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Nella sezione Interviste di aldostefanomarino.it troverai interviste e discussioni con alcuni personaggi dell’ambiente letterario e culturale. Non soltanto autori, ma anche scultori, editori, personaggi da cui si ha sempre qualcosa da imparare.

Quante volte ti è capitato di domandarti che cosa passasse nella testa dell’autore mentre ha deciso di far morire il proprio protagonista? Quante, invece, avresti voluto saper come va a finire una storia, ma il finale aperto te l’ha impedito?

La sezione Interviste è nata proprio per questo: è un modo per venire a scoprire le storie di personaggi che hanno significato o significano qualcosa. È un modo per leggere altro di un libro, anche quando le pagine si sono esaurite.

 

 

Eleonora Marangoni ritratta sull'ereader in mezzo a mensole piene di libri. Lo scopo dell'immagine è quello di fornire una copertina all'intervista di Eleonora Marangoni.

Intervista a Eleonora Marangoni

Eleonora Marangoni è nata a Roma, si è laureata a Parigi in Letteratura comparata e lavora come copywriter e consulente di comunicazione. 
Ha pubblicato il saggio Proust et la peinture italienne (Michel de Maule, 2011), il romanzo illustrato Une demoiselle (Michel de Maule, 2013) e Proust. I colori del tempo (Mondadori Electa, 2014). 
Nel 2017 ha vinto il Premio Neri Pozza con Lux.

Eleonora Marangoni è nata a Roma, si è laureata a Parigi in Letteratura comparata e lavora come copywriter e consulente di comunicazione.
Ha pubblicato il saggio Proust et la peinture italienne (Michel de Maule, 2011), il romanzo illustrato Une demoiselle (Michel de Maule, 2013) e Proust. I colori del tempo (Mondadori Electa, 2014).
Nel 2017 ha vinto il Premio Neri Pozza con Lux.

Ho avuto il piacere e l’onore di chiacchierare con Eleonora Marangoni in attesa dell’uscita di Viceversa, la sua nuova opera in libreria dal 2 luglio 2020.

Cara Eleonora, come stai? 
Ci siamo conosciuti una giornata di fine maggio un anno fa, quando il tuo primo romanzo concorreva alla dozzina del Premio Strega. Eravamo su una terrazza a Roma, c’era il tramonto, avevi un vestito a fiori lunghissimo e un sorriso smagliante. Le persone potevano incontrarsi senza avere particolari restrizioni o temere qualcosa.
Ma ora è evidente che le cose sono cambiate per tutti. Com’è stata per te la quarantena? In che modo si presentano per te questi giorni di transizione? Hai paura di ritornare alla vita che facevi prima?

L’inizio della quarantena è stato complicato: non riuscivo a leggere, scrivere, concentrarmi su niente che non fossero le notizie o i tanti piccoli gesti quotidiani diventati d’improvviso ancora più urgenti e necessari. Poi invece, penso come molti di noi, ho riscoperto la lentezza, un altro modo di vivere e passare le giornate. Non è stato sempre semplice, ovviamente, ma credo davvero che il mondo reclamasse uno stacco, e che sia servito a prendere la misura di alcune cose della vita, delle priorità e dei rapporti umani.
Adesso sento tutti correre come e più di prima, e non vorrei ricominciare a farlo! Ho ripreso oggi il primo treno dopo non so nemmeno più quanti mesi. Viaggiavo moltissimo, per ragioni personali e professionali, e vorrei riuscire a farlo meno.

Il giorno in cui ci siamo incontrati mi ricordo che ci siamo abbracciati, io avevo già letto Lux, e di quel libro ne apprezzai la forte ondata di internazionalità e la storia di un uomo che all’improvviso scopre di aver ricevuto una grande eredità che gli cambia la vita.
Eleonora, pensi che la vita sia cambiata anche a te, dopo quel premio e la storia di Thomas Edwards?

Senza dubbio. Avevo la fortuna di vivere già di quello che scrivevo a dire il vero (sono copywriter e consulente di comunicazione), ma Lux mi ha aperto una nuova strada, mi ha un po’ cambiato la vita, sparigliando le carte e aprendo nuovi orizzonti. Anche se penso sia “sano”, almeno per me, non dedicarmi solo alla scrittura romanzesca/saggistica. Lavorare come copy, avere a che fare con prodotti, realtà economiche e sociali diversissime tra loro, mi aiuta a restare in contatto col mondo, mi diverte e allena il pensiero verso forme e flussi sempre nuovi.

Il 2 luglio torni in libreria con un nuovo libro, Viceversa, il mondo visto di spalle. Un percorso attraverso le storie più celebri di figure che «ci hanno voltato le spalle» fin dall’età romana. Dentro c’è tutto: fotografia, pittura, video arte, letteratura, un connubio di arti e sensazioni. In che modo la scrittura di questo genere, il saggio, più vicino alle pubblicazioni precedenti a Lux, si concilia con il romanzo?

Ho iniziato da saggista, quindi per me è un ritorno. Anche se non vedo dicotomia tra la scrittura narrativa e quella di impronta più saggistica: sono solo modi diversi per esprimersi, e credo che di volta in volta proverò a individuare quello più giusto per raccontare quello che voglio raccontare.

DaViceversa emerge evidentemente un tuo amore per il cinema. Anche Lux, d’altronde, è un libro assolutamente cinematografico (e mi domando perché non sia ancora diventato un film, o una serie TV). Che cosa ti affascina del cinema? Chi è il tuo regista preferito e quali sono le ragioni?

In Viceversa si parla soprattutto di pittura e di fotografia. Il cinema è una conseguenza di una visione anteriore, e se il grande schermo tuttora dà grande spazio alla narrazione “di spalle” lo fa per molteplici ragioni che derivano da arti più antiche.
Monica Vitti ha raccontato che, la prima volta che si incontrarono, Antonioni le disse: “Ha una bella nuca, può fare del cinema.” Era una provocazione, certo, ma fino a un certo punto.
Regista preferito non saprei, sono moltissimi, come i libri, mi viene difficile scegliere. E a volte non sono nemmeno i registi, ma i singoli film a segnarti. Ti cito qualche nome sparso: Agnès Varda, Paul Thomas Anderson, Jean Renoir, Antonio Pietrangeli, Noah Baumbach, Céline Sciamma. 

Monica Vitti e Michelangelo Antonioni immortalati durante le riprese di un film. L'immagine è in bianco e nero e rappresenta le due star italiane mentre guardano verso l'obiettivo distrattamente
Monica Vitti e il regista Michelangelo Antonioni

Une demoiselle (2013) pubblicato in Francia dall’editore Michel de Maule, è una storia illustrata liberamente ispirata al Ballo di Irene Nemirvosky. A proposito di autori che hai studiato da vicino e hai potuto approfondire, quali sono i tuoi artisti di riferimento? A quali personalità ti ispiri? 

Ogni libro è una storia a sé, davvero. Perché ogni libro è diverso, e nel frattempo tu sei cambiato tra un libro e un altro. Quindi non saprei risponderti con esattezza. Posso solo dirti che di volta in volta gli autori di riferimento non sono mai gli stessi, come anche il modello di libro che hai in mente. Viceversa poi è un caso particolare. È un libro che avrebbe potuto anche non essere un libro: ma una mostra, o un sito, o una serie di documentari sulla tv. Poi la forma è sostanza, ovviamente.

Proust è di sicuro un personaggio che tu conosci a fondo. Ti sei laureata con una tesi su di lui, e hai scritto un’analisi a proposito della rilettura della Recherche attraverso i suoi colori. Alla ricerca del tempo perduto è un’opera enciclopedica che si ha sempre paura di affrontare, concordi? Perché credi che questo succeda? Esistono tanti libri altrettanto lunghi che non incutono il timore che dà Proust. Eleonora, che cosa ha spinto a te, ad amarlo così tanto? C’è stato qualcosa che ti ha portato a scoprirlo o ti sei avvicinata a lui perché ne eri liberamente attratta?

È stato un caso. Era in casa da sempre, l’aveva comprato mia mamma ma poi non l’aveva letto. Io ho iniziato il primo e non mi sono più staccata. Non credo sia un libro per tutti, ma del resto nessun libro lo è. Ma di certo non provare nemmeno a iniziarlo non ha senso. Quindi a chi vorrebbe iniziare la Recherche l’unico consiglio che mi sento di dare è proprio questo: comincia! E se poi proprio non ti parla, non devi sentirti in colpa, ma passare ad altro. Magari prima o poi ci rimetterei le mani sopra, tra qualche tempo. Ma aspettare “il momento perfetto” per dedicarsi a Proust non ha molto senso. 

Se con Proust ce l’hai fatta, però, ci saranno anche per te, almeno due libri che vorresti leggere da sempre ma che non riesci a cominciare. Puoi confessarmeli?

Non ho mai letto Infinite Jest, e ho iniziato Guerra e pace ma non l’ho mai finito. I miei mattoni con cui fare i conti sono questi due, direi. Oddio, due dei tanti, di sicuro.

Un’ultima domanda, un suggerimento per chi ci legge. Quali libri leggerai quest’estate? Ne vuoi consigliare tre, leggeri ma in qualche modo importanti?

Due vite, Emanuele Trevi, appena uscito per Neri Pozza.
Abbiamo sempre vissuto nel castello, Shirley Jackson, Adelphi.
Tutti i racconti di Grace Paley, Edizioni Sur

The Animal Art

Tramite The Animal Art, Caterina Casale (caterinacasale_), classe 1992, laureata in Lettere e Filosofia, attraverso i suoi occhi e le sue mani, attraverso l’arte – in particolare il disegno e la pittura – raffigura il mondo così come lei lo vede, usando come il filtro il sentimento umano.

The Animal Art ha realizzato per me ed Enrico un ritratto, per questo ho deciso di farle qualche domanda in più sul suo modo di fare arte. Enrico è stato ritratto molto fiero in mezzo a delle palme, Caterina ha persino aggiunto una citazione sullo sfondo, per rendere il tutto meno bianco – dato il suo candore. 

Con il progetto The Animal Art (theanimalart_) tenta di “ritrarre la bellezza del mondo attraverso gli occhi dei cani”. Lasciatemi dire che osservando i suoi disegni è abbastanza immediato riconoscere l’amore che riserva ai cuccioli. Per noi ha realizzato uno splendido ritratto POP in versione digitale, ma sul suo sito internet e sulle pagine potete trovare le sue opere e altre moltissime idee, che spaziano dalla stampa su tela, fino alla cover per il telefono.

Mi sono divertito a farle qualche domanda:

Ciao Caterina, esplorando il tuo sito internet si trovano anche ritratti umani, ma è abbastanza evidente la tua dedizione ai cani. Come mai? Da dove nasce l’idea di ritrarre i nostri amici a quattro zampe?

L’idea dei ritratti dei cani nasce da un regalo che ho fatto a mia mamma per lo scorso Natale. Desideravo farle un regalo che le restasse per sempre impresso, qualcosa che le arrivasse dritto al cuore…e cosa c’è di meglio che vedere immortalati gli occhi dei propri amori pelosi? Gli occhi, il tartufino, l’espressione d’amore che ci fa essere così innamorati di queste creature così speciale. 
Ho condiviso questo ritratto sulla mia pagina personale di instagram (dove condividevo i miei dipinti) e da li è partito tutto perché mi hanno commissionato vari lavori.

Quando hai cominciato a dipingere? C’è una ragione particolare che ti lega all’arte visiva?

Non sono una di quelle persone che dicono “da che ho memoria ho sempre disegnato”. No. Ricordo un’infanzia piena di parole, tantissimi libri letti, tantissime parole scritte, pochi disegni. Mi piaceva disegnare, mi piaceva tantissimo, ma non ho mai dato più spazio a questo rispetto ad altro. Non pensavo né sapevo di avere un dono, ogni tanto qualche bel lavoro usciva ma finiva lì. Diciamo che mi rilassava molto.

Che siano animali o persone, nei tuoi lavori prediligi i volti ravvicinati, i ritratti. C’è una ragione dietro questa scelta?

E’ l’Anima che mi affascina. Che sia di un essere umano o di un animale, l’anima si esprime negli occhi. L’Anima è Energia, io da sempre sono affascinata da questo aspetto della vita. Non a caso pratico yoga, ho letto svariati testi sul tema e la mia ricerca è continua e senza fine. L’esplorazione dell’Io è il mio principale lavoro, attraverso il contatto con la natura, con gli animali (in particolare con la mia piccola Collie, che mi ha dimostrato che per scambiarsi amore ed energia non servono parole, bastano gli occhi), e con un percorso psicoanalitico di anni.

Personalmente ritengo l’arte uno spazio aperto e in continuo mutamento, con innumerevoli interpretazioni e possibilità. In che modo vivi la tua attività da autodidatta? È per te un limite non aver avuto maestri o un atto di libertà? 

Mi sono fatta spesso questa domanda: dovrei frequentare qualche corso? Per ora la risposta è no. Soprattutto quando dipingo, entro in uno stato meditativo che realizza il ritratto senza che io debba fare il minimo sforzo di tipo mentale. Le mani vanno da sole. Certo, la pratica aiuta tanto a migliorare e a coltivare un talento con cui sono nata. Ma il fatto di non conoscere la tecnica mi permette di essere libera e di sperimentare senza limiti né concetti mentali prefissati. Per dare vita ad  un paio di occhi, li guardo a fondo e cerco di entrare in contatto con il sentimento che un paio di occhi mi suscita. Questo vale anche per i lavori in digitale, anche se, come in ogni cosa, il digitale toglie un po’ di magia all’uso dei colori.

Nonostante l’assenza dei maestri, però, avrai delle figure, un artista, uno scultore, un modo di dipingere, di usare i colori, ai quali ispirarti. È così? In quale misura l’arte può ispirarci a produrre altra arte?

Amo Gauguin. Il senso di natuale e selvaggio che si respira guardando i suoi quadri. Oltre a Gauguin amo Levi, i suoi ritratti sono come urli nella notte. 

Che cos’è, per te, l’arte?

Per me l’arte è evocazione. Quando guardo un quadro mi deve mancare il fiato, sennò è solo molto bello, ma non è arte. Anche una nuotata in un mare freddo e salato – mio marito è sardo, e proprio di quel tipo di mare parlo-  è arte, perché mi mette in contatto con la parte più profonda e vera di me stessa.
L’arte è liberazione, è un modo per essere me stessa, smascherando i vari strati di difesa. 
L’arte, con la mia Collie, mi hanno salvato la vita e l’hanno resa meravigliosa.

Quanto tempo dedichi, in media, a lavorare su un ritratto? In che modo ti approcci al lavoro, hai una prassi che rispetti abitualmente, oppure procedi sempre con libertà?

Dipende. Certi ritratti sono più complicati e richiedono più tempo, o perché non sono particolarmente ispirata, o perché hanno proprio bisogno di più tempo e più “strati” per tirare fuori l’anima.Non saprei definire una prassi… ogni ritratto è a sé… ogni ritratto è una creatura. Ed è il ritratto stesso che mi dice quando è finito. 
Certe volte impiego 4 ore, altre una settimana intera.

Tra i tuoi lavori ho trovato un ritratto che mi è piaciuto particolarmente. Si chiama “Al bar”, e rappresenta una donna dal viso squadrato che fuma l’ennesima sigaretta, e che probabilmente pensa – anche perché fa parte della serie intitolata Riflessioni. Questo – e gli altri lavori – provengono dalla tua fantasia? A cosa pensava questa signora che hai ritratto?

Olio su tela, 70x70x4 cm

Le serie di dipinti che realizzo fuori dalle commissioni, cioè fuori dall’ambito The Animal Art, vengono dal mio immaginario. C’è un libro, che per me è stato fondamentale nel percorso per sbloccare la mia creatività e far emergere il mio talento, che si chiama “Donne che corrono coi Lupi”. In questo libro viene fuori tutta la potenza e la forza interiore che è connaturata alla Donna, e attraverso la pittura ho provato anche io a esplorare i vari aspetti del mondo femminile…In “Al Bar” c’era solitudine, noia, frustrazione, ma anche indipendenza, e voglia di riscatto. Come un vulcano che per anni è rimasto in silenzio e poi sta per esplodere con tutta la sua forza. Non a caso i capelli sono arancio.

Poiché ho l’abitudine di inquadrare le persone a partire dalle loro scelte letterarie: c’è un libro, un racconto breve, una lettura che ti ha cambiato? Consigliacela e convincici a leggerla!

Oltre a Donne che Corrono coi Lupi, c’è stata una lettura che mi ha aiutato molto in un momento difficile, ed è un libricino sull’ Ho’oponopono. Questa tradizione hawaiana mi ha insegnato che è molto importante mantenere i propri pensieri “puliti” per poter essere più sereni e attirare così cose belle nella propria vita. Di per sé non credo nella magia, ma credo fortemente che ognuno abbia un potenziale inespresso, e che si tratta di avere il coraggio di stare in silenzio con i propri pensieri per capire chi si è veramente…

Se poi si parla di romanzi, il preferito in assoluto è L’isola di Arturo, di Elsa Morante. 

Milena Agus, autrice dell’anno.

È stato un anno lungo, pieno di letture: sono arrivato a ben centodieci libri letti. E tra tutti, se mi chiedessero quale mi ha colpito di più, io non saprei dirlo.

Invece, sicuramente, sarei ben convinto di poter dire che Milena Agus, per me è l’autrice dell’anno di #aldostefanolegge.

Milena Agus nasce a Genova. I genitori sardi la conducono fino all’Isola dove vive e lavora: nel capoluogo della Sardegna, Cagliari. Qui insegna storia e italiano in un liceo artistico. In Italia, i suoi romanzi vengono pubblicati da Nottetempo.
Dopo l’esordio nel 2005 con Mentre dorme il pescecane, un libro dalla duplice ristampa a distanza da pochi mesi dall’uscita, è Mal di pietre, 2006, a consegnarla al grande pubblico.

I suoi libri sono stati tradotti in cinque lingue: tra i francesi ha avuto particolare successo, tanto che da Mal di pietre è stato tratto un film con protagonista Marillon Cotillard e la regia di Nicole Garcia.
Numerosi sono i premi che Milena Agus, da quando scrive, è riuscita a portarsi a casa: Junturas, il Campiello, Elsa Morante, e diversi altri riconoscimenti. Anche perché, diversi sono i libri che ci ha regalato: Mentre dorme il pescecane, Mal di pietre, Ali di babbo, La contessa di ricotta, Sottosopra, Guardati dalla mia fame Terre promesse.

Tra i più particolari voglio ricordare Sottosopra, un inno alla vecchiaia: luogo dove trovare la pace, che cerca di allontanare nel lettore la paura di raggiungerla. Quasi una seconda vita.
Ma anche Ali di babbo che racconta la storia di una giovane donna che si rifiuta di vendere un terreno sul mare ai costruttori di nuove strade e centri commerciali.
La contessa di ricotta, che invece è il racconto della vita di tre sorelle, una che sogna gli splendori perduti, un’altra che sogna un figlio che non arriva e l’ultima, la contessa di ricotta che invece sogna l’amore.
Ammetto che è difficile scegliere, e che vorrei parlarvi anche di Mal di pietre, e delle Terre promesse verso cui vertiamo tutti quanti e che, da lontano, guardiamo senza mai abbandonare la speranza di approdarvi.

Milena Agus scrive soprattutto di donne, soprattutto giovani, intrappolate ma mai prigioniere di questa Terra isolata.

I romanzi della Agus sono romanzi corali, a più voci. Le storie di una bambina si mischiano a quelle di sua madre, della nonna, e poi della sorella, della zia, della vicina di casa. Quasi sempre donne. Donne coraggiose e forti che sanno stare al mondo. Ma non solo donne: anche uomini di successo, tenaci e valorosi. Giovani ragazzi, figli, padri di famiglia e nonni valorosi.

  

Le storie della Agus sono brevi: parlano di sesso, di famiglia, senso di appartenenza, desiderio di maternità. Raccontano il riscatto e il successo, l’esilio e la ricerca della fortuna. Sopra ogni cosa, i romanzi di Milena Agus descrivono Cagliari come un posto in cui bisognerebbe esser stati almeno una volta nella vita.

Di Cagliari ne vengono affrescate le persone, ma non solo: anche il mare, il porto, le vie principali di Casteddu. Milena Agus narra i colori del cielo come farebbe una pittrice, le stelle come un’astrologa, i cagliaritani e i loro riti antichi come un’antropologa. E in questa lunga narrazione non si dimentica di riservare un posto d’onore alla natura selvaggia ma accogliente dell’entroterra, alla macchia mediterranea, i ginepri, gli ulivi e poi gli animali che popolano la Sardegna.

Milena Agus parla della Sardegna, e nel frattempo racconta il destino e la forza. La tenacia, l’onore, il rispetto e il senso di famiglia.

Per farlo, utilizza una scrittura semplice: termini ricercati, talvolta in sardo – sempre perfettamente tradotti.
Una narrazione limpida e scorrevole, che mai appesantisce.
Libri che si leggono in un giorno e che, addosso, restano per tanto tempo.
Libri che mettono coraggio. Che non pretendono di insegnare troppo – pur facendolo -, ma che ben si difendono e riconoscono: colmi di richiami, di citazioni, nomi di musicisti e pittori, architetti, autori di libri.

I suoi sono libri che fanno venire voglia di leggere ancora.


Ho avuto il piacere e l’immenso onore di poter chiacchierare con Milena dei suoi libri e dei suoi pensieri.
Riporto qui, accuratamente, la nostra chiacchierata.
Affido le sue parole a voi e vi invito a cercarne ancora, sue e altre.

Cara Milena, mi piacerebbe sapere,  in poche parole che meglio la descrivano, chi è Lei, l’autrice dei sette delicatissimi e magici romanzi che Nottetempo ha pubblicato in Italia. Quando ha iniziato a scrivere?

I miei genitori sono sardi, di Sanluri, mio padre era Tenente di Vascello nella Marina Militare e abitava a Genova dove dopo il matrimonio mamma lo ha raggiunto e dove io sono nata e ho trascorso parte della mia infanzia. Genova è una città bellissima e mi è rimasta nel cuore. Poi mio padre ha cambiato lavoro e ci siamo trasferiti a Milano, ma i miei genitori avevano il mito del ritorno a casa, in Sardegna, e così siamo arrivati a Cagliari, dopo un anno ad Alghero, dove ho fatto la quinta elementare. Ero una brava bambina, mi bastavano dei fogli di giornale e una coperta per terra per stare nel mio mondo ore e ore, a fantasticare. Appena ho imparato, ho scritto. Scrivevo e leggevo sempre. Qui a Cagliari ho fatto le Medie, le Superiori e mi sono laureata in Lettere. A proposito di fantasie, non mi sono mai mancate e mi hanno portato, qualche volta, a delle scelte sbagliate e anche buffe come quella di essermi iscritta in Medicina per fare il medico missionario, ma di essermi resa conto di non capire nulla delle materie scientifiche e di essere molto paurosa. Adesso insegno Italiano e Storia al Liceo Artistico. Il mio mestiere mi piace molto, non saprei neppure immaginarmi con un altro lavoro.

All’interno dei suoi libri c’è sempre qualcosa di magico. Con Mentre dorme il pesce e Ali di Babbo, poi, lo dice una volta per tutte: “senza la magia la vita è solo un grande spavento”. Ma, che cosa è per Lei, Milena Agus, la magia? E lo spavento? Che cosa Le fa paura?

Quella che chiamo magia è la possibilità di vivere anche in un altro mondo, oltre che in quello reale. Questa possibilità a me la danno la lettura e la scrittura. Leggendo vivo altre vite e scrivendo mi risolvo i problemi, dico quello che non direi nella realtà, se mi arrabbio con qualcuno costruisco un personaggio negativo e quello, per me che sono sempre molto mite e gentile, è il mio modo di vendicarmi del torto subito. Oppure dichiaro anche il mio amore, che ho difficoltà a dimostrare a parole nella vita reale. Ecco, per me questa è magia, una penna con le funzioni di bacchetta magica. Non avere questa possibilità mi farebbe molta paura. Rimarrebbe la vita nuda e cruda e farebbe spavento.

Tutti i suoi romanzi parlano di famiglie e raccontano le storie di generazioni. Allora mi chiedo – da buon sardo patriottico e legato alla mia Terra – : quanto ciò che siamo, per Lei, è il prodotto del dove da cui proveniamo? Quanto è importante la conoscenza delle nostre origini?

Noi siamo quello che siamo in virtù della nostra storia. Nati in un altro tempo, in altri luoghi, con diversi genitori, parenti, saremmo altre persone. La nostra carta d’identità, come dice Ungaretti nella poesia I fiumi, la fanno queste cose. Conoscere le nostre origini è conoscere noi stessi. Da sempre ho una curiosità straordinaria per le vicende dei miei parenti, faccio tante domande, vorrei sapere i segreti di famiglia, non per pettegolezzo, ma proprio per capire chi sono stati loro e quindi chi sono io.

La narrazione delle sue storie è spesso affidata a giovani e giovinette disilluse: c’è un perché? Ha per caso a che fare con la disillusa capacità di credere nella magia delle cose?

I protagonisti delle mie storie sono sempre, all’inizio, dei perdenti, almeno secondo il buon senso comune. Il mio grande gusto, forse la ragione per cui adoro scrivere romanzi, è farli vincere, non nel senso comune del vincere, cioè successo, denaro e cose del genere, ma nel fargli raggiungere uno stato di benessere interiore che spero riescano a comunicare al lettore.

Se i protagonisti veri e propri mancano nelle sue storie, certo non si può dire che non ce ne sia uno quantomeno fittizio, ossia la Cagliari sempre descritta con amore. Cagliari è forse ciò che, più di tutto, unisce e intreccia le sue storie. Che rapporto ha con questa città? Qual è la Cagliari protagonista delle sue storie? 

Prima ho raccontato un po’ i trasferimenti della mia infanzia. Quando abitavamo in Continente, soprattutto mia mamma, mi parlava di Cagliari come di un posto mitico. Lei stessa, abitando in paese, la vedeva così. Arrivata qui potevo esserne delusa, invece no, la trovo bellissima, bianca, azzurra, verticale. Trovo i Cagliaritani spiritosi e leggeri anche in situazioni pesanti. E poi c’è il mare e l’orizzonte è infinito, e questo porta larghezza di vedute ai suoi abitanti. Nelle storie che racconto c’è la Cagliari di un tempo, quella dei racconti di mia mamma e delle mie zie, ma anche quella di oggi, per esempio del quartiere internazionale di Marina, dove ci sono gli immigrati da tutto il mondo.

Una costante che ritrovo all’interno dei suoi romanzi è la riflessione attorno all’idea di Dio: mai si riesce a decidere se c’è o non c’è. Talvolta assume l’aspetto del Dio di Leibniz, altre volte la bontà dei protagonisti diventa il dio delle sue storie. Che cosa o Chi è, per Lei? Un fantasma che veglia su di noi? Le ali di babbo

Non c’è una storia dove non parli di Dio, è vero. Ne parlo dal punto di vista di vari personaggi, che la pensano fra loro in modo diverso e danno, a me che scrivo, le loro risposte a proposito di Dio, che poi sono le risposte alle mie domande. Alla fine Dio si manifesta sempre in qualche modo in queste storie, agisce per mezzo dei buoni, che ci sono sempre. Alla fine dei romanzi, dopo che Dio si è manifestato, a modo suo, naturalmente, mi sento più tranquilla, più convinta che ci sia davvero.

Mal di pietre è forse il suo romanzo che ha avuto il riscontro più positivo. Che effetto Le fa sapere he Marillon Cotillard ha letto un suo libro?

Mal di pietre ha avuto un grande successo, è vero, ma come tutte le cose, viste dall’esterno, non sono come viverle di persona. Io, certo, mi sono accorta di aver avere avuto successo, mi ha fatto piacere, è naturale, mi ha anche fatto un certo effetto vedere la mia attrice preferita interpretare la nonna di Mal di pietre, ma, essendo saggia, la mia vita ho continuato a viverla come se niente fosse accaduto, identica a prima.

E ancora, che effetto Le fa sapere che i suoi romanzi vengono letti, adorati, tradotti, trasportati cinematograficamente?

E sempre a proposito del successo e del fatto che i miei libri vengano letti in tutto il mondo, la cosa che mi piace di più è quando i lettori mi dicono che leggerli gli è stato utile, che dopo sono stati meglio, un po’ più leggeri, un po’ più fiduciosi.

Un’ultima domanda, prima di augurarLe un buon Natale: scriverà ancora? Ha già scritto qualcosa?
Io auspico di sì, per poterla infilare, insieme a tutte le altre sue antichenuove storie, nella mensola dei libri che quest’anno ho amato di più.

Scrivo sempre, per me è vitale, come potrei stare dentro il mondo reale senza la magica via di scampo della scrittura?

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