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Nella sezione Interviste di aldostefanomarino.it troverai interviste e discussioni con alcuni personaggi dell’ambiente letterario e culturale. Non soltanto autori, ma anche scultori, editori, personaggi da cui si ha sempre qualcosa da imparare.

Quante volte ti è capitato di domandarti che cosa passasse nella testa dell’autore mentre ha deciso di far morire il proprio protagonista? Quante, invece, avresti voluto saper come va a finire una storia, ma il finale aperto te l’ha impedito?

La sezione Interviste è nata proprio per questo: è un modo per venire a scoprire le storie di personaggi che hanno significato o significano qualcosa. È un modo per leggere altro di un libro, anche quando le pagine si sono esaurite.

 

 

Milena Agus, autrice dell’anno.

È stato un anno lungo, pieno di letture: sono arrivato a ben centodieci libri letti. E tra tutti, se mi chiedessero quale mi ha colpito di più, io non saprei dirlo.

Invece, sicuramente, sarei ben convinto di poter dire che Milena Agus, per me è l’autrice dell’anno di #aldostefanolegge.

Milena Agus nasce a Genova. I genitori sardi la conducono fino all’Isola dove vive e lavora: nel capoluogo della Sardegna, Cagliari. Qui insegna storia e italiano in un liceo artistico. In Italia, i suoi romanzi vengono pubblicati da Nottetempo.
Dopo l’esordio nel 2005 con Mentre dorme il pescecane, un libro dalla duplice ristampa a distanza da pochi mesi dall’uscita, è Mal di pietre, 2006, a consegnarla al grande pubblico.

I suoi libri sono stati tradotti in cinque lingue: tra i francesi ha avuto particolare successo, tanto che da Mal di pietre è stato tratto un film con protagonista Marillon Cotillard e la regia di Nicole Garcia.
Numerosi sono i premi che Milena Agus, da quando scrive, è riuscita a portarsi a casa: Junturas, il Campiello, Elsa Morante, e diversi altri riconoscimenti. Anche perché, diversi sono i libri che ci ha regalato: Mentre dorme il pescecane, Mal di pietre, Ali di babbo, La contessa di ricotta, Sottosopra, Guardati dalla mia fame Terre promesse.

Tra i più particolari voglio ricordare Sottosopra, un inno alla vecchiaia: luogo dove trovare la pace, che cerca di allontanare nel lettore la paura di raggiungerla. Quasi una seconda vita.
Ma anche Ali di babbo che racconta la storia di una giovane donna che si rifiuta di vendere un terreno sul mare ai costruttori di nuove strade e centri commerciali.
La contessa di ricotta, che invece è il racconto della vita di tre sorelle, una che sogna gli splendori perduti, un’altra che sogna un figlio che non arriva e l’ultima, la contessa di ricotta che invece sogna l’amore.
Ammetto che è difficile scegliere, e che vorrei parlarvi anche di Mal di pietre, e delle Terre promesse verso cui vertiamo tutti quanti e che, da lontano, guardiamo senza mai abbandonare la speranza di approdarvi.

Milena Agus scrive soprattutto di donne, soprattutto giovani, intrappolate ma mai prigioniere di questa Terra isolata.

I romanzi della Agus sono romanzi corali, a più voci. Le storie di una bambina si mischiano a quelle di sua madre, della nonna, e poi della sorella, della zia, della vicina di casa. Quasi sempre donne. Donne coraggiose e forti che sanno stare al mondo. Ma non solo donne: anche uomini di successo, tenaci e valorosi. Giovani ragazzi, figli, padri di famiglia e nonni valorosi.

  

Le storie della Agus sono brevi: parlano di sesso, di famiglia, senso di appartenenza, desiderio di maternità. Raccontano il riscatto e il successo, l’esilio e la ricerca della fortuna. Sopra ogni cosa, i romanzi di Milena Agus descrivono Cagliari come un posto in cui bisognerebbe esser stati almeno una volta nella vita.

Di Cagliari ne vengono affrescate le persone, ma non solo: anche il mare, il porto, le vie principali di Casteddu. Milena Agus narra i colori del cielo come farebbe una pittrice, le stelle come un’astrologa, i cagliaritani e i loro riti antichi come un’antropologa. E in questa lunga narrazione non si dimentica di riservare un posto d’onore alla natura selvaggia ma accogliente dell’entroterra, alla macchia mediterranea, i ginepri, gli ulivi e poi gli animali che popolano la Sardegna.

Milena Agus parla della Sardegna, e nel frattempo racconta il destino e la forza. La tenacia, l’onore, il rispetto e il senso di famiglia.

Per farlo, utilizza una scrittura semplice: termini ricercati, talvolta in sardo – sempre perfettamente tradotti.
Una narrazione limpida e scorrevole, che mai appesantisce.
Libri che si leggono in un giorno e che, addosso, restano per tanto tempo.
Libri che mettono coraggio. Che non pretendono di insegnare troppo – pur facendolo -, ma che ben si difendono e riconoscono: colmi di richiami, di citazioni, nomi di musicisti e pittori, architetti, autori di libri.

I suoi sono libri che fanno venire voglia di leggere ancora.


Ho avuto il piacere e l’immenso onore di poter chiacchierare con Milena dei suoi libri e dei suoi pensieri.
Riporto qui, accuratamente, la nostra chiacchierata.
Affido le sue parole a voi e vi invito a cercarne ancora, sue e altre.

Cara Milena, mi piacerebbe sapere,  in poche parole che meglio la descrivano, chi è Lei, l’autrice dei sette delicatissimi e magici romanzi che Nottetempo ha pubblicato in Italia. Quando ha iniziato a scrivere?

I miei genitori sono sardi, di Sanluri, mio padre era Tenente di Vascello nella Marina Militare e abitava a Genova dove dopo il matrimonio mamma lo ha raggiunto e dove io sono nata e ho trascorso parte della mia infanzia. Genova è una città bellissima e mi è rimasta nel cuore. Poi mio padre ha cambiato lavoro e ci siamo trasferiti a Milano, ma i miei genitori avevano il mito del ritorno a casa, in Sardegna, e così siamo arrivati a Cagliari, dopo un anno ad Alghero, dove ho fatto la quinta elementare. Ero una brava bambina, mi bastavano dei fogli di giornale e una coperta per terra per stare nel mio mondo ore e ore, a fantasticare. Appena ho imparato, ho scritto. Scrivevo e leggevo sempre. Qui a Cagliari ho fatto le Medie, le Superiori e mi sono laureata in Lettere. A proposito di fantasie, non mi sono mai mancate e mi hanno portato, qualche volta, a delle scelte sbagliate e anche buffe come quella di essermi iscritta in Medicina per fare il medico missionario, ma di essermi resa conto di non capire nulla delle materie scientifiche e di essere molto paurosa. Adesso insegno Italiano e Storia al Liceo Artistico. Il mio mestiere mi piace molto, non saprei neppure immaginarmi con un altro lavoro.

All’interno dei suoi libri c’è sempre qualcosa di magico. Con Mentre dorme il pesce e Ali di Babbo, poi, lo dice una volta per tutte: “senza la magia la vita è solo un grande spavento”. Ma, che cosa è per Lei, Milena Agus, la magia? E lo spavento? Che cosa Le fa paura?

Quella che chiamo magia è la possibilità di vivere anche in un altro mondo, oltre che in quello reale. Questa possibilità a me la danno la lettura e la scrittura. Leggendo vivo altre vite e scrivendo mi risolvo i problemi, dico quello che non direi nella realtà, se mi arrabbio con qualcuno costruisco un personaggio negativo e quello, per me che sono sempre molto mite e gentile, è il mio modo di vendicarmi del torto subito. Oppure dichiaro anche il mio amore, che ho difficoltà a dimostrare a parole nella vita reale. Ecco, per me questa è magia, una penna con le funzioni di bacchetta magica. Non avere questa possibilità mi farebbe molta paura. Rimarrebbe la vita nuda e cruda e farebbe spavento.

Tutti i suoi romanzi parlano di famiglie e raccontano le storie di generazioni. Allora mi chiedo – da buon sardo patriottico e legato alla mia Terra – : quanto ciò che siamo, per Lei, è il prodotto del dove da cui proveniamo? Quanto è importante la conoscenza delle nostre origini?

Noi siamo quello che siamo in virtù della nostra storia. Nati in un altro tempo, in altri luoghi, con diversi genitori, parenti, saremmo altre persone. La nostra carta d’identità, come dice Ungaretti nella poesia I fiumi, la fanno queste cose. Conoscere le nostre origini è conoscere noi stessi. Da sempre ho una curiosità straordinaria per le vicende dei miei parenti, faccio tante domande, vorrei sapere i segreti di famiglia, non per pettegolezzo, ma proprio per capire chi sono stati loro e quindi chi sono io.

La narrazione delle sue storie è spesso affidata a giovani e giovinette disilluse: c’è un perché? Ha per caso a che fare con la disillusa capacità di credere nella magia delle cose?

I protagonisti delle mie storie sono sempre, all’inizio, dei perdenti, almeno secondo il buon senso comune. Il mio grande gusto, forse la ragione per cui adoro scrivere romanzi, è farli vincere, non nel senso comune del vincere, cioè successo, denaro e cose del genere, ma nel fargli raggiungere uno stato di benessere interiore che spero riescano a comunicare al lettore.

Se i protagonisti veri e propri mancano nelle sue storie, certo non si può dire che non ce ne sia uno quantomeno fittizio, ossia la Cagliari sempre descritta con amore. Cagliari è forse ciò che, più di tutto, unisce e intreccia le sue storie. Che rapporto ha con questa città? Qual è la Cagliari protagonista delle sue storie? 

Prima ho raccontato un po’ i trasferimenti della mia infanzia. Quando abitavamo in Continente, soprattutto mia mamma, mi parlava di Cagliari come di un posto mitico. Lei stessa, abitando in paese, la vedeva così. Arrivata qui potevo esserne delusa, invece no, la trovo bellissima, bianca, azzurra, verticale. Trovo i Cagliaritani spiritosi e leggeri anche in situazioni pesanti. E poi c’è il mare e l’orizzonte è infinito, e questo porta larghezza di vedute ai suoi abitanti. Nelle storie che racconto c’è la Cagliari di un tempo, quella dei racconti di mia mamma e delle mie zie, ma anche quella di oggi, per esempio del quartiere internazionale di Marina, dove ci sono gli immigrati da tutto il mondo.

Una costante che ritrovo all’interno dei suoi romanzi è la riflessione attorno all’idea di Dio: mai si riesce a decidere se c’è o non c’è. Talvolta assume l’aspetto del Dio di Leibniz, altre volte la bontà dei protagonisti diventa il dio delle sue storie. Che cosa o Chi è, per Lei? Un fantasma che veglia su di noi? Le ali di babbo

Non c’è una storia dove non parli di Dio, è vero. Ne parlo dal punto di vista di vari personaggi, che la pensano fra loro in modo diverso e danno, a me che scrivo, le loro risposte a proposito di Dio, che poi sono le risposte alle mie domande. Alla fine Dio si manifesta sempre in qualche modo in queste storie, agisce per mezzo dei buoni, che ci sono sempre. Alla fine dei romanzi, dopo che Dio si è manifestato, a modo suo, naturalmente, mi sento più tranquilla, più convinta che ci sia davvero.

Mal di pietre è forse il suo romanzo che ha avuto il riscontro più positivo. Che effetto Le fa sapere he Marillon Cotillard ha letto un suo libro?

Mal di pietre ha avuto un grande successo, è vero, ma come tutte le cose, viste dall’esterno, non sono come viverle di persona. Io, certo, mi sono accorta di aver avere avuto successo, mi ha fatto piacere, è naturale, mi ha anche fatto un certo effetto vedere la mia attrice preferita interpretare la nonna di Mal di pietre, ma, essendo saggia, la mia vita ho continuato a viverla come se niente fosse accaduto, identica a prima.

E ancora, che effetto Le fa sapere che i suoi romanzi vengono letti, adorati, tradotti, trasportati cinematograficamente?

E sempre a proposito del successo e del fatto che i miei libri vengano letti in tutto il mondo, la cosa che mi piace di più è quando i lettori mi dicono che leggerli gli è stato utile, che dopo sono stati meglio, un po’ più leggeri, un po’ più fiduciosi.

Un’ultima domanda, prima di augurarLe un buon Natale: scriverà ancora? Ha già scritto qualcosa?
Io auspico di sì, per poterla infilare, insieme a tutte le altre sue antichenuove storie, nella mensola dei libri che quest’anno ho amato di più.

Scrivo sempre, per me è vitale, come potrei stare dentro il mondo reale senza la magica via di scampo della scrittura?

Di questo e di quello, di vite sottili e di Chiara Gamberale

Ciao Chiara, infinita Chiara Gamberale, oltre tutte le tue pelli e i tuoi inesauribili Io, oltre il corpo di cui ti curi come fosse un tempio, senza tuttavia addobbarlo più di quanto sia necessario.

Ti ringrazio per avermi permesso di chiacchierare con te.
Vorrei poterti avere davanti mentre ti faccio le domande che ti farò, ma il tempo corre e non ne abbiamo, eppure tu ne trovi sempre: quindi grazie, due volte.

 

Cerco di metterti subito a tuo agio, come tu fai con noi lettori mentre ci guardi dall’alto delle classifiche senza mai salire, sempre rimanendo giù, alla nostra altezza, pronta a firmare copie, a saltar la cena e la sigaretta immediatamente dopo, anche quando le persone fanno la fila ben oltre la soglia dell’ingresso in libreria: ti rendi conto di aver salvato delle vite, con “Una vita sottile” ora – e prima – e con tutti gli altri tuoi fogli, come li chiami tu?

Mi commuovi. Grazie, prima di tutto…Poi: per me voi lettori siete gli amici immaginari che avevo da piccola e che però all’improvviso esistono davvero… Io avevo una vera e propria comitiva immaginaria, sai? Con cui riuscivo a stare male e a stare bene, ma insieme, a capire e a sentirmi capita, a condividere, come invece non riuscivo con i compagni delle elementari, poi delle medie… E come invece riesco con voi. Quindi il salvataggio è sempre reciproco, lo dico senza nessuna retorica, lo sai.

Che cosa è veramente cambiato da quella prima volta in cui hai messo le mani su di Una vita sottile? Non ci vediamo da un po’, io ti ricordo – a parte meravigliosa e con gli occhiali rosa – con la vita molto sottile ma, al di là del tuo aspetto, chi è la Chiara Gamberale di oggi, quella che, certamente cresciuta, ormai madre e Mamma, è stata in grado di ospitare Vita all’interno del proprio tempio restaurato?

È cambiato tutto in questi vent’anni, e non è cambiato niente… Grazie a un percorso che passa per quello che scrivo e (purtroppo o per fortuna?) non finisce mai, mai mai, credo di essere diventata più forte, se forte è chi fa pace con le sue fragilità… E passo dopo passo l’io (il pidocchio dell’anima, lo definiva Gadda…) si è fatto un po’ più in là, è arrivato finalmente il tu: ed è arrivata Vita. Che si ritrova per mamma una donna ancora troppo tormentata, troppo insicura: ma che si conosce. E io credo che chi non s’inganna non inganna.

Che cosa, invece, proprio non è cambiato?

Non è cambiato il percorso, appunto… La sensazione di essere sempre in marcia, destinazione Possibile Serenità.

Ciò che leggiamo ci cambia, questo noi lettori lo crediamo veramente: non è solo uno spot per diffondere libri. È anche vero, però, che, talvolta, si rischia di finire in un grande calderone dove è difficile riconoscere la qualità, Qualcosa (così, giusto per citarti ancora) che ci cambi davvero, soprattutto se sei in cima alle classifiche e pubblicata da Case Editrici sempre più forti. Quanto ti importa di essere considerata alla stregua di una che scrive libri che non valgono nulla? Quanto peso dai alle critiche? Quando le leggi – se ce ne sono! – le separi da quelle distruttive senza alcuno scopo? Oppure non le leggi?

Sicuramente ho notato che man mano che aumentava il successo dei miei libri aumentavano anche le critiche: ma credo sia fisiologico. E lo sforzo è certamente quello di separare i commenti utili per crescere da quelli inutili: ma vale per le critiche negative come per i complimenti.

I personaggi delle tue vite, di solito abitano Roma, ma Roma potrebbe essere Napoli, Milano o New York. Quanto sono importanti i luoghi in cui racconti le tue storie per i personaggi che li abitano e i lettori che li incontrano?

Sono importanti nella misura in cui sono abitati da quei personaggi e con quei personaggi si rincorrono, o si somigliano, o litigano, perché rischiano di assalirli… In molti dei miei romanzi c’è una contrapposizione fra “il rumore che fa la gente mentre esiste” in una grande città (che, come dici tu, potrebbe essere una qualsiasi) e luoghi come le isole, o la collina dove in “Qualcosa” abita il Cavalier Niente.

E invece, per te, quanto è importante Roma? Cosa ci trovi di così magico da non aver mai deciso di andartene, andare ad abitare in uno chalet in montagna lontano dai clacson e dai rumori?

Ci trovo banalmente il fatto che qui abita la mia famiglia, i miei amici, i miei affetti più importanti. E vivendo da sola con Vita, è importante averli accanto. Ma già in questo suo primo anno di vita siamo scappate spesso su un’isola, io a scrivere e lei a respirare…

Se non Roma, quindi, se fossi obbligata ad andartene, in quale luogo te ne andresti con la tua Vita?

Su un’isola greca. Naxos o Astipalea.

A me, ma credo di poter parlare a nome di tanti lettori, hai insegnato tante e molte cose.
Proprio a proposito di Vita, cosa le auguri in questo mondo? Cosa speri di essere in grado di insegnarle?

Le auguro di essere libera. Di avere sempre più idee che opinioni. Di sentire con il suo cuore e di pensare con la sua testa. E spero di essere in grado di insegnarle che vale sempre la pena di farlo. Almeno di provarci.

Quando leggo i tuoi libri mi sembra di poter avere un’esperienza totalizzante: percepisco odori, distinguo voci, vedo i volti di quelle voci, sento il sapore del sangue sulle dita di quella Chiara protagonista della tua vita sottile e accarezzo il pelo di Jonathan, il tuo cane. Devono avere molta importanza per te, tutti questi sensi, se poi, insieme, compaiono nel tuo libro: ma a quale dei cinque non potresti mai rinunciare, e… perché?

Ma sono domande troppo belle e troppo originali! Che regalo. Dunque: credo che non potrei rinunciare al tatto. Io ho proprio un’urgenza di toccare e di farmi toccare dalle situazioni e dalle persone che incontro.

Per quanto riguarda Jonathan, invece, che in alcuni altri tuoi libri – so che è lui, me lo sento – diventa Efexor, mi racconti di una volta in cui è stato lui a saperti togliere la rabbia di dosso? È stato l’unico Amico canino nella tua vita?

E invece qui ti sbagli! Efexor in realtà è Tolep, hanno in comune il fatto che portano il nome di uno psicofarmaco… E quando Jonathan cominciava a invecchiare, ho trovato questo cucciolo legato a un palo da chissà quanto, l’avevano abbandonato così, pensa… E l’ho preso con noi, quindici anni fa. Sia Jonathan che Tolep mi hanno saputo togliere molte volte la rabbia di dosso, anche se, proprio come era Jonathan, Tolep è un cane tanto buono quanto caratteriale… Ma sono gli unici maestri di cui mi fido, quelli con una personalità definita – e inevitabilmente scomoda, per certi versi.

 

Immagino che Vita, arrivata senza le parole in bocca, te ne abbia sussurrate molte e portate tante nel cuore. Ma prima di Vita (a.V./d.V.) capita mai di non trovare parole nuove? Se esistono, che fai in quei casi?

La parola del momento, di Vita e dunque mia, è Bap. Lo ripete in continuazione e mi incanta.. Mi dico: ecco! Nella mia scrittura spero che non manchino mai dei Bap, delle parole nuove, come dici tu. Che a volte, purtroppo, certo che mancano: e non solo mentre scrivo. Ma è in quei momenti che bisogna ricorrere al principio fondante del metodo dei Dieci Minuti, che racconto in quel romanzo, e “non resistere al cambiamento”…

Un’ultima domanda: A Roma ci vediamo il 25 di novembre, alla libreria Nuova Europa i Granai: su Facebook, parli di due sorprese… ci puoi dire se tra queste almeno una ha a che fare con parole nuove?

Sì.

I grandi scrittori non mangiano, D. Montesano (Recensione e chiacchierata)

I grandi scrittori non mangiano (ERETICA Edizioni, 2017) è la raccolta di racconti con cui Donato Montesano ha deciso di affacciarsi al mondo della narrazione e dei sentimenti e le emozioni che si raccontano.

Montesano nasce a Tricarico nel 1991, un comune italiano di cinquemila anime nella provincia di Matera, in Basilicata, ed è proprio qui che decide di ambientare le sue storie.
I grandi scrittori non mangiano è una raccolta di storie brevi ma intense – la più lunga è di trenta pagine – che, raccontano quel disagio che le persone vivono quando non riescono ad abbandonare il posto in cui sono nate e cresciute.
Le storie contenute all’interno di questo libretto di cento pagine sono tutte diverse l’una dall’altra: ognuna di esse lascia un segno, trasmette un messaggio diverso o crea un dibattito, una riflessione sulla società in cui viviamo; un messaggio ora di pace, di amore, e poi di evoluzione, educazione scolastica.
Ogni favola è raccontata in modo originale, con un linguaggio fresco e autentico ma mai casuale, mescolando saggiamente generi letterari distanti tra loro: fiabe fantasy si alternano a racconti d’amore, altri noir.
Un tema ricorrente: la morte, e la paura che abbiamo di arrivarci.

Il mondo portato in scena da Montesano è un luogo dove fantasia e personaggi particolari si incontrano nella cruda realtà del paese della Basilicata: qui prende vita un teatrino umano dove le statue prendono vita e i sogni hanno lo stesso peso della veglia, dove gli attori sono lupi mannari, fanciulle in pericolo e ricchi re.
I grandi scrittori non mangiano ha pagine ricche di richiami, alla letteratura (specialmente quella americana), alla musica, quella rock, e dei Beatles, e di John Lennon: pagine che ne chiamano altre, quindi, e che continuano a raccontare laddove la scrittura di Montesano si esaurisce ma non smette di dire.
Quindi luoghi, tanti, ma tutti facenti parte dello stesso paesino della Basilicata. E poi molti altri luoghi dove ripararsi e fuggire quando quei luoghi in cui viviamo ci sentiamo oppressi: mondi interiori e ultraterreni descritti con l’abilità dello scrittore che gli ha esplorati.
C’è un racconto, in particolare, Gli eroi giovani e belli, dal quale proviene il titolo dell’intera raccolta che trasmette un grande messaggio: non fermarci mai al limite delle nostre possibilità, ma superarle sempre.

I grandi scrittori non mangiano è una sofisticata breve raccolta di storie poetiche, scritte da un esordiente –  che ormai ha esordito – che, secondo me, può raccontare ancora molte altre storie.
Ho avuto il piacere di chiacchierare con Montesano: segue

 

nostra conversazione.

 

Caro Montesano, i grandi scrittori non mangiano…
Poniamo il caso che, su una scala da uno a dieci, i grandi scrittori mangino dieci: quanto credi di mangiare tu?

Io credo di mangiare 5. Di sfiorare quasi la sufficienza. Di non morire di fame, ma di avere fame lo stesso. Con questo voglio dire che la “fame” può essere una risorsa, uno stimolo. Quando si raggiungono degli obiettivi, secondo me, bisogna subito trovarne altri. Se possibile ancora più impegnativi. Se uno si accontenta perde la fame, se perde la fame perde la fantasia, se perde la fantasia è morto prima di esserlo fisicamente. Un esempio a massimi livelli di questo discorso è Robert Plant, il frontman dei Led Zeppelin. Quando diventò una delle rockstar più pagate al mondo, gli chiesero cosa avrebbe fatto con tutta quella ricchezza. Lui rispose: “Io non sono ricco, perché mi piace spendere tutto quello che guadagno”. Mangiare 5, per me, significa sopravvivere.

 

Perché tu saprai che, d’altronde, mangiare è necessario per vivere, anche per i grandi scrittori.
Ma pare che a te la morte non spaventi, oppure sì? Nei tuoi racconti mi sembra un tema ricorrente, e la affronti da varie sfaccettature: sia vista dagli occhi chi la cerca, sia da quelli di chi la evita… ma che cos’è per te la morte? Ti fa paura?

Non penso di aver paura della morte. Che io ricordi non ho mai avuto questa paura. La morte o la sofferenza delle persone a me care sì. Questo mi ha sempre terrorizzato. La morte, insieme all’amore, è il tema più ricorrente nel mio libro. Il motivo è semplice: sono due temi presenti nella mia vita. La morte mi ha sempre affascinato, come le ragazze di cui mi innamoravo. La morte è più potente però; d’altronde non lascia scampo a nessuno. Quello che mi incuriosisce della morte, forse, è proprio la sua potenza. Il fatto che una persona da un momento all’altro non esiste più, mentre il mondo continua a girare come se nulla fosse successo.

A proposito di cose che dovrebbero far paura: come hai deciso di metterti in gioco e scrivere? È un compito, per alcuni aspetti, molto diverso rispetto a quello tuo abituale, visto che fai parte di uno studio di architettura. In che modo, per te, questi due mondi si conciliano?

La passione per la scrittura, cioè di “creare” storie tutte mie, è nata quando ero bambino. Mi piaceva ascoltare le fiabe dei miei nonni, i loro racconti facevano volare la mia immaginazione; credo che sia nato tutto da lì. Successivamente la curiosità mi ha spinto a esplorare altri “mondi” come il cinema, la musica, e soprattutto scrittori diversi da quelli che ci venivano imposti a scuola. Gli scrittori americani, in particolar modo, col loro linguaggio scorrevole, mi hanno fatto appassionare a un certo tipo di letteratura che mi stimolava al punto di voler scrivere sempre di più. Mettendo insieme le cose che ho vissuto con le storie e la musica che ascoltavo, con i film che vedevo e i libri che leggevo, è nato il mio, di libro. Tutto questo è connesso a Rabatanalab, lo studio di architettura di cui faccio parte, perché non è solo uno studio di architettura, ma un vero e proprio laboratorio multidisciplinare, in cui, partendo dall’architettura, mettiamo insieme varie forme artistiche e le abbiniamo. Tra queste ci sono proprio il cinema, la musica, la letteratura, il fumetto, la fotografia… Le mie passioni sono quindi strettamente legate allo studio e agli amici che ne fanno parte.

 

Per quanto riguarda questo mondo qui, quello in cui scrivi: è risaputo che agli scrittori vien difficile raccontare di posti che non hanno vissuto, mi è parso che tu, invece, sappia farlo molto bene, inventandone alcuni che non esistono per davvero: come ti approcci alla scrittura? Quando scrivi? Hai qualche rituale preparatorio?

Mi piace scrivere di notte. La notte è il rifugio dei solitari. Mi rilassa, mi tranquillizza. Non ho un rituale preciso, mi piace prendere appunti casualmente e metterli insieme, svilupparli. La mia scrittura può prendere vita da piccoli episodi, piccole scintille che mi fanno immaginare una “scena”. Spesso queste scintille nascono leggendo la frase di un libro, osservando la vita della gente, ascoltando storie, o la strofa di una canzone. Un esempio è il racconto “Amore ballerina”. Una canzone di De Gregori dice: “…e Cesare perduto nella pioggia, sta aspettando da sei ore il suo amore, ballerina…e rimane lì, a bagnarsi ancora un po’, mentre il tra di mezzanotte se ne va…”.
La scena era così potente per me, che mi venne voglia di descriverla, immaginando un racconto tutto mio. Nella maggior parte dei casi, però, mi piace “romanzare” cose che ho vissuto. D’altronde, citando una frase del libro, l’ispirazione nasce vivendo.

 

I mondi di cui parli, quelli fantastici soprattutto: i boschi, le stazioni misteriose, i cimiteri… da dove provengono?

Questi sono posti che conosco bene e che mi piace “estremizzare” in base al mio stato d’animo. Se una semplicissima stazione era lo sfondo di un periodo triste della mia vita, quella stazione diventa triste per me. Se faccio una passeggiata in un cimitero mentre sono felice, quel cimitero diventa allegro nella storia che penso. La scrittura è un gioco, è come giocare con la propria vita. Questo, però, consente di riflettere su ogni cosa che fai, è un esercizio per cercare di migliorare, per scacciare i fantasmi.

 

Come vivi il tuo rapporto con Tricarico? È un posto in cui far ritorno o un posto da abitare?

Per me è un posto da cui fare andata e ritorno. Mi piace abitarci, vivendo soprattutto il suo antichissimo centro storico, ma allo stesso tempo mi piace andare via, abbandonarlo. Viaggiare mi serve anche per capire quanto io stia bene nel posto in cui sono nato. Mi innamoro dei luoghi che vedo, ma se ci sto per un po’ di tempo, puntualmente, mi rendo conto che casa mia non è poi così male. E così ritorno.

 

Certe volte, quando racconti, mi sembri arrabbiato: pare che tu ce l’abbia un po’ con questo paesino, soprattutto con la mentalità dei suoi abitanti. Le altre volte, però, sembri innamorato di questo luogo. Insomma, in definitiva, Tricarico mi sembra che un po’ la ami e un po’ la odi, raccontami perché la ami.

Sì, il mio è proprio un rapporto di amore/odio. Amo Tricarico perché è lo sfondo dei miei ricordi più intensi. Sono molto legato ai miei ricordi, anche se cerco di “liberarmene” enfatizzandoli con le storie che scrivo. Tricarico, poi, ha avuto una grande importanza storica e ha dato i natali a gente illustre. Mi piace tanto, ma non mi piace la sua gente, un popolo fratricida e senza memoria. Si può dire che Tricarico, come luogo, sopravvive e si salva grazie ai suoi ricordi. Ma questo discorso, forse, si può allargare all’Italia intera.

 

Un’ultima domanda prima di andare: intendi scrivere ancora, e se sì, ammesso che ti possa interessare, hai mai pensato di allungare una delle tue storie e renderla un lungo racconto?

Sì, mi piace molto sperimentare. Non a caso il sottotitolo dell’ultimo racconto è: “prove di romanzo”. Come dicevo, i miei racconti nascono spesso da appunti. Magari seguirò lo stesso procedimento e un racconto diventerà romanzo. Sarebbe interessante.

 

 

 

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