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Nella sezione Interviste di aldostefanomarino.it troverai interviste e discussioni con alcuni personaggi dell’ambiente letterario e culturale. Non soltanto autori, ma anche scultori, editori, personaggi da cui si ha sempre qualcosa da imparare.

Quante volte ti è capitato di domandarti che cosa passasse nella testa dell’autore mentre ha deciso di far morire il proprio protagonista? Quante, invece, avresti voluto saper come va a finire una storia, ma il finale aperto te l’ha impedito?

La sezione Interviste è nata proprio per questo: è un modo per venire a scoprire le storie di personaggi che hanno significato o significano qualcosa. È un modo per leggere altro di un libro, anche quando le pagine si sono esaurite.

 

 

I grandi scrittori non mangiano, D. Montesano (Recensione e chiacchierata)

I grandi scrittori non mangiano (ERETICA Edizioni, 2017) è la raccolta di racconti con cui Donato Montesano ha deciso di affacciarsi al mondo della narrazione e dei sentimenti e le emozioni che si raccontano.

Montesano nasce a Tricarico nel 1991, un comune italiano di cinquemila anime nella provincia di Matera, in Basilicata, ed è proprio qui che decide di ambientare le sue storie.
I grandi scrittori non mangiano è una raccolta di storie brevi ma intense – la più lunga è di trenta pagine – che, raccontano quel disagio che le persone vivono quando non riescono ad abbandonare il posto in cui sono nate e cresciute.
Le storie contenute all’interno di questo libretto di cento pagine sono tutte diverse l’una dall’altra: ognuna di esse lascia un segno, trasmette un messaggio diverso o crea un dibattito, una riflessione sulla società in cui viviamo; un messaggio ora di pace, di amore, e poi di evoluzione, educazione scolastica.
Ogni favola è raccontata in modo originale, con un linguaggio fresco e autentico ma mai casuale, mescolando saggiamente generi letterari distanti tra loro: fiabe fantasy si alternano a racconti d’amore, altri noir.
Un tema ricorrente: la morte, e la paura che abbiamo di arrivarci.

Il mondo portato in scena da Montesano è un luogo dove fantasia e personaggi particolari si incontrano nella cruda realtà del paese della Basilicata: qui prende vita un teatrino umano dove le statue prendono vita e i sogni hanno lo stesso peso della veglia, dove gli attori sono lupi mannari, fanciulle in pericolo e ricchi re.
I grandi scrittori non mangiano ha pagine ricche di richiami, alla letteratura (specialmente quella americana), alla musica, quella rock, e dei Beatles, e di John Lennon: pagine che ne chiamano altre, quindi, e che continuano a raccontare laddove la scrittura di Montesano si esaurisce ma non smette di dire.
Quindi luoghi, tanti, ma tutti facenti parte dello stesso paesino della Basilicata. E poi molti altri luoghi dove ripararsi e fuggire quando quei luoghi in cui viviamo ci sentiamo oppressi: mondi interiori e ultraterreni descritti con l’abilità dello scrittore che gli ha esplorati.
C’è un racconto, in particolare, Gli eroi giovani e belli, dal quale proviene il titolo dell’intera raccolta che trasmette un grande messaggio: non fermarci mai al limite delle nostre possibilità, ma superarle sempre.

I grandi scrittori non mangiano è una sofisticata breve raccolta di storie poetiche, scritte da un esordiente –  che ormai ha esordito – che, secondo me, può raccontare ancora molte altre storie.
Ho avuto il piacere di chiacchierare con Montesano: segue

 

nostra conversazione.

 

Caro Montesano, i grandi scrittori non mangiano…
Poniamo il caso che, su una scala da uno a dieci, i grandi scrittori mangino dieci: quanto credi di mangiare tu?

Io credo di mangiare 5. Di sfiorare quasi la sufficienza. Di non morire di fame, ma di avere fame lo stesso. Con questo voglio dire che la “fame” può essere una risorsa, uno stimolo. Quando si raggiungono degli obiettivi, secondo me, bisogna subito trovarne altri. Se possibile ancora più impegnativi. Se uno si accontenta perde la fame, se perde la fame perde la fantasia, se perde la fantasia è morto prima di esserlo fisicamente. Un esempio a massimi livelli di questo discorso è Robert Plant, il frontman dei Led Zeppelin. Quando diventò una delle rockstar più pagate al mondo, gli chiesero cosa avrebbe fatto con tutta quella ricchezza. Lui rispose: “Io non sono ricco, perché mi piace spendere tutto quello che guadagno”. Mangiare 5, per me, significa sopravvivere.

 

Perché tu saprai che, d’altronde, mangiare è necessario per vivere, anche per i grandi scrittori.
Ma pare che a te la morte non spaventi, oppure sì? Nei tuoi racconti mi sembra un tema ricorrente, e la affronti da varie sfaccettature: sia vista dagli occhi chi la cerca, sia da quelli di chi la evita… ma che cos’è per te la morte? Ti fa paura?

Non penso di aver paura della morte. Che io ricordi non ho mai avuto questa paura. La morte o la sofferenza delle persone a me care sì. Questo mi ha sempre terrorizzato. La morte, insieme all’amore, è il tema più ricorrente nel mio libro. Il motivo è semplice: sono due temi presenti nella mia vita. La morte mi ha sempre affascinato, come le ragazze di cui mi innamoravo. La morte è più potente però; d’altronde non lascia scampo a nessuno. Quello che mi incuriosisce della morte, forse, è proprio la sua potenza. Il fatto che una persona da un momento all’altro non esiste più, mentre il mondo continua a girare come se nulla fosse successo.

A proposito di cose che dovrebbero far paura: come hai deciso di metterti in gioco e scrivere? È un compito, per alcuni aspetti, molto diverso rispetto a quello tuo abituale, visto che fai parte di uno studio di architettura. In che modo, per te, questi due mondi si conciliano?

La passione per la scrittura, cioè di “creare” storie tutte mie, è nata quando ero bambino. Mi piaceva ascoltare le fiabe dei miei nonni, i loro racconti facevano volare la mia immaginazione; credo che sia nato tutto da lì. Successivamente la curiosità mi ha spinto a esplorare altri “mondi” come il cinema, la musica, e soprattutto scrittori diversi da quelli che ci venivano imposti a scuola. Gli scrittori americani, in particolar modo, col loro linguaggio scorrevole, mi hanno fatto appassionare a un certo tipo di letteratura che mi stimolava al punto di voler scrivere sempre di più. Mettendo insieme le cose che ho vissuto con le storie e la musica che ascoltavo, con i film che vedevo e i libri che leggevo, è nato il mio, di libro. Tutto questo è connesso a Rabatanalab, lo studio di architettura di cui faccio parte, perché non è solo uno studio di architettura, ma un vero e proprio laboratorio multidisciplinare, in cui, partendo dall’architettura, mettiamo insieme varie forme artistiche e le abbiniamo. Tra queste ci sono proprio il cinema, la musica, la letteratura, il fumetto, la fotografia… Le mie passioni sono quindi strettamente legate allo studio e agli amici che ne fanno parte.

 

Per quanto riguarda questo mondo qui, quello in cui scrivi: è risaputo che agli scrittori vien difficile raccontare di posti che non hanno vissuto, mi è parso che tu, invece, sappia farlo molto bene, inventandone alcuni che non esistono per davvero: come ti approcci alla scrittura? Quando scrivi? Hai qualche rituale preparatorio?

Mi piace scrivere di notte. La notte è il rifugio dei solitari. Mi rilassa, mi tranquillizza. Non ho un rituale preciso, mi piace prendere appunti casualmente e metterli insieme, svilupparli. La mia scrittura può prendere vita da piccoli episodi, piccole scintille che mi fanno immaginare una “scena”. Spesso queste scintille nascono leggendo la frase di un libro, osservando la vita della gente, ascoltando storie, o la strofa di una canzone. Un esempio è il racconto “Amore ballerina”. Una canzone di De Gregori dice: “…e Cesare perduto nella pioggia, sta aspettando da sei ore il suo amore, ballerina…e rimane lì, a bagnarsi ancora un po’, mentre il tra di mezzanotte se ne va…”.
La scena era così potente per me, che mi venne voglia di descriverla, immaginando un racconto tutto mio. Nella maggior parte dei casi, però, mi piace “romanzare” cose che ho vissuto. D’altronde, citando una frase del libro, l’ispirazione nasce vivendo.

 

I mondi di cui parli, quelli fantastici soprattutto: i boschi, le stazioni misteriose, i cimiteri… da dove provengono?

Questi sono posti che conosco bene e che mi piace “estremizzare” in base al mio stato d’animo. Se una semplicissima stazione era lo sfondo di un periodo triste della mia vita, quella stazione diventa triste per me. Se faccio una passeggiata in un cimitero mentre sono felice, quel cimitero diventa allegro nella storia che penso. La scrittura è un gioco, è come giocare con la propria vita. Questo, però, consente di riflettere su ogni cosa che fai, è un esercizio per cercare di migliorare, per scacciare i fantasmi.

 

Come vivi il tuo rapporto con Tricarico? È un posto in cui far ritorno o un posto da abitare?

Per me è un posto da cui fare andata e ritorno. Mi piace abitarci, vivendo soprattutto il suo antichissimo centro storico, ma allo stesso tempo mi piace andare via, abbandonarlo. Viaggiare mi serve anche per capire quanto io stia bene nel posto in cui sono nato. Mi innamoro dei luoghi che vedo, ma se ci sto per un po’ di tempo, puntualmente, mi rendo conto che casa mia non è poi così male. E così ritorno.

 

Certe volte, quando racconti, mi sembri arrabbiato: pare che tu ce l’abbia un po’ con questo paesino, soprattutto con la mentalità dei suoi abitanti. Le altre volte, però, sembri innamorato di questo luogo. Insomma, in definitiva, Tricarico mi sembra che un po’ la ami e un po’ la odi, raccontami perché la ami.

Sì, il mio è proprio un rapporto di amore/odio. Amo Tricarico perché è lo sfondo dei miei ricordi più intensi. Sono molto legato ai miei ricordi, anche se cerco di “liberarmene” enfatizzandoli con le storie che scrivo. Tricarico, poi, ha avuto una grande importanza storica e ha dato i natali a gente illustre. Mi piace tanto, ma non mi piace la sua gente, un popolo fratricida e senza memoria. Si può dire che Tricarico, come luogo, sopravvive e si salva grazie ai suoi ricordi. Ma questo discorso, forse, si può allargare all’Italia intera.

 

Un’ultima domanda prima di andare: intendi scrivere ancora, e se sì, ammesso che ti possa interessare, hai mai pensato di allungare una delle tue storie e renderla un lungo racconto?

Sì, mi piace molto sperimentare. Non a caso il sottotitolo dell’ultimo racconto è: “prove di romanzo”. Come dicevo, i miei racconti nascono spesso da appunti. Magari seguirò lo stesso procedimento e un racconto diventerà romanzo. Sarebbe interessante.

 

 

 

La luce che resta, Evita Greco (Recensione e chiacchierata)

La luce che resta è il nuovo romanzo drammatico di Evita Greco, in uscita il 13 settembre per Garzanti. Questa volta, dopo Il rumore delle cose che iniziano, Evita Greco scrive una storia più matura della precedente, mantiene il suo stile inconfondibile, ma stavolta non trascura nessun dettaglio e ogni cosa assume la necessità di esser narrata. Con gli occhi di una madre, Evita Greco, scrive con le mani di una pittrice, delicatamente, attraverso particolari e analisi minuziose racconta un intreccio di storie apparentemente slegate, ma destinate a rincorrersi, capitolo dopo capitolo, fino ad allacciarsi nella stessa trama.
La sua scrittura è precisa, attenta a ogni minimo particolare: per Evita Greco, ogni azione ha un posto privilegiato nel racconto, come se tutto ciò che viviamo, pensiamo e sopportiamo meriti l’attenzione di un narratore e poi quella del lettore, che una volta catturato non riesce più a staccarsi dalle pagine del libro: quest’attenzione per i dettagli poi, facilita quella necessità che il lettore ha di immedesimarsi in ognuno dei personaggi di La luce che resta, nati dalla testa di Evita Greco

Il treno regionale 12047, ogni mattina, mentre viaggia ha da una parte il mare e dall’altra le colline. Sopra c’è Carlo: segue la madre, lo fa sempre quando lei gli dice che vuole uscire di casa, non sa bene per andare dove, e poi va in tribunale: è avvocato, una professione che gli sta stretta, dicono sia riuscito a diventarlo solo grazie al padre.
Marco che vive fuori, lavora a Londra e tenta di convincerlo in ogni modo a portare la madre in una casa protetta, lasciare l’Italia e andare a vivere in Inghilterra. La vita di Carlo, le sue attenzioni e le sue preoccupazioni si riducono a quelle rivolte verso una sola persona, sua madre Filomena, a cui ha promesso che un giorno comprerà una macchina, una Dyson, che a lei piace tanto, e scapperanno lontano, in una casa dove sembrerà di poter toccare il mare solo guardando fuori dalle finestre.
Su questo treno, tutte le mattine, Cara accompagna a scuola Vita, la sua bambina, e poi scappa al lavoro, ne fa diversi: la segretaria in uno studio medico, il dottorato all’università. Cara è una mamma in carriera, e tutte le mattine, ogni volta che saluta la figlia, poi deve combattere con il senso di colpa che la opprime per la necessità di dover chiamare una baby-sitter, sperare che sia libera, e chiederle di andare a prendere Vita all’asilo.
Su questo stesso treno Carlo e Cara si incontrano, con le loro storie, i loro scheletri nell’armadio: impauriti e indifesi, due anime ferite, che hanno paura di conoscersi ma sono curiose di farlo. I loro viaggi si intrecciano, attraverso i racconti del grande amore che vive ancora nei ricordi di Filomena, le loro vite si incrociano, e cominceranno a cercarsi ogni volta che prenderanno il treno, finché non avranno il coraggio di parlarsi, e di aiutarsi poi.

La luce che resta è quella luce che rimane quando tutto attorno è calato il buio, che spaventa e porta a divenir ciechi davanti a tutto ciò che accade attorno. Un lungo dramma sulla paura, che esplora ogni lato del nostro animo e ci interroga spesso. È il racconto di quel momento in cui rimaniamo soli, perdiamo noi stessi, e ci aggrappiamo con tutte le forze alla felicità di qualcun’altro. Ma soprattutto, è il romanzo dell’amore materno, quello che ci consegna al mondo. Dell’amore che un figlio prova per la madre, della forza che ogni madre riceve in dono, senza averla mai avuta prima, quando il suo corpo si prepara a ospitare un bambino. Delle paure che una madre ha ogni volta che saluta suo figlio, e di quel senso di completezza che ogni figlio prova quando si trova con sua madre: Vita per Cara e Carlo per Filomena. Un amore forte, che supera i confini. Un romanzo per consolare le perdite e che fa ritrovare il coraggio.

Evita Greco è tornata, stavolta più forte che mai: non ha paura, osa e ci consegna un’opera di cui si sentirà parlare molto presto. E così sia!

Chiacchierata letteraria con Evita Greco

Cara Evita, “anche il cielo più scuro nasconde un raggio di sole”, qual è il tuo spiraglio di luce? Da dove proviene?
Dai miei bambini e dalle storie. Non faccio altro che raccontarmi storie, in un certo senso. Le cerco mentre cammino, le cerco ovunque. Sono il mio amuleto, le storie. Il mio modo di credere di poter avere a che fare con la realtà.

Questa volta ti sei fatta desiderare… ci hai tenuti sulle spine per un po’, quanto amore e quanto tempo hai dedicato alla scrittura di La luce che resta?

Tempo tanto, amore anche di più. L’ideale sarebbe stato farlo uscire a due anni dal “rumore delle cose”, poi però è servito più tempo e più spazio. E’ stato inevitabile, per me, prendere molto molto molto sul serio tutto quello che era stato detto a proposito del primo libro. Il che, inevitabilmente, mi ha un po’ rallentato con il secondo. Poi nel frattempo è nato il mio Carlo, e anche lui si è preso la sua quantità di tempo, e tutto l’amore.

Nei libri che si scrivono c’è certamente sempre un po’ di noi. Dove sei tu, veramente, in questo romanzo? Ti senti più vicino a ciò che prova una madre o una figlia?
In questo libro, molto più che nel primo, credo di essere vicina a tutti. C’è davvero una parte di me in ognuno dei personaggi. Credo che sia spesso così, il materiale che abbiamo a disposizione per scrivere è la nostra vita e quindi quel che siamo finisce ovunque. “Per quanto mi identifichi nel battito di un altro, sarà sempre attraverso questo cuore”, dice una canzone di Jovanotti. C’è un pezzetto del mio cuore in ognuno dei personaggi, insieme a delle caratteristiche – spero – solo loro.
Cara (un po’ come Giulia del Rumore delle cose che iniziano) rappresenta un modello di donna forte che io spero di raggiungere, ma che forse non  mi appartiene davvero. Marco ha una forza che ammiro, tiene la barra del timone dritta, sempre. Nelle fragilità di Filomena mi riconosco. Mentre Carlo, per me, rappresenta il giusto mix tra forza e tenerezza (passami la semplificazione). Rileggendo il libro, scherzando tra me e me, mi sono detta che è una specie di Christian Gray delle mamme. Non ho letto cinquanta sfumature di grigio ecc. ecc., ma sono ragionevolmente certa che un uomo che offre con biscotti fatti in casa a tua figlia, uno capace di addormentarla, di prendersi sul serio mentre gioca con lei, e di esserci, senza troppo parlare, vale lo
scambi!

Mi incuriosisce la scelta dei nomi: a parte i personaggi che si chiamano come i tuoi bambini, tutti gli altri, come nascono nella tua testa? Prima nascono e poi dai loro un nome, o viceversa?
Quasi contemporaneamente. Dare i nomi ai personaggi, per me, è davvero difficile. Per alcuni ho le idee chiarissime sin dal principio. Altri (per esempio quelli del “rumore delle cose che iniziano”) rimangono solo iniziali per tantissimo tempo. In generale faccio molta fatica a prendere decisioni definitive. Dare un nome è una decisione definitiva. “Cara” è un omaggio –piccolissimo e molto maldestro- alla canzone di Lucio Dalla, che per me è forse la più bella di sempre. Marco è il nome del mio compagno, qualcosa del Marco del libro me lo ricorda. Filomena è un nome che mi piace, e in parte ho pensato al film, al tipo di maternità che viene raccontata nel film. Carlo perché c’era il nostro, di Carlo, che è sempre stato Carlo da sempre, da quando ci siamo conosciuti io e Marco, che ce lo dicevamo che, un figlio nostro, maschio, sarebbe stato Carlo. Che poi il nostro Carlo si chiama Carlo Antonio, in onore del nonno paterno che non ha conosciuto, e che sarebbe impazzito dalla gioia a saperlo qui.

Siamo tutti curiosi di sapere come ha reagito Chiara Gamberale quando ha scoperto che uno dei protagonisti della tua storia si chiama proprio come sua figlia, Vita.
Chiara non credo lo sappia, ancora. Ma nei nostri incontri, c’è stato un bello scambio di “attese”. L’ho incontrata a Rapallo, quando ancora non sapevo che Carlo stava arrivando, ma già c’era. L’ho incontrata a Macerata, quando Carlo stava per nascere. Non ricordo se glielo dissi, o se glielo scrissi quando poi lei mi  disse che Vita stava arrivando. Se Carlo fosse stato una femmina, sarebbe stata Vita. E’ un nome bellissimo, che ha dentro tutto quello che conta. Spero non le dispiaccia. Ancora di più spero di conoscere la sua Vita il prima possibile.

Tra le tue pagine si sente il tuo destino, quello di madre: traspare tutto l’amore che tu sei in grado di provare, probabilmente, perché a descriverlo sei veramente abile. Quante volte ti sei sentita inadatta come madre dei tuoi bambini?
A costo di sembrare presuntuosa, forse per la prima volta in vita mia lo dico: non mi sono mai sentita inadatta. Stremata, sì, molto spesso. Così come molto spesso so di cedere su fronti in cui non dovrei (cartoni animati mentre siamo a cena fuori, cibi non sempre sani, ritmi sonno veglia totalmente sballati anche per colpa nostra), ma inadatta mai. Capita di sentirsi osservate, capita di accorgersi che magari, mentre sei in strada e uno dei tuoi bambini piange o urla, o si butta per terra, e allora capisci che qualcuno sta pensando di te “sei inadatta”. Ma con il tempo ho imparato a capire che ci sono altrettante persone che ti guardano e pensano “so cosa succede, è tutto ok”.
Sogno un mondo in cui nessuno si debba sentire in difetto, quando magari il suo bambino piange, sogno un mondo in cui nessuna madre si senta inadatta. Perché la maggior parte delle volte, se una madre si sente inadatta, è perché è sola, e nessuna dovrebbe esserlo mai. Come pensa spesso Cara: serve un villaggio. Dobbiamo essere tutte il villaggio di tutte.

Da La luce che resta, di luce ne esce tanta. Riesci a farci credere che, talvolta, quando è tutto buio, faccia più luce la luce che rimane che buio il buio che si vede. Presenti il buio come necessario, e guardi le cose tutte da una prospettiva più confortante. Che cosa diresti a chi non riesce a individuarla?
Che c’è, che ognuno di noi sa che c’è e che tutto ha un suo “verso”, un suo significato. Spesso occorre allontanarsi, spesso fa un male cane, ma in parte, per crescere, abbiamo davvero bisogno che si aprano alcune crepe. Poi credo anche che ci siano dolori che non servono a nulla. Dolori che sono dolori e basta, cose che non dovevano andare così. Di fronte a cose del genere (come per Marco e Filomena) non basta neanche un grande amore. Accadono anche queste, purtroppo. E forse si trova un verso anche per quelle.

 Lascia un po’ di luce anche a noi: stai già scrivendo il prossimo?
Scrivendo ancora no. Ma ho in mente una storia di cui sono profondamente innamorata. Me la immagino anche molto diversa da quello che ho raccontato fino ad adesso, poi magari non sarà così diversa, non lo so. Ma è una storia che adoro. E quando l’asilo riaprirà, inizierò a scriverla, promesso.

 

 

Per le foto di copertina sono stato ospitato da Necci al Pigneto, a Roma (via Fanfulla da Lodi 68) un grazioso locale dove spendere il proprio tempo: studiando, mangiando, bevendo qualcosa e facendo un ottimo aperitivo. Potete trovare degli ottimi dolci di loro produzione, mangiare un buon piatto di pasta, o tenervi leggeri con sfiziosissime insalate!

La finestra al sole, R.P. Giannotte (Recensione e chiacchierata)

Non capita quasi mai di aver l’onore di leggere i libri di un autore con si possa commentare real time ciò che succede nel suo racconto, perlomeno non a me! Ma finalmente mi è capitato: è successo con La finestra al sole, edito Edizioni La Zattera e scritto dall’abile avvocatessa R.P. Giannotte: un romanzo d’esordio di trecento pagine fatto di tanti dialoghi, una scrittura asciutta e infiniti spunti di riflessione.

La finestra al sole racconta la storia di Piergiorgio Medici, un avvocato di successo cagliaritano che dalla vita ha già avuto tutto: un attico in pieno centro davanti alla statua di Carlo Felice, una cattedra universitaria e un posto di lavoro nel più importante studio di Cagliari. La sua vita scorre regolarmente, annoiato tra un party e l’altro, col portafoglio sempre aperto a soddisfare le esigenti richieste della sua fidanzata Stefania, che è l’opposto di lui: una civettuola ragazza che sogna di diventare avvocato, ma che, anziché prepararsi per l’esame di stato, spende i soldi del marito in estetiste e chirurgia plastica, e tutto il suo tempo guardando Future Stars, lo show televisivo di successo più ambito d’Italia, dove concorre un giovane sardo testardo e talentuoso.

Le puntate di Future Stars, una dopo l’altra, si susseguono sullo schermo nella camera da letto dei due fidanzati, senza attirare mai l’attenzione dell’avvocato Medici che, oltre al programma, comincia a detestare anche la sua fidanzata.
Le storie dei protagonisti del talent show si incrociano alla vicenda di Bianca Marras, una ragazza di vent’anni, con due figli e il marito rom, accusata di furto: Piergiorgio verrà nominato difensore di ufficio e, sin da subito, capirà che all’interno di questa faccenda, qualcuno sta mentendo. Bianca non vuole collaborare, si mostra scontrosa, anche verso Piergiorgio, che invece cerca di aiutarla; ma alla fine sarà lei che darà all’avvocato la possibilità di riscattarsi e di ricominciare a essere, non solo un buon avvocato, ma soprattutto un uomo libero. Libero come questo romanzo: dai pregiudizi, dal razzismo, dagli stereotipi e dai canoni, per cui – finalmente – la taglia di gonna sognata non è più la trentotto, ma – finalmente, di nuovo! – la quaranta.

R.P. è al primo romanzo, ma scrive bene, descrive Cagliari con gli occhi di una turista innamorato e al contempo con quelli di una che ci ha vissuto ed è cresciuta lì e ne annota i limiti. Forse, talvolta, si perde, in dialoghi irrilevanti, che non aggiungono niente alla storia ma che, tuttavia, non sono mai noiosi. In questo libro c’è l’amore monotono, l’amore per convenienza, l’amore giovanile, l’amore che resta anche quando si è perso qualcuno. C’è l’amicizia, la carità, la fratellanza. C’è la determinazione nel perseguire i propri obiettivi.

C’è un grandissimo messaggio, e la Giannotte, contrapponendo personaggi che sono gli uni gli opposti degli altri lo scrive chiaro e deciso: i perdenti non son mai perdenti e basta, talvolta lo sono da sempre, marchiati indelebilmente per i pregiudizi della nostra società. Ma non sono mai perdenti e basta perché, rispetto ai vincitori, hanno la possibilità che gli altri non hanno, di riscattarsi e dimostrare a tutti ciò che valgono.

 

Dopo aver incontrato R.P. Giannotte di persona, non potevo che farle qualche domanda, e visto il suo entusiasmo che ha nel fare qualsiasi cosa fa e soprattutto nello soddisfare ogni mia curiosità, alla fine ho deciso di rendere pubblica questa nostra chiacchierata.

Giannotte cara, dal cognome onomatopeico, cosa hai fatto quando hai capito che non era più giorno e si era fatto tardi, che era già notte e ormai queste parole avevano bisogno di un Editore?
La prima regola del public speakingè: quando hai un pubblico davanti, inizia facendolo ridere. E tu hai rispettato in pieno questa regola! Scherzi a parte, mio marito è stato cruciale. Io ho sempre scritto ma lui non lo sapeva. L’ha scoperto quando, sistemando l’armadio, ha trovato lo stampato dei primi due romanzi che avevo scritto.

Prima di presentarlo a un Editore, o prima che uno di loro si interessasse a te, qualcuno ti ha spronata a provarci?
È stato tutto molto veloce. Mio marito mi ha spronata a trovare un editore quando avevamo conosciuto Alessandro Cocco de La Zattera Edizioni da poco tempo. È stata in gran parte una coincidenza.

Come decide un’avvocatessa che si occupa di parole in altre forme di dedicarsi a parole che rasserenano e confortano? Come coniughi queste due passioni apparentemente distanti?
Anche nel mio lavoro di avvocato passo gran parte del mio tempo a rasserenare e confortare. Molte persone immaginano il lavoro di avvocato costantemente a litigare in udienza, ma trascurano il rapporto che abbiamo con i clienti. In realtà, passiamo molto tempo con loro a spiegare la nostra tesi, le possibilità di esperimento di una causa, le modalità di azione.

 C’è un ideale forte, come ti ho detto, nel tuo libro, uno tra tutti, ed è la libertà. Di essere se stessi, di non vergognarsi mai. La libertà, insomma, di non ascoltare le persone che ci feriscono, ecco! Ma che cosa è per R.P. Giannotte la libertà?
Tutto! È ciò che permette di poter fare ciò che si desidera senza essere assaliti dai pregiudizi. O dai propri sensi di colpa.

la prigionia?
La prigionia è l’essere etichettati, il dover vivere all’interno di una casella già stabilita. All’interno del mondo letterario, a mio modesto parere, questo capita spesso. Per una teoria tutta italiana, non fai veramente letteratura se il tuo stile non è complesso. Si pensa ancora che un autore non dovrebbe promuoversi ma soltanto scrivere. Si fa fatica ad accettare che si possano avere modelli differenti, contemporaneamente e per aspetti diversi, come Grazia Deledda e Donatella Versace, Elena Ferrante, Chiara Ferragni e Lady Gaga. Tutto questo, per me, è assurdo.

Il tuo romanzo è ricco di personaggi e personalità, tutte diverse, qual è la tua preferita e perché?
Bianca Marras senza dubbio. Affronta la vita di petto e non si vergogna a guardarsi dentro e a mostrarsi per quella che è veramente.

Ce n’è uno che ti ricorda te?
C’è un po’ di me in ognuno di loro. Anche in Stefania: qualche volta so essere fastidiosa proprio come lei.

Poi c’è Cagliari, i suoi posti, i bar, le spiagge. Soprattutto ci sono i cagliaritani: tra le pagine leggo una critica velata, l’hai scritta tu o me la sono immaginata io?
L’hai immaginata! Come ogni città, ha le sue luci e le sue ombre, e un ritratto veritiero non poteva escludere le une o le altre. Anche se il lettore si renderà ben presto conto che ho un atteggiamento indulgente verso la mia città.

Dai tuoi social emerge che hai già scelto il vestito per ritirare il premio dell’Accademia Bonifaciana, hai già scelto quelli per i prossimi premi che verranno?
In realtà il vestito non è ancora stato scelto, lo scoprirete all’ultimo momento, anche se darò qualche dettaglio. Quello che posso dire è che sarà di un giovane brand sardo. Come ho sempre detto, La finestra al sole, e, in generale, la mia attività di scrittrice, ha l’obbiettivo di far scoprire una Sardegna diversa, contemporanea e stupenda quale è. Mi sembrava, dunque, bello portare addosso eccellenze della mia terra e questo brand ha deciso di sposare in pieno il mio obbiettivo di raccontare una nuova Sardegna.
Quanto ai prossimi premi… in sardo si dice “bucca tua santa”! (che ciò che dici sia benedetto).
Grazie mille Aldostefano per avere esplorato il cuore de La finestra al sole con entusiasmo.

 

 

 

 

 

 

 

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