Futura, P. Marcello, F. Munzi e A. Rohrwacher
Futura, P. Marcello, F. Munzi e A. Rohrwacher

Futura, P. Marcello, F. Munzi e A. Rohrwacher

Futura prende forma da un progetto comune, nato intorno ai primi mesi del 2020 e conclusosi da pochi giorni con la tanto sospirata uscita nelle sale cinematografiche. È stato possibile partecipare alla visione del documentario solamente in tre date: 25, 26 e 27 ottobre.

Il docu-evento passa in rassegna i punti di vista e le sensazioni di ragazzi italiani, raccolte durante un lungo viaggio nell’Italia pre e post pandemia; una struttura narrativa quindi minimalista che fa da corollario a tematiche delicate.

Gli autori hanno infatti attraversato lo stivale per incontrare giovani (liceali e non) domandando loro quali fossero le personali aspettative sul futuro e chiedendo anche cosa riservasse l’avvenire a una generazione tra le più sofferenti in quest’epoca di folle distanziamento sociale.

I contributi proposti provengono dalle più disparate realtà (sia rurali che urbane). Si parte infatti dalla provincia umbra e campana (dove, per esempio, l’incontro con gli intervistati avviene durante frequenti derapate di motocarri modificati); si passa per la Sardegna (dove veniamo accolti in una palestra di piccole promesse del pugilato); per arrivare infine a Roma e Milano (dove si entra piuttosto in licei, centri di recupero e affini per comprendere qual è la vibe emotiva più in voga in fatto di costruzione del proprio io futuro).

Pur costituendo i protagonisti l’affresco di differenti estrazioni sociali, si nota già dall’inizio un quasi totale allineamento di pensiero tra le facce che compongono il puzzle di quest’intervista. Incertezza, disillusione e talvolta rabbia sono lo sfondo costante della conversazione, resa emotivamente accattivante da una tecnica di ripresa che a tratti offre un effetto vintage che avvicina qualsiasi tipo di spettatore (anche i più agée) alle prospettive esplicitate.

Alcuni cercano la chiave del futuro nei soldi e nel successo; altri invece pongono l’accento su fattori non economicamente quantificabili come la famiglia e la libertà culturale.

Tuttavia, il punto di vista della questione rimane uno e uno soltanto. L’unanimità dei ragazzi non crede nel futuro e riserva nei confronti di esso solo flebili speranze. Il principale colpevole sono chiaramente le istituzioni (in particolare si fa riferimento al mondo dell’istruzione che non sarebbe in grado di permettere agli alunni di strutturare i progetti che si sono prefissati e di nutrire i sogni che hanno da quando sono bambini. 

La seconda ragione (consequenziale, tra l’altro, alla prima) per cui la realizzazione nella vita risulta essere così poco palpabile è la disuguaglianza sociale, o per meglio dire, la calcificazione della stessa: non rileva la possibilità di rovesciare gli schemi, né di cambiare le carte in tavola.

Chi nasce in un contesto meno agiato avrà sempre una strada più ripida da percorrere.

Dalle parole e dagli sguardi dei ragazzi traspare quindi la percezione della vita come un gioco in cui le armi a disposizione sono diverse e limitate; in tal senso il fattore tempo svolge un ruolo essenziale. Se chi è dotato di risorse economiche può dar sfogo fin da piccolo a tutte le sue passioni senza perdere tale risorsa, i meno fortunati devono sempre trovare il giusto compromesso per sopravvivere. Al contempo, questi ultimi, devono inseguire la soddisfazione personale (da qui l’idea, del tutto ipotetica, di abolire i soldi; paventata dagli ospiti del centro accoglienza minori di Genova). 

Per centocinque minuti si susseguono testimonianze abbastanza uniformi (per non dire quasi omologhe). Testimonianze che simboleggiano, come inciso, il parere di un settore limitato della gioventù (coloro che sono ricompresi tra i quindici e i vent’anni).

A suffragare questa tesi interviene la fase centrale del documentario in cui viene introdotta la pandemia, che stiamo ancora vivendo, come causa di un ulteriore infittirsi dell’incertezza giovanile. La scuola costituisce il fulcro della vita dei nostri protagonisti; pertanto, nel momento in cui la sua autorevolezza non viene riconosciuta, molte persone si ritrovano spaesate. In questo frangente emerge tuttavia quanto il documentario voglia porsi come una deposizione dall’orientamento prestabilito.

In Futura, soltanto i ragazzi di Palermo offrono uno spunto parzialmente differente.

Intervistati mentre banchettano al parco, dimostrano di essere portatori di un messaggio più articolato e che induce a ulteriori riflessioni. Il loro pensiero si rivolge a cosa può, anche in uno stato di ansietà e vertigine, dare loro uno slancio per andare avanti. O quanto meno mettere tutte le cose al posto giusto.

Non importa quindi perseguire un obiettivo lontano, rincorrere un miraggio che può far perdere il controllo di noi stessi. La cosa più importante è focalizzare l’attenzione sui propri bisogni naturali e sui desideri più concretamente realizzabili. I giovani di Palermo, per l’appunto, piuttosto che paventare un futuro in pericolo a causa dei soldi o del successo auspicano di trovare un lavoro soddisfacente, una compagnia amicale rassicurante, oltre che ovviamente una routinedi vita che permetta di avere il tempo di curare affetti e passioni.

Futura dimostra che un adolescente, per quanto possa essere consapevole del periodo che stiamo vivendo, non ha ancora tutti gli strumenti a disposizione per classificare le sue paure.

La sua attenzione e il suo cruccio sono rivolti principalmente verso il presente (il futuro è ancora abbastanza nebuloso). Viceversa, i giovani che si avviano verso l’età adulta (che si misurano con l’università, il primo impiego o magari già con una famiglia) sono in grado, non solo di dare un nome alle loro paure più recondite ma anche di attualizzarle, facendole proprie in qualche modo.

Questa particolare finestra sul futuro è rimasta socchiusa. Sappiamo poco di come un giovane/adulto abbia affrontato la pandemia; non abbiamo percezione di quali siano state le contromisure adottate ma sappiamo (da quanto emerge anche in Futura) che quello che non va nella vita è chiaro. Bisogna soltanto trovare il modo giusto di smussarlo.

In conclusione, possiamo dire che tutto questo è perfettamente normale (gli autori di Futura ci comunicano che più si cresce più ci si conosce; quindi, si è maggiormente in grado di far fronte alle difficoltà della vita). In ogni caso, anche se il punto di riferimento rimane una stretta cerchia della gioventù, le paure rimangono e l’incertezza aleggia di continuo. Le sfide dell’avvenire non terminano mai.

Articolo a cura di Federico Favale

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