Fedeltà, M. Missiroli
Fedeltà, M. Missiroli

Fedeltà, M. Missiroli

Si può raccontare di amore e tradimento in tanti modi così come in tanti modi si è scritto nella storia della letteratura, ma quella di Marco Missiroli in Fedeltà è una narrazione diversa. È volta a sfiorare solamente l’accadimento, che indaga invece gli impulsi dell’animo umano, che scende nella confusione del pensiero. Nel perdersi dell’anima quando, ormai stanca, non si riconosce più.

Carlo e Margherita sono sposati da qualche anno. Lui tiene un corso di scrittura creativa all’università in mancanza del vero coraggio per dichiararsi scrittore; lei porta avanti l’attività immobiliare di famiglia. Proprio nel lavoro, cerca assiduamente la loro casa dei sogni, una sistemazione definitiva che possa riconoscerli come coppia e suggellare l’amore.

Non è un caso, forse, che tra i tanti appartamenti, quello di cui Margherita si innamora si chiami proprio Concordia. L’armonia tanto agognata richiede un mutuo di 900 euro al mese e il sacrificio di una vita; un patto economico che Carlo firma per tacito consenso o per quieto vivere. Poco gli importa infatti della planimetria della nuova casa: le mura antiche e la vista dall’ultimo piano della palazzina non ne conquistano i pensieri troppo offuscati dagli odori e dalle immagini di altri volti, di uno fra tutti che dà il lascito alla narrazione.

Fedeltà si apre infatti con un malinteso: Carlo e Sofia, una delle sue studentesse, vengono visti nei bagni dell’ateneo, troppo vicini per parlare, troppo affannati per dissimulare.

Lui sostiene di averla sostenuta dopo un capogiro; lei, poco convinta, stanca o confusa, regge il gioco come da accordi. Dice di aver avuto un mancamento, ma non sa spiegare la causa, soprattutto come mai sia stato proprio il professore a soccorrerla nel bagno delle ragazze. Margherita ci crede poco; lascia correre anche lei per quieto vivere, e intanto controlla periodicamente il profilo di Sofia sui social. E mentre scruta nascosta la quotidianità di un’altra donna; mentre cerca assiduamente tra le foto e la costruzione di una vita perfetta, anche se solo digitalmente, la colpa di Carlo, desidera anche lei provare quel brivido che ha intravisto negli occhi del marito.

Sdraiata sul lettino di uno studio di fisioterapia, Margherita lascia sciogliere tensioni e irritazioni sotto le mani delicate di Andrea, medico fidato, desiderando sentirle oltre, non avere paura, prendere coraggio, agire.

La storia di Carlo e Margherita si intreccia con quella di Sofia, di Andrea, di Anna, gli altri protagonisti di questo romanzo, e forma un complesso quadro di vita quotidiana. Una ragnatela di storie che si aggroviglia, si scioglie e si tesse nuovamente. 

Fedeltà cattura così l’attenzione sin dalle prime righe per le curiose modalità narrative. Non c’è infatti una suddivisione per capitoli; il filo dell’intreccio non si spezza mai e, come in un unico lungo piano sequenza, passa di storia in storia attraverso un particolare, uno sguardo, una parola che possa fungere da escamotage narrativo per avviare il racconto. La tecnica e la struttura non permettono di distogliere mai l’attenzione e tengono gli occhi incollati alle pagine, incapaci di individuare una fine.

Ma è a questo punto che, d’un tratto, l’autore decide di interrompere il racconto e ferma la narrazione.
Intende riprenderla cronologicamente più avanti nel tempo dell’intreccio, quando i protagonisti hanno ormai effettuato scelte di vita diverse, fedeli forse alle impostazioni iniziali, ma non al loro desiderio più intimo.

Carlo e Margherita hanno infatti comprato l’appartamento all’ultimo piano; riempito le stanze con le grida e il riso di un bambino; provato a intrecciare nuove armonie o semplicemente a trovare un filo che ancora li stringa assieme. Sofia è tornata alla sua casa d’infanzia nella Rimini che l’ha vista crescere e poi andarsene per affrontare quelle paure che l’avevano portata lontano; ripercorrere le strade dove la madre ha perso la vita. Cerca la madre tra le sue cose più intime, persino mentre ascolta il dolore nel marmo freddo del cimitero. Andrea, invece, ha rivelato la sua omosessualità; ha preso il posto dell’anziano padre nell’edicola di famiglia, lasciato il vecchio studio di fisioterapia. Ma soprattutto ha provato a costruire un legame fondato sulla fiducia che ogni sera, tuttavia, mina con i suoi segreti inconfessabili.

Chi non si muove in questi tentativi solo abbozzati di normalità è Anna. Forse è lei la costruzione più affascinante del romanzo, a fianco alla particolare tecnica narrativa utilizzata. Anna è una donna anziana, madre di Margherita, suocera, nonna, moglie, vedova, confidente e amica; è quel laccio che tiene uniti tutti gli altri personaggi, tranne Sofia, che non incontrerà mai e che è, forse, la sua rappresentazione speculare, negli anni della giovinezza.

Le due donne di Fedeltà, infatti, sono le uniche a non venir meno al proprio essere per condizioni dettate da altri.

Sofia si lascerà sedurre da Carlo, ma non gli si concederà mai e anche quando proverà a contattarlo di nuovo, per curiosità o desiderio, in un gioco di silenziosi richiami a distanza, desisterà dall’intrufolarsi volontariamente nell’armonia famigliare che il professore ha costruito negli anni.

Anna terrà le redini della sua famiglia e poi, rimasta sola, di quella della figlia. Con modi pacati e mai volgari, troverà le parole giuste, fornirà l’esempio per dimostrare che si può continuare ad amare, che si può perdonare. Lei stessa conserva ancora misteriose cartoline ricevute dal marito, ritrovate dopo la sua morte tra i suoi libri, scritte da una donna sconosciuta, spedite da luoghi a lei lontani.

L’escamotage letterario che apre il sospetto di un presunto tradimento ricorda l’intreccio di Lacci di Domenico Starnone, un testo che ugualmente indaga le sfaccettature di un matrimonio e che si sofferma sul rumore sordo che l’odio e il rancore ancora fanno a distanza di anni tra le mura domestiche.

Come Aldo per anni ha conservato le fotografie dell’amante in una piccola scatolina d’argento tra i ripiani della libreria, così il marito di Anna ha nascosto le cartoline e la scrittura tra i suoi libri. E se in Starnone era il figlio più piccolo a trovare e poi mantenere il segreto del padre per non sfasciare l’equilibrio della famiglia e la pazienza della, già debole, madre; in Missiroli è Anna a togliere la maschera. È Anna che guarda ciò che si cela al di sotto, per poi indossarla di nuovo quando, ormai lontana con i pensieri e le azioni, spezzerà la carta nel vaso di fiori sopra la tomba del marito, restituendogli qualcosa che gli è sempre appartenuto.

Anna si sfascerà e con lei la speranza di quel laccio importante che rimane ora nel piccolo Lorenzo, il nipote, il figlio, colpito da una strana forma di mutismo, che rivolge poche parole, molte solo alla nonna, e che si esprime attraverso la musica.

Marco Missiroli ha dipinto un romanzo complesso, frutto di studio e intensi ragionamenti.

Le pagine risultano dense di pensieri e riflessioni; aprono scenari interpretativi che toccano ognuno diversamente, in base al proprio vissuto, e che tuttavia parlano all’unanimità della fragilità umana, del desiderio, della debolezza. Ma parlano anche di bugie, di maschere, di finzione tanto nella quotidianità quanto nella letteratura.

Sotto la penna dello scrittore di Fedeltà l’universo che si crea è quello della realtà intorno a lui e dei libri che ha letto, del pozzo letterario da cui ha attinto. Missiroli lavora molto per pulire il testo dal superfluo e comporre un romanzo macchinoso che risulti più limpido possibile; per non far perdere il lettore e condurlo laddove vuole che arrivi. E come lui, anche il lettore passeggia tra i marciapiedi di Milano e le stradine di una Rimini lontana. Poiché tanto sono precisi i dettagli, quanto è vivo il ricordo dei territori natali nei pensieri dello scrittore.

Con i suoi stessi occhi, il lettore riesce a calarsi tra le pagine di Fedeltà e le ambientazioni del romanzo. Egli entra nella storia, nello studio di fisioterapia, nelle aule dell’università; nelle stanze degli appartamenti milanesi, nella ferramenta di paese, sino a non uscirne più, aggrovigliati dalla scrittura.

Nella quarta di copertina, Fedeltà si equipara a un grande romanzo della letteratura ottocentesca così come a un pettegolezzo di paese. Ed è proprio da quest’ultimo, dall’ipotesi di autobiografismo sulla bocca di tutti, che Missiroli ha costruito una grande narrazione. Dimostrando ancora una volta che la letteratura più vera è quella che parla dei drammi di ognuno di noi, attingendo proprio dalla miseria e dalla quotidianità umana.

Articolo a cura di Greta Pinzin