• Aldostefano Marino

La disubbidienza, Alberto Moravia

Aggiornamento: 22 dic 2021

È il 1948 quando esce La disubbidienza di Alberto Moravia, sulla scia del trionfo della Romana – opera che ha saputo rimettere luce sulle pubblicazioni dello scrittore, con un successo pari a quello che ebbero Gli Indifferenti.


La disubbidienza è un librino di appena centocinquanta pagine che affronta un tema molto caro allo scrittore: il passaggio dall'età infantile a quella adulta. Tema che già Moravia aveva affrontato direttamente grazie ad Agostino, il giovane protagonista che durante una vacanza estiva scopre il potere del sesso e la dimensione umana della propria madre.


Stavolta, il protagonista è Luca, sedici anni, figlio di una famiglia borghese e delle disillusioni dei suoi tempi. Un bambino che ben presto si trova a dover affrontare la realtà.


I suoi genitori, come la madre di Agostino, infatti, non sono perfetti né del tutto innocenti. Nel momento in cui Luca si trova a dover fare i conti con questa terribile realtà, le cose e le persone perdono ai suoi occhi la consistenza e lo spessore che fino ad allora avevano.

C'era stata un'età in cui aveva provato per i genitori un senso di riverenza quasi religiosa, parendogli che essi fossero perfetti e traessero da questa perfezione un'autorità amabile e indiscutibile. Moravia A., La disubbidienza, Bompiani, Milano 2018 (p. 62)

L'episodio scatenante che mette in moto la narrazione è la scoperta che Luca compie rispetto all'innocenza dei propri genitori.


Una sera, difatti, Luca scopre che sopra l'inginocchiatoio della camera dei suoi genitori – nel luogo in cui da anni ripone le proprie speranze e preghiere – è custodita una cassaforte che straborda di titoli e denari. Com'è possibile, si domanda, che proprio in luogo della sacralità l'indirizzo delle proprie preghiere siano le ricchezze? Perché per tanti anni lo hanno costretto a pregare «inginocchiato davanti il vostro denaro?».

La sola cosa di cui fosse sicuro era che, adesso, di questa perfezione della venerazione che le aveva votato, più nulla restava. Come il sole che non si può guardare in faccia e che è tutta luce e nient'altro che luce e di cui non si potrebbero definire i contorni, allo stesso modo c'era stato un tempo in cui egli aveva ignorato che volto avessero i genitori. Li guardava ma non li distingueva, non scorgendo che la luce di quella bontà accecante e benefica. Ma oggi [...] egli ne vedeva le facce e dentro le facce i tratti più fini e più scuoranti. Moravia A., La disubbidienza, Bompiani, Milano 2018 (p. 63)

È questo il punto di partenza per un'insofferenza diffusa che porta Luca a rimettere in discussione qualsiasi verità. Un'insofferenza che lo conduce verso l'unico modo che egli possiede per ribellarsi alle bugie in cui è cresciuto: la disubbidienza.


Un senso di estraneità che è molto comune alla maggior parte dei protagonisti moraviani, giovani o grandi che siano: dai personaggi degli Indifferenti, passando per Dino, il pittore annoiato della Noia. Proprio dietro i temi, a mio avviso, si nasconde la potenza delle narrazioni di Moravia; sono la cornice sfumata e le ambientazioni dei suoi romanzi gli elementi cardine attorno a cui Moravia tesse le proprie critiche nei confronti della società a lui contemporanea. Nel farlo, tuttavia, Moravia riesce a non lasciarsi mai andare a giudizi personali; è ai lettori e alle lettrici che viene affidato il compito di saper elaborare la sua critica velata.

La parola disubbidire gli piacque perché gli era familiare: durante tutta l'infanzia e buona parte della puerizia egli aveva udito dire da sua madre che doveva ubbidire, che era disubbidiente, che se non ubbidiva ella l'avrebbe punito e altre frasi simili. Forse, riprendendo a disubbidire su un piano più logico e più alto, egli non faceva che ritrovare un atteggiamento nativo e perduto. Moravia A., La disubbidienza, Bompiani, Milano 2018 (p. 61)

Poiché il fulcro della Disubbidienza è sì il passaggio dall'età dolce a quella matura e il senso di straniamento dell'individuo contemporaneo, ma più di tutto, centrale è la trappola in cui l'essere umano si trova imbrogliato a metà Novecento – che, dopo le promesse infrante, si ritrova a dover fare i conti con una nuova società capitalistica fondata sul denaro.


La società narrata da Moravia è falsa, costruita su precetti errati e falsi miti.


Se nei libri di Moravia sono frequenti l'accusa e la critica nei confronti del capitalismo e dell'uomo moderno, nella Disubbidienza l'analisi del senso di estreneità che ne deriva è accuratissima e tagliente.

Luca pensò che il mondo, nelle persone della madre, del padre, dei professori, dei compagni, lo voleva buon figlio, buono scolaro, buon amico, buon ragazzo; ma lui non amava il mondo né queste parti che gli si volevano imporre e doveva disubbidire. Però non con le violenze oscure e le rabbie sterili del corpo stremato, come in passato, ma seguendo un ordine, con calma e distacco, come applicando le regole di un gioco. Moravia A., La disubbidienza, Bompiani, Milano 2018 (p. 61)

Tutti e tutte siamo stati Luca almeno una volta nel corso della nostra vita.


Quante volte da bambini ci è capitato di sentirci ingannati e ingannate? Quante volte abbiamo dovuto fare i conti con la realtà dei fatti? Forse, all'interno di questo processo di crescita e consapevolezza, nessuno è colpevole. Arriva un momento in cui ci si rende conto che il mondo, alimentato dai soldi e dai titoli, è un posto felice da abitare alla sola condizione del possesso del denaro.


Per questo, per quanto scritto e concepito per raccontare un'epoca ormai trascorsa, La disubbidienza si rivela un romanzo la cui potenza è insita nella propria attualità. Poiché, tuttora, le leggi che governano il mondo sono la ricchezza, il potere, e il riconoscimento dell'individuo presso la società che abita. Una società dove i valori genuini sono ormai andati smarriti.


Gli odiosi personaggi moraviani


Ad analizzare l'intero corpus di opere moraviane, pochissimi sono i personaggi amabili che ne emergono. Anche questa è certamente una cifra stilistica dell'autore, da cui ne risulta lo sviluppo di una critica integerrima che Moravia imbastisce in maniera indiretta ma acuminata.


Il sesso come evento rivelatore


Nei romanzi di formazione composti da Moravia, il sesso rappresenta sempre un punto d'arrivo e al contempo di partenza. Nel sesso, i giovani protagonisti individuano la via della salvezza. Eppure, nelle società sbagliate di Moravia, anche il sesso e l'unione dei corpi sono sempre affidati a una narrazione piuttosto fasulla.

Tramite il sesso, il fanciullo perde la propria infanzia in via definitiva; ma quest'evento gli viene comunque presentato attraverso l'inganno. Spesso attratti tramite seduzioni precoci e violente, sia Agostino che Luca nel sesso scoprono la propria maturità, e affrontano la perdita dell'innocenza. Una falsa innocenza che non riguarda più solo i loro genitori, ma persino loro stessi, in balia di un mondo che pensavano di conoscere ma di cui non ne conoscono che l'equilibrio precario delle apparenze della realtà che li circonda.


Disubbidire diventa dunque l'unica via di scampo per sentirsi capaci di prendere decisioni in un mondo dove l'individualità è persa a favore di un individualismo spietato.


La disubbidienza è la chiave che viene donata a Luca per potersi ribellare a un mondo che credeva totalmente diverso. L'unico suo potere per sentirsi realmente parte di una società totalmente fondata sul denaro. Sono i soldi, le ricchezze, i consumi e le mode a costruire il rispetto dell'individuo: senza questi fattori, nessuno può considerarsi integrato nella comunità che abita.


Solo aderendo ai precetti consumistici, l'uomo e la donna possono sentirsi parte integrante del mondo: tuttavia, perché questo avvenga, essi devono rinunciare alle proprie volontà, e conformarsi alla realtà effettiva delle cose.


Nella Disubbidienza, il passaggio all'età adulta è raffigurato attraverso la malattia.


Per Moravia, la malattia diviene il pretesto per montare ad hoc una metafora che rappresenti l'evoluzione e la maturazione dell'individuo. D'altro canto, l'autore ben conosceva gli effetti della travagliata trasformazione, da lui per primo vissuti come una reale degenza presso il sanatorio dei Codeville dove trascorse allettato gran parte della propria adolescenza.


Ammalatosi di coxite, infatti, Alberto Moravia trascorse in sanatorio diversi anni, durante i quali fu costretto a scendere a patti con la realtà e a realizzare la propria estraneità dal mondo. Alla fine di quella degenza, Moravia porterà sempre con sé il dolore e i risultati di quella brutta malattia, ma consapevolmente saprà mettere in atto ciò che ha scoperto, dando alle stampe il suo giovanissimo esordio: Gli indifferenti.


Sempre più attenta e scrupolosa diventerà l'analisi di Moravia della disubbidienza, come l'origine di una trasformazione che avviene nell'uomo. Disubbidienza che, nel 1951, troveremo anche nell'immaturo protagonista del Conformista – che per sentirsi uguale ai propri simili, rifiuta la propria essenza e l'innata crudeltà – come un male che è inseparabile dall'essere umano.


Così, il pessimismo moraviano diventa ancora una volta il punto di partenza per una riflessione che il lettore compie su se stesso.


Alla fine della lettura, l'effetto immancabile è che il lettore si trovi smarrito; perso nelle proprie ipotesi e convinzioni e in balia dei propri pensieri. Davvero Moravia, voleva dirci quello che ci sembra di aver capito?


Voleva sbatterci in faccia la realtà, seppure per vie traverse? Oppure voleva tranquillizzarci? Raccontarci che effettivamente, ciò che ci capita spesso di provare, è un sentimento comune a tutti e tutte e a cui non potremo mai sottrarci?