Aldostefano Marino

writer & editorial services

Categoria: Osservare Pagina 3 di 4

Il caso delle orribili etichette adesive sui libri

Tra le mille cose ricevute per la laurea mi è arrivato un buono gigante da spendere in libri a la Feltrinelli. Così sono andato, ho ispezionato per bene la libreria e sono uscito con due super libricini, considerando che quest’estate c’è l’offerta due libri a 9.99€. Fin qui tutto molto carino, la cosa meno carina invece è stata dover staccare quelle etichette che il signor Feltrinelli ha deciso di appiccicare sopra i libri in promozione. Ora, io, ché sono uno ossessionato dalle condizioni in cui conservo i miei libri, ché ci scrivo la data in cui li inizio e anche quella in cui li finisco, ché uso solo segnalibri e se li stropiccio vado a comprarne una copia nuova, ché non prendo libri in prestito perché devono essere miei, mi domando: ma era proprio necessario?

Ricordo a tal proposito quando, da piccolo, la mia ossessione era stata fortemente alimentata dalla Carrefour Italia quando portai un libro di Pinocchio per farmi realizzare una torta di compleanno con la cialda del cartone animato; mi resero il libro con una di quelle etichette che, a distanza di 15 anni, non si è ancora rimossa.

Questo vuole dunque essere un appello: ma voi, editori, commercianti di torte e pasticcieri, esattamente, che cosa vi salta per la testa quando decidete di appiccicare le vostre etichette adesive, che nemmeno con sette litri di alcol vanno via, sui libri? Che so, non potreste, ad esempio, metterci dei bigliettini dentro, riservar loro uno scaffale apposito, qualcuno che strilli “Due libri a 9.99€” o risparmiarvi pure queste etichette, ché i cinque euro che risparmio poi li spendo dal bangladino sotto casa per comprare dieci litri di alcol etilico?

Ascoltate, raccontate, imparate, amate

Scriverò un libro, presto, magari lo farò, in cui racconterò delle persone che si incontrano per strada e che ci sediamo ad ascoltare aspettando l’autobus.
Ieri, tornando a casa dal Roma Pride, ho conosciuto Francesco mentre cercava di rubare il cellulare ad una ragazzina che stava accanto a me e che se n’è accorta.
Francesco ha ventuno anni, la madre è libanese e il papà marocchino. La madre vive con lui e gli altri sui cinque fratelli, lui è il quarto di sei figli, il papà è in giro per l’Italia “ma a lui non gliene frega nulla di noi”.

Francesco è stato in carcere per spaccio, quando aveva diciassette anni e «Ora sai dove sto andando? A vendere la coca!». Francesco mi ha chiesto di ammettere che fosse un bel ragazzo, “anzi, a dirla tutta bellissimo, dai, ammettilo”.

Abbiamo fatto il percorso sul tram insieme, ho provato a dirgli che una vita così, in cui si scappa, continuamente, da tutti e da tutto, è una vita da schifo. Gli ho detto di darsi una sistemata e di portare in giro curriculum, di imparare a far la pizza, o la Carbonara, o qualsiasi cosa non riguardi fare il cattivo. Gli ho detto che la gente fa schifo, che in Italia è pieno di razzisti, ma che per ogni razzista c’è uno come me, che sta dalla loro parte. Gli ho detto di non rubare più agli altri, che ognuno vive le proprie battaglie e che se a me avesse rubato il cellulare, forse, avrei perso un po’ della mia fiducia nei suoi e nei loro confronti.

Francesco ogni tanto esce, ma quando esce sta nelle piazze a vendere, non vede amici, non fa attività ricreative, «Sai quanto c’ho nello zaino? Trecento euro e sette cellulari, ma altrimenti a la mamma mi’ e fratellini miei chi ci pensa?».

Ho detto a Francesco che gli voglio bene e che, visto che è così bello, potrebbe anche fare il modello, o qualsiasi cosa, ché essere così belli e nascondersi per tutta la vita non va bene.

Francesco mi ha abbracciato, mi ha ringraziato, mi ha detto che la sua vita a ventuno anni è spacciata, ma mi ha detto che ci penserà, che ci proverà. E che mi vuole bene, solo per aver fatto del becero moralismo, io che non ho mai avuto bisogno di rubare per far star bene mamma, che di sorella ne ho una sola e studia fuori, come me.

Ora non so se Francesco smetterà di rubare, non so se inizierà a far vita migliore, però almeno, Francesco, sa che qualcuno gli vuole bene, che a qualcuno importa di lui: mi ha abbracciato, ringraziato e poi ha continuato a guardarmi finché non è sceso dal tram.

Impariamo a non giudicare, a sederci ed ascoltare le persone, a conoscere i loro problemi, i loro cuori, le loro storie, ad incrociarle. Siamo tutti amici, dobbiamo esserlo, oggi più che mai.

Bianca come la verità, Bianca come te

Stamattina sull’autobus ho conosciuto Bianca. Bianca è una signora di 51 anni, mi ha chiesto di togliermi le cuffiette mentre stavamo seduti l’uno davanti all’altra. «Che ci trovate di bello voi giovani ad ascoltare la musica? Perché vi chiudete nel vostro mondo? Conoscete gente». Mi sono tolto le cuffiette e Bianca mi ha parlato della sua vita, del suo passato da ballerina, della sofferenza dei suoi genitori perché lei è sempre stata una fuori di testa. L’ultimo film che ha visto è La Pazza Gioia e lei si sente una Valeria Bruni Tedeschi, un po’ pazza e un po’ Bianca lo è sicuramente. Bianca mi ha chiesto di me, mi ha chiesto di raccontarle la mia vita, i miei libri, i miei sogni, «Nello spettacolo cercheranno di mettertela sempre lì dietro: è un mondo così schifoso quello. Ma tu fattela mettere solo da quelli che ti piacciono.» Abbiamo fumato una sigaretta, Bianca è malata e non può fumare quindi ha detto di essersi sballata «manco fosse Marijuana!». Abbiamo parlato degli immigrati, di quella donna magra con la figlia che chiedeva l’elemosina sul treno, di Ozpeteck, del mondo dello spettacolo, del suo mondo, di tutti i gay che ha incontrato e di tutti quelli che ha amato. Poi ha detto anche che un giorno girerà un corto sulla vita metropolitana di Roma, che scriverà un libro per la nipote che vive ai Parioli e che è pazza come lei ma che i genitori non le permettono di esserlo abbastanza.

Ci siamo salutati a Termini, mi ha dato un bacio e mi ha fatto riflettere tanto, mi ha fatto pensare a quante cose ci perdiamo nella vita, a quante possibilità di imparare ci sottraiamo, a quanti confronti, incontri, per immergerci nel nostro mondo, da soli, con le orecchie tappate e gli occhi ciechi.

Spero di rincontrarti, Bianca, perché di te non ho capito manco il cognome ma ho capito tanto altro. Grazie per essere stata mezzora nella mia vita e avermi concesso di stare, anche a me, un po’ nella tua.

L’importanza del tempo che passiamo con noi stessi

Dovremmo imparare a fare più cose con la sola nostra compagnia.
Dovremmo andare al cinema da soli, ordinare una vasca di popcorn, pagarci il biglietto e pensare «Che bella serata».
Dovremmo andare in ristorante da soli, a mangiare una pizza, al sushi, dovunque vogliamo, aprirci la porta e «Aspetta qualcuno?» «No, mangio da solo».

Dovremmo andare alle mostre, ammirare quadri da soli, dedicarci momenti di intimità e di silenzio, senza che nessuno parli.

Dovremmo partire, viaggiare, vedere posti, conoscere persone ed espandere i nostri orizzonti, chiedere agli estranei di scattarci fotografie, fermarci una notte a bere una birra ai piedi di un Monumento.

Dovremmo volerci bene e avere meno paura di passare del tempo con noi stessi, faccia a faccia.

Dovremmo conoscere appieno l’importanza di dedicarci tanto tempo e di qualità, non perché nessuno è libero e tutti sono impegnati, ma per conoscerci un po’ di più.

Marta, la menta che insegna a prendersi cura degli altri

Qualche giorno fa, forse una settimana, tornando a casa sulla Tiburtina mi sono fermato a comprare dei fiori dall’amico pachistano che sta aperto ventiquattro ore su ventiquattro sotto casa. Io e Amil abbiamo chiacchierato per un po’ e poi mi ha convinto a comprare una piantina di menta. Sapete, in questo momento sono molto fissato con la linea: palestra, molto cibo molto sano, molta palestra, molta! Così ho comprato questa piantina e me la sono portato a casa: l’ho chiamata Marta. La mia coinquilina mi ascolta mentre chiacchiero con lei: e questo sembrerà anche il ritratto di una persona sola, ma io sono tutt’altro che solo, forse mi manca qualche rotella e basta.

Comunque poi è accaduto che mi sono dimenticato per  due giorni di mettere acqua alla piccola Marta, perché ho avuto altro per la testa, altro a cui pensare, che ritenevo più importante di lei. E sicuramente quello a cui pensavo lo era, più importante di una pianta, dico.

Qualche giorno dopo Marta ha rivendicato la mia disattenzione nei suoi confronti e ha deciso di seccarsi.

Me ne sono accorto quando “Sai, in questo sughetto ci starebbero proprio bene due foglioline di menta” e l’ho vista lì: bruttissima, gli steli si erano piegati, rinsecchiti verso il pavimento, non era triste, non implorava aiuto, diceva solo “Sono morta, ’fanculo!, mi sono seccata!”.

Mi sono preso un giorno di pausa, ci ho pensato a fondo e poi l’ho potata là, dove ne aveva bisogno di esserlo, e adesso sta crescendo di nuovo. Escono le prime foglioline e sono sicuro che presto potrò fare tanti buonissimi e salutari sughetti e buttarci dentro tutte le foglioline nate dalla piccola Marta.

Comunque da Marta ho imparato che se non presti attenzione alle cose poi appassiscono, o se ne vanno, altrove.

 

Ps. Quella in foto no, non è Marta: lei è timida.

Napul’è mille scooteroni

“Vedi Napoli e poi muori.” Questo dicono le persone che sono state in questa città gentile e variopinta, ma non è vero, perché vedi Napoli e non vedi l’ora di tornarci e io sto già programmando quando e con chi tornarci.

Ho trascorso un breve weekend in questa città splendente e me ne sono totalmente innamorato, e forse un posto lo fa anche la compagnia con cui lo visiti per la prima volta anzi, sicuramente sì, però questo sono sicuro mi sarebbe piaciuto anche da solo, perché comunque non lo sarei mai stato.

Se c’è una cosa, infatti, che a Napoli non manca è la compagnia: per le strade, nei bar, nei ristoranti, nelle piazze e sui mezzi. Se hai bisogno di un consiglio, di un aiuto, di una guida o di semplice compagnia, puoi trovarla. La gente ama aiutarti qui e questo io e le mie due accompagnatrici di viaggio l’abbiamo capito subito quando abbiamo conosciuto Mary, la dolcissima affittuaria di quella piccola casetta che per tre giorni è stata casa.
Mary è stata gentilissima, ha tollerato il ritardo del nostro treno, ha profumato la sua casa, ci ha lasciato dei biscotti e del latte per la colazione, degli asciugamani per asciugarci e ombrelli per ripararci dalla pioggia stupida di quei giorni. Ha detto anche che avremmo potuto chiamarla durante la notte nel caso in cui avessimo avuto bisogno di lei e ci ha portati lontano da quei luoghi comunissimi in cui tutti abbiamo abitato prima di andare a Napoli: ha aperto il suo portafoglio e ci ha detto che lei portava tutto quanto con sé, ci ha parlato di sua figlia, che alle undici di sera prende la metropolitana per tornare a casa.

Il primo dei tre giorni di questa vacanza ho scoperto che cosa significhi essere napoletano e tifoso del Napoli: le strade si sono prima riempite e poi svuotate; bar, ristoranti, birrerie e pub hanno messo i loro schermi fuori dalle vetrine e le persone si fermavano a guardare le partite tutti assieme: madri, figli e papà.
Schiamazzi, urla e gioia quando il Napoli segna e poi si torna a casa, e allora le vedi: intere famiglie sul sellino dello stesso motorino, rigorosamente senza casco, le vedi, ma non solo allora. Perché a Napoli, più che i mezzi, più che i taxi e le automobili, si usano gli scooter. Napul’è mille scooteroni, direi! E gli scooter li guidano proprio tutti: anziani, anziane, donne con i loro bambini al seguito, coi loro mariti, certe volte in due, altre in tre, alcune volte li guidano anche i bambini coi loro padri che, seduti dietro, fanno loro scuola guida. E clacson ovunque: fanno parte di questa città, li definirei quasi musica del posto.

Ma ci sono anche i taxi: il primo giorno ci ha colti un acquazzone all’improvviso, durante una passeggiata sul Lungomare e ne abbiamo preso uno. Signor Francesco ha trovato il modo di farsi regalare tre euro a fine corsa, dopo aver tentato per tutto il tragitto di farci spendere il più possibile andando lentissimamente: ma è stato un bel giro panoramico. Signor Francesco ha detto “Uè, guagliò, me li regalate questi due euro, vero, sì?”.

Abbiamo mangiato le pizze fritte con i ciccioli e scoperto cosa sono, solo mangiandoli. Pizze fritte bollenti, giganti e supplì e qualsiasi cosa, basta che sia fritto! Abbiamo mangiato anche pizze normali, che comunque non erano normali: perché mi è sembrato di mangiarla per la prima volta per il suo straordinario sapore, per il cornicione della pizza e la mozzarella filante.
Ho mangiato i Babà e ho scoperto che quelli veri hanno poco liquore, sono quasi analcolici.

In via dei Tribunali, dove abbiamo alloggiato, lì dove si trova il cuore storico di Napoli, dove Dolce & Gabbana hanno fatto sfilare le loro creazioni, dove la fila da Sorbillo, la nota pizzeria napoletana, occupa praticamente tutta quanta la strada: mentre aspetti che arrivi il tuo turno per entrare a mangiare, un simpatico signore canta ‘O sarracino, affacciato al balcone di casa sua, con un impianto stereo potentissimo e un cestino delle offerte davanti al portone di ingresso.
E tutti cantano, tutti ballano, nessuno si lamenta: mica come qui a Roma, ché appena invitiamo qualcuno a casa, i vicini chiamano la proprietaria e minacciano di avvertire i carabinieri.

C’è tanta cultura a Napoli, ce n’è davvero ovunque, sulle strade, sui muri, La Madonna con la pistola di Bansky in Piazza Girolamini, piazza Plebiscito dove la gente bendata cerca di raggiungere il centro della piazza, il Duomo di Napoli. Poi via Port’Alba, affollata da librerie di ogni tipo: qui puoi trovarci qualsiasi cosa, da Giuseppe Verdi a Massimo Gramellini allo stesso prezzo. Librerie che si trasformano in bar e pub, dove la gente accompagna letture con buona musica e long drinks.

Uno dei posti più carini in cui abbiamo mangiato è la Salumeria Upnea, un adorabile posticino vicino a via Toledo, molto underground, dove le cameriere indossano la tuta della squadra del Napoli e, ogni cinque minuti ti chiedono se è tutto a posto: la musica di sottofondo e le luci soffuse, il vino e il croquet di patate. Password wifi? Amorefermati.

E di via Toledo è bellissima la fermata metropolitana, dentro la quale sembra di essere su un fondale marino: cara Virginia Raggi fai qualcosa!, perché nelle metropolitane di Napoli rischierai pure di essere scippato ma almeno torni a casa pieno di qualcosa, mica come qui a Roma, ché se ti scippano poi ti viene solo il nervoso. E bellissime sono anche tutte le altre metropolitane di Napoli, come la fermata Università o quella Municipio.

La sera poi, questa città coloratissima, diventa un’altra città ancora: Piazza Bellini pullula di gente, in questo posto si mischia la gente di una Gay street napoletana, e quella che va lì a prendere qualcosa col marito, o coi figli o con il nonno: c’è davvero gente di tutte le età. Conosci persone e ci passi del tempo, ti suggeriscono che cosa mangiare, che cosa vedere: ogni tanto scoppia una rissa e allora tutti guardano e partecipano attivamente a questa.
A Napoli, in Piazza Bellini, se siete giovani ma anche non, se volete alzare un po’ il gomito, prendete una PALS: birre da un euro, con l’8,5% di alcool, che a metà sei già un po’ più allegro.

Il pizzaiolo della Pizzeria di Matteo, in via dei Tribunali, tornando a casa una sera, ci ha detto “‘O presepe è bello, ma song’ ‘e pastur’ ca fann’ schif’!” e io gli ho risposto che non tutti i pastori fanno schifo lì, ché soprattutto i pastori di quel posto rendono quel presepe ancora più bello. Perché la gente di questo posto è gentile, è diversa: non ci assomiglia, non somiglia proprio a nessun’altro, sono unici, simili solo a loro stessi. Sono unici nel loro modo di essere gentile, così gentile che ti viene da chiederti se ti stiano fregando, sono gentili quando ti accompagnano fino a quel posto per cui hai chiesto loro come ci si arriva, oppure quando ti offrono un caffè sospeso. La gente di questo posto, ti trasmette allegria anche quando è arrabbiata, quando urla per le strade e dovrebbe farti paura. I napoletani si amano, sono una grandissima famiglia: provate a pubblicare su Instagram una foto a Napoli, nel giro di dieci minuti sarete inondati da una pioggia di likes.

Napoli è un posto magico, se non ci siete andati, andateci presto, perché prima ci andrete, prima ci ritornerete;

e state attenti, perché a Napoli vi rubano… il cuore!

 

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