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Storie nuove e antiche. Storie riscoperte e ripubblicate in nuove vesti.
Dentro la sezione Sugli scaffali troverai recensioni e riflessioni attorno ai libri e alle storie del panorama letterario contemporaneo.

Dalla sua fondazione, l’impero del libro è cambiato tantissimo. Ma non ha mai smesso di adattarsi a metodi, stili e storie sempre inedite.
Per questo la redazione di aldostefanomarino.it si impegna sempre a trovare storie di qualità ma che possano lasciare un segno.

Storie di vita, romanzi, biografie, saggi preziosi e altre narratività. aldostefanomarino.it si impegna a fornirti un’esperienza interessante e a aggiornato informato a proposito dei nuovi libri sugli scaffali delle librerie e sul dibattito culturale odierno.

Copertina del libro di Isabella Schiavone, Fiori di Mango. Dipinto di Gougain

Fiori di mango & Isabella Schiavone

Isabella Schiavone è una giornalista televisiva professionista, Capo Servizio al TG1, ha cominciato a lavorare in Rai nel 2002. Sul suo blog Sgrunt! racconta molte sensazioni ed emozioni che ha vissuto in prima persona – grazie al suo lavoro. Nel 2017 ha pubblicato il suo primo romanzo di narrativa, Lunavulcano per il quale ha ricevuto il premio Un libro per il cinema, ed è stata candidata al Premio Strega.

Lo scorso settembre è uscito in libreria il suo secondo romanzo, Fiori di mango, edito da Lastarìa Edizioni: una narrazione ambientata nel cuore dell’Africa che mescola i profumi e i colori di questa terra. Una storia d’amore, e non solo: di rinascita, guarigione e scoperta. Schiavone racconta i luoghi che ha visitato in prima persona e li offre con eleganza e raffinatezza nelle pagine del suo ultimo libro.

In occasione dell’uscita di Fiori di mango, ho chiacchierato telematicamente con Isabella del suo ultimo libro. Abbiamo parlato di viaggi, lavoro, carriera, e dei profumi dell’Africa.

Fiori di mango è il tuo secondo libro. È un romanzo corposo, denso di avvenimenti e per niente scontato dal punto di vista narrativo. Nelle duecento pagine che lo compongono, le vicende che racconti sono numerose. Da quanto tempo conservavi tutto questo materiale nel cassetto?

In realtà non avevo uno scopo preciso né del materiale ordinato quando ho iniziato a scrivere. Ho attinto a fantasia, ricordi, immaginazione, racconti. Ho trasferito questo caos mentale sul pc e l’ho rielaborato strada facendo. Il romanzo ha poi preso forma da sé. Spesso abbiamo litigato. Ancora oggi, quando lo rileggo, mi arrabbio per la sua anarchia.

Nei ringraziamenti di Fiori di mango si legge:
“Ogni riferimento è puramente casuale, o forse no. In ogni personaggio c’è qualcosa di noi. In qualcuno un po’ di più.”
Tu ci presenti i personaggi del romanzo in modo molto dettagliato fin dal principio. Sono così ben caratterizzati nel loro essere da sembrare inizialmente un po’ tutti protagonisti. Ci si affeziona a Stella, a Gloria e a Lorenzo fin dai primi capitoli di Fiori di mango. Possiamo dire che c’è una goccia di te in ognuno di loro?

Credo ci sia sempre qualcosa di chi scrive in ogni personaggio per il solo fatto che siamo noi a dargli vita, a crearlo, a definirlo. Qualcosa che amiamo di noi o, al contrario, qualcosa che detestiamo di noi o anche che temiamo o, ancora, che desideriamo. Poi c’è qualcosa che osserviamo negli altri e che ci attrae o ci repelle o ci fa riflettere. Questo avviene in misura più o meno poderosa. C’è un pezzetto di ognuno di noi in ogni personaggio e forse qualcosa di più di qualcun altro.

Navigando tra le pagine di ​Sgrunt! ho trovato un articolo molto emozionante su uno dei tuoi viaggi in Africa. Si chiama Ndthini, dove inizia il cielo​, e racconta le condizioni di difficoltà di un villaggio a 120km da Nairobi e di una tua visita nell’orfanotrofio in cui ci sono bambini nati portatori di AIDS. Si parla di Tipo, un bambino di appena un anno devastato dalle piaghe sul corpo a causa di questa malattia. Tipo mi ha ricordato il primo bambino che Stella incontra quando visita i luoghi di infanzia di Amani. La malattia è sempre qualcosa che fa paura, difficile da affrontare, ma credo che vederla negli occhi di bambini e sulla loro pelle sia ancora più doloroso. Come ci si sente di fronte a scene come quelle che descrivi in ​Fiori di mango,​ e in generale di fronte a delle realtà così dolorose in cui a volte si è del tutto impotenti?

In effetti, la descrizione del bimbo malato di HIV nell’orfanotrofio di Amani prende spunto proprio dall’incontro con Tipo. In realtà alcuni bimbi sono inconsapevoli di quanto accade loro. Alcuni sono più forti della malattia e sembrano quasi vincerla anche solo con il loro sorriso e la loro vitalità. Come nel caso di Tipo: sorrideva felice a tutti, desideroso solo di essere preso in braccio e coccolato come tutti i bimbi della sua età. Altri bambini, invece, più provati non solo dalla malattia ma anche dallo stato di indigenza e degrado dal quale provengono, hanno la sofferenza nello sguardo, occhi spenti, senza luce. È molto doloroso entrare in quel buco nero che proietta la loro anima e la loro condizione drammatica.

In ​Fiori di mango​, Gloria torna in Africa per riabbracciare la sua famiglia paterna e riavvicinare suo padre ai suoi zii. Conoscendo la crisi amorosa che l’amica Stella sta vivendo la invita a fare i bagagli e a raggiungerla. L’Africa si rivela essere il luogo salvifico per entrambe le ragazze ma anche per altri personaggi all’interno del romanzo. Per te cosa è l’Africa, in che modo sei approdata in questa terra e chi è stata la tua Gloria?

L’Africa è per me terra di meraviglia e sofferenza, incanto e dolore. È la vita all’ennesima potenza, che esplode nel bene e nel male. È, soprattutto, umanità e speranza. Ho tante Gloria nella mia vita, perché sono circondata da amicizia forti e vere, ma nessuna Gloria che mi abbia condotto in Africa. Sono però stata io a condurre con me qualcuna di loro, in “spedizioni” di volontariato e natura. Sono più spesso la traghettatrice. Mi sono avvicinata all’Africa perché un componente della mia famiglia opera lì come volontario per scelta di vita. Abbiamo condiviso molti progetti nel tempo.

Che l’Africa sia un luogo del cuore per te si evince non solo dal romanzo ma anche dal tuo blog. Tu sostieni una ONLUS, aiuti gli orfanotrofi e soprattutto il ricavato dei diritti del tuo primo libro ​Lunavulcano ​è devoluto in beneficenza in Africa. Oltre a promuovere una causa così nobile, ​Lunavulcano è stato candidato tra i primi 50 finalisti del premio Strega nel 2018. Che emozione è stata ricevere questa bellissima notizia? Ti auguriamo lo stesso per Fiori di mango!

È stato un momento di gioia e stupore. Il mio primo romanzo, nato per caso, aveva raggiunto un grande traguardo per me del tutto inaspettato. Ma era nel suo DNA, evidentemente. Anche il giorno in cui ho saputo che lo avrebbero pubblicato è stata una grande emozione: era il giorno del mio compleanno ed ero a Bologna a festeggiare con un amico artista. Pochi mesi dopo la pubblicazione, ha ricevuto anche lui un importante premio. Mi ha dato molte gioie.

Prima ancora di essere una narratrice ti conosciamo come famosa giornalista. Hai dato voce in radio, scritto per l’Ansa e per il gruppo Espresso; sei approdata in Tv su Rai1, prima a Uno Mattina, poi come inviata a Tv7 – e ora Capo Servizio al TG1. Sulla tua biografia si legge inoltre che tra le tue prime esperienze ci sono state missioni in Libano e in Kosovo con l’esercito. Come è stato essere giovani in un contesto così particolare? Hai mai avuto paura o ti sei mai sentita in pericolo durante qualcuno dei tuoi lavori?

La mia seconda gioventù, dai 25 anni in poi, l’ho vissuta nel giornalismo. Avevo sete di esperienze, viaggi, incontri, conoscenza. E la mia professione mi ha sempre offerto numerosi stimoli in questo senso. È stato meraviglioso crescere viaggiando, conoscendo tante persone, facendo esperienze anche estreme. La paura talvolta c’è stata, come a Scampia, dove ci inseguirono e minacciarono o allo Zen di Palermo, per fare i primi esempi che mi vengono in mente. Sono i rischi del mestiere. Ma la motivazione e la convinzione di raccontare qualcosa che avrebbe potuto cambiare le condizioni di vita di alcune persone – fosse stata anche solo una – è sempre stata una spinta più forte della paura. E anche una sana dose di incoscienza, ammettiamolo.

Il tuo blog è un mondo pieno di informazioni, spunti, viaggi e tante esperienze personali. Tra le righe e le tante sfumature di colore di ​Sgrunt! spesso compaiono storie che riguardano i più deboli, gli emarginati, coloro che tanti preferiscono chiamare “diversi”. Quanto è difficile dar voce a queste situazioni, riuscire a raggiungere un obiettivo, aiutarli in modo concreto?

È una battaglia da condurre. Ci si interessa a persone fragili o emarginate solo quando il problema ci riguarda da vicino. E, invece, sono proprio le persone che non vivono situazioni di questo genere che hanno il dovere di dare voce a chi è in difficoltà. Questa per me è sempre stata una missione, qualcosa coerente con i miei valori e con ciò che mi è stato insegnato e trasmesso in famiglia e nelle scuole cattoliche che ho frequentato. È impegnativo, ma la soddisfazione che ne deriva dopo è unica. Il sorriso di Simone (trovate la storia sul blog) e di mamma Sara, usciti dalla reclusione di un appartamento popolare al settimo piano nel quale erano confinati a causa della disabilità, è stato un momento di pura e autentica gioia da celebrare e condividere.

Tornando a ​Fiori di mango,​ c’è una parte in cui Lorenzo, cugino di Gloria, torna in Italia e inizia (motivato proprio da lei) un corso di meditazione. Le pagine dedicate a questa disciplina occupano pochi capitoli nel libro ma sono molto intense e regalano degli insegnamenti per la vita di tutti i giorni. Alla fine di Fiori di mango i ringraziamenti sono rivolti a Neva e Corrado (insegnanti guida dell’Ameco – Associazione per la Meditazione di Consapevolezza) che sono citati spesso nel romanzo. Deduco che anche tu pratichi questa disciplina, e mi chiedevo come l’hai conosciuta e che spazio occupa nella tua vita.

Si, pratico la meditazione vipassana (tradizione theravada, buddhista) da dieci anni e il Tai Chi Chuan, un’arte marziale cinese che rappresenta una forma di meditazione in movimento, da un anno e mezzo. Mi sono avvicinata alla meditazione per caso, leggendo un libro. Dovevo affrontare un intervento chirurgico che mi avrebbe costretta all’immobilità per un po’ di tempo e avevo fatto acquisti in libreria. Nella saggistica ero stata attratta da un titolo e acquistai, tra le varie letture, anche questa. Ebbi modo di leggere il volume con grande attenzione. Dopo feci delle ricerche e decisi di frequentare una scuola di meditazione romana molto seria e qualificata, con docenti riconosciuti a livello internazionale (niente santoni, niente esotismi, niente frikkettoni new age). L’approccio e il molto studio che ne deriva ha per me sostituito il desiderio di prendere un’altra laurea. È un campo molto interessante, molto concreto e dinamico: gli effetti della pratica si vedono nella vita quotidiana e trovo che anche questo sia un modo per “igienizzare” il mondo, rendendo noi più consapevoli delle nostre parole e azioni, e gli altri più disponibili a recepire un indirizzo salutare per la propria vita.

Tra i vari ruoli che hai ricoperto sei stata anche insegnante di “Teoria e tecnica del linguaggio televisivo” presso l’Università degli studi di Tor Vergata. Come descriveresti questa ulteriore esperienza nella tua vita e soprattutto quanto ti riconosci negli universitari di oggi, probabilmente giornalisti di domani?

È stata una bellissima esperienza contribuire alla formazione di giovani menti (in alcuni casi poco più giovani di me) e trasmettere loro le mie competenze ed esperienze professionali. Ciò che ha caratterizzato la mia esperienza di docenza, almeno nelle mie intenzioni, è stata la disponibilità verso gli studenti, la lealtà nel rapporto, l’entusiasmo. Con alcuni di loro sono ancora in contatto dopo un decennio circa. Ho cercato di essere per loro il docente che avrei desiderato incontrare quando frequentavo la scuola di specializzazione. Mi sono riconosciuta nella loro voglia di arrivare e nella loro visione idealizzata della professione, che avevo anche io da giovane studentessa. Mi auguro che siano loro il motore del cambiamento di cui la professione ha bisogno e non un ulteriore ingranaggio di un sistema talvolta farraginoso e autoreferenziale. Ho molta fiducia nei giovani e nella loro creatività, che mai come adesso è necessaria per aprirsi nuove strade.

Tu sei molto attiva sui social, e utilizzi il tuo ​Sgrunt! come un diario virtuale molto aggiornato. Secondo te, abituati a questa epoca digitale fatta di “scrolli rapidi” e storie che svaniscono dopo 24 ore, quanto è importante scrivere bene una notizia? Soprattutto oggi cosa vuol dire scrivere “bene” una notizia? Sta cambiando o cambierà il giornalismo da questo punto di vista?

Certamente lasciare traccia di quanto si scrive, se non negli archivi almeno nelle menti, è fondamentale. Nel giornalismo televisivo la scrittura è importante, ma viene inevitabilmente accompagnata dalla potenza dell’immagine, che talvolta la sovrasta descrivendo la realtà senza bisogno di parole. Noto, negli ultimi anni, una minore attenzione verso la scrittura in generale, tanti errori anche nei quotidiani online e penso a colleghi celebri che si rivolterebbero nella tomba per molto meno. Amo i social e ne apprezzo il valore e la capacità di arrivare soprattutto ai più giovani. Ma trovo pericoloso quando si dà la precedenza alla costruzione del personaggio social strumentalizzando i contenuti. Ho sposato la scuola di chi mi ha insegnato che il giornalista non è un personaggio, ma è al servizio della notizia.

Copertina del libro Persone Normali

Persone normali, S. Rooney

Persone Normali è il secondo romanzo di Sally Rooney, giovane e promettente autrice irlandese, pubblicato in Italia da Einaudi.
Il volume, che si fa subito notare sullo scaffale per la splendida copertina realizzata da Mario Sughi, racconta di una relazione complessa e intermittente tra due giovani all’ultimo anno del liceo e del loro passaggio all’età adulta.

La scrittura di Rooney è una di quelle in grado di coinvolgere sin dalle prime pagine. La sua bellezza risiede nella possibilità che il lettore ha di riconoscersi, quasi senza accorgersene, nelle parole e nelle vite dei personaggi. È singolare che l’autrice non presenti i personaggi, ma sono loro stessi a venir fuori, a narrarsi da sé e ad appassionare il lettore. Questo anche grazie all’abilità di Rooney che si compie pienamente nella costruzione dei dialoghi, nella descrizione dei comportamenti dei personaggi, nella prosa efficace che costituisce le pagine di Persone normali.

Siamo tutti “Persone normali”

I protagonisti, Marianne e Connell, hanno due vite molto diverse. Lei proviene da una famiglia benestante e vive nella più totale povertà affettiva, lui è figlio di una ragazza-madre che fa le pulizie proprio per la famiglia di Marianne. Lei vittima di bullismo ed emarginata dai suoi coetanei, lui è tra i più popolari del loro istituto.

I due ragazzi sono però diversi solo all’apparenza e hanno un legame viscerale che va oltre le differenze economiche e sociali. Esso però risente dei pregiudizi esterni al punto da costringerli a iniziare una relazione clandestina. Connell inizialmente si vergogna di Marianne e teme il giudizio degli altri, e così ne viene fuori un rapporto sbilanciato e immaturo. La situazione è destinata però a ribaltarsi all’università, dove la loro relazione potrà finalmente uscire allo scoperto. Qui è Marianne a diventare popolare e richiesta tra i ragazzi, mentre Connell finisce suo malgrado per sprofondare in una solitudine profonda e una forte depressione.

I due si lasciano, tornano insieme, si comportano in modo contraddittorio, non comunicano come dovrebbero e come vorrebbero. Ma questa relazione è anche la loro via d’uscita, il rifugio, la fortezza dove tutti vorremmo essere accolti quando il mondo fuori ci è nemico.

Foto Sally Rooney

Il successo della Rooney


Ma cosa rende interessante Persone normali al punto da far parlare di Sally Rooney come l’astro nascente della letteratura irlandese contemporanea? Ciò che rende singolare la lettura di Persone normali è la possibilità di riconoscerci con immediatezza nei protagonisti della storia. Leggendo, anche noi proviamo quell’amore giovanile, privo di filtri, vero, autentico, ruvido e a volte esplosivo, fatto anche di difficoltà e distanze, non solo fisiche. I giovani protagonisti sembrano essere legati da un elastico che si tira, si tende, ma senza spezzarsi mai definitivamente. Crescono e il loro rapporto matura, si allontanano ma finiscono col ritornare sempre l’uno dall’altra.

Una storia di due solitudini

Il romanzo Persone normali, tuttavia, non è solo la storia d’amore tra Marianne e Connell, ma è anche la narrazione di due solitudini, di due personalità con problematiche forse frutto dei contesti familiari e sociali. Oltre alla disparità sociale ed economica, è affrontato anche il tema dell’anoressia. Sebbene non espresso in maniera diretta, ma solo raccontato attraverso le difficoltà di Marianne nel sentirsi adatta e amata da qualcuno.

La maggior parte della gente, ha pensato Marianne, vive un’intera vita senza mai sentirsi così vicina a qualcuno.

Persone normali, Sally Rooney

La protagonista, infatti, nel corso del suo soggiorno di studi in Svezia piomba in un annichilamento della propria persona. La Rooney parla anche della depressione e dei suoi effetti, attraverso il percorso psicologico intrapreso da Connell, aggravato anche dal suicidio di un suo amico di infanzia. Ma il bello è che tutti questi eventi e queste situazioni vedono i giovani protagonisti sempre l’uno accanto all’altra. Un rapporto che è un continuo supporto, al punto che i due arrivano a rendersi conto di quanto si sono influenzati reciprocamente nel loro percorso di maturazione e di crescita. Connell e Marianne cominciano a pensare anche che forse le cose sarebbero state diverse se non avessero mai cominciato la loro frequentazione.

Ti amo. Non lo dico per dire, ti amo davvero. A lei tornano a riempirsi gli occhi di lacrime e li chiude. Questo momento le sembrerà di un’intensità insopportabile anche nei ricordi, ma ne è già consapevole fin d’ora mentre sta accadendo. Non si è mai considerata degna di essere amata da qualcuno.

persone normali


Altro tema analizzato in maniera evidente è quello dell’incomunicabilità. In più occasioni i protagonisti interrompono il loro rapporto solo per mancanza di chiarezza. Perché sono poco diretti, perché non arrivano a dirsi esplicitamente ciò che provano davvero in quel momento, perché sono poco coraggiosi e non esprimono pienamente i propri sentimenti.

Nella vita di tutti i giorni le loro emozioni erano così diligentemente represse, costrette in spazi sempre più angusti, che un fatto apparentemente marginale finiva col caricarsi di un significato pauroso.

persone normali

Stile sintetico e diretto: punto di forza della Rooney

Tra i punti di forza della Rooney non possiamo non far riferimento allo stile. Sintetica e diretta, l’autrice irlandese ha la grande abilità di descrivere relazioni e fatti lasciando tutto in sospeso, un continuo “detto e non detto” che conferisce molta più importanza ai gesti e alle azioni. I suoi romanzi sono a tal punto “visivi” che da Persone normali è stata tratta una serie TV di 10 episodi fedelissima al testo.
I personaggi della Rooney sono dunque sfaccettati, eppure senza particolari artifici l’autrice riesce a fornirci sfumature psicologiche e caratteriali dall’aspetto complesso e spesso anche preoccupante (come nel caso della depressione di Connell).

Unitamente allo stile, risulta interessante l’aspetto della struttura del romanzo. Originale è la scelta di dividere la narrazione in capitoli introdotti ognuno da una data, con salti temporali talvolta di qualche settimana, altre volte di mesi. Si raccontano così 3 anni di relazione che noi possiamo seguire nel suo sviluppo, capendo che l’avanzare delle pagine è il proseguimento del percorso di crescita dei protagonisti.


Scena serie tv "Normal people"
Fotogramma tratto dalla serie TV “Normal People” prodotta da Netflix e tratta dal romanzo di Sally Rooney

L’espediente delle e-mail anche in Persone normali

Come in Parlarne tra amici, anche qui viene usato l’espediente della corrispondenza epistolare, via e-mail. In Persone normali, tuttavia, assume un’importanza anche maggiore rispetto a quella del romanzo d’esordio dell’autrice. Qui si tratta di una dimensione più intima. L’unico veicolo di sentimenti e di connessione profonda che i protagonisti decidono di adottare nei loro momenti di distanza. Forse è qui che si assiste a una comunicazione più sincera, dove oltre a costituire una fuga dalla realtà, per i protagonisti, è anche un momento di approfondimento delle loro vite.

Un tempo gentile, il romanzo di Milena Agus in libreria da settembre

Un tempo gentile, M. Agus

Un tempo gentile è il nuovo romanzo di Milena Agus pubblicato ad Agosto da Nottetempo.

In poco meno di duecento pagine racconta la storia di un paese dell’entroterra sardo e dei suoi abitanti. Gli uomini e le donne di questa terra sembrano pedine in un gioco da tavola dimenticato, iniziato e mai finito. Gli abitanti di questo paese sono passivi di fronte alla vita che gli scorre davanti, popolano una terra a cui nessuno bada più da tempo.

Durante un cambio di stagione cambia la vita di un intero paese.

Improvvisamente un gruppo di migranti, accompagnato da volontari, giunge sull’Isola e si sistema in una casa abbandonata di un paese dimenticato da tutti. Paura e sconcerto sarà il sentimento che assale sia i paesani che gli invasori. “Quello non è il posto giusto” è ciò che ripetono sia gli uni che gli altri. Ma proprio quando la vita sembra non appartener più a quel posto d’oblio, la narrazione prende una piega del tutto inaspettata e Agus racconta meravigliosamente tutto questo.

Un romanzo corale che dà voce a tutti.

Un tempo gentile si apre con la lista dei personaggi che agiranno tra le pagine del romanzo. Come uno spettacolo teatrale quindi, facciamo la conoscenza dei personaggi ancor prima di vederli comparire sul palcoscenico.

Un tempo gentile non è la cronaca di un viaggio per mare, né la testimonianza di un gruppo di migranti in cerca di fortuna.

Milena Agus non ha come obiettivo quello di farci conoscere le motivazioni che spingono un popolo a fuggire dalla propria città. L’intento non è nemmeno quello di raccontarci o descrivere le difficoltà di viaggi infiniti in mezzo al mare. Non vi è traccia di tragedia nelle sue parole, e il racconto diviene per la scrittrice l’occasione per riflettere su una situazione dolorosa e disastrosa. Ma da un evento improvviso e spaventoso, può sempre nascere qualcosa di buono. È così che Agus ci mostra con delicatezza il potere della condivisione e come a volte, al cambiamento non corrisponde la morte.

Un romanzo che gioca con molteplici parallelismi. Ricostruire un rudere = ricostruire animi.

Quando i migranti sbarcano nell’entroterra sardo, si posizionano in un una casa abbandonata con finestre sgangherate, muri decadenti ed erbacce rampicanti. Tutto il racconto ruoterà intorno a questo vecchio ammasso di pietre, simbolo e rappresentazione muraria dell’animo dei paesani. Gli abitanti del romanzo, sebbene rozzi e non istruiti, sapranno essere come quell’antica dimora: rotti ma pronti ad accogliere e a ospitare “gli invasori”. Ma non appena i cittadini si accorgono di essere i primi a godere dei vantaggi del loro arrivo, il muro del pregiudizio cade.

Che motivo avevano di esistere? Ma anche noi, che motivo avevamo di esistere ridotti come eravamo ridotti?

I nativi sardi trovano, attraverso la lettura dei loro animi, la forza per rinascere, iniziano quindi a esistere e smettono di vivere apaticamente la loro vita. Ricostruire il rudere, richiudere i buchi sul tetto, aggiustare porte e finestre: tutto questo significherà arginare il malessere e l’indolenza che li attanagliava. I fiori piantati che germogliano non sono che la metafora della rinascita stessa di quella popolazione ormai spenta da tempo.

La tenacia delle donne sarde, libere da ogni pregiudizio.

Un tempo gentile è un testo corale e la scrittrice non ci presenta mai i personaggi che parlano, nè tanto meno le paesane descrivono loro stesse. Impariamo però a conoscere attraverso le loro azioni e i pensieri quanto grande sia la loro forza e determinazione. A ostacolarle non saranno solamente le loro conterranee, ma anche i loro stessi mariti. Dapprima si nascondono mentre si dirigono al rudere, poi se ne fregano di ogni parere. Fiere camminano a testa alta verso “i nuovi arrivati” che tanto le fanno sentire utili. Tanto è il benessere e la bellezza che scaturisce da queste donne che alla fine anche i mariti si convinceranno ad aiutare “gli invasori”. Ma nel romanzo le protagoniste sono le donne, proprio tutte: ci sono madri, figlie, mogli; e ognuna di loro possiede dentro sé la forza per rinascere.

La potenza di Milena Agus sta nella sua capacità di mostrarci il lato positivo della faccenda e ci dona un grande insegnamento.

Milena Agus ci permette di vedere il risvolto positivo di ogni cosa. Comunica con i suoi lettori e suggerisce loro che tutto ciò che accade nella vita, se viene affrontato come una possibilità e non come un ostacolo, può rivelarsi un grande dono. L’arrivo degli invasori che tanto impauriva, non è altro che una risorsa per questo silenzioso paese fantasma. Agus lascia da parte le descrizioni e i lunghi dialoghi e preferisce dare spazio ai sentimenti, alle sensazioni: è il romanzo delle percezioni. Infine ribadisce con una scrittura raffinata, ma semplice, che la vita è una sola e che va vissuta sempre, senza aspettare l’arrivo di un barcone di migranti che la sconvolge improvvisamente.

Gli “invasori” non parlano mai, ma muovono le azioni di tutto il paese.

Il paradosso più grande è che la voce dei migranti in questo romanzo non si sente praticamente mai, i loro pensieri sono interpretati. Non chiedono nulla, non vogliono niente: quel paese dell’entroterra sardo per loro è solo una rampa di lancio che li condurrà negli altri paesi europei. Milena Agus non vuole silenziare “gli invasori”, anzi: è a loro che affida i messaggi più importanti, disseminati per tutto il racconto. Il loro silenzio riempe i vuoti, cancella i pregiudizi, fa fiorire un nuovo paese. E alla fine, le parole non dette rigenerano gli animi e i cuori di quei cittadini che tanto hanno amato occuparsi di quelle genti.

Un finale gentile per un romanzo gentile.

Fin dall’inizio si intuisce la fine del romanzo, e all’ultima pagina la Agus ci nega il colpo di scena. I migranti partono e lasciano quel paese dell’entroterra sardo, lasciando quel popolo finalmente in grado di riconoscersi allo specchio. Il tempo gentile si ripercuote sugli abitanti ma anche sul lettore, che chiude il libro abbracciando tutte quelle genti che hanno ritrovato nel diverso una risorsa per migliorarsi.

Questo racconto ci insegna che ognuno di noi può essere importante per la vita di qualcun altro. Anche se pare non assomigliargli affatto.

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