Il conformista, A. Moravia
Il conformista, A. Moravia

Il conformista, A. Moravia

Pubblicato per la prima volta nel 1951, Il conformista, tra tutti i libri scritti da Moravia, fu forse quello meno apprezzato dalla critica. E in effetti non sarebbe potuto essere altrimenti, dal momento in cui la narrazione esistenzialista di Moravia non è mai immediata; o per meglio dire, non è mai immediato ciò che realmente l’autore intendeva dire.

Tutte le storie moraviane si reggono infatti sugli interrogativi dell’essere umano, sui drammi di un individuo nuovo, alle prese con una società altrettanto nuova. È il trionfo della nuova borghesia, così come accade negli Indifferenti, il primo romanzo di Moravia e anche quello di maggior successo. Ma è un trionfo fasullo, perché in realtà, tutti i personaggi borghesi rivelano il proprio fallimento. Sono antieroi fin dall’esordio.

È così per il giovane Michele degli Indifferenti, per il Michele della Noia, e ancora, per il protagonista del Conformista, Marcello Clerici. Personaggi che incarnano un’ideale di perfezione rispetto alla società che abitano, di aderenza a quella nuova società; ma che mentre sono intenti a recitare i loro ruoli, comprendono di esserne esclusi. Che non potranno mai farne parte, in sostanza, e perciò, vivono senza valori né ideali concreti, ma semplicemente recitando una parte, l’unica permessa loro.

La storia di Marcello comincia quando non ha che tredici anni, e il suo primo desiderio consapevole è quello di essere come tutti gli altri.

Gli accade infatti che, trovandosi a giocare in campagna, Marcello si accorga di un piacere inedito ad ammazzare le lucertole. E a metà tra la fascinazione e il terrore si interroga se tutti, alla sua età, provino il piacere a compiere atti simili al suo. Così si spinge fin oltre l’edera che separa il cortile della propria casa da quello del suo compagno di giochi e lo invita a uccidere lucertole insieme a lui.

L’altro, tuttavia, non sembra essere affatto interessato a quel tipo di divertimenti; allora, nella speranza di incontrare la riprovazione dei suoi genitori, Marcello decide di raccontare l’accaduto a sua madre. Si inventa addirittura di aver ucciso un gatto, ma lei, troppo intenta a dar ascolto ai propri mostri, intenzionata anche lei a seguire solo ed esclusivamente la precettistica di quella nuova società, non ha alcun interesse in quelle confessioni.

Marcello che è spesso vittima degli attacchi dei propri compagni di classe; Marcello che viene chiamato Marcellina; che il giorno in cui ha il coraggio di lamentarsi con il maestro per la cattiveria delle ingiustizie che gli vengono rivolte, diventa il bersaglio più facile. Come quella volta in cui, seguito nella strada del ritorno da scuola, il gruppo lo bracca e lo costringe a infilarsi una gonna sotto le risate degli altri.

È da quel primo trauma che Marcello comprende effettivamente di non essere uguale a loro. E allora, essere come tutti, conformarsi a quella società, diventa l’unico obiettivo.

Ma prima di tutto dovrà procurarsi qualcosa tramite cui potersi meritare il rispetto dei compagni; e quel qualcosa, pensa, è una rivoltella.

Solo Lino, un prete spretato, sarebbe in grado di procuragli un’arma, ma in cambio vuole qualcosa. I due si incontrano proprio alla fine di quel triste scherzo, e nonostante al lettore siano chiari subito gli intenti di Lino, Marcello finisce per credere alle sue moine. Forse, è in virtù di quelle attenzioni che spesso gli sono state negate: in primis dai suoi genitori, sempre intenti a litigare tra loro e a contenere il litigio successivo.

Quelle di Lino non sono semplici attenzioni ma vere e proprie avance, e il ragazzo, ancora troppo inesperto per il mondo, comprende di essere in pericolo solo quando l’unico modo che ha per scamparlo è ucciderlo. Si fa presto allora a passare dalle lucertole agli uomini, ma quella colpa non sarà in grado di abbandonarlo per molto tempo a seguire.

Il conformista è l’unico tra i romanzi moraviani che accompagna il personaggio dalla giovinezza fino all’età adulta.

L’effetto è assicurato dalla suddivisione della storia in quattro momenti principali, che corrispondono a quattro lassi temporali distanti tra loro ed emblematici nel rappresentare il cambiamento che incorre in Marcello. L’unico collante, a parte Marcello, che tiene unite le tre unità è il fascismo: il momento storico, al primo posto, che più di tutti ha saputo spingere verso un’uniformazione e un’omogeneità. Poiché durante il fascismo, tutti dovevano essere fascisti, e non vi era alcuna possibilità di vivere una vita normale se non lo si abbracciava. E quella necessità di normalità finisce per coincidere con gli istinti primordiali di Marcello.

Quell’infantile violenza rischiata diventa il motore di un cambiamento di Marcello, ma soprattutto, ciò che lo porterà per tutta la vita a sentire su di sé il peso delle colpe mai espiate. Ed è così che per uniformarsi a quella normalità, a quel vivere come la società comanda, Marcello comincia a lavorare per i Servizi segreti del fascismo.

Eppure, dietro quella necessità di aderire a una società così meschina, nessuno potrebbe dire che Marcello non sia una brava persona. Persino la madre della sua fidanzata, Giulia, che mal sopporta chiunque le capiti a tiro, sostiene di non aver mai incontrato un giovane più buono di Marcello.

Ma Marcello, in realtà, prima ancora che buono, è un individuo che non può essere nulla rispetto a ciò che gli viene chiesto per far parte della società.

Verso i trent’anni Marcello comincerà a lavorare per il fascismo, e sarà allora che gli si presenterà un’occasione irrinunciabile per la sua carriera. Ma anche per la sua stessa vita. A lui è infatti affidata una missione, l’omicidio di un’antifascista che egli ha conosciuto tempo addietro: un vecchio professore che abbandonò l’Italia per dedicarsi all’antifascismo in Francia.

L’occasione è il viaggio di nozze a Parigi, durante il quale, Marcello avrà l’unico compito di segnalare il professore a chi dovrà poi svolgere il lavoro sporco. Un po’ riflette sull’azione da fare, persino si interroga se è giusto o meno sacrificare quel viaggio a un lavoro, ma mai si domanda se ciò che è chiamato a fare sia giusto o sbagliato. Perché l’unica cosa da fare, anche quella volta, è uniformarsi a quel sistema che nella condanna di chi pensa e agisce diversamente, si proclama il più giusto, l’unico da seguire. L’unico che si deve seguire. Per non essere considerati ai margini, per essere ritenuti normali.

Il delitto, allora, gli sembra il pretesto perfetto per vestirsi di quella normalità che va in cerca da tutta la vita. E per Marcello Clerici rappresenta anche un’altra occasione: quella di riscattarsi dall’omicidio che anni prima dovette compiere.

Ciò che Moravia autore sapeva fare meglio dei propri colleghi, forse, era infilarsi nella mente dei personaggi. Tutto ciò che accade, infatti, avviene realmente solo nella psicologia degli individui presentati.

I veri protagonisti non sono gli individui; piuttosto la paura, il dolore, la repressione delle libertà individuali; è il malessere derivato da un sentimento di non-appartenenza; sono l’ossessione, la follia, la messa in discussione degli ideali a cui è fatto appello di uniformarsi. Anche il fascismo diventa uniformazione, e questa è l’accusa maggior che Moravia gli rivolga: una colpa, prima dei morti e dei genocidi, di aver condannato un’umanità a pensar sempre allo stesso modo; a non interrogarsi mai; a eseguire gli ordini come l’unica possibilità per non passare dalla parte dei morti.

Forse, ciò che la critica non ha saputo apprezzare di questa storia è stato il fatto che Moravia abbia messo in scena la vita di un antieroe, senza tuttavia dichiararlo come tale, e lasciando invece il compito di giudicarlo al lettore. Sempre (e specialmente negli anni Quaranta-Cinquanta) la letteratura dovrebbe portare in scena modelli, esempi e riferimenti; ma l’intento di Moravia era rappresentare la società di allora, e attivare nel lettore una riflessione. Il suo desiderio non era tanto quello di raccontare la vita di un uomo che si sarebbe opposto alle ingiustizie (critica che sarebbe stata per certo più esplicita); ma piuttosto rappresentare le ingiustizie, senza la volontà di condannarle espressamente.

Per questo e per molte altre ragioni – che delego al testo la capacità di spiegarvi – l’opera di Moravia è stata ingiustamente definita fascista. E invece, proprio nel Conformista, più che di fascismo si parla di antifascismo. E prima ancora che di destra e sinistra, di estremisti e moderati, si parla di politica e di come questa, con prepotenza, occupi la vita di tutti gli individui. Sia nel giorno in cui il fascismo invade le vite private delle persone; ugualmente nel giorno in cui invece è sconfitto. È una critica anche al sistema, alle organizzazioni politiche che, sia che siano di sinistra oppure di destra, si servono della forza e della manipolazione per portare avanti i propri ideali – giusti o sbagliati che siano. Poiché sbagliata, è prima di tutto, l’impossibilità dell’essere umano di prendere una posizione che non sia dettata dall’una o dall’altra fazione.

Il conformista diviene l’unico modo per Moravia di denunciare un modo di esistere; e al contempo, per lo stesso Moravia individuo, diviene riscatto personale.

È tramite Il conformista che Moravia dà voce al silenzio che per anni è costretto a osservare. Quando al suo editore viene impedito di continuare a stampare Gli indifferenti; quando dovrà sostituire il proprio cognome, Pincherle, con quello di Moravia; e ancora, quando con Elsa Morante saranno costretti a nascondersi in Ciociara durante l’occupazione.

Mai, prima d’allora, Moravia si pronunciò in merito all’uccisione dei cugini antifascisti, Carlo e Nello Rosselli, figli della zia Amelia, poetessa e anticonformista da lui amata. Ma d’altronde, avrebbe forse potuto farlo prima, considerando la reputazione dell’autore presso l’istituzione fascista? Avrebbe potuto farlo prima e rinunciare all’attività di scrittore?

Il romanzo di Moravia a tutta prima è la storia di Marcello Clerici e della sua famiglia conformista. Eppure, dietro le deduzioni superficiali che se ne possono fare, l’intento è quello di denunciare un appiattimento e un’ingiustizia comune. Il rapporto che esiste (e al contempo è del tutto inesistente) tra l’uomo e la società a cui è chiamato a rispondere. Tuttavia, sul testo, Moravia non prende mai nessuna posizione: mette in scena i buoni e i cattivi, e affida il compito di effettuarne distinzione ai lettori. Sono i lettori, che davanti a una storia in cui i personaggi non hanno scelta, hanno la possibilità di scegliere, e prima di scegliere, di riflettere.

Moravia attacca più il risultato della politica, che la fazione particolare, di sinistra o quella di destra che sia; più l’appiattimento degli individui e dei modi di pensare, che il focus di quei pensare. La sua è una critica al potere, e verso la predisposizione dell’essere umano a commettere azioni che gli vengono dettate dall’alto, imposte come un dogma, interiorizzate senza neanche domandarsi se siano giuste o sbagliate: perché così gli è stato insegnato, e quello è l’unico modo in cui deve comportarsi. E questa neutralità di Moravia verso il fascismo – che in realtà è solo apparente – è ciò che più risulta scomodo ai critici e ai lettori moraviani, soprattutto quelli di allora.

Eppure Moravia, quella posizione ben lontana dalla neutralità, l’ha presa quando ha deciso di dare alle stampe Il conformista.

E allora, che Il conformista lo si legga come un invito a valorizzare la propria unicità; non tanto come un attacco verso un periodo storico che ha devastato l’Italia, ma come un invito ad abitare il mondo con consapevolezza. Un invito che oggi sarebbe sbagliato non definire attuale.
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