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Nella sezione Interviste di aldostefanomarino.it troverai interviste e discussioni con alcuni personaggi dell’ambiente letterario e culturale. Non soltanto autori, ma anche scultori, editori, personaggi da cui si ha sempre qualcosa da imparare.

Quante volte ti è capitato di domandarti che cosa passasse nella testa dell’autore mentre ha deciso di far morire il proprio protagonista? Quante, invece, avresti voluto saper come va a finire una storia, ma il finale aperto te l’ha impedito?

La sezione Interviste è nata proprio per questo: è un modo per venire a scoprire le storie di personaggi che hanno significato o significano qualcosa. È un modo per leggere altro di un libro, anche quando le pagine si sono esaurite.

 

 

Intervista a Sandra Petrignani

La scrittrice Sandra Petrignani rappresentata davanti a una libreria bianca che sorride verso l'obiettivo

Sandra Petrignani è una delle più note e valide biografe del panorama letterario contemporaneo. Nei suoi scritti principali, il suo intento primario è quello di fornire un affresco di una società letteraria agli albori di un periodo rivoluzionario – di cui ormai non rimane molto, se non un ricordo sbiadito e spesso confuso -. Noto è l’amore della Petrignani per le donne di quei felici tempi andati, da Natalia Ginzburg, a Elsa Morante, Grazia Deledda, Marguerite Yourcenar e molte altre. Altrettanti sono i libri dati alla stampa, ma numerose – soprattutto – sono le preziosi riflessioni e conoscenze generate dalla lettura dei suoi volumi.

Sandra Petrignani nasce a Piacenza il 9 luglio del 1952, suo padre è romano – ma di discendenza umbra -, e sua madre invece napoletana. Ci tengo a soffermarmi sulle sue origini perché nella letteratura della Petrignani sarà sempre presente una particolare attenzione al lessico e alle attraenti declinazioni che assume la lingua nei più variegati contesti. Mi viene quindi subito da chiederLe: in che modo le Sue tradizioni si sono mescolate al Suo personale lessico famigliare? Riesce a individuare nel suo gergo una parola “incandescente” quanto gli Sbrodeghezzi – che sempre il signor Levi rimproverava ai suoi figli?

C’è effettivamente questa triangolazione nelle mie origini: nord, centro, sud. Sono una “piasenteina” che era attratta da Roma, dove stavano i nonni paterni e che sentiva la madre – quando da Piacenza parlava al telefono con le sorelle – rinfocolare un dialetto napoletano che mi sfuggiva completamente. Più che da parole particolari, il mio lessico s’annidava in una filastrocca inventata da me a tre/quattro anni che la dice lunga sui miei rapporti con i genitori: «Son carina/ son piccina/ son la gioia di papà/ Ma se sporco la vestina/ la mammà mi fa tottò».

Da ciò che evince dai Suoi scritti e dalla Sua biografia, pare che la vita abbia sempre viaggiato di pari passo con la scrittura. Se guardiamo però alle prime composizioni, sarà facile accostare le Sue narrazioni a un tipo di scrittura di tipo giornalistico. Quando si è accorta di voler parlare di altro e di farlo attraverso una nuova forma?

Il giornalismo culturale (era la mia professione, quello che facevo per mantenermi insomma) ha senz’altro avuto un ruolo nella mia passione per i libri di viaggio e nell’interesse per le vite degli altri. Ma proprio all’inizio mi ero già misurata con un romanzo (in parte sperimentale) dal titolo Navigazioni di Circe e con i racconti di Poche storie (uno dei miei libri migliori secondo me, che spero di riproporre presto). Poi la proposta di Stefano Malatesta di scrivere un libro di viaggio per una sua collana presso la Neri Pozza (ho accettato ed è stato La scrittrice abita qui) ha cambiato il mio destino editoriale. Il direttore della casa editrice Giuseppe Russo mi ha spinto a insistere in questa direzione. Occuparmi cioè, fra romanzo, biografia, ricerca, viaggio, delle vite degli altri appunto. Ora che tanti altri scrittori si sono messi su questa strada, credo che io smetterò.

Libro sulla biografia di Natalia Ginzburg, scritto da Sandra Petrignani, studiosa di autori e personalità del Novecento

Nel 2018 è stata tra le prime cinque finaliste del Premio Strega con La corsara, biografia di Natalia Ginzburg. Attualmente lo Strega è uno dei premi letterari più importanti, un evento che i lettori aspettano ogni anno, ma soprattutto una vetrina per editori e autori, una possibilità per raggiungere nuove persone. Si ricorda come Le è stata comunicata la Sua partecipazione e soprattutto cosa ha provato pensando di concorrere per un premio letterario così importante, a cui hanno partecipato – prima di Lei – molte delle personalità che ha studiato e (fortunatamente) ci ha raccontato?

Ho pensato: rieccoci. Conscia dell’impegno enorme, spirituale e fisico, che concorrere a quel premio comporta. Avevo già partecipato con La scrittrice abita qui sistemandomi al quarto posto. Con La corsara mi sono piazzata terza, è già qualcosa. Perché si partecipa? Nel mio caso la poetessa Biancamaria Frabotta ha deciso per me candidandomi. E io ho accettato la sfida, consapevole dell’enorme visibilità che anche solo essere finalista allo Strega comporta.

La scrittrice abita qui di Sandra Petrignani è un affresco delle maggiori figure del Novecento letterario italiano.

È proprio grazie alla Corsara che Lei può sentirsi veicolo previlegiato della storia di una donna che ha cambiato l’editoria e la letteratura italiana. Tuttavia, il Suo non è stato un mero reportage cronistico, tra le righe emerge prepotentemente il Suo entusiasmo e la Sua ammirazione nei confronti della Ginzburg e di tutte le personalità che le sono orbitate attorno. Come ci si sente a ripercorrere certi posti, a raccogliere certe testimonianze? Cosa si prova ad approfondire in modo così intimo la vita di autori e autrici che hanno avuto un enorme peso nella nostra letteratura?

Le suonerà strano, ma non avevo per Natalia Ginzburg nessun reale entusiasmo. Il che non vuol dire che non la stimassi. L’avevo conosciuta, e non aveva un carattere espansivo. Sentivo intorno a lei un’aura da razza padrona che mi respingeva. Mi sono messa a scrivere di lei per dovere. Mi sembrava uno scandalo, con l’approssimarsi del centenario della nascita, che nessuno fosse impegnato a redigere una biografia su una donna della sua importanza, non solo come scrittrice, ma come testimone di un’epoca turbolenta, come unica personalità femminile di vero potere editoriale, come costellazione di amicizie fondamentali nella storia culturale del nostro paese. Ero pronta a fare un lavoro umilmente biografico. Ma l’atteggiamento di chiusura dei familiari (almeno quelli più stretti), che mi hanno negato di consultare i documenti in loro possesso e di incontrarli, mi ha fatto deviare verso il libro più personale che poi ho realizzato. Libro comunque documentatissimo, ma scritto a modo mio, raccontando anche la mia ricerca, la mia scoperta dei posti, delle case di Natalia. Ne è venuto fuori un libro più appassionante, che – mi dicono i lettori e hanno scritto i critici – «si legge come un romanzo».

Lessico femminile è l'ultimo romanzo di Sandra Petrignani pubblicato per Laterza

In uno dei Suoi ultimi lavori, Lessico femminile, prende in rassegna le voci di innumerevoli autrici che hanno segnato il suo percorso di scrittrice e soprattutto di lettrice. Da Nina Berberova a Virginia Woolf traccia dei percorsi tematici molto interessanti che a tutti diranno necessariamente qualcosa di nuovo. Chi lo avrà letto non potrà certo sottrarsi all’idea che Lei abbia dovuto leggere tanto e documentarsi altrettanto prima di parlare di tutti questi lessici e linguaggi che si intrecciano. Sandra, vorrei chiederLe che cosa apprezza della scrittura femminile e qual è l’aspetto che più ama far emergere dai personaggi femminili di cui racconta.

A me piacciono i bei libri, quelli che ti lasciano un’emozione indimenticabile. Che poi li firmi un uomo o una donna mi è indifferente. Però mi dà fastidio l’ancora scarsa considerazione verso il genio femminile. E allora ho voluto proporre questa carrellata di belle pagine, bei pensieri, sentimenti, scoramenti a firma femminile per mettere in vetrina il valore di scrittrici che per me hanno contato molto. Ogni tanto mi rendo conto che ho dimenticato questa o quella. Pazienza. Non è un’opera enciclopedica, ed è bene che dentro il mio libro non ci siano entrate tutte quante. Vuol dire che le scrittrici di valore sono ancora di più della conta che ne ho potuto fare io.

C’è chi colleziona oggetti e chi colleziona amabili pensieri. In “cose (insignificanti)” la scrittrice Sei Shonagon scrive: “Queste note le ho scritte soltanto per me, per trovare conforto nell’annotare i miei sentimenti, e non ho mai pensato che avrebbero potuto allinearsi alle grandi opere e attirare l’attenzione del pubblico […]”. Mi rivolgo direttamente a Lei, Sandra: preferisce collezionare oggetti a raccogliere ricordi?

Non sono una gran collezionista, né di oggetti né di ricordi. Anzi sono molto smemorata. Se colleziono qualcosa sono le emozioni. Le emozioni provate mi lasciano segni inalterabili, mi restano dentro fino al momento in cui, scrivendo, ne faccio qualcosa.

Nel corso della vita di ognuno di noi c’è sempre qualcosa che non ci aspettiamo che accada; a volte ci sono eventi che ci stravolgono l’esistenza o che ce la migliorano improvvisamente. C’è un evento – o un momento – che, anche solo per un istante, ha creduto potesse fermarla dal suo mestiere di narratrice e che poi invece l’ha spinta ad andare avanti?

Scrivere per me è una necessità. Mai scritto per onorare un contratto o per non sparire dalla scena. Mi fanno pena e tenerezza insieme gli scrittori che ragionano così, quelli che si sentono male se non sfornano almeno un libro all’anno. Si pubblica anche troppo, nessuno muore se Tizia o Caio stanno fermi per qualche tempo. Forse dietro ci sono necessità economiche o una nevrosi da protagonismo, non so e non capisco. Io scrivo quando sono pronta. Scrivere per me è anche stare in ascolto per mesi, pure per anni se serve. E quello che accade intorno, nel bene e nel male, incide su ciò che scriviamo, ma non in modo immediato. Se no è cronaca, non letteratura.

Sul Suo sito web, nella biografia, ci racconta come, del tutto casualmente, si è ritrovata ad Amelia, la Sua città paterna. Apprendo inoltre che vive tra la pace della campagna umbra e la caotica città di Roma. Probabilmente questo è il sogno di molti romani che fuggono dal caos della capitale, e di altri che invece ci tentano senza avere la possibilità di farlo. In quanto a Lei, in che modo riesce a dividersi tra queste due realtà completamente opposte tra loro?

Tanti mi chiedono inorriditi: ma perché ti sei seppellita in campagna? Io lontano dal caos sto benissimo, in compagnia dei miei molti animali. Vengo a Roma solo per necessità, ne potrei fare volentieri a meno. Se ci sono spettacoli o mostre imperdibili, mi metto in macchina e arrivo in poco più di un’ora. Non è un dramma. E del resto cose imperdibili ce n’è sempre meno. Aspetto sempre un genio come Tadeusz Kantor e uno spettacolo come La classe morta, che alla fine degli anni ’70 mi colpì come niente altro. Nel caso ci fosse in giro un simile genio e non me ne accorgessi, me lo segnali per favore.

Eleonora Marangoni ritratta sull'ereader in mezzo a mensole piene di libri. Lo scopo dell'immagine è quello di fornire una copertina all'intervista di Eleonora Marangoni.

Intervista a Eleonora Marangoni

Eleonora Marangoni è nata a Roma, si è laureata a Parigi in Letteratura comparata e lavora come copywriter e consulente di comunicazione. 
Ha pubblicato il saggio Proust et la peinture italienne (Michel de Maule, 2011), il romanzo illustrato Une demoiselle (Michel de Maule, 2013) e Proust. I colori del tempo (Mondadori Electa, 2014). 
Nel 2017 ha vinto il Premio Neri Pozza con Lux.

Eleonora Marangoni è nata a Roma, si è laureata a Parigi in Letteratura comparata e lavora come copywriter e consulente di comunicazione.
Ha pubblicato il saggio Proust et la peinture italienne (Michel de Maule, 2011), il romanzo illustrato Une demoiselle (Michel de Maule, 2013) e Proust. I colori del tempo (Mondadori Electa, 2014).
Nel 2017 ha vinto il Premio Neri Pozza con Lux.

Ho avuto il piacere e l’onore di chiacchierare con Eleonora Marangoni in attesa dell’uscita di Viceversa, la sua nuova opera in libreria dal 2 luglio 2020.

Cara Eleonora, come stai? 
Ci siamo conosciuti una giornata di fine maggio un anno fa, quando il tuo primo romanzo concorreva alla dozzina del Premio Strega. Eravamo su una terrazza a Roma, c’era il tramonto, avevi un vestito a fiori lunghissimo e un sorriso smagliante. Le persone potevano incontrarsi senza avere particolari restrizioni o temere qualcosa.
Ma ora è evidente che le cose sono cambiate per tutti. Com’è stata per te la quarantena? In che modo si presentano per te questi giorni di transizione? Hai paura di ritornare alla vita che facevi prima?

L’inizio della quarantena è stato complicato: non riuscivo a leggere, scrivere, concentrarmi su niente che non fossero le notizie o i tanti piccoli gesti quotidiani diventati d’improvviso ancora più urgenti e necessari. Poi invece, penso come molti di noi, ho riscoperto la lentezza, un altro modo di vivere e passare le giornate. Non è stato sempre semplice, ovviamente, ma credo davvero che il mondo reclamasse uno stacco, e che sia servito a prendere la misura di alcune cose della vita, delle priorità e dei rapporti umani.
Adesso sento tutti correre come e più di prima, e non vorrei ricominciare a farlo! Ho ripreso oggi il primo treno dopo non so nemmeno più quanti mesi. Viaggiavo moltissimo, per ragioni personali e professionali, e vorrei riuscire a farlo meno.

Il giorno in cui ci siamo incontrati mi ricordo che ci siamo abbracciati, io avevo già letto Lux, e di quel libro ne apprezzai la forte ondata di internazionalità e la storia di un uomo che all’improvviso scopre di aver ricevuto una grande eredità che gli cambia la vita.
Eleonora, pensi che la vita sia cambiata anche a te, dopo quel premio e la storia di Thomas Edwards?

Senza dubbio. Avevo la fortuna di vivere già di quello che scrivevo a dire il vero (sono copywriter e consulente di comunicazione), ma Lux mi ha aperto una nuova strada, mi ha un po’ cambiato la vita, sparigliando le carte e aprendo nuovi orizzonti. Anche se penso sia “sano”, almeno per me, non dedicarmi solo alla scrittura romanzesca/saggistica. Lavorare come copy, avere a che fare con prodotti, realtà economiche e sociali diversissime tra loro, mi aiuta a restare in contatto col mondo, mi diverte e allena il pensiero verso forme e flussi sempre nuovi.

Il 2 luglio torni in libreria con un nuovo libro, Viceversa, il mondo visto di spalle. Un percorso attraverso le storie più celebri di figure che «ci hanno voltato le spalle» fin dall’età romana. Dentro c’è tutto: fotografia, pittura, video arte, letteratura, un connubio di arti e sensazioni. In che modo la scrittura di questo genere, il saggio, più vicino alle pubblicazioni precedenti a Lux, si concilia con il romanzo?

Ho iniziato da saggista, quindi per me è un ritorno. Anche se non vedo dicotomia tra la scrittura narrativa e quella di impronta più saggistica: sono solo modi diversi per esprimersi, e credo che di volta in volta proverò a individuare quello più giusto per raccontare quello che voglio raccontare.

DaViceversa emerge evidentemente un tuo amore per il cinema. Anche Lux, d’altronde, è un libro assolutamente cinematografico (e mi domando perché non sia ancora diventato un film, o una serie TV). Che cosa ti affascina del cinema? Chi è il tuo regista preferito e quali sono le ragioni?

In Viceversa si parla soprattutto di pittura e di fotografia. Il cinema è una conseguenza di una visione anteriore, e se il grande schermo tuttora dà grande spazio alla narrazione “di spalle” lo fa per molteplici ragioni che derivano da arti più antiche.
Monica Vitti ha raccontato che, la prima volta che si incontrarono, Antonioni le disse: “Ha una bella nuca, può fare del cinema.” Era una provocazione, certo, ma fino a un certo punto.
Regista preferito non saprei, sono moltissimi, come i libri, mi viene difficile scegliere. E a volte non sono nemmeno i registi, ma i singoli film a segnarti. Ti cito qualche nome sparso: Agnès Varda, Paul Thomas Anderson, Jean Renoir, Antonio Pietrangeli, Noah Baumbach, Céline Sciamma. 

Monica Vitti e Michelangelo Antonioni immortalati durante le riprese di un film. L'immagine è in bianco e nero e rappresenta le due star italiane mentre guardano verso l'obiettivo distrattamente
Monica Vitti e il regista Michelangelo Antonioni

Une demoiselle (2013) pubblicato in Francia dall’editore Michel de Maule, è una storia illustrata liberamente ispirata al Ballo di Irene Nemirvosky. A proposito di autori che hai studiato da vicino e hai potuto approfondire, quali sono i tuoi artisti di riferimento? A quali personalità ti ispiri? 

Ogni libro è una storia a sé, davvero. Perché ogni libro è diverso, e nel frattempo tu sei cambiato tra un libro e un altro. Quindi non saprei risponderti con esattezza. Posso solo dirti che di volta in volta gli autori di riferimento non sono mai gli stessi, come anche il modello di libro che hai in mente. Viceversa poi è un caso particolare. È un libro che avrebbe potuto anche non essere un libro: ma una mostra, o un sito, o una serie di documentari sulla tv. Poi la forma è sostanza, ovviamente.

Proust è di sicuro un personaggio che tu conosci a fondo. Ti sei laureata con una tesi su di lui, e hai scritto un’analisi a proposito della rilettura della Recherche attraverso i suoi colori. Alla ricerca del tempo perduto è un’opera enciclopedica che si ha sempre paura di affrontare, concordi? Perché credi che questo succeda? Esistono tanti libri altrettanto lunghi che non incutono il timore che dà Proust. Eleonora, che cosa ha spinto a te, ad amarlo così tanto? C’è stato qualcosa che ti ha portato a scoprirlo o ti sei avvicinata a lui perché ne eri liberamente attratta?

È stato un caso. Era in casa da sempre, l’aveva comprato mia mamma ma poi non l’aveva letto. Io ho iniziato il primo e non mi sono più staccata. Non credo sia un libro per tutti, ma del resto nessun libro lo è. Ma di certo non provare nemmeno a iniziarlo non ha senso. Quindi a chi vorrebbe iniziare la Recherche l’unico consiglio che mi sento di dare è proprio questo: comincia! E se poi proprio non ti parla, non devi sentirti in colpa, ma passare ad altro. Magari prima o poi ci rimetterei le mani sopra, tra qualche tempo. Ma aspettare “il momento perfetto” per dedicarsi a Proust non ha molto senso. 

Se con Proust ce l’hai fatta, però, ci saranno anche per te, almeno due libri che vorresti leggere da sempre ma che non riesci a cominciare. Puoi confessarmeli?

Non ho mai letto Infinite Jest, e ho iniziato Guerra e pace ma non l’ho mai finito. I miei mattoni con cui fare i conti sono questi due, direi. Oddio, due dei tanti, di sicuro.

Un’ultima domanda, un suggerimento per chi ci legge. Quali libri leggerai quest’estate? Ne vuoi consigliare tre, leggeri ma in qualche modo importanti?

Due vite, Emanuele Trevi, appena uscito per Neri Pozza.
Abbiamo sempre vissuto nel castello, Shirley Jackson, Adelphi.
Tutti i racconti di Grace Paley, Edizioni Sur

The Animal Art

Tramite The Animal Art, Caterina Casale (caterinacasale_), classe 1992, laureata in Lettere e Filosofia, attraverso i suoi occhi e le sue mani, attraverso l’arte – in particolare il disegno e la pittura – raffigura il mondo così come lei lo vede, usando come il filtro il sentimento umano.

The Animal Art ha realizzato per me ed Enrico un ritratto, per questo ho deciso di farle qualche domanda in più sul suo modo di fare arte. Enrico è stato ritratto molto fiero in mezzo a delle palme, Caterina ha persino aggiunto una citazione sullo sfondo, per rendere il tutto meno bianco – dato il suo candore. 

Con il progetto The Animal Art (theanimalart_) tenta di “ritrarre la bellezza del mondo attraverso gli occhi dei cani”. Lasciatemi dire che osservando i suoi disegni è abbastanza immediato riconoscere l’amore che riserva ai cuccioli. Per noi ha realizzato uno splendido ritratto POP in versione digitale, ma sul suo sito internet e sulle pagine potete trovare le sue opere e altre moltissime idee, che spaziano dalla stampa su tela, fino alla cover per il telefono.

Mi sono divertito a farle qualche domanda:

Ciao Caterina, esplorando il tuo sito internet si trovano anche ritratti umani, ma è abbastanza evidente la tua dedizione ai cani. Come mai? Da dove nasce l’idea di ritrarre i nostri amici a quattro zampe?

L’idea dei ritratti dei cani nasce da un regalo che ho fatto a mia mamma per lo scorso Natale. Desideravo farle un regalo che le restasse per sempre impresso, qualcosa che le arrivasse dritto al cuore…e cosa c’è di meglio che vedere immortalati gli occhi dei propri amori pelosi? Gli occhi, il tartufino, l’espressione d’amore che ci fa essere così innamorati di queste creature così speciale. 
Ho condiviso questo ritratto sulla mia pagina personale di instagram (dove condividevo i miei dipinti) e da li è partito tutto perché mi hanno commissionato vari lavori.

Quando hai cominciato a dipingere? C’è una ragione particolare che ti lega all’arte visiva?

Non sono una di quelle persone che dicono “da che ho memoria ho sempre disegnato”. No. Ricordo un’infanzia piena di parole, tantissimi libri letti, tantissime parole scritte, pochi disegni. Mi piaceva disegnare, mi piaceva tantissimo, ma non ho mai dato più spazio a questo rispetto ad altro. Non pensavo né sapevo di avere un dono, ogni tanto qualche bel lavoro usciva ma finiva lì. Diciamo che mi rilassava molto.

Che siano animali o persone, nei tuoi lavori prediligi i volti ravvicinati, i ritratti. C’è una ragione dietro questa scelta?

E’ l’Anima che mi affascina. Che sia di un essere umano o di un animale, l’anima si esprime negli occhi. L’Anima è Energia, io da sempre sono affascinata da questo aspetto della vita. Non a caso pratico yoga, ho letto svariati testi sul tema e la mia ricerca è continua e senza fine. L’esplorazione dell’Io è il mio principale lavoro, attraverso il contatto con la natura, con gli animali (in particolare con la mia piccola Collie, che mi ha dimostrato che per scambiarsi amore ed energia non servono parole, bastano gli occhi), e con un percorso psicoanalitico di anni.

Personalmente ritengo l’arte uno spazio aperto e in continuo mutamento, con innumerevoli interpretazioni e possibilità. In che modo vivi la tua attività da autodidatta? È per te un limite non aver avuto maestri o un atto di libertà? 

Mi sono fatta spesso questa domanda: dovrei frequentare qualche corso? Per ora la risposta è no. Soprattutto quando dipingo, entro in uno stato meditativo che realizza il ritratto senza che io debba fare il minimo sforzo di tipo mentale. Le mani vanno da sole. Certo, la pratica aiuta tanto a migliorare e a coltivare un talento con cui sono nata. Ma il fatto di non conoscere la tecnica mi permette di essere libera e di sperimentare senza limiti né concetti mentali prefissati. Per dare vita ad  un paio di occhi, li guardo a fondo e cerco di entrare in contatto con il sentimento che un paio di occhi mi suscita. Questo vale anche per i lavori in digitale, anche se, come in ogni cosa, il digitale toglie un po’ di magia all’uso dei colori.

Nonostante l’assenza dei maestri, però, avrai delle figure, un artista, uno scultore, un modo di dipingere, di usare i colori, ai quali ispirarti. È così? In quale misura l’arte può ispirarci a produrre altra arte?

Amo Gauguin. Il senso di natuale e selvaggio che si respira guardando i suoi quadri. Oltre a Gauguin amo Levi, i suoi ritratti sono come urli nella notte. 

Che cos’è, per te, l’arte?

Per me l’arte è evocazione. Quando guardo un quadro mi deve mancare il fiato, sennò è solo molto bello, ma non è arte. Anche una nuotata in un mare freddo e salato – mio marito è sardo, e proprio di quel tipo di mare parlo-  è arte, perché mi mette in contatto con la parte più profonda e vera di me stessa.
L’arte è liberazione, è un modo per essere me stessa, smascherando i vari strati di difesa. 
L’arte, con la mia Collie, mi hanno salvato la vita e l’hanno resa meravigliosa.

Quanto tempo dedichi, in media, a lavorare su un ritratto? In che modo ti approcci al lavoro, hai una prassi che rispetti abitualmente, oppure procedi sempre con libertà?

Dipende. Certi ritratti sono più complicati e richiedono più tempo, o perché non sono particolarmente ispirata, o perché hanno proprio bisogno di più tempo e più “strati” per tirare fuori l’anima.Non saprei definire una prassi… ogni ritratto è a sé… ogni ritratto è una creatura. Ed è il ritratto stesso che mi dice quando è finito. 
Certe volte impiego 4 ore, altre una settimana intera.

Tra i tuoi lavori ho trovato un ritratto che mi è piaciuto particolarmente. Si chiama “Al bar”, e rappresenta una donna dal viso squadrato che fuma l’ennesima sigaretta, e che probabilmente pensa – anche perché fa parte della serie intitolata Riflessioni. Questo – e gli altri lavori – provengono dalla tua fantasia? A cosa pensava questa signora che hai ritratto?

Olio su tela, 70x70x4 cm

Le serie di dipinti che realizzo fuori dalle commissioni, cioè fuori dall’ambito The Animal Art, vengono dal mio immaginario. C’è un libro, che per me è stato fondamentale nel percorso per sbloccare la mia creatività e far emergere il mio talento, che si chiama “Donne che corrono coi Lupi”. In questo libro viene fuori tutta la potenza e la forza interiore che è connaturata alla Donna, e attraverso la pittura ho provato anche io a esplorare i vari aspetti del mondo femminile…In “Al Bar” c’era solitudine, noia, frustrazione, ma anche indipendenza, e voglia di riscatto. Come un vulcano che per anni è rimasto in silenzio e poi sta per esplodere con tutta la sua forza. Non a caso i capelli sono arancio.

Poiché ho l’abitudine di inquadrare le persone a partire dalle loro scelte letterarie: c’è un libro, un racconto breve, una lettura che ti ha cambiato? Consigliacela e convincici a leggerla!

Oltre a Donne che Corrono coi Lupi, c’è stata una lettura che mi ha aiutato molto in un momento difficile, ed è un libricino sull’ Ho’oponopono. Questa tradizione hawaiana mi ha insegnato che è molto importante mantenere i propri pensieri “puliti” per poter essere più sereni e attirare così cose belle nella propria vita. Di per sé non credo nella magia, ma credo fortemente che ognuno abbia un potenziale inespresso, e che si tratta di avere il coraggio di stare in silenzio con i propri pensieri per capire chi si è veramente…

Se poi si parla di romanzi, il preferito in assoluto è L’isola di Arturo, di Elsa Morante. 

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