Il deserto dei Tartari, D. Buzzati
Il deserto dei Tartari, D. Buzzati

Il deserto dei Tartari, D. Buzzati

Il deserto dei Tartari di Dino Buzzati comparve per la prima volta in Italia nel 1940. Se fino ad allora Buzzati non godeva di grande considerazione, e si poteva affermare che né i critici né i lettori comprendessero la portata del suo messaggio, Il deserto dei Tartari riuscì a imporsi tra il pubblico di quegli anni.

Sempre c’era stato da parte di Buzzati il rifiuto di riconoscersi all’interno di una corrente o di un specifico gruppo letterario; rifiuto che costò caro a Buzzati, che dovrà aspettare – per così dire – di esser morto, affinché l’interesse della critica e dei lettori possa restituirgli il posto che gli spetta di diritto nella storia letteraria del Novecento italiano.

Buzzati nacque il 16 ottobre del 1906 a San Pellegrino, nei pressi di Belluno, presso una villa del Cinquecento di proprietà della famiglia.

Suo padre era un professore di Diritto internazionale all’Università di Pavia e alla Bocconi di Milano; la madre, invece, era l’ultima discendente di un’importante famiglia veneziana, quella dei Badoer Partecipazio. Buzzati, trascorse l’infanzia a Milano, frequentò il ginnasio Parini di Milano e sin dalla giovinezza mostrò uno spiccato interesse per quei temi e quelle passioni tanto care all’opera dello scrittore.

A partire dagli anni giovanili, Buzzati terrà un diario su cui avrà cura di annotare tutto ciò che gli capita; ma soprattutto un diario di impressioni e pensieri sul mondo circostante. Tra quei temi, certamente ci sono la montagna, il bosco e la poesia: infatti, durante l’estate del 1920 Buzzati cominciò le prime escursioni sulle Dolomiti.

Lettore appassionato di Dostoevskij, studioso di egittologia, in quello stesso anno Buzzati pubblicherà il suo primo testo letterario, La canzone alle montagne. Ma quell’anno sarà un anno di grandi novità, perché insieme alla nascita del Buzzati autore, avverrà la scomparsa del padre e a quel punto il giovane scrittore comincia ad aver paura di ammalarsi anche lui.

Svolse il servizio militare presso la Caserma Teulié di Milano, e venne assunto al Corriere della sera come addetto alla cronaca. Dagli anni Trenta cominciarono le collaborazioni con altri quotidiani, primo tra tutti Il popolo di Lombardia, dove contribuisce come illustratore e narratore di racconti brevi e teatrali.

Quando Buzzati terminò di scrivere Il deserto dei Tartari il 1939 era appena cominciato. Lo affidò ad Arturo Brambilla, nella speranza che egli potesse farlo leggere a Leo Longanesi, per la casa editrice Rizzoli.

In quello stesso anno, Buzzati partì per Addis Abeba, come cronista e inviato per il Corriere della Sera; per poi prendere parte alle battaglie di Capo Teulada e di Capo Matapan, seppur come testimone e non in prima linea.

Dopo anni di attesa, scrittura e testimonianze dirette, Buzzati si darà a lunghi viaggi in giro per il mondo: da Tokyo, a Gerusalemme, Washington, New York, Praga… Nel frattempo non smette di dipingere; le sue opere saranno addirittura esposte alla Galleria Lo Spazio di Roma e in quell’occasione gli sarà dedicato un volume critico, dal titolo «Buzzati pittore».

Il 28 gennaio 1972, proprio come uno dei più celebri protagonisti dei suoi libri – di cui non rivelo il nome al solo scopo di non rovinarvi il finale di nessun libro che ancora dobbiate recuperare! – Buzzati muore a Milano, mentre fuori «imperversa una bufera di vento e di neve».

Il deserto dei Tartari, il più celebre tra i romanzi di Buzzati (forse, insieme a Un amore) racconta la storia di Giovanni Drogo, un giovanissimo ufficiale di prima leva che dopo l’Accademia viene destinato alla famigerata Fortezza Bastiani.

In un luogo del tutto immaginario, dove la realtà e la fantasia si fondono insieme, Giovanni Drogo avrà da trascorrere il resto dei propri giorni. La Fortezza Bastiani è famigerata solamente ai soldati, poiché per il resto, sita tanto lontano dal centro abitato, è sconosciuta ai più. Ma su di lei si posa un velo di fascino ed esotismo, che la rende magnetica e al contempo incomprensibile.

Al suo arrivo, Giovanni Drogo è preoccupato: si trova davanti a una Fortezza che di fortezza ha ben poco, e sembra sorgere sul confine senza nessuno scopo. Ma in realtà uno scopo c’è. Ed è quello di fare da vedetta al confine, affinché il minaccioso arrivo dei Tartari possa essere bloccato per tempo, prima di un’invasione definitiva.

I Tartari, di cui tutti i soldati raccontano, sono un popolo non ben definito; un popolo che qualcuno potrebbe persino essersi inventato; ma lì alla Fortezza è necessario che i soldati proteggano i confini, perché è sul mito del loro arrivo che si costruisce tutto il romanzo. E ben oltre il romanzo, tutta la vita dei protagonisti che popolano le pagine del Deserto.

Il deserto dei Tartari si può definire un romanzo allegorico, perché riesce a innescare nel lettore riflessioni profonde che conducono verso approdi differenti – e talvolta opposti. È un romanzo sull’individuo, che lascia al lettore il compito di riconoscersi – dove egli crede.

La sua narrazione non è certo ritmata; perciò metterei sull’attenti coloro che non hanno a cuore le lente divagazioni, seppur fatte di periodi brevi e affascinanti feritoie narrative. Perché Il deserto dei Tartari è un romanzo dove poco si muove, e tutto ciò che accade, accade nella testa del lettore.

Il lettore è accompagnato verso riflessioni implicite alla narrazione, e così, alla fine di una lettura condivisa può capitare che due persone ne abbiano ricavato impressioni totalmente diverse. Se da un lato Il deserto è il libro pessimista di un uomo che trascorre tutta la propria vita nell’attesa di qualcosa che (forse) non arriverà mai, allo stesso modo è un libro sulla speranza, e quindi positivo.

La storia del tenente Giovanni Drogo, davanti all’immensità di quel chilometrico e desolato deserto che sorge davanti alla Fortezza Bastiani, appare nulla. Un puntino all’orizzonte, come quelle piccole macchioline nere che di tanto in tanto si affacciano in lontananza e che hanno il potere di rimpolpare le speranze dei soldati. Giovanni Drogo è un uomo solo, completamente solo: lontano dalla propria casa non solo è convinto che tutti e tutte si siano dimenticati di lui, ma è anche ciò che spera. Poiché alla Fortezza Bastiani il tempo si ferma, e non è più lineare.

Quello della Fortezza Bastiani è un tempo dilatato. Un tempo irreale, perché si compone di sogni e allucinazioni (peculiarità proprie del deserto). Dilatato perché, a mano a mano che gli anni passano, Drogo non riesce ad abbandonare quel luogo.

Alla Fortezza Bastiani, Drogo è legato da un molteplice sentimento: egli vorrebbe abbandonarla, ma anno dopo anno, si fa sempre più forte il desiderio di poter incontrare i Tartari. L’avviso di Buzzati potrebbe essere quello che la speranza, di fatto, è l’unica cosa che non ci abbandona; eppure, coloro che riescono ad arrivare fino alla fine del testo, direbbero invece che pare non esserci niente di peggio della speranza. Perché la speranza, che alimenta i giorni di Drogo, è la stessa che poi lo lascia disilluso, senza niente in mano.

Il deserto dei Tartari è anche (e soprattutto, direi!) una riflessione sulla fuga del tempo. Qual è l’importanza del tempo? E in che modo, l’uomo, può riuscire a sfruttarlo pienamente? Il tempo che passa inesorabile, e che permette di guardare alle cose con onestà solamente da una certa distanza; il tempo che inganna e mente all’uomo, a cui sembra di averne tanto e tanto ancora a disposizione, e invece non gliene rimane che pochissimo.

Il tempo che diviene fondamentale solamente nel momento in cui è speso in funzione di qualcosa. Nell’attesa estenuante dell’avverarsi di un desiderio; e che perde di consistenza se è speso senza alcuno scopo. E alla fine, ciò che Buzzati racconta altro non è che uno di quegli infiniti modi che l’uomo ha per ingannare l’esistenza. Poiché talvolta, sperare qualcosa non comporta che quel qualcosa si realizzi, e allora, l’unica importanza diviene l‘attesa, più che l’arrivo.

Il tormentarsi, l’avanzare incertamente, i dubbi e le preoccupazioni rendono la vita una vita degna; eppure, l’essere umano, non lo comprende, e deve morire, perdere tutto il tempo che aveva a disposizione, per afferrare l’importanza del tempo che ha perso, una volta per tutte.

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