triste storia dell’Arminuta è raccontata da una bambina che cambia città, che cresce, e mentre cresce racconta. Grande capacità di Donatella di Pietrantonio, quella di sapersi destreggiare tra le mille io dello stesso personaggio, in fasi di vita differenti.
La storia è avvincente, mi tiene incollato: l’io narrante, l’Arminuta, la Ritornata, viene abbandonata da suo padre – che in realtà è suo zio – sulla porta di casa dei suoi zii – che in realtà sono i veri genitori e i suoi veri fratelli -. Le ragioni non le conosce nessuno.
Ci troviamo in Abruzzo, dalla città – che viene sempre e solo chiamata città – l’Arminuta va a vivere in campagna. I tempi son difficili, soprattutto per la sua nuova famiglia: il tavolo sempre vuoto di cibo, una brandina singola da dividere in due e la doccia solo il sabato. L’Arminuta va a scuola e si distingue dagli altri, e questo quasi spaventa la sua famiglia, che non amano la cultura, anzi la disprezzano. Ad esser fiera di lei solo Adriana, la sorella con cui divide il letto e che stravede per lei. Una famiglia evidentemente disagiata, sotto tutti i punti di vista, con un modo di dare amore spesso fraintendibile.
Ma che cosa è successo ai genitori dell’Arminuta? Questa è la domanda che ci portiamo appresso dalla prima pagina del libro. Perché l’hanno abbandonata? L’Arminuta non lo sa, e si tappa le orecchie, quando qualcuno parla male dei suoi genitori, che lei è sicura un giorno torneranno a prenderla.

L’Arminuta è la storia grandiosa contenuta all’interno di un romanzo che non è scritto come dovrebbe. Non si riesce mai ad empatizzare totalmente coi personaggi: restiamo sempre ad un passo da loro, senza poterci mai immedesimare completamente. Le descrizioni dei personaggi non sono incisive, non rimangono nel cuore. Tra i fratelli di «essa» non se ne ricorda uno, sembrano macchioline, messe là per contorno, per sbaglio. Tuttavia, anche se la storia sarebbe potuta essere trattata meglio, meno di fretta, i dialoghi sono impregnati di ritmo e il racconto scorre via veloce. La trama stessa del libro ti tiene incollato dall’inizio alla fine. La scrittura è asciutta, pungente ma delicata, come se la storia fosse raccontata da una bambina che cresce. La pecca è stata avere aggiunto troppo, rispetto a ciò che era necessario sapere di questa storia. La copertina è ben scelta, tanto bene che durante la lettura del libro, ho associato il volto in bianco e nero a quello dell’Arminiuta.

È una storia tragica e profonda, intrisa di passione e di segreti.
Insegna una cosa, un po’ amara, ma reale: adattarsi a tutto, trovare il bene in ogni cosa.

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