Il surrealismo di André Breton
Il surrealismo di André Breton

Il surrealismo di André Breton

Quando si sente parlare di Surrealismo, le prime cose che vengono in mente sono senz’altro quadri pieni di colore. Raffigurano strani oggetti non ben identificati, oppure accostati in modi totalmente assurdi. Di certo non qualcosa che corrisponde alla realtà; ma nemmeno qualcosa che le si avvicini. Eppure, guardando un dipinto di Salvador Dalì o uno di René Magritte, non si può fare a meno di rimanerne affascinati. Di restare pieni di una grande emozione difficile da definire.

Allora perché, se il mondo che rappresentano appare così distante da quello che noi consideriamo come vero e reale? Cosa ci possono dire ancora oggi questi artisti, cosa li rende attuali?

Risulta molto chiaro se si va a indagare su ciò che dice André Breton (1896 – 1966) nei suoi due Manifesti del Surrealismo (1924) e in altri scritti. Innanzitutto va precisato che Breton viene considerato il fondatore del movimento. Per quanto usualmente non sia conosciuto questo aspetto, il Surrealismo nasce grazie a lui come un modo di operare in letteratura.

Breton inizialmente, iscritto alla facoltà di Medicina, rimane molto colpito da un periodo passato presso un centro di neuropsichiatria che accoglie i soldati di ritorno dal fronte con dei traumi e dei sintomi di malessere psichico. Decide dunque di affrontare il percorso per diventare medico psichiatra e viene a conoscenza delle idee e dalle teorie sulla mente di Sigmund Freud, noto a tutti come il fondatore della psicanalisi. Delle sue teorie, Breton parte per approfondirle e, con il suo apporto personale dovuto alla passione per la letteratura, le plasma a essere utilizzate da scrittori e artisti.

Breton crede fermamente che la poesia – e l’arte più in generale – debbano essere un mezzo per permettere all’uomo di liberarsi dalle catene della razionalità, della logica che lo trasformano in un essere represso e infelice; per rendergli possibile vivere secondo la sua immaginazione e i suoi impulsi; inseguendo qualsiasi cosa gli detti il suo inconscio senza alcuna censura.

Importantissime diventano la meraviglia, il senso di stupore, i sogni; quindi tutti gli accostamenti di immagini e parole apparentemente assurdi che derivano da essi.

Il senso di bellezza viene rivoluzionato: essa diventa convulsiva, capace di scuotere la mente. Belli sono i movimenti di chi è affetto da isteria e liberi sono coloro che vengono definiti pazzi e ricoverati nei manicomi, luoghi che andrebbero chiusi, secondo il parere di Breton. 

Il Surrealismo diviene un movimento artistico-letterario che diventa col passare del tempo anche un progetto di vita e di rivoluzione sociale. Che va oltre l’estetica e che ha come scopo principale rendere felici gli individui. Breton è convinto che sia fondamentale partire con la distruzione dei valori sociali attraverso qualsiasi mezzo, che sia dipingere un quadro, scrivere una poesia o anche esprimere pienamente e liberamente la propria sessualità, ma non si ferma qui.

A differenza dei dadaisti, che volevano essenzialmente eliminare ogni cosa appartenesse alla tradizione, Breton sa che alcuni aspetti del passato sono fondamentali e vanno conservati. Per esempio le esperienze letterarie dei simbolisti, ma anche quelle di Dante Alighieri o di William Shakespeare. Allo stesso tempo non si limita a ragionare sul passato; cerca anche di suggerire un modello di costruzione per il futuro, analizzando e criticando quelli che vengono proposti alla sua epoca, come il comunismo di Stalin o il nazismo di Hitler.

Breton, il padre del Surrealismo, sembra fare una sorta di predizione nella sua Lettera alle veggenti del 1925.

Parlando di guerra, afferma: «So che cosa mi riserva l’anno 1939». In effetti per lui, un po’ come per Friedrich Hegel, il futuro è qualcosa di assolutamente prevedibile. Non nel senso che egli sa chiaramente che cosa gli succederà, ma che, prevedendo e immaginando già tutte le possibilità, può dire di non rimanere sorpreso da nulla di ciò che gli accade.

Per questo motivo, il surrealismo di Breton propone di rivalutare la figura della veggente. Non è importante se la verità si incarica di verificare ciò che viene predetto o se invece si tratta di un errore. L’essenziale è che si apra la possibilità assoluta; che il pensiero possa lavorare per fare esperienza anche di ciò che di fatto non si verifica. In tal modo non c’è più distinzione tra ciò che si immagina che accada e ciò che effettivamente accade. Anzi, ciò che noi consideriamo come realtà oggettiva si svaluta perché limitata ai soli cinque sensi: è incapace di cogliere qualcosa al di là dell’apparenza. Non sempre ciò che vediamo è ciò che è, il nostro occhio può essere ingannato molto facilmente da una qualsiasi illusione.

Questo è il motivo per cui nel Surrealismo viene data molta rilevanza anche ai sogni.

Di fatto, per Breton, essi sono continui: è la nostra memoria a fare dei tagli e a farceli percepire come spezzettati e distinti o a farci persino dimenticare di averli fatti. Alcune cose nello stato di veglia a volte ci colpiscono, ci sembrano familiari anche se non sapremmo dire come mai ed è semplicemente perché ne abbiamo già fatto esperienza durante il sonno. Quindi, secondo Breton, così come è più credibile la realtà dell’immaginazione che quella oggettiva, quest’ultima ha meno valore di quella dei sogni. Questa “realtà altra”, più completa e ricca di spunti, viene definita surrealtà.

Come abbiamo detto, grazie all’immaginazione tutto è possibile. Lo stesso, ovviamente vale anche per i sogni, dove spesso non esistono le leggi e la morale, dove non ci sono opposti e dove i nostri desideri possono essere appagati.

E se l’immaginazione e le esperienze oniriche sono un tutt’uno con la realtà, perché non dovremmo vivere sempre senza regole? Soprattutto considerando che ci renderebbe felici.

Basta pensare un attimo alla natura della maggior parte delle nostre fantasie o a come ci sentiamo al risveglio dopo un bel sogno per capire che Breton non ha tutti i torti. Quando nel nostro pensiero ci immaginiamo delle situazioni o quando le sogniamo, quelle che vorremmo che si realizzassero sono quelle felici. Ma spesso subito dopo ci assalgono una serie di imperativi, con le relative motivazioni dovute alle leggi esterne, alla morale che siamo abituati a seguire.

Di conseguenza, ci priviamo della felicità, in un certo senso. Se invece cancellassimo quel non si può e mettessimo in atto ciò che il nostro inconscio ci suggerisce, secondo Breton, l’infelicità non sarebbe più presente nelle nostre vite.

Appare chiaro il perché la messa in atto di questa proposta non sia possibile. Come una totale libertà metterebbe a rischio la sopravvivenza del genere umano. Ciò non significa che, nelle piccole cose che non mettono in pericolo noi stessi e gli altri e che includono il rispetto reciproco, sia un suggerimento di vita interessante che potrebbe effettivamente migliorarne la qualità.

In ogni caso, ecco forse spiegato perché le opere degli artisti surrealisti ci affascinano così tanto.

Vediamo in esse un appagamento profondo, immagini che ci attraggono perché appartengono alla nostra dimensione più recondita, che non conosciamo perché non siamo abituati a indagarla e a lasciare che si espliciti. Ma che allo stesso tempo ci caratterizza. Perciò perdiamo il nostro occhio logico, razionale, lasciamo che la collana del tempo si spezzi e ci immergiamo completamente in una visione nuova e più aperta. Così, osservando un dipinto come La riproduzione vietata (1937) di Magritte, sappiamo che non è possibile che, riflettendosi nello specchio, una persona non veda il suo volto. Restiamo straniti, ma allo stesso tempo ci appare come familiare e affascinante.

Così, stando davanti al Telefono aragosta (1936) di Dalì, siamo coscienti del fatto che non può funzionare una cornetta fatta con un’aragosta di gesso. Ma allo stesso tempo siamo intensamente tentati di allungare una mano per alzarla.

Articolo a cura di Francesca Caspani