Aldostefano Marino

writer & editorial services

Categoria: #aldostefanomangia

Una vita sottile, Chiara Gamberale

Una vita sottile, libro Marsilio
Marsilio, 1999

Che cosa vuol dire avere una vita sottile? Che cosa è una vita sottile?

Intanto: è il vecchionuovo romanzo di Chiara Gamberale, ripubblicato diciannove anni dopo, dalla casa editrice Feltrinelli.

Diciannove anni fa, infatti, Chiara Gamberale esordì nel panorama editoriale proprio con questo titolo. Allora lo pubblicò la casa editrice Marsilio e, grazie a quei fogli, ha vinto consensi, applausi e premi importanti. A proposito di questa e di quella edizione ho potuto chiacchierare con la Gamberale: la trovate cliccando QUI.

Diciannove anni dopo, la Feltrinelli – che pian piano sta ripubblicando tutte le sue opere passate – riporta in libreria, anche Una vita sottile, con una nuova prefazione scritta da Lei, e una postfazione scritta da tutti quei lettori che Chiara ha saputo aiutare.

Una vita sottile è un romanzo autobiografico.

Feltrinelli, 2018

Devo confessare che, normalmente, strabuzzo gli occhi davanti a questo genere di libri che recuperano storie nell’abisso della vita dei propri scrittori. Molti lo fanno: pensano di poter raccontare una storia, la loro, e di spacciarla come originale, elaborandola e ricamandoci su – talvolta poco, talvolta niente -. Secondo il mio modestissimo parere questo non è il mestiere dello scrittore: sembrerebbe piuttosto quello di un medico, di uno psicologo, di un analista che, dettagliatamente e minuziosamente, segna su un foglio dettagli di un qualche male, che non hanno ragione di esser letti, se non per individuarne in essi una diagnosi. Ma non tutti possono fare i medici.

In questo caso, invece, le pagine della vita sottile che Chiara racconta sono utili più di quei fogli bianchi che ci prescrivono i medici: sono pagine, poche, ma abbastanza, che curano anima, corpo e il Mondo.

Diciannove anni fa, infatti, Chiara Gamberale esce da una terribile malattia, l’anoressia, che l’ha lacerata nel profondo. L’ha sgualcita, distrutta, privata di tutte le sue certezze, di molte persone intorno. Di tutti quegli Io che l’hanno sempre poeticamente abitata, per poi riportarla a casa e da noi, forte e con tanto da insegnare.

È il modo in cui Chiara Gamberale sceglie di raccontarsi a rendere questa storia più lunga di quanto lo è effettivamente.
Lei è nata per scrivere: non c’è altro da aggiungere, anzi ce n’è parecchio e dovrò fare molta attenzione affinché le mie parole non risultino banali e il mio modo di scriverne, questo, sminuito, davanti alla sua penna, e alle sue mani, grasse e piccole – come dice Lei -. Chiara Gamberale scrive in un modo che si potrebbe dire quello dei futuristi, quando le pagine diventano più di pagine scritte, disegnate, pasticciate, con l’alternanza di tanti caratteri tipografici, dove andare a capo, usare delle virgole e la punteggiatura come nessuno aspetta di trovarle usate, diventa la sua peculiarĭtas. 

Il modo originale in cui decide di raccontarcelo è attraverso le persone. Cronologicamente, la Gamberale racconta la sua storia attraverso le persone che sono rimaste e anche quelle che se ne sono andate durante quegli anni di buio impenetrabile. Parla di sé parlando degli altri.

Un capitolo per ogni persona significativa della sua vita.

Uno per il suo cane Jonathan, salvato dalla rabbia e riconoscente a Lei per il resto della vita.

Uno per Elena, definita dalla Gamberale dipendenza, al pari delle Marlboro lights, dei monologhi di Gaber e del succo d’ananas.

Un capitolo per Marco, l’animatore di un villaggio turistico, “senza dubbio il più bello”, dove Chiara va a riprendere coscienza del proprio corpo: una notte che nel suo cuore rimarrà per tutta la vita. Un uomo in grado di farla sentire terribilmente leggera – come nessuno ha mai saputo fare – e che Lei, ha il potere, con assoluta trasparenza, di far sentire pesante, di spessore – come nessuno ha mai saputo fare con lui -, perché “è bello poter chiamare una persona per nome!”

Un altro capitolo per i professori del Liceo Classico Socrate di Roma, dediti all’amore per ciò che insegnano e alle persone a cui lo insegnano: alunni che non sono piccole e inutili figure a cui dover, svogliatamente, insegnare le solite cose. Ma persone.  Persone. Il Liceo Socrate dove ha imparato che “crisi in greco vuol dire scelta”, costretta ad abbandonare al quarto anno per andare al Severo.

Chiara Gamberale parla di tutte le persone salvifiche che ha incontrato durante quegli anni: credo non ne trascuri neanche una, quando non sa che dire lascia una pagina bianca e le dedica comunque un foglio in un libro dove essere menzionati è un onore, un privilegio: soprattutto per il potere medico di queste pagine. E non lo dico solo io: lo dicono tutti quei lettori coinvolti nella postfazione, quelli che dicono “È anche grazie a te se ho appena finito di mangiare ben due dolci”, o

Chiara, devo smettere. Se continuo, non finisco più. Non ho mai raccontato a nessuno queste cose, non ho mai scritto roba del genere. Devo però arrivare a una fine quindi mi fermo qui per ora. Ho fatto la scelta giusta questa volta. Mi stai facendo un regalo bellissimo.

Pasticceria Charlotte, Re di Roma

Una vita sottile è un libro meraviglioso per le tante storie che racconta. È un romanzo incredibile perché non è una storia: sono tante, infinite storie, tutte le nostre drammatiche storie, in cui, intrappolati per la macabra e illogica capacità di sentirci estranei al nostro corpo: che è uno solo e va accettato, come la vita che ci è capitata, perché ognuno ha “l’aspetto fisico che si merita, e non sto parlando solo di bellezza nel senso più comunemente inteso o di curve e muscoli al posto giusto”.

Per la foto di copertina dell’articolo si ringrazia la pasticceria Charlotte per avermi ospitato con gaudio: un luogo molto piccolo quanto speciale, a Roma – in via Vercelli 12, vicino alla fermata metropolitana Re di Roma –  dove, in mezzo a piante e un arredo chic si possono gustare ottimi dolcetti e fare una gustosissima colazione.

Animali in salvo, Margaret Malone

Animali in salvo (People Like You) è la raccolta di racconti edita NN Editore, scritti e riscritti più volte nel corso di dodici anni da parte di Margaret Malone, insegnante di Portland, con i quali ha vinto il premio Balcones Fiction Prize nel 2016.

Ringraziamo NN Editore per essere riuscita, ancora una volta, a inserire all’interno del proprio progetto editoriale una preziosa raccolta di racconti, dato che, normalmente, si dice che i racconti si leggano poco, e invece: stavolta, andrebbero letti e riletti.

Animali in salvo contiene nove racconti prodigiosi, alcuni collegati tra loro, altri invece sono perle: singolari e sconnessi da tutto il resto – per continuità narrativa -, ma riconducibili allo stesso medesimo tema:

La donna.

In tempi come questi è infatti vero che sentiamo spesso parlare di donne e di emancipazione: pare che ognuno abbia da dire la sua al riguardo, e ci va bene così – diciamocelo – perché, parlarne troppo, è sempre meglio che non parlarne… anche se, talvolta, questo rischia di suscitare l’esatto effetto contrario.

Ma Animali in salvo non è soltanto una serie di racconti sull’emancipazione, di una ventina – circa – di pagine l’uno. Animali in salvo è una raccolta di testi di valore perché le donne sono protagoniste che vengono descritte mentre vivono le loro normalissime vite.

C’è Cheryl, per esempio, che compare in più di un racconto, sempre impegnata a tentar di avere un figlio: Cheryl è una donna come se ne vedono tante. Ha un lavoro, un marito, Bert, con cui non ha mai smesso di fare sesso, ma anzi ha continuato a mantenere, anche dopo tanto tempo, la stessa frequenza di una volta, per la sola ragione di non essere come gli altri.
Eppure come gli altri vorrebbe esserlo: quando va alla festa a sorpresa di un vecchio amico e, attorno a lei e Bert ci sono solo donne incinte. Cheryl è una donna che vorrebbe avere un figlio e che capisce che, l’unico modo per avere a che fare con i bambini è sposarsi con un uomo che non si prende le proprie responsabilità, e provare lei stessa a essere quel bambino che vorrebbe: rubando i palloncini alle feste, bevendo vino come una adolescente e dicendo a voce alta quello che non andrebbe detto nemmeno sottovoce.

C’è la fidanzata di Chuck, protagonista di un altro racconto – il più breve, forse – che non ha un nome e pare che questo non sia mai del tutto casuale, dato che si è costruita una nuova identità – non sua – attorno alla figura del futuro marito. Quando Chuck le chiede di sposarlo davanti alla porta lei dice di sì, ma in realtà poi ci ripensa perché non le “è mai venuto in mente che poteva dire di no”.

Ci sono tantissime donne, tutte alla ricerca di qualcosa, vulnerabili, mai veramente forti, e anche quelle che lo sembrano, come Barb, a capo di un’azienda importantissima, alla fine cerca di far del bene per farne a sé stessa. Donne comuni, dal passato misterioso. Ci sono figlie deluse dalla separazione dei genitori, bambine che si danno alla fuga quando qualcuno canta loro I just called to say I love you.
Ci sono proprio tutte.
Ci siete proprio tutte.

Animali in salvo mi fa ricredere: di solito non leggo racconti, ma stavolta l’ho fatto e ne sono rimasto piacevolmente stupito. Un libro che si legge in poche ore ma che non si smette di leggere mai. A me guarda dalla libreria e, ogni tanto, lo riprendo in mano e cerco qualche passaggio che mi è sfuggito. 

Romeow Cat Bistrot, Quartiere Ostiense, Roma

E, anche se io non potrei sentirmi – veramente – nessuna di quelle donne, posso però provare sulla mia pelle il dolore che provano loro. E allora i miei complimenti telematici giungano forti e sinceri a Margaret Malone che è stata in grado di mettere in scena con un linguaggio semplice, ma mai scontato, quella che la vita è realmente: senza troppo romanzarci su, facendo immedesimare in raffinati personaggi anche i più scettici, come me.
E poi, infine, circolarmente rispetto a come ho iniziato a parlarvi di Animali in salvo, i miei complimenti arrivino sinceri a quelli della grande Arca di NN Editore che, stavolta, porta in salvo molti animali, tra cui me.

Nella foto di copertina dell’articolo si ringrazia il Romeow Cat Bistrot per avermi accolto con amore: un luogo speciale, a Roma – in via Francesco Negri 15, sull’Ostiense – dove, in mezzo a un esercito di gatti simpatici e assonnati, si mangia crudista, vegano e tante tantissime specialità buonissime.

Perché ci ostiniamo, F. Sjoberg

Frederik Sjoberg è uno scrittore ed ematologo: vive sull’isola di Runmaro, vicino alla città di Stoccolma, e lì, dove si è trasferito a partire dal 1986, pare che abbia trovato il suo paradiso naturale.
Da sempre scrive, soprattutto saggi, racconti che hanno sempre qualcosa da insegnare. Studia da vicino le mosche: insetti dei quali l’autore è tremendamente affascinato, forse per le loro dimensioni o per la capacità di sapersi adattare ovunque si trovino.

Perché ci ostiniamo è il primo libro che leggo di quest’autore dal nome impronunciabile: prima di questo, Sjoberg ha avuto un successo planetario con L’arte di collezionare mosche, portato in Italia, anche quello, dalla raffinata casa editrice Iperborea. Nei suoi scritti traspare molto di lui, della sua vita e della passione per gli insetti e per la natura in generale: li studia da vicino, come un attento osservatore che rivendica la sua parentela diretta dal mondo naturale, e ha iniziato a collezionarli sin da quando era bambino.

Perché ci ostiniamo, per quanto venga catalogato come un libro di narrativa, in realtà, del romanzo ha solo i metodi narrativi: infatti, Sjoberg procede spedito, attraverso capitoli brevi, nel narrare le vite di personaggi dai nomi complicati, tutti accomunati da un’accattivante tendenza: l’arte del collezionismo. Ma più che una serie di racconti è forse una raccolta di saggi, sapientemente selezionati e finemente curati che cerca ed esplora la bellezza del mondo, di cui spesso ci dimentichiamo.

Sono nove i viaggi che Sjoberg racconta: tutti prendono spunto da dettagli minimi, dall’osservazione di un albero o dal rinvenimento di un autografo dietro l’autoritratto dell’artista Strindberg. Tutte le storie raccontano di aneddoti e personaggi stravaganti, sconosciuti – soprattutto in Italia -, come quella scritta intorno al personaggio di Anna Lindhagen, pioneiera dell’ambientalismo svedese che incontrò Lenin.
Perché ci ostiniamo? Perché continuiamo a raccogliere e conservare? Che cosa si nasconde dietro l’ossessione della ricerca di pezzi introvabili?

Attraverso l’approccio scientifico e contemporaneamente umanistico, Sjoberg, abilmente e con una scrittura caotica, torna spesso indietro e salta continuamente in avanti, racconta di avventure che riguardano la natura, la Storia, soprattutto l’arte e, più in generale la bellezza del mondo: una bellezza importante e spesso trascurata che, solo di rado, ci troviamo a osservare e studiare attentamente. All’interno di queste pagine è proprio lei la protagonista: la bellezza, che si fonde con l’arte contemporanea e che diventa protagonista assoluta.

Perché ci ostiniamo più che un libro è quindi una raccolta di saggi che ci sprona, giusto il tempo di qualche ora – data la brevità del racconto -, a cercare la bellezza e a non sottovalutarla più.
Impossibile non leggerlo se si è amanti della casa editrice Iperborea che, per l’ennesima volta, conferma il suo innato talento nell’individuare storie che vale davvero la pena ascoltare.

Per la foto di copertina dell’articolo si ringrazia il Punto Red Feltrinelli, nel pieno centro di Roma, un luogo ricreativo dove è possibile acquistare libri, leggerli e mangiarci sopra tantissime delle buone specialità che vengono cucinate direttamente dallo staff Feltrinelli.

La luce che resta, Evita Greco (Recensione e chiacchierata)

La luce che resta è il nuovo romanzo drammatico di Evita Greco, in uscita il 13 settembre per Garzanti. Questa volta, dopo Il rumore delle cose che iniziano, Evita Greco scrive una storia più matura della precedente, mantiene il suo stile inconfondibile, ma stavolta non trascura nessun dettaglio e ogni cosa assume la necessità di esser narrata. Con gli occhi di una madre, Evita Greco, scrive con le mani di una pittrice, delicatamente, attraverso particolari e analisi minuziose racconta un intreccio di storie apparentemente slegate, ma destinate a rincorrersi, capitolo dopo capitolo, fino ad allacciarsi nella stessa trama.
La sua scrittura è precisa, attenta a ogni minimo particolare: per Evita Greco, ogni azione ha un posto privilegiato nel racconto, come se tutto ciò che viviamo, pensiamo e sopportiamo meriti l’attenzione di un narratore e poi quella del lettore, che una volta catturato non riesce più a staccarsi dalle pagine del libro: quest’attenzione per i dettagli poi, facilita quella necessità che il lettore ha di immedesimarsi in ognuno dei personaggi di La luce che resta, nati dalla testa di Evita Greco

Il treno regionale 12047, ogni mattina, mentre viaggia ha da una parte il mare e dall’altra le colline. Sopra c’è Carlo: segue la madre, lo fa sempre quando lei gli dice che vuole uscire di casa, non sa bene per andare dove, e poi va in tribunale: è avvocato, una professione che gli sta stretta, dicono sia riuscito a diventarlo solo grazie al padre.
Marco che vive fuori, lavora a Londra e tenta di convincerlo in ogni modo a portare la madre in una casa protetta, lasciare l’Italia e andare a vivere in Inghilterra. La vita di Carlo, le sue attenzioni e le sue preoccupazioni si riducono a quelle rivolte verso una sola persona, sua madre Filomena, a cui ha promesso che un giorno comprerà una macchina, una Dyson, che a lei piace tanto, e scapperanno lontano, in una casa dove sembrerà di poter toccare il mare solo guardando fuori dalle finestre.
Su questo treno, tutte le mattine, Cara accompagna a scuola Vita, la sua bambina, e poi scappa al lavoro, ne fa diversi: la segretaria in uno studio medico, il dottorato all’università. Cara è una mamma in carriera, e tutte le mattine, ogni volta che saluta la figlia, poi deve combattere con il senso di colpa che la opprime per la necessità di dover chiamare una baby-sitter, sperare che sia libera, e chiederle di andare a prendere Vita all’asilo.
Su questo stesso treno Carlo e Cara si incontrano, con le loro storie, i loro scheletri nell’armadio: impauriti e indifesi, due anime ferite, che hanno paura di conoscersi ma sono curiose di farlo. I loro viaggi si intrecciano, attraverso i racconti del grande amore che vive ancora nei ricordi di Filomena, le loro vite si incrociano, e cominceranno a cercarsi ogni volta che prenderanno il treno, finché non avranno il coraggio di parlarsi, e di aiutarsi poi.

La luce che resta è quella luce che rimane quando tutto attorno è calato il buio, che spaventa e porta a divenir ciechi davanti a tutto ciò che accade attorno. Un lungo dramma sulla paura, che esplora ogni lato del nostro animo e ci interroga spesso. È il racconto di quel momento in cui rimaniamo soli, perdiamo noi stessi, e ci aggrappiamo con tutte le forze alla felicità di qualcun’altro. Ma soprattutto, è il romanzo dell’amore materno, quello che ci consegna al mondo. Dell’amore che un figlio prova per la madre, della forza che ogni madre riceve in dono, senza averla mai avuta prima, quando il suo corpo si prepara a ospitare un bambino. Delle paure che una madre ha ogni volta che saluta suo figlio, e di quel senso di completezza che ogni figlio prova quando si trova con sua madre: Vita per Cara e Carlo per Filomena. Un amore forte, che supera i confini. Un romanzo per consolare le perdite e che fa ritrovare il coraggio.

Evita Greco è tornata, stavolta più forte che mai: non ha paura, osa e ci consegna un’opera di cui si sentirà parlare molto presto. E così sia!

Chiacchierata letteraria con Evita Greco

Cara Evita, “anche il cielo più scuro nasconde un raggio di sole”, qual è il tuo spiraglio di luce? Da dove proviene?
Dai miei bambini e dalle storie. Non faccio altro che raccontarmi storie, in un certo senso. Le cerco mentre cammino, le cerco ovunque. Sono il mio amuleto, le storie. Il mio modo di credere di poter avere a che fare con la realtà.

Questa volta ti sei fatta desiderare… ci hai tenuti sulle spine per un po’, quanto amore e quanto tempo hai dedicato alla scrittura di La luce che resta?

Tempo tanto, amore anche di più. L’ideale sarebbe stato farlo uscire a due anni dal “rumore delle cose”, poi però è servito più tempo e più spazio. E’ stato inevitabile, per me, prendere molto molto molto sul serio tutto quello che era stato detto a proposito del primo libro. Il che, inevitabilmente, mi ha un po’ rallentato con il secondo. Poi nel frattempo è nato il mio Carlo, e anche lui si è preso la sua quantità di tempo, e tutto l’amore.

Nei libri che si scrivono c’è certamente sempre un po’ di noi. Dove sei tu, veramente, in questo romanzo? Ti senti più vicino a ciò che prova una madre o una figlia?
In questo libro, molto più che nel primo, credo di essere vicina a tutti. C’è davvero una parte di me in ognuno dei personaggi. Credo che sia spesso così, il materiale che abbiamo a disposizione per scrivere è la nostra vita e quindi quel che siamo finisce ovunque. “Per quanto mi identifichi nel battito di un altro, sarà sempre attraverso questo cuore”, dice una canzone di Jovanotti. C’è un pezzetto del mio cuore in ognuno dei personaggi, insieme a delle caratteristiche – spero – solo loro.
Cara (un po’ come Giulia del Rumore delle cose che iniziano) rappresenta un modello di donna forte che io spero di raggiungere, ma che forse non  mi appartiene davvero. Marco ha una forza che ammiro, tiene la barra del timone dritta, sempre. Nelle fragilità di Filomena mi riconosco. Mentre Carlo, per me, rappresenta il giusto mix tra forza e tenerezza (passami la semplificazione). Rileggendo il libro, scherzando tra me e me, mi sono detta che è una specie di Christian Gray delle mamme. Non ho letto cinquanta sfumature di grigio ecc. ecc., ma sono ragionevolmente certa che un uomo che offre con biscotti fatti in casa a tua figlia, uno capace di addormentarla, di prendersi sul serio mentre gioca con lei, e di esserci, senza troppo parlare, vale lo
scambi!

Mi incuriosisce la scelta dei nomi: a parte i personaggi che si chiamano come i tuoi bambini, tutti gli altri, come nascono nella tua testa? Prima nascono e poi dai loro un nome, o viceversa?
Quasi contemporaneamente. Dare i nomi ai personaggi, per me, è davvero difficile. Per alcuni ho le idee chiarissime sin dal principio. Altri (per esempio quelli del “rumore delle cose che iniziano”) rimangono solo iniziali per tantissimo tempo. In generale faccio molta fatica a prendere decisioni definitive. Dare un nome è una decisione definitiva. “Cara” è un omaggio –piccolissimo e molto maldestro- alla canzone di Lucio Dalla, che per me è forse la più bella di sempre. Marco è il nome del mio compagno, qualcosa del Marco del libro me lo ricorda. Filomena è un nome che mi piace, e in parte ho pensato al film, al tipo di maternità che viene raccontata nel film. Carlo perché c’era il nostro, di Carlo, che è sempre stato Carlo da sempre, da quando ci siamo conosciuti io e Marco, che ce lo dicevamo che, un figlio nostro, maschio, sarebbe stato Carlo. Che poi il nostro Carlo si chiama Carlo Antonio, in onore del nonno paterno che non ha conosciuto, e che sarebbe impazzito dalla gioia a saperlo qui.

Siamo tutti curiosi di sapere come ha reagito Chiara Gamberale quando ha scoperto che uno dei protagonisti della tua storia si chiama proprio come sua figlia, Vita.
Chiara non credo lo sappia, ancora. Ma nei nostri incontri, c’è stato un bello scambio di “attese”. L’ho incontrata a Rapallo, quando ancora non sapevo che Carlo stava arrivando, ma già c’era. L’ho incontrata a Macerata, quando Carlo stava per nascere. Non ricordo se glielo dissi, o se glielo scrissi quando poi lei mi  disse che Vita stava arrivando. Se Carlo fosse stato una femmina, sarebbe stata Vita. E’ un nome bellissimo, che ha dentro tutto quello che conta. Spero non le dispiaccia. Ancora di più spero di conoscere la sua Vita il prima possibile.

Tra le tue pagine si sente il tuo destino, quello di madre: traspare tutto l’amore che tu sei in grado di provare, probabilmente, perché a descriverlo sei veramente abile. Quante volte ti sei sentita inadatta come madre dei tuoi bambini?
A costo di sembrare presuntuosa, forse per la prima volta in vita mia lo dico: non mi sono mai sentita inadatta. Stremata, sì, molto spesso. Così come molto spesso so di cedere su fronti in cui non dovrei (cartoni animati mentre siamo a cena fuori, cibi non sempre sani, ritmi sonno veglia totalmente sballati anche per colpa nostra), ma inadatta mai. Capita di sentirsi osservate, capita di accorgersi che magari, mentre sei in strada e uno dei tuoi bambini piange o urla, o si butta per terra, e allora capisci che qualcuno sta pensando di te “sei inadatta”. Ma con il tempo ho imparato a capire che ci sono altrettante persone che ti guardano e pensano “so cosa succede, è tutto ok”.
Sogno un mondo in cui nessuno si debba sentire in difetto, quando magari il suo bambino piange, sogno un mondo in cui nessuna madre si senta inadatta. Perché la maggior parte delle volte, se una madre si sente inadatta, è perché è sola, e nessuna dovrebbe esserlo mai. Come pensa spesso Cara: serve un villaggio. Dobbiamo essere tutte il villaggio di tutte.

Da La luce che resta, di luce ne esce tanta. Riesci a farci credere che, talvolta, quando è tutto buio, faccia più luce la luce che rimane che buio il buio che si vede. Presenti il buio come necessario, e guardi le cose tutte da una prospettiva più confortante. Che cosa diresti a chi non riesce a individuarla?
Che c’è, che ognuno di noi sa che c’è e che tutto ha un suo “verso”, un suo significato. Spesso occorre allontanarsi, spesso fa un male cane, ma in parte, per crescere, abbiamo davvero bisogno che si aprano alcune crepe. Poi credo anche che ci siano dolori che non servono a nulla. Dolori che sono dolori e basta, cose che non dovevano andare così. Di fronte a cose del genere (come per Marco e Filomena) non basta neanche un grande amore. Accadono anche queste, purtroppo. E forse si trova un verso anche per quelle.

 Lascia un po’ di luce anche a noi: stai già scrivendo il prossimo?
Scrivendo ancora no. Ma ho in mente una storia di cui sono profondamente innamorata. Me la immagino anche molto diversa da quello che ho raccontato fino ad adesso, poi magari non sarà così diversa, non lo so. Ma è una storia che adoro. E quando l’asilo riaprirà, inizierò a scriverla, promesso.

 

 

Per le foto di copertina sono stato ospitato da Necci al Pigneto, a Roma (via Fanfulla da Lodi 68) un grazioso locale dove spendere il proprio tempo: studiando, mangiando, bevendo qualcosa e facendo un ottimo aperitivo. Potete trovare degli ottimi dolci di loro produzione, mangiare un buon piatto di pasta, o tenervi leggeri con sfiziosissime insalate!

Il Gallo d’Oro, Cagliari

Tra le migliori pizzerie della mia Terra, non posso assolutamente non menzionare: Il Gallo d’oro.

La pizza che si mangia in questo posto è veramente un’ottima pizza. L’impasto è napoletano e potrete scegliere tra più di quindici farciture, una più originale dell’altra. Tra i gusti vanno assolutamente menzionati: Culurgiones, in onore di un tipico enorme gnocco ripieno sardo, la Romagnola, con un’enorme burrata al centro e spolverata di granola di pistacchi.
Vi suggerisco inoltre di far farcire i cornicioni della vostra pizza, con un modico rincaro sul prezzo normale.

Da loro non si mangia soltanto pizza: potrete assaggiare anche eccezionali piatti di pasta, taglieri e bere ottime birre artigianali.

Vi consiglio di prenotare: il locale è abbastanza grande ma è un posto molto frequentato, rinomato e premiato dal Gambero Rosso per l’attenzione e l’accurata selezione di piatti.

I prezzi sono ottimi, e il rapporto qualità-prezzo assolutamente proporzionato.

Il Gallo d’oro si trova:
In via Dante 62, a Cagliari;
in via Italia 139A, a Pirri.

 

Powered by WordPress & Theme by Anders Norén