Cobra Kai
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Cobra Kai: Back to the 80’s. Back to the future.

Non si può fare a meno di notarlo, gli anni Ottanta sono tornati. Lo si percepisce ovunque nella cinematografia odierna: su Netflix e addirittura anche nella musica; soprattutto le piattaforme di streaming traboccano di cultura pop e rimandi a un’epoca definita (da chi l’ha vissuta) leggendaria e per questo unica e irripetibile.

Giusto per fare un esempio: Stranger Things, serie TV di caratura globale, è un completo omaggio all’intero decennio con citazioni, riferimenti cinematografici, simbologia varia e alcuni elementi scenografici che indubbiamente si ricollegano all’iconicità del periodo stesso. Anche The Americans è pregna di quel fascino vintage e, con tutta onestà, di quella nostalgia propria di queste sceneggiature che cercano in tutti i modi di far rinascere gli anni che hanno cambiato il mondo.

Quali sono le radici di questo revival? Si tratta di una mera Operazione nostalgia? Gli anni Ottanta hanno davvero qualcosa da insegnarci tuttora?

La risposta a tutte le domande ci viene data, probabilmente, dal prodotto che più di chiunque altro rappresenta a oggi l’emblema di questo ritorno al passato: Cobra Kai. La serie opera un vero e proprio confronto tra il mondo di trent’anni fa e l’epoca in cui viviamo oggi. Ribalta i concetti di bene e male, giusto e sbagliato come vengono comunemente intesi. 

Per prima cosa occorre volgere uno sguardo attento ai personaggi.

John Lawrence, protagonista assoluto, il quale simboleggia alla perfezione il fallimento ma al contempo la volontà di riscattare la propria esistenza, stravolgendo le carte del destino. Negli anni del liceo era una vera e propria rockstar e veniva osannato da tutti i suoi compagni; sarà proprio la perdita di questo status quo a eclissarlo in un glorioso passato da quale sembra non volersi svegliare mai.

Al lato opposto troviamo invece Daniel Larusso (protagonista nel film che ha dato i natali a questa serie, ovvero il cult assoluto Karate Kid); la sua esperienza di vita è l’esatto contrario di quanto accennato prima per il povero Johnny dato che, a un periodo scolastico non del tutto esaltante, fa da contro un successo lavorativo e affettivo palpabile.

Il background di Cobra Kai appena descritto fa da sfondo a un confronto/scontro che infiamma la trama e il suo svolgimento.

Le distanze tra le due figure principali vertono sulle modalità attraverso le quali i nostri intendono insegnare il karate in una società. Quella della California odierna, che ha basi strutturali diverse da quella che aveva invece fatto da cornice alla loro adolescenza; se Daniel impronta il suo insegnamento al dialogo, alla difesa e alla conoscenza di se stessi piuttosto che alla propria affermazione, Johnny vorrà insegnare ai ragazzi deboli a primeggiare, a colpire per primi, a schiacciare chiunque dovesse cercare di metterli sotto.

In un quadro così dicotomico, i rivolgimenti sono continui. Si assiste a cambi di fronte, scontri generazionali e contrapposizioni ideologiche che diventano scontri fisici; tutto perpetrato da un modo di ragionare che viene inculcato ai giovani allievi, il modo di ragionare di una volta, quello appunto degli anni Ottanta.

Il punto di vista che viene maggiormente assunto come stella polare dell’intera serie è quello di Johnny che, stando alla trama di Karate Kid del 1984, sarebbe addirittura il villain della situazione. Nella stessa serie TV sequel, lo si vede totalmente avulso dalle logiche socio-culturali moderne in quanto non comprende a pieno la tematica della gender awareness; non conosce i trend musicali o vestiari e non ha mai posseduto un computer. Rappresenta, dunque, quello che oggi verrebbe considerato come una sorta di analfabeta digitale.

Si tratta di un personaggio discutibile (senza dubbio) che vediamo quasi letteralmente catapultato dal passato in una società che sembra proprio non conoscere ma che al di là di questi limiti può, in concreto, apportare dei benefici. Cobra Kai ha il merito di stravolgere i messaggi comunemente intesi come educativi e rassicuranti per assumere uno sguardo trasversale.

Il Johnny degli anni 80 era un vero e proprio bullo, uno dei ragazzi più popolari della scuola che aveva tutto quello che voleva e che non accettava intromissioni con la sua leadership. Un individuo definibile negli Stati Uniti come jock; sempre in vista nello sport e gerarchicamente in alto nella piramide sociale. Eppure, la sua esperienza può comunque risultare istruttiva per i suoi allievi. Il suo mondo era pur sempre fatto di sfide, di rispetto (ottenuto secondo logiche diverse da oggi) di voglia di migliorarsi e vincere le difficoltà.

Poco importa se il metodo di comunicazione utilizzato nella serie è duro, dissacrante e a tratti discriminatorio.

Lo stesso Johnny avrà modo di ammorbidirsi ed imparare dagli altri. Una delle sfumature più interessanti di questo revival anni Ottanta è la possibilità di cambiare il proprio destino, facendo leva sulle proprie radici e credenze, ma pur ammettendo i propri limiti e il bisogno di migliorare come esseri umani.

La cultura cinematografica degli anni Ottanta ci parla di una sostanziale epopea.

L’eroe di turno (buono ma segnato dalla vita) deve tirare fuori tutto il suo carattere per scampare a un futuro auto-distruttivo. O per vendicare un passato poco brillante. Nel contesto di quegli anni poi, in cui la tecnologia era ferma a uno stadio primordiale, e cominciava solo da poco a stravolgere la vita degli esseri umani, il fattore umano e formativo costituiva una base fondante della realtà scenica. C’erano più lotte, più confronti, anche più nemici.

Oggi molti elementi tipici degli Action Movies dell’epoca potrebbero essere considerati goffi o quanto meno anacronistici, eppure costituiscono una base portante della natura umana: Cobra Kai” è capace di rendere ancora attuali un cattivo rapporto con il proprio rivale in fase adolescenziale, un conflitto mai risolto con i propri genitori assenti, o anche una cattiva influenza da parte di un maestro di karate che più che insegnare porta sulla cattiva strada.

Sembrano situazioni che oggi verrebbero gestite nella maniera più razionale possibile; niente problemi infatti, ci si può sempre rivolgere a uno psicologo, consultare internet e cambiare scuola o palestra. Tuttavia, l’esperienza del nostro Johnny insegna che spesso si può fare affidamento solo su noi stessi; le scelte sbagliate si pagano ma si possono pur sempre ribaltare.

L’importante è non fuggire e confrontarsi con il proprio io fino alla vittoria sapendo bene che il confine tra bene e male non è sempre così netto.

Si va proprio verso questa direzione; si sta recuperando la messa in scena dello Struggle for living all’americana, tipico della narrativa di più di trent’anni fa. Parliamo infatti degli anni di Chernobyl, del muro di Berlino, dell’invenzione di Internet. Tutto sembrava voler cambiare il mondo, tutto imponeva una presa di posizione, una scelta, una lotta.

Gli anni Ottanta non sono tutto nella cinematografia mondiale, ma senza dubbio occupano un posto di rilievo essendo la produzione a essi collegata, anche nella sua infinita ingenuità, un qualcosa di istruttivo e che pone interrogativi mai così del tutto scontati. 

Articolo a cura di Federico Favale

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