Categoria: Sugli scaffali Pagina 2 di 15

Storie nuove e antiche. Storie riscoperte e ripubblicate in nuove vesti.
Dentro la sezione Sugli scaffali troverai recensioni e riflessioni attorno ai libri e alle storie del panorama letterario contemporaneo.

Dalla sua fondazione, l’impero del libro è cambiato tantissimo. Ma non ha mai smesso di adattarsi a metodi, stili e storie sempre inedite.
Per questo la redazione di aldostefanomarino.it si impegna sempre a trovare storie di qualità ma che possano lasciare un segno.

Storie di vita, romanzi, biografie, saggi preziosi e altre narratività. aldostefanomarino.it si impegna a fornirti un’esperienza interessante e a aggiornato informato a proposito dei nuovi libri sugli scaffali delle librerie e sul dibattito culturale odierno.

Il guardiano della collina dei ciliegi, Faggiani

Franco Faggiani, reporter di viaggio nelle aree più calde del mondo, ha conquistato il pubblico e la critica con La manutenzione dei sensi. Si è occupato di cronaca, ambiente e sport e, a maggio, è tornato in libreria con un nuovo romanzo, Il guardiano della collina dei ciliegi.

Anche stavolta, la delicatezza delle storie narrate da Faggiani è affidata a Fazi Editore, che ne ha preso a cuore le ambientazione naturalistiche e la raffinatezza stilistica dell’autore.

Il lavoro compiuto da Faggiani per la scrittura di questo libro, fonda le sue origini nella scoperta di un atleta a lungo dimenticato. Si tratta di Shizo Kanakuri, il giovane ventiduenne, collegato alle misteriose vicende sviluppatosi attorno ai Giochi Olimpici di Stoccolma del 1912.

Tamana era poco più di un villaggio, un agglomerato di piccole e fragili casupole fiancheggiate da grovigli di rovi ed erba secca, da campi spesso trascurati perché la gente, non mostrando attitudine per la terra, si dedicava perlopiù alla pesca.

All’interno di questo posto immerso nella natura, Shizo desiderava studiare Botanica e diventare un esperto di erbe medicinali. I genitori invece, a diciannove anni, lo obbligarono a lasciare la sua meravigliosa Azumi, per raggiungere Tokyo. Lì studiò economia con risultati eccezionali. Il talento e le abilità nella corsa colpirono il signor Kano, l’inventore del judo, con cui strinse una profonda amicizia.

La corsa era l’unica cosa che gli “permette di assaporare quella libertà che non prevede obblighi”.

Shizo Kanakuro venne invitato dall’imperatore Matsuhito in una sala di tè disadorna, affinché accettasse di rappresentare per la prima volta il Giappone alle Olimpiadi, dove avrebbe dovuto percorrere 40 km e 200 metri. Date le sue doti straordinarie, il viaggio fu a carico delle offerte raccolte tra professori e studenti, all’interno dell’università.
Dopo un lungo estenuante viaggio, Shizo arrivò a Stoccolma. Ma durante quella gara, al trentesimo chilometro, Kanakuro accettò l’offerta di un passante di bere una bevanda e sparì nel nulla dandosi alla fuga.

Da qui la storia muta l’esito atteso, e diventa un lungo viaggio, fisico e metaforico. Il protagonista del libro arriva a nascondersi per la vergogna e il disonore, cambia identità. Divenuto legionario per riuscire a tornare in Giappone, trova la pace e l’amore, su una collina, dove gli verrà affidato l’incarico di prendersi cura di un prestigioso bosco di ciliegi.

In realtà, sarà il bosco a prendersi cura di Shizo e della sua anima ferita. Lontano dalla sua famiglia, il bosco significherà per lui rinascita e avanscoperta, la natura come posto nel quale perdersi e del quale far parte. All’interno della storia, tutte le cose naturali, ogni albero, fiore o foglia, hanno la loro dignità, un nome specifico, e sembrano esser l’unica cosa in grado di dar sollievo a Shizo. È la natura, il luogo in cui l’atleta nasce, quello che vorrebbe studiare sin da piccolo, e quello in cui fugge e trova riparo: un personaggio quasi assoluto.

In generale, apparentemente, tutti i personaggi del libro, sembrano aiutanti del protagonista. I genitori gli pagano gli studi, ma assecondano il loro volere e non i desideri del figlio. Il maestro e l’imperatore, lo spronano a partecipare alle Olimpiadi, ma ne sfruttano il talento per il successo del Giappone.

I personaggi, personalmente, mi son sembrati troppi, soprattutto nella seconda parte del libro. Non si riesce effettivamente ad empatizzare con qualcuno, a parte il protagonista: colpevole anche il dilatato arco di tempo in cui si svolge la vicenda. Non possiamo parlare di corrispondenza tra fabula e intreccio, perché la narrazione è ricca di ellissi temporali: in duecento pagine sono raccontati settant’anni di vita.

Shizo metterà al mondo diversi figli, si sposerà, conoscerà numerose persone, avrà un cane che non vivrà più di mezzo paragrafo. Ma nessuno di questi personaggi assumerà un ruolo decisivo, quanto Shizo e la natura, e la vergogna del fallimento. Questi ultimi sono infatti i temi principali del racconto, colpevoli di una vita in esilio.

Anche nel Guardiano della collina dei ciliegi, Faggiani usa pochi dialoghi diretti, molte, invece, le descrizioni. La vera storia di Shizo si intreccia maestosamente con quella creata da Faggiani. Oltre all’ambientazione, di tipo fiabesco, il lessico familiare e immediato mantiene un’aura poetica per tutta la narrazione.

Il grande merito di Franco Faggiani è quello di riportare in vita la storia di un atleta che nessuno conosce, la quale importanza era stata negata dalla scarsità di medium informativi del tempo.

Pietra nera, Alessandro Bertante

Ad aprile, Alessandro Bertante è tornato in libreria con il secondo volume della Trilogia del mondo nuovo: Pietra nera. Il primo capitolo, precedentemente edito dalla casa editrice Marsilio, è di prossima ripubblicazione nottetempo.

L’autore, Alessandro Bertante, è narratore e saggista. È finalista Premio Strega e vincitore del Premio Selezione Campiello Giuria dei letterati. Attualmente è docente alla NABA, Nuova Accademia di Belle Arti, e allo IULM. Tra i suoi romanzi si ricorda Al Diavul, una fiction storica ambientata nella campagna alessandrina del primo Novecento.

Pietra nera è un romanzo di narrativa, apparentemente di genere fantascientifico, in grado di tracciare i percorsi narrativi del genere utopico. Ripercorre le tracce della storia attraverso gli echi e le atmosfere medioevali.

Quando il romanzo inizia in un immaginario paese di montagna a nord-est della città, chiamato Piedimulo, sono “trascorsi più di vent’anni dalla Sciagura, vent’anni senza uccidere e senza essere uccisi”. La pace è una condizione stabile ma minacciata, e Alessio, il Figlio dei lupi, è chiamato dal dovere a compiere un viaggio molto pericoloso, per il quale potrebbe non tornare più. Una missione misteriosa, sotto un cielo dalle tinte minacciose e lattiginose, condurrà Alessio all’incontro di Zara, una giovane donna salvata dai nemici che lo accompagnerà nel viaggio.

In un mondo violento e sconosciuto, dove l’unica legge regolatrice è la natura, vige la regola della sopravvivenza dei più forti a scapito dei deboli. Oltre le montagne di Piedimulo, Alessio, in groppa al suo mulo, scoprirà le ragioni della sua missione, fino alla riscoperta delle sue origini leggendarie. Con Nina, della quale Alessio diventerà amante, nel viaggio incorreranno in numerose comunità, e nella sosta, talvolta, pagheranno a caro prezzo il pedaggio.

Dopo la Sciagura, gli esseri umani, sono ormai rimasti in pochi, sparpagliati e divisi. La maggior parte dei sopravvissuti allo sterminio naturale, vive organizzata in comunità separate. Hanno smesso di comunicare tra loro, si incutono paura a vicenda, e non si muovono da dove sono rinati, minacciati da barbari e saccheggiatori.

Alessio e Zara, accompagnati dal mulo Ombra, compiono un viaggio allegorico verso la fondazione di un mondo nuovo. Specchio di un utopico futuro prossimo, Pietra nera rappresenta la rinascita di un mondo dopo che è stato distrutto dai misfatti e maltrattamenti dell’uomo. I pochi umani sopravvissuti al collasso delle civiltà, consapevoli di aver loro stessi rovinato il mondo, hanno riacquisito un contatto con la Natura, che finalmente ha potuto riprendersi gli spazi che l’uomo le aveva sottratto.
Tuttavia, la Natura messa in scena da Bertante, sempre attraverso il ricorso a nomi specifici, rigogliosa e libera più che mai, non è malvagia, anzi, nella sua incontaminità ricorda quella leopardiana in grado di difendere lo sguardo dell’uomo dalle atrocità.

Una terza persona rigorosa, un narratore onnisciente con punto di vista zero, in grado di esplorare le menti di tutti i personaggi, compresa quella della Natura. Una narrazione lineare che segue l’ordine cronologico degli eventi, fatta di evocanti descrizioni di luoghi e azioni. Pochi dialoghi diretti. L’azione continua, rappresentata dal continuo movimento dei personaggi, conferisce al romanzo un’andatura scorrevole, sebbene rallenti nei momenti propriamente descrittivi.

Il lessico utilizzato è al contempo familiare, elevato e fortemente evocativo della condizione dei personaggi. Un romanzo sulla natura scritto con un ritmo serrato, dove improvvisi rallentamenti lasciano spazio ad atmosfere più elaborate e magiche, che appaiono come sospese temporalmente. L’unica contestazione che sento di muovere nei confronti dell’opera è proprio nei confronti di questa accelerata successione degli eventi, che non garantisce l’effetto di immedesimazione dal quale il lettore vorrebbe essere catturato. Ma forse questo è il compito dell’utopia: lo straniamento.

Le mutazioni, Jorge Comensal

Le mutazioni (Las mutaciones) è il primo romanzo dello scrittore messicano Jorge Comensal. Uscito in Italia nel mese di gennaio 2019, grazie alla casa editrice Bompiani e tradotto dalla mano autorevole di Pino Cacucci.

Comensal è nato in Messico nel 1987, collabora con note riviste messicane ed è autore di diversi saggi. Al centro della sua ricerca c’è sempre la scienza e l’impatto che i progressi scientifici e tecnologici hanno sulla vita dell’essere umano.

Le mutazioni potrebbe sembrare un romanzo drammatico, ma la sua maggiore peculiarità è quella di adottare la chiave umoristica per raccontare eventi profondamente tragici. In questo senso, la narrazione assume gli aspetti di una tragicommedia, dove i personaggi sono caricature esasperate, sopravvissuti al cancro e impegnati a vivere i loro drammi esistenziali nel tentativo di riscattarsi.

Il protagonista della storia è Ramón Martínez, un avvocato di successo che ha rinunciato alla fede e che riveste il ruolo di capofamiglia tradizionale. Un tumore gli farà perdere la lingua e, impossibilitato a parlare, sarà costretto ad assistere passivamente ai discorsi degli altri. Attorno a Ramón, i suoi famigliari vivono apprensivi, Elodia, la collaboratrice domestica, gli regala un pappagallo per insegnargli a “gridare quando lei ha bisogno di qualcosa”. È nella figura emblematica di questo pappagallo, Benito Juárez – nome datogli in onore del primo indio che ottenne la carica di Presidente del Messico -, che Ramón riuscirà a trovare il suo unico amico.
I due amici, infatti, sono accomunati dalla malattia, anche Benito,

Forse soffriva, come lui, di una malattia devastante. Il petto spennacchiato e le zampe sanguinanti potevano anche dipendere da una dannata chemioterapia veterinaria. La gabbia era piccola, quanto un Leto d’ospedale, e la vaschetta dell’acqua era vuota. Ramón conosceva bene il demone della sete da convalescente.

Joaquín Aldama, invece, è un medico prossimo alla pensione, ha una carriera di poco rilievo alle spalle e nella sua vita passata non si rintracciano accadimenti particolarmente significativi. Quando Ramón gli chiede aiuto, l’oncologo vede nel suo complicato caso un’opportunità di riscatto che potrebbe portargli fama e successo. Il chirurgo decide di aiutare il suo paziente a ottenere le cure della chemioterapia gratuitamente, affinché possa studiare il suo caso.

Teresa de la Vega, fa la psicoterapeuta e anche lei è sopravvissuta al cancro. Per salvarsi dal ricordo, ha imparato ad aiutare i pazienti sopravvissuti e quelli che affrontano la malattia. Il dolore l’ha cambiata e ascoltare le loro storie, la fa sentire meglio. Spesso arriva a chiedersi in che modo potrebbe aiutare i suoi pazienti sopravvissuti a comprendere e rassegnarsi all’avvenuta guarigione, se questo comporterebbe perderli.

In qualche modo, il cancro l’aveva guarita dalla sua tristezza congenita; l’aveva indotta a provare la marijuana terapeutica, a frequentare un gruppo di aiuto, a trascorrete intere giornate a letto, leggendo libri della Yourcernar, della Rudinesco, di Butler; grazie al cancro aveva conosciuto Rebeca, la sua migliore amica, e aveva trovato la propria vocazione.

Ramón, Joaquín, Teresa, e i loro drammi sono i protagonisti del romanzo. Tre vite che mutano, e che nel loro cambiare condizionano quelle delle persone che hanno intorno.

Loro non sono i soli. Attorno ai tre particolari personaggi, orbita una folla di persone che assiste alle vicende e li compatisce, senza riuscire a essergli d’aiuto.

Prima tra tutti la moglie di Ramón, Carmela, che affronta la malattia del marito come una sfida personale. O Mateo, il figlio, che riceverà in testa un depositatore di saliva in metallo, scaraventato dal padre perché si accorga di lui. Anche Ernesto, il ricco fratello di Ramón, che dopo aver accumulato indebitamente soldi per tutta la vita, e avergliene prestato una somma per l’intervento, gli farà promettere che glieli renderà con gli interessi.
La stessa psicoterapeuta Teresa, vuole curare i suoi pazienti, ma alla fine cerca di aiutare soltanto sé stessa, ascoltando i loro drammi e cercando di liberarsi dal ricordo della malattia.

Nessun luogo e nessuna ambientazione assume rilevanza all’interno del racconto: gli unici luoghi sono Gli Altri. Le persone che stanno attorno agli ammalati diventano in qualche modo i protagonisti delle vicende narrate, i luoghi depositari del dolore dei protagonisti. A tenere unito ogni tassello e tutti i personaggi della storia è il senso del riscatto: il grande tema centrale del romanzo e ciò verso cui mira ogni individuo che attraversa le Mutazioni.

Sono storie che si intrecciano in spazi non ben definiti: ospedali, abitazioni, giardini.
Per quanto riguarda il tempo storico, la vicenda narrata si svolge ipoteticamente nell’arco di qualche anno, attraverso molti flashback, favoriti anche dalle modalità in cui avvengono le sedute psicoanalitiche.

Il narratore delle Mutazioni, è onnisciente e racconta i fatti come uno spettatore esterno. È in grado di interpretare i pensieri di Ramón ormai ammutolito, e del pappagallo maleducato. Il punto di vista del narratore ha perciò focalizzazione zero.

Poche descrizioni: il romanzo d’esordio di Comensal è un libro in cui le cose succedono e le azioni hanno la priorità sul resto.

Non ci sono molti dialoghi diretti. È sorprendente come, alcuni di questi, per la particolarità della storia diventino immediatamente monologhi: questo accade, quando, per esempio, i famigliari dialogano con Ramón e lui non ha con sé il taccuino che Elodia gli ha regalato e attraverso il quale comunica.
Vi sono diversi monologhi – propriamente intesi – resi soprattutto attraverso la tecnica narrativa del flusso di coscienza, utilizzata per far parlare gli stomachi e dar vita agli istinti di tutti i personaggi.

Il lessico utilizzato da Comensal è un altro aspetto particolare del romanzo. Le Mutazioni è scritto attraverso un lessico medico scientifico, che conferisce al dolore un aspetto reale, e al contempo priva la lettura del lettore di sentimenti quali dispiacere e pathos.
È proprio questo aspetto su cui verte l’intera riflessione che segue al testo. Il mio messaggio personale ricavato dalla lettura del romanzo è che l’uomo ha sempre necessità di riscattarsi dal dolore.

Pagina 2 di 15

Powered by WordPress & Theme by Anders Norén