La canzone di Achille, M. Miller
La canzone di Achille, M. Miller

La canzone di Achille, M. Miller

«La stesura di questo romanzo è stata un’odissea lunga dieci anni» – inizia così i suoi ringraziamenti per La canzone di Achille

Madeline Miller, scrittrice statunitense è nata a Boston e studiosa nonché appassionata di classici. Insegnante di greco e latino per anni nei licei americani e docente di drammaturgia ed adattamento teatrale dei testi antichi a Yale. Ha 34 anni quando, nel 2012, riceve proprio per questo suo romanzo di esordio (la prima edizione originale risale al 2011, quella italiana al 2013), l’Orange Prize (attualmente noto come Women’s Prize for Fiction), premio letterario britannico che ammette solo concorrenti di sesso femminile.

Quando riceve il premio, Miller lo accoglie con enorme sorpresa e profonda gratitudine. La scrittrice ha un sorriso timido, un volto onesto; gli occhiali tipici della professoressa di latino e greco che molti di noi ricorderanno con timore e allo stesso tempo profonda stima. Per quell’occasione indossa un elegante vestito arancione prestatole da Ann Patchett (scrittrice statunitense insignita dello stesso premio nel 2002 per il suo quarto romanzo Bel Canto), come racconta in un’intervista realizzata da una delle co-fondatrici del suddetto premio, Kate Mosse (scrittrice e conduttrice televisiva inglese).

Sempre in questa circostanza, a proposito del romanzo che l’ha consacrata, Madeline Miller rivela:

Desideravo assolutamente che questo fosse il tipo di romanzo che la gente potesse leggere sia che conoscesse la storia sia il contrario. Sento ardentemente che queste siano storie che appartengono davvero a tutti: erano punti di riferimento e termini di paragone per tutto il mondo antico e non solo per determinati gruppi di persone. Io volevo onorare proprio questo.

È indubbio che Miller sia riuscita a rispolverare e rinnovare miti e leggende narrati principalmente attraverso i poemi epici dell’Iliade e dell’Odissea attribuiti a Omero; fino a rendere finalmente esplicita, tenera, romantica e burrascosa la relazione tra Achille e Patroclo.

Con uno stile romanzato, fitto di minuziose descrizioni che evocano immagini poetiche, Madeline Miller narra una storia senza tempo che si rivela essere straordinariamente toccante. La vicenda potrebbe essere nota: Achille, eroe e semidio, figlio della ninfa Teti e del mortale Peleo, re dei Mirmidoni di Ftia, combatte nella leggendaria guerra di Troia. Al suo fianco Patroclo che condivide con lui l’educazione alla vita guerriera, da sempre definito il suo dolce compagno, grazie al quale finisce per abbracciare il suo destino di aristos achaion, il migliore tra i greci.

Diversamente, ciò che accarezziamo fin dalle prime pagine, è una storia inattesa e al tempo stesso anelata. È Patroclo a essere la nostra guida, i nostri occhi, le nostre sensazioni; i sentimenti contrastanti, le parole che avremmo voluto dire, le domande che non abbiamo mai potuto formulare e le risposte che avremmo voluto ricevere.

L’io narrante è quindi lui, il Meneziade, figlio del re Menezio e di una donna debole di mente che Miller non cita mai probabilmente a causa delle diverse versioni esistenti sul vero nome di quest’ultima. 

Patroclo non è il principe a cui siamo abituati nei poemi epici: non è forte, valoroso, coraggioso, intraprendente. È, al contrario, minuto, esile, introverso, spaventato. Per questo motivo suo padre è sempre accigliato e non perde occasione per farlo sentire inadatto al contesto che dovrebbe appartenergli; e ancor di più al ruolo che vorrebbe affibbiargli. È importante sottolineare come di questo periodo della prima infanzia, il piccolo principe ricordi solo i pochi e delicati momenti con la madre. Per esempio, mentre fa rimbalzare per lei delle pietre sulla superficie del mare; e anche l’incontro determinante in occasione dei giochi con l’altro, Achille, il vero principe, colui che sa muoversi come un adulto e ridere beato, inconsapevole della propria forza e bellezza, come solo un fanciullo può.

Il linguaggio della Miller si fa cruento quando passa a descrivere l’omicidio commesso per errore (o forse no) dal piccolo Patroclo. Esso avviene ai danni di un ragazzo, figlio di un nobile ospite a palazzo, che gli causa l’esilio a Ftia e il disconoscimento da parte dell’odiato padre. 

La scena è descritta in poche ma efficaci righe ed è qui che avviene una forte identificazione del lettore nel personaggio. I pensieri e lo smarrimento del ragazzino ci accompagnano per molte pagine senza risultare mai monotoni. Piacevoli e intriganti, infatti, sono tutti quei momenti che la scrittrice ha saputo dipingere in maniera nitida, riuscendo a sospendere il ritmo crescente della narrazione per qualche minuto, tutti dedicati alla nascita di un nuovo amore. 

«Quei secondi, quei mezzi secondi, in cui i nostri sguardi si toccavano erano gli unici momenti della giornata in cui sentissi qualcosa» – confessa Patroclo; nonostante non riesca a fidarsi del bellissimo ragazzino dagli occhi verdi che è il suo opposto e la sua antitesi, ma non di certo suo nemico.

Assistiamo allo sviluppo di un rapporto che non potrebbe mai essere classificato come amicizia, neanche per un istante.

Fin dal primo contatto siamo smaniosi spettatori di un amore che vorremmo veder sbocciare prima possibile: la scossa che si avverte durante i loro dialoghi, il coinvolgimento, l’imbarazzo, il timore e poi l’abbandono; la distruzione di ogni barriera inibitoria e la conseguente costruzione della fiducia, la protezione cercata e ricevuta, la paura di perdersi, la gioia di ritrovarsi. La consapevolezza di non essere eterni ma desiderarlo più di ogni altra cosa.

Tutto questo senza sfiorarsi le labbra mai. 

Madeline Miller costruisce il tempo dell’attesa e del desiderio in maniera magistrale. Riesce a mantenere viva l’attenzione del lettore che difficilmente può distaccarsi dalle pagine e rinunciare a un momento in più, una notte ancora, un’alba nuova. Con queste sensazioni si giunge realmente pronti al momento desiato, quello in cui lontani dal mondo e da occhi indiscreti, dai diritti e doveri di figli, principi, eroi, immersi nella natura del monte Pelio e conquistati dalle nozioni impartite dal centauro Chirone, Patroclo e Achille si arrendono senza paura all’amore che li univa da sempre scoprendo che aspetto avesse il piacere l’uno sull’altro. 

Ancora una volta, La canzone di Achille riesce a rendere concreta e tangibile la dimensione umana e carnale di questi due meravigliosi personaggi, senza perdersi in spiegazioni inutili e ridondanti.

Il sentimento è maturo e non va rifuggito, ma scoperto, abbracciato e goduto.

È un momento di svolta nel romanzo in quanto, da qui in poi, l’uno veglierà sull’altro. Tutti i successivi accadimenti, infatti, metteranno a dura prova la serenità conquistata sul monte Pelio, sottratta in maniera brusca e destinata a non tornare mai più: il rientro di Achille e Patroclo a Ftia, il turbolento (e imprevisto) soggiorno a Sciro e la spedizione per la guerra di Troia. 

Se c’è, però, qualcosa che mi ha destabilizzato della scrittura di questi episodi è stato il costante ridimensionamento dei dettagli relativi ai momenti condivisi dai due. Come sottolineato e apprezzato in precedenza, la costruzione delle due figure e del loro amore è stata sicuramente lenta, piena e a tratti esaustiva, ma sarebbe stato bello vedere di più del dopo, intrufolarci in ciò che non era ancora stato romanzato così vividamente. Forse in quest’ambito si sarebbe potuto osare di più; dal momento che la storia era ben nota o comunque facilmente accessibile.

Potrebbe comunque trattarsi di una scelta stilistica dell’autrice. E a questo proposito, sembra chiara la scelta di puntare tutto sulla voce lirica della coppia, Patroclo; e non invece su quella epica, rappresentata da Achille.

Il migliore degli uomini sopraelevato rispetto al migliore dei Greci, il quale certamente conquista la gloria che gli era stata promessa; ma che perde dal punto di vista morale quando, spavaldo ed egocentrico, rifiuta ogni compromesso e acconsente al già traballante piano di Patroclo.

Patroclo è la pace, il compromesso, il tentativo di sfuggire a tutto quel cruento dolore, lo spirito. Achille è la guerra, l’orgoglio, la conquista, la morte e la carne. È come se l’aurea figura del semidio fosse stata adombrata per far, invece, risplendere quella dell’umano odiato dalla ninfa Teti, che avrebbe insozzato l’onore del figlio solo standogli accanto. Il fil rouge annodato ai due personaggi che prima li unisce, poi li divide e infine li riunisce ancora, vale da sola la lettura del romanzo in quanto riesce a sviscerare l’amore e la violenza, dentro e fuori, senza annoiare mai.

Madeline Miller riuscirebbe a far appassionare anche i lettori non abituati ai classici, quelli intimoriti dai nomi altisonanti. Ci fa dono di una storia in cui immergersi ancora e ancora da cui è possibile imparare sempre qualcosa.

Esistono pochi romanzi che permettono di trovare in ogni pagina qualcosa adattabile al nostro vivere comune. Ma ancor più importante è che esistono pochi romanzi attuali che trattano di storie risalenti al IX secolo a.C. capaci di farlo. Una lettura che, a discapito di ogni reticenza, può e deve ancora emozionare e sorprendere con colpi di scena fino all’ultima pagina. Il sapore di questo libro? Esattamente quello delle lacrime che raggiungono le labbra curvate in un sorriso che riscalda il cuore.

Articolo a cura di Mariana Palladino