Categoria: Interviste Pagina 1 di 4

Nella sezione Interviste di aldostefanomarino.it troverai interviste e discussioni con alcuni personaggi dell’ambiente letterario e culturale. Non soltanto autori, ma anche scultori, editori, personaggi da cui si ha sempre qualcosa da imparare.

Quante volte ti è capitato di domandarti che cosa passasse nella testa dell’autore mentre ha deciso di far morire il proprio protagonista? Quante, invece, avresti voluto saper come va a finire una storia, ma il finale aperto te l’ha impedito?

La sezione Interviste è nata proprio per questo: è un modo per venire a scoprire le storie di personaggi che hanno significato o significano qualcosa. È un modo per leggere altro di un libro, anche quando le pagine si sono esaurite.

 

 

Copertina del libro di Isabella Schiavone, Fiori di Mango. Dipinto di Gougain

Fiori di mango & Isabella Schiavone

Isabella Schiavone è una giornalista televisiva professionista, Capo Servizio al TG1, ha cominciato a lavorare in Rai nel 2002. Sul suo blog Sgrunt! racconta molte sensazioni ed emozioni che ha vissuto in prima persona – grazie al suo lavoro. Nel 2017 ha pubblicato il suo primo romanzo di narrativa, Lunavulcano per il quale ha ricevuto il premio Un libro per il cinema, ed è stata candidata al Premio Strega.

Lo scorso settembre è uscito in libreria il suo secondo romanzo, Fiori di mango, edito da Lastarìa Edizioni: una narrazione ambientata nel cuore dell’Africa che mescola i profumi e i colori di questa terra. Una storia d’amore, e non solo: di rinascita, guarigione e scoperta. Schiavone racconta i luoghi che ha visitato in prima persona e li offre con eleganza e raffinatezza nelle pagine del suo ultimo libro.

In occasione dell’uscita di Fiori di mango, ho chiacchierato telematicamente con Isabella del suo ultimo libro. Abbiamo parlato di viaggi, lavoro, carriera, e dei profumi dell’Africa.

Fiori di mango è il tuo secondo libro. È un romanzo corposo, denso di avvenimenti e per niente scontato dal punto di vista narrativo. Nelle duecento pagine che lo compongono, le vicende che racconti sono numerose. Da quanto tempo conservavi tutto questo materiale nel cassetto?

In realtà non avevo uno scopo preciso né del materiale ordinato quando ho iniziato a scrivere. Ho attinto a fantasia, ricordi, immaginazione, racconti. Ho trasferito questo caos mentale sul pc e l’ho rielaborato strada facendo. Il romanzo ha poi preso forma da sé. Spesso abbiamo litigato. Ancora oggi, quando lo rileggo, mi arrabbio per la sua anarchia.

Nei ringraziamenti di Fiori di mango si legge:
“Ogni riferimento è puramente casuale, o forse no. In ogni personaggio c’è qualcosa di noi. In qualcuno un po’ di più.”
Tu ci presenti i personaggi del romanzo in modo molto dettagliato fin dal principio. Sono così ben caratterizzati nel loro essere da sembrare inizialmente un po’ tutti protagonisti. Ci si affeziona a Stella, a Gloria e a Lorenzo fin dai primi capitoli di Fiori di mango. Possiamo dire che c’è una goccia di te in ognuno di loro?

Credo ci sia sempre qualcosa di chi scrive in ogni personaggio per il solo fatto che siamo noi a dargli vita, a crearlo, a definirlo. Qualcosa che amiamo di noi o, al contrario, qualcosa che detestiamo di noi o anche che temiamo o, ancora, che desideriamo. Poi c’è qualcosa che osserviamo negli altri e che ci attrae o ci repelle o ci fa riflettere. Questo avviene in misura più o meno poderosa. C’è un pezzetto di ognuno di noi in ogni personaggio e forse qualcosa di più di qualcun altro.

Navigando tra le pagine di ​Sgrunt! ho trovato un articolo molto emozionante su uno dei tuoi viaggi in Africa. Si chiama Ndthini, dove inizia il cielo​, e racconta le condizioni di difficoltà di un villaggio a 120km da Nairobi e di una tua visita nell’orfanotrofio in cui ci sono bambini nati portatori di AIDS. Si parla di Tipo, un bambino di appena un anno devastato dalle piaghe sul corpo a causa di questa malattia. Tipo mi ha ricordato il primo bambino che Stella incontra quando visita i luoghi di infanzia di Amani. La malattia è sempre qualcosa che fa paura, difficile da affrontare, ma credo che vederla negli occhi di bambini e sulla loro pelle sia ancora più doloroso. Come ci si sente di fronte a scene come quelle che descrivi in ​Fiori di mango,​ e in generale di fronte a delle realtà così dolorose in cui a volte si è del tutto impotenti?

In effetti, la descrizione del bimbo malato di HIV nell’orfanotrofio di Amani prende spunto proprio dall’incontro con Tipo. In realtà alcuni bimbi sono inconsapevoli di quanto accade loro. Alcuni sono più forti della malattia e sembrano quasi vincerla anche solo con il loro sorriso e la loro vitalità. Come nel caso di Tipo: sorrideva felice a tutti, desideroso solo di essere preso in braccio e coccolato come tutti i bimbi della sua età. Altri bambini, invece, più provati non solo dalla malattia ma anche dallo stato di indigenza e degrado dal quale provengono, hanno la sofferenza nello sguardo, occhi spenti, senza luce. È molto doloroso entrare in quel buco nero che proietta la loro anima e la loro condizione drammatica.

In ​Fiori di mango​, Gloria torna in Africa per riabbracciare la sua famiglia paterna e riavvicinare suo padre ai suoi zii. Conoscendo la crisi amorosa che l’amica Stella sta vivendo la invita a fare i bagagli e a raggiungerla. L’Africa si rivela essere il luogo salvifico per entrambe le ragazze ma anche per altri personaggi all’interno del romanzo. Per te cosa è l’Africa, in che modo sei approdata in questa terra e chi è stata la tua Gloria?

L’Africa è per me terra di meraviglia e sofferenza, incanto e dolore. È la vita all’ennesima potenza, che esplode nel bene e nel male. È, soprattutto, umanità e speranza. Ho tante Gloria nella mia vita, perché sono circondata da amicizia forti e vere, ma nessuna Gloria che mi abbia condotto in Africa. Sono però stata io a condurre con me qualcuna di loro, in “spedizioni” di volontariato e natura. Sono più spesso la traghettatrice. Mi sono avvicinata all’Africa perché un componente della mia famiglia opera lì come volontario per scelta di vita. Abbiamo condiviso molti progetti nel tempo.

Che l’Africa sia un luogo del cuore per te si evince non solo dal romanzo ma anche dal tuo blog. Tu sostieni una ONLUS, aiuti gli orfanotrofi e soprattutto il ricavato dei diritti del tuo primo libro ​Lunavulcano ​è devoluto in beneficenza in Africa. Oltre a promuovere una causa così nobile, ​Lunavulcano è stato candidato tra i primi 50 finalisti del premio Strega nel 2018. Che emozione è stata ricevere questa bellissima notizia? Ti auguriamo lo stesso per Fiori di mango!

È stato un momento di gioia e stupore. Il mio primo romanzo, nato per caso, aveva raggiunto un grande traguardo per me del tutto inaspettato. Ma era nel suo DNA, evidentemente. Anche il giorno in cui ho saputo che lo avrebbero pubblicato è stata una grande emozione: era il giorno del mio compleanno ed ero a Bologna a festeggiare con un amico artista. Pochi mesi dopo la pubblicazione, ha ricevuto anche lui un importante premio. Mi ha dato molte gioie.

Prima ancora di essere una narratrice ti conosciamo come famosa giornalista. Hai dato voce in radio, scritto per l’Ansa e per il gruppo Espresso; sei approdata in Tv su Rai1, prima a Uno Mattina, poi come inviata a Tv7 – e ora Capo Servizio al TG1. Sulla tua biografia si legge inoltre che tra le tue prime esperienze ci sono state missioni in Libano e in Kosovo con l’esercito. Come è stato essere giovani in un contesto così particolare? Hai mai avuto paura o ti sei mai sentita in pericolo durante qualcuno dei tuoi lavori?

La mia seconda gioventù, dai 25 anni in poi, l’ho vissuta nel giornalismo. Avevo sete di esperienze, viaggi, incontri, conoscenza. E la mia professione mi ha sempre offerto numerosi stimoli in questo senso. È stato meraviglioso crescere viaggiando, conoscendo tante persone, facendo esperienze anche estreme. La paura talvolta c’è stata, come a Scampia, dove ci inseguirono e minacciarono o allo Zen di Palermo, per fare i primi esempi che mi vengono in mente. Sono i rischi del mestiere. Ma la motivazione e la convinzione di raccontare qualcosa che avrebbe potuto cambiare le condizioni di vita di alcune persone – fosse stata anche solo una – è sempre stata una spinta più forte della paura. E anche una sana dose di incoscienza, ammettiamolo.

Il tuo blog è un mondo pieno di informazioni, spunti, viaggi e tante esperienze personali. Tra le righe e le tante sfumature di colore di ​Sgrunt! spesso compaiono storie che riguardano i più deboli, gli emarginati, coloro che tanti preferiscono chiamare “diversi”. Quanto è difficile dar voce a queste situazioni, riuscire a raggiungere un obiettivo, aiutarli in modo concreto?

È una battaglia da condurre. Ci si interessa a persone fragili o emarginate solo quando il problema ci riguarda da vicino. E, invece, sono proprio le persone che non vivono situazioni di questo genere che hanno il dovere di dare voce a chi è in difficoltà. Questa per me è sempre stata una missione, qualcosa coerente con i miei valori e con ciò che mi è stato insegnato e trasmesso in famiglia e nelle scuole cattoliche che ho frequentato. È impegnativo, ma la soddisfazione che ne deriva dopo è unica. Il sorriso di Simone (trovate la storia sul blog) e di mamma Sara, usciti dalla reclusione di un appartamento popolare al settimo piano nel quale erano confinati a causa della disabilità, è stato un momento di pura e autentica gioia da celebrare e condividere.

Tornando a ​Fiori di mango,​ c’è una parte in cui Lorenzo, cugino di Gloria, torna in Italia e inizia (motivato proprio da lei) un corso di meditazione. Le pagine dedicate a questa disciplina occupano pochi capitoli nel libro ma sono molto intense e regalano degli insegnamenti per la vita di tutti i giorni. Alla fine di Fiori di mango i ringraziamenti sono rivolti a Neva e Corrado (insegnanti guida dell’Ameco – Associazione per la Meditazione di Consapevolezza) che sono citati spesso nel romanzo. Deduco che anche tu pratichi questa disciplina, e mi chiedevo come l’hai conosciuta e che spazio occupa nella tua vita.

Si, pratico la meditazione vipassana (tradizione theravada, buddhista) da dieci anni e il Tai Chi Chuan, un’arte marziale cinese che rappresenta una forma di meditazione in movimento, da un anno e mezzo. Mi sono avvicinata alla meditazione per caso, leggendo un libro. Dovevo affrontare un intervento chirurgico che mi avrebbe costretta all’immobilità per un po’ di tempo e avevo fatto acquisti in libreria. Nella saggistica ero stata attratta da un titolo e acquistai, tra le varie letture, anche questa. Ebbi modo di leggere il volume con grande attenzione. Dopo feci delle ricerche e decisi di frequentare una scuola di meditazione romana molto seria e qualificata, con docenti riconosciuti a livello internazionale (niente santoni, niente esotismi, niente frikkettoni new age). L’approccio e il molto studio che ne deriva ha per me sostituito il desiderio di prendere un’altra laurea. È un campo molto interessante, molto concreto e dinamico: gli effetti della pratica si vedono nella vita quotidiana e trovo che anche questo sia un modo per “igienizzare” il mondo, rendendo noi più consapevoli delle nostre parole e azioni, e gli altri più disponibili a recepire un indirizzo salutare per la propria vita.

Tra i vari ruoli che hai ricoperto sei stata anche insegnante di “Teoria e tecnica del linguaggio televisivo” presso l’Università degli studi di Tor Vergata. Come descriveresti questa ulteriore esperienza nella tua vita e soprattutto quanto ti riconosci negli universitari di oggi, probabilmente giornalisti di domani?

È stata una bellissima esperienza contribuire alla formazione di giovani menti (in alcuni casi poco più giovani di me) e trasmettere loro le mie competenze ed esperienze professionali. Ciò che ha caratterizzato la mia esperienza di docenza, almeno nelle mie intenzioni, è stata la disponibilità verso gli studenti, la lealtà nel rapporto, l’entusiasmo. Con alcuni di loro sono ancora in contatto dopo un decennio circa. Ho cercato di essere per loro il docente che avrei desiderato incontrare quando frequentavo la scuola di specializzazione. Mi sono riconosciuta nella loro voglia di arrivare e nella loro visione idealizzata della professione, che avevo anche io da giovane studentessa. Mi auguro che siano loro il motore del cambiamento di cui la professione ha bisogno e non un ulteriore ingranaggio di un sistema talvolta farraginoso e autoreferenziale. Ho molta fiducia nei giovani e nella loro creatività, che mai come adesso è necessaria per aprirsi nuove strade.

Tu sei molto attiva sui social, e utilizzi il tuo ​Sgrunt! come un diario virtuale molto aggiornato. Secondo te, abituati a questa epoca digitale fatta di “scrolli rapidi” e storie che svaniscono dopo 24 ore, quanto è importante scrivere bene una notizia? Soprattutto oggi cosa vuol dire scrivere “bene” una notizia? Sta cambiando o cambierà il giornalismo da questo punto di vista?

Certamente lasciare traccia di quanto si scrive, se non negli archivi almeno nelle menti, è fondamentale. Nel giornalismo televisivo la scrittura è importante, ma viene inevitabilmente accompagnata dalla potenza dell’immagine, che talvolta la sovrasta descrivendo la realtà senza bisogno di parole. Noto, negli ultimi anni, una minore attenzione verso la scrittura in generale, tanti errori anche nei quotidiani online e penso a colleghi celebri che si rivolterebbero nella tomba per molto meno. Amo i social e ne apprezzo il valore e la capacità di arrivare soprattutto ai più giovani. Ma trovo pericoloso quando si dà la precedenza alla costruzione del personaggio social strumentalizzando i contenuti. Ho sposato la scuola di chi mi ha insegnato che il giornalista non è un personaggio, ma è al servizio della notizia.

Intervista a Sandra Petrignani

La scrittrice Sandra Petrignani rappresentata davanti a una libreria bianca che sorride verso l'obiettivo

Sandra Petrignani è una delle più note e valide biografe del panorama letterario contemporaneo. Nei suoi scritti principali, il suo intento primario è quello di fornire un affresco di una società letteraria agli albori di un periodo rivoluzionario – di cui ormai non rimane molto, se non un ricordo sbiadito e spesso confuso -. Noto è l’amore della Petrignani per le donne di quei felici tempi andati, da Natalia Ginzburg, a Elsa Morante, Grazia Deledda, Marguerite Yourcenar e molte altre. Altrettanti sono i libri dati alla stampa, ma numerose – soprattutto – sono le preziosi riflessioni e conoscenze generate dalla lettura dei suoi volumi.

Sandra Petrignani nasce a Piacenza il 9 luglio del 1952, suo padre è romano – ma di discendenza umbra -, e sua madre invece napoletana. Ci tengo a soffermarmi sulle sue origini perché nella letteratura della Petrignani sarà sempre presente una particolare attenzione al lessico e alle attraenti declinazioni che assume la lingua nei più variegati contesti. Mi viene quindi subito da chiederLe: in che modo le Sue tradizioni si sono mescolate al Suo personale lessico famigliare? Riesce a individuare nel suo gergo una parola “incandescente” quanto gli Sbrodeghezzi – che sempre il signor Levi rimproverava ai suoi figli?

C’è effettivamente questa triangolazione nelle mie origini: nord, centro, sud. Sono una “piasenteina” che era attratta da Roma, dove stavano i nonni paterni e che sentiva la madre – quando da Piacenza parlava al telefono con le sorelle – rinfocolare un dialetto napoletano che mi sfuggiva completamente. Più che da parole particolari, il mio lessico s’annidava in una filastrocca inventata da me a tre/quattro anni che la dice lunga sui miei rapporti con i genitori: «Son carina/ son piccina/ son la gioia di papà/ Ma se sporco la vestina/ la mammà mi fa tottò».

Da ciò che evince dai Suoi scritti e dalla Sua biografia, pare che la vita abbia sempre viaggiato di pari passo con la scrittura. Se guardiamo però alle prime composizioni, sarà facile accostare le Sue narrazioni a un tipo di scrittura di tipo giornalistico. Quando si è accorta di voler parlare di altro e di farlo attraverso una nuova forma?

Il giornalismo culturale (era la mia professione, quello che facevo per mantenermi insomma) ha senz’altro avuto un ruolo nella mia passione per i libri di viaggio e nell’interesse per le vite degli altri. Ma proprio all’inizio mi ero già misurata con un romanzo (in parte sperimentale) dal titolo Navigazioni di Circe e con i racconti di Poche storie (uno dei miei libri migliori secondo me, che spero di riproporre presto). Poi la proposta di Stefano Malatesta di scrivere un libro di viaggio per una sua collana presso la Neri Pozza (ho accettato ed è stato La scrittrice abita qui) ha cambiato il mio destino editoriale. Il direttore della casa editrice Giuseppe Russo mi ha spinto a insistere in questa direzione. Occuparmi cioè, fra romanzo, biografia, ricerca, viaggio, delle vite degli altri appunto. Ora che tanti altri scrittori si sono messi su questa strada, credo che io smetterò.

Libro sulla biografia di Natalia Ginzburg, scritto da Sandra Petrignani, studiosa di autori e personalità del Novecento

Nel 2018 è stata tra le prime cinque finaliste del Premio Strega con La corsara, biografia di Natalia Ginzburg. Attualmente lo Strega è uno dei premi letterari più importanti, un evento che i lettori aspettano ogni anno, ma soprattutto una vetrina per editori e autori, una possibilità per raggiungere nuove persone. Si ricorda come Le è stata comunicata la Sua partecipazione e soprattutto cosa ha provato pensando di concorrere per un premio letterario così importante, a cui hanno partecipato – prima di Lei – molte delle personalità che ha studiato e (fortunatamente) ci ha raccontato?

Ho pensato: rieccoci. Conscia dell’impegno enorme, spirituale e fisico, che concorrere a quel premio comporta. Avevo già partecipato con La scrittrice abita qui sistemandomi al quarto posto. Con La corsara mi sono piazzata terza, è già qualcosa. Perché si partecipa? Nel mio caso la poetessa Biancamaria Frabotta ha deciso per me candidandomi. E io ho accettato la sfida, consapevole dell’enorme visibilità che anche solo essere finalista allo Strega comporta.

La scrittrice abita qui di Sandra Petrignani è un affresco delle maggiori figure del Novecento letterario italiano.

È proprio grazie alla Corsara che Lei può sentirsi veicolo previlegiato della storia di una donna che ha cambiato l’editoria e la letteratura italiana. Tuttavia, il Suo non è stato un mero reportage cronistico, tra le righe emerge prepotentemente il Suo entusiasmo e la Sua ammirazione nei confronti della Ginzburg e di tutte le personalità che le sono orbitate attorno. Come ci si sente a ripercorrere certi posti, a raccogliere certe testimonianze? Cosa si prova ad approfondire in modo così intimo la vita di autori e autrici che hanno avuto un enorme peso nella nostra letteratura?

Le suonerà strano, ma non avevo per Natalia Ginzburg nessun reale entusiasmo. Il che non vuol dire che non la stimassi. L’avevo conosciuta, e non aveva un carattere espansivo. Sentivo intorno a lei un’aura da razza padrona che mi respingeva. Mi sono messa a scrivere di lei per dovere. Mi sembrava uno scandalo, con l’approssimarsi del centenario della nascita, che nessuno fosse impegnato a redigere una biografia su una donna della sua importanza, non solo come scrittrice, ma come testimone di un’epoca turbolenta, come unica personalità femminile di vero potere editoriale, come costellazione di amicizie fondamentali nella storia culturale del nostro paese. Ero pronta a fare un lavoro umilmente biografico. Ma l’atteggiamento di chiusura dei familiari (almeno quelli più stretti), che mi hanno negato di consultare i documenti in loro possesso e di incontrarli, mi ha fatto deviare verso il libro più personale che poi ho realizzato. Libro comunque documentatissimo, ma scritto a modo mio, raccontando anche la mia ricerca, la mia scoperta dei posti, delle case di Natalia. Ne è venuto fuori un libro più appassionante, che – mi dicono i lettori e hanno scritto i critici – «si legge come un romanzo».

Lessico femminile è l'ultimo romanzo di Sandra Petrignani pubblicato per Laterza

In uno dei Suoi ultimi lavori, Lessico femminile, prende in rassegna le voci di innumerevoli autrici che hanno segnato il suo percorso di scrittrice e soprattutto di lettrice. Da Nina Berberova a Virginia Woolf traccia dei percorsi tematici molto interessanti che a tutti diranno necessariamente qualcosa di nuovo. Chi lo avrà letto non potrà certo sottrarsi all’idea che Lei abbia dovuto leggere tanto e documentarsi altrettanto prima di parlare di tutti questi lessici e linguaggi che si intrecciano. Sandra, vorrei chiederLe che cosa apprezza della scrittura femminile e qual è l’aspetto che più ama far emergere dai personaggi femminili di cui racconta.

A me piacciono i bei libri, quelli che ti lasciano un’emozione indimenticabile. Che poi li firmi un uomo o una donna mi è indifferente. Però mi dà fastidio l’ancora scarsa considerazione verso il genio femminile. E allora ho voluto proporre questa carrellata di belle pagine, bei pensieri, sentimenti, scoramenti a firma femminile per mettere in vetrina il valore di scrittrici che per me hanno contato molto. Ogni tanto mi rendo conto che ho dimenticato questa o quella. Pazienza. Non è un’opera enciclopedica, ed è bene che dentro il mio libro non ci siano entrate tutte quante. Vuol dire che le scrittrici di valore sono ancora di più della conta che ne ho potuto fare io.

C’è chi colleziona oggetti e chi colleziona amabili pensieri. In “cose (insignificanti)” la scrittrice Sei Shonagon scrive: “Queste note le ho scritte soltanto per me, per trovare conforto nell’annotare i miei sentimenti, e non ho mai pensato che avrebbero potuto allinearsi alle grandi opere e attirare l’attenzione del pubblico […]”. Mi rivolgo direttamente a Lei, Sandra: preferisce collezionare oggetti a raccogliere ricordi?

Non sono una gran collezionista, né di oggetti né di ricordi. Anzi sono molto smemorata. Se colleziono qualcosa sono le emozioni. Le emozioni provate mi lasciano segni inalterabili, mi restano dentro fino al momento in cui, scrivendo, ne faccio qualcosa.

Nel corso della vita di ognuno di noi c’è sempre qualcosa che non ci aspettiamo che accada; a volte ci sono eventi che ci stravolgono l’esistenza o che ce la migliorano improvvisamente. C’è un evento – o un momento – che, anche solo per un istante, ha creduto potesse fermarla dal suo mestiere di narratrice e che poi invece l’ha spinta ad andare avanti?

Scrivere per me è una necessità. Mai scritto per onorare un contratto o per non sparire dalla scena. Mi fanno pena e tenerezza insieme gli scrittori che ragionano così, quelli che si sentono male se non sfornano almeno un libro all’anno. Si pubblica anche troppo, nessuno muore se Tizia o Caio stanno fermi per qualche tempo. Forse dietro ci sono necessità economiche o una nevrosi da protagonismo, non so e non capisco. Io scrivo quando sono pronta. Scrivere per me è anche stare in ascolto per mesi, pure per anni se serve. E quello che accade intorno, nel bene e nel male, incide su ciò che scriviamo, ma non in modo immediato. Se no è cronaca, non letteratura.

Sul Suo sito web, nella biografia, ci racconta come, del tutto casualmente, si è ritrovata ad Amelia, la Sua città paterna. Apprendo inoltre che vive tra la pace della campagna umbra e la caotica città di Roma. Probabilmente questo è il sogno di molti romani che fuggono dal caos della capitale, e di altri che invece ci tentano senza avere la possibilità di farlo. In quanto a Lei, in che modo riesce a dividersi tra queste due realtà completamente opposte tra loro?

Tanti mi chiedono inorriditi: ma perché ti sei seppellita in campagna? Io lontano dal caos sto benissimo, in compagnia dei miei molti animali. Vengo a Roma solo per necessità, ne potrei fare volentieri a meno. Se ci sono spettacoli o mostre imperdibili, mi metto in macchina e arrivo in poco più di un’ora. Non è un dramma. E del resto cose imperdibili ce n’è sempre meno. Aspetto sempre un genio come Tadeusz Kantor e uno spettacolo come La classe morta, che alla fine degli anni ’70 mi colpì come niente altro. Nel caso ci fosse in giro un simile genio e non me ne accorgessi, me lo segnali per favore.

Eleonora Marangoni ritratta sull'ereader in mezzo a mensole piene di libri. Lo scopo dell'immagine è quello di fornire una copertina all'intervista di Eleonora Marangoni.

Intervista a Eleonora Marangoni

Eleonora Marangoni è nata a Roma, si è laureata a Parigi in Letteratura comparata e lavora come copywriter e consulente di comunicazione. 
Ha pubblicato il saggio Proust et la peinture italienne (Michel de Maule, 2011), il romanzo illustrato Une demoiselle (Michel de Maule, 2013) e Proust. I colori del tempo (Mondadori Electa, 2014). 
Nel 2017 ha vinto il Premio Neri Pozza con Lux.

Eleonora Marangoni è nata a Roma, si è laureata a Parigi in Letteratura comparata e lavora come copywriter e consulente di comunicazione.
Ha pubblicato il saggio Proust et la peinture italienne (Michel de Maule, 2011), il romanzo illustrato Une demoiselle (Michel de Maule, 2013) e Proust. I colori del tempo (Mondadori Electa, 2014).
Nel 2017 ha vinto il Premio Neri Pozza con Lux.

Ho avuto il piacere e l’onore di chiacchierare con Eleonora Marangoni in attesa dell’uscita di Viceversa, la sua nuova opera in libreria dal 2 luglio 2020.

Cara Eleonora, come stai? 
Ci siamo conosciuti una giornata di fine maggio un anno fa, quando il tuo primo romanzo concorreva alla dozzina del Premio Strega. Eravamo su una terrazza a Roma, c’era il tramonto, avevi un vestito a fiori lunghissimo e un sorriso smagliante. Le persone potevano incontrarsi senza avere particolari restrizioni o temere qualcosa.
Ma ora è evidente che le cose sono cambiate per tutti. Com’è stata per te la quarantena? In che modo si presentano per te questi giorni di transizione? Hai paura di ritornare alla vita che facevi prima?

L’inizio della quarantena è stato complicato: non riuscivo a leggere, scrivere, concentrarmi su niente che non fossero le notizie o i tanti piccoli gesti quotidiani diventati d’improvviso ancora più urgenti e necessari. Poi invece, penso come molti di noi, ho riscoperto la lentezza, un altro modo di vivere e passare le giornate. Non è stato sempre semplice, ovviamente, ma credo davvero che il mondo reclamasse uno stacco, e che sia servito a prendere la misura di alcune cose della vita, delle priorità e dei rapporti umani.
Adesso sento tutti correre come e più di prima, e non vorrei ricominciare a farlo! Ho ripreso oggi il primo treno dopo non so nemmeno più quanti mesi. Viaggiavo moltissimo, per ragioni personali e professionali, e vorrei riuscire a farlo meno.

Il giorno in cui ci siamo incontrati mi ricordo che ci siamo abbracciati, io avevo già letto Lux, e di quel libro ne apprezzai la forte ondata di internazionalità e la storia di un uomo che all’improvviso scopre di aver ricevuto una grande eredità che gli cambia la vita.
Eleonora, pensi che la vita sia cambiata anche a te, dopo quel premio e la storia di Thomas Edwards?

Senza dubbio. Avevo la fortuna di vivere già di quello che scrivevo a dire il vero (sono copywriter e consulente di comunicazione), ma Lux mi ha aperto una nuova strada, mi ha un po’ cambiato la vita, sparigliando le carte e aprendo nuovi orizzonti. Anche se penso sia “sano”, almeno per me, non dedicarmi solo alla scrittura romanzesca/saggistica. Lavorare come copy, avere a che fare con prodotti, realtà economiche e sociali diversissime tra loro, mi aiuta a restare in contatto col mondo, mi diverte e allena il pensiero verso forme e flussi sempre nuovi.

Il 2 luglio torni in libreria con un nuovo libro, Viceversa, il mondo visto di spalle. Un percorso attraverso le storie più celebri di figure che «ci hanno voltato le spalle» fin dall’età romana. Dentro c’è tutto: fotografia, pittura, video arte, letteratura, un connubio di arti e sensazioni. In che modo la scrittura di questo genere, il saggio, più vicino alle pubblicazioni precedenti a Lux, si concilia con il romanzo?

Ho iniziato da saggista, quindi per me è un ritorno. Anche se non vedo dicotomia tra la scrittura narrativa e quella di impronta più saggistica: sono solo modi diversi per esprimersi, e credo che di volta in volta proverò a individuare quello più giusto per raccontare quello che voglio raccontare.

DaViceversa emerge evidentemente un tuo amore per il cinema. Anche Lux, d’altronde, è un libro assolutamente cinematografico (e mi domando perché non sia ancora diventato un film, o una serie TV). Che cosa ti affascina del cinema? Chi è il tuo regista preferito e quali sono le ragioni?

In Viceversa si parla soprattutto di pittura e di fotografia. Il cinema è una conseguenza di una visione anteriore, e se il grande schermo tuttora dà grande spazio alla narrazione “di spalle” lo fa per molteplici ragioni che derivano da arti più antiche.
Monica Vitti ha raccontato che, la prima volta che si incontrarono, Antonioni le disse: “Ha una bella nuca, può fare del cinema.” Era una provocazione, certo, ma fino a un certo punto.
Regista preferito non saprei, sono moltissimi, come i libri, mi viene difficile scegliere. E a volte non sono nemmeno i registi, ma i singoli film a segnarti. Ti cito qualche nome sparso: Agnès Varda, Paul Thomas Anderson, Jean Renoir, Antonio Pietrangeli, Noah Baumbach, Céline Sciamma. 

Monica Vitti e Michelangelo Antonioni immortalati durante le riprese di un film. L'immagine è in bianco e nero e rappresenta le due star italiane mentre guardano verso l'obiettivo distrattamente
Monica Vitti e il regista Michelangelo Antonioni

Une demoiselle (2013) pubblicato in Francia dall’editore Michel de Maule, è una storia illustrata liberamente ispirata al Ballo di Irene Nemirvosky. A proposito di autori che hai studiato da vicino e hai potuto approfondire, quali sono i tuoi artisti di riferimento? A quali personalità ti ispiri? 

Ogni libro è una storia a sé, davvero. Perché ogni libro è diverso, e nel frattempo tu sei cambiato tra un libro e un altro. Quindi non saprei risponderti con esattezza. Posso solo dirti che di volta in volta gli autori di riferimento non sono mai gli stessi, come anche il modello di libro che hai in mente. Viceversa poi è un caso particolare. È un libro che avrebbe potuto anche non essere un libro: ma una mostra, o un sito, o una serie di documentari sulla tv. Poi la forma è sostanza, ovviamente.

Proust è di sicuro un personaggio che tu conosci a fondo. Ti sei laureata con una tesi su di lui, e hai scritto un’analisi a proposito della rilettura della Recherche attraverso i suoi colori. Alla ricerca del tempo perduto è un’opera enciclopedica che si ha sempre paura di affrontare, concordi? Perché credi che questo succeda? Esistono tanti libri altrettanto lunghi che non incutono il timore che dà Proust. Eleonora, che cosa ha spinto a te, ad amarlo così tanto? C’è stato qualcosa che ti ha portato a scoprirlo o ti sei avvicinata a lui perché ne eri liberamente attratta?

È stato un caso. Era in casa da sempre, l’aveva comprato mia mamma ma poi non l’aveva letto. Io ho iniziato il primo e non mi sono più staccata. Non credo sia un libro per tutti, ma del resto nessun libro lo è. Ma di certo non provare nemmeno a iniziarlo non ha senso. Quindi a chi vorrebbe iniziare la Recherche l’unico consiglio che mi sento di dare è proprio questo: comincia! E se poi proprio non ti parla, non devi sentirti in colpa, ma passare ad altro. Magari prima o poi ci rimetterei le mani sopra, tra qualche tempo. Ma aspettare “il momento perfetto” per dedicarsi a Proust non ha molto senso. 

Se con Proust ce l’hai fatta, però, ci saranno anche per te, almeno due libri che vorresti leggere da sempre ma che non riesci a cominciare. Puoi confessarmeli?

Non ho mai letto Infinite Jest, e ho iniziato Guerra e pace ma non l’ho mai finito. I miei mattoni con cui fare i conti sono questi due, direi. Oddio, due dei tanti, di sicuro.

Un’ultima domanda, un suggerimento per chi ci legge. Quali libri leggerai quest’estate? Ne vuoi consigliare tre, leggeri ma in qualche modo importanti?

Due vite, Emanuele Trevi, appena uscito per Neri Pozza.
Abbiamo sempre vissuto nel castello, Shirley Jackson, Adelphi.
Tutti i racconti di Grace Paley, Edizioni Sur

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