La prima domanda che mi pongo come lettore, appena chiudo un libro, è che cosa quel testo abbia saputo darmi. Capita di leggere libri dall’intreccio complesso, che si fanno apprezzare per la costruzione della storia, e per il modo in cui è disposta la narrazione dei fatti; altre volte, di un libro se ne apprezza il messaggio; altre le capacità di scrittura dell’autore; e ancora il contesto storico che un’opera intende analizzare. Ci sono tanti aspetti su cui mi soffermo a ogni lettura; evidenze più o meno appariscenti che racchiudono in sé la ragione del mio giudizio. Ma alla fine, ciò che mi spinge a ritenere se un libro mi sia piaciuto o meno, è ciò che di esso mi rimane impresso, quello che mi ha insegnato, la prospettiva da cui riosservare il mondo.

Personalmente, potrei riconoscere subito, quindi, che la Nausea di Jean-Paul Sartre (1905-1980) manchi quasi del tutto della maggior parte degli elementi che di solito mi permettono di apprezzare fino in fondo un’opera.

La storia della Nausea è pressoché inesistente. Altro non è che la cronaca fedele dell’avanzare rapido verso la fine di giorni tutti uguali.

Dopo un lunghissimo viaggio, Antoine Roquentin raggiunge la cittadina di Bouville – una località inesistente dove è possibile riconoscere alcuni punti di contatto con Le Havre, dove Sartre visse e insegnò. A Bouville trova alloggio in un albergo vicino alla stazione, dove si ritira per dedicarsi alla scrittura di una tesi di storia su un avventuriero del Settecento. Si tratta del marchese Rollebon, un personaggio mai esistito realmente, ma a cui Sartre dedica molte pagine e pensieri.

Oltre la scrittura, a Bouville, Roquentin è solito frequentare la Biblioteca municipale, posto designato all’incontro di un altro personaggio della Nausea, l’Autodidatta. È una figura particolare: un umanista che si istruisce consultando i libri della biblioteca, dal primo finché non arriverà all’ultimo, secondo l’ordine alfabetico, ma in un accostamento di titoli e autori del tutto casuale. Affascinato dalla vasta cultura di cui Roquentin ha fatto esperienza nei propri viaggi, l’Autodidatta è come se pendesse dalle sue labbra.

Alla sera, invece, Roquentin si reca macchinalmente in un bistrot, Il ritrovo dei ferrovieri, dove il piacere si esprime in relazioni esclusivamente corporee con la proprietaria; e in cui a Roquentin è possibile ascoltare l’unica musica che riesce ad apprezzare: Some of These Days.

Infine c’è Anny, l’unico affetto che viene in mente a Roquentin se si mette a pensare in quella stanza d’albergo; l’unica persona di cui abbia avuto nostalgia. La loro relazione si è conclusa quattro anni prima, e da allora, Anny è scomparsa, alla ricerca spasmodica del di lei «momento perfetto». È per questo che tra loro è finita. Anny pretendeva che ogni momento vissuto con Roquentin fosse perfetto, ma entrambi non conoscono la perfezione, e la ricerca ossessiva si conclude con l’allontanamento.

La Nausea è un libro popolato da personaggi senza nome, lontani da ogni tipo di caratterizzazione, ma descritti nelle loro apparenze, e tramite i giudizi a cui danno vita.

Folle di persone scorrono davanti alla finestra di Antoine Roquentin. Persone senza personalità; senza spessore, ma la cui esistenza vacua è percepita attraverso i pensieri dello scrittore – che coincide con l’io narrante della storia. Poiché La Nausea, prima di tutto, è un diario in prima persona sull’esistenza, e in modo particolare sull’inconsistenza dell’esistenza. Sull’inconsistenza della storia dei luoghi inesistenti che vengono narrati; sull’inconsistenza degli oggetti che abitano il mondo; e degli esseri umani che, come oggetti, non fanno altro che vivere le proprie giornate senza alcun senso. E la nausea è dunque l’unico sentimento che può provare l’uomo (l’essere umano) quando si sente solo davanti a tutto; irreale davanti alla soggettività delle cose – che a loro volta non sono mai oggettive, non si danno mai del tutto. Incompreso e a sua volta incapace di comprendere.

La società della Nausea è fatta di persone prevedibili, per cui è possibile immaginare come si comporteranno, come agiranno; come il passante sotto la finestra di Roquentin compierà il gesto che lo studioso si aspetta. È un turbine di pensieri, quello di Antoine Roquentin, un flusso di coscienza, all’interno del quale ciò che ci appare come reale, disadorno dei propri orpelli, perde di consistenza e si tramuta in qualcosa d’altro. Ma alla fine niente è dato una volta per tutte; e anche i colori, le forme, non appaiono mai nella pienezza del loro essere, perché l’essenziale non è visibile ma si può solo reinterpretare, collocarlo all’interno di un contesto che ne plasma il significato.

Immagino che volterà a destra per il viale Noir. Per questo dovrà percorrere un centinaio di metri, con la sua andatura ci metterà almeno dieci minuti, dieci minuti durante i quali io resterò così, a guardarla, la fronte incollata contro il vetro. Si fermerà venti volte, ripartirà, si rifermerà…

j.p. sartre, la noia, p. 48, einaudi, torino 2014

Quei lunghi giorni trascorsi a Bouville, quello sguardo al presente e alle circostanze, sono ciò che generano il diario di Antoine Roquentin.

Le giornate di Roquentin sono le une simili alle altre; ma sono i suoi pensieri a dar forma a quei giorni. Per Sartre nulla accade per davvero, e ciò che accade in realtà si trasforma coi nostri pensieri. È così che Roquentin si accorge di non aver vissuto appieno: è inutile l’amore che l’Autodidatta prova per i suoi racconti di viaggio; «quando si vive non accade nulla», ma è quando la si racconta, la vita, che tutto cambia e assume risonanza. Ma prima che avvenga il racconto, quei fatti altro non sono che la somma di giorni tutti uguali, inutili, dove l’Avventura manca del tutto.

Gli uomini vivono tutti allo stesso modo, ambiscono alle stesse cose, si affrettano per l’intera settimana e la domenica fingono di riposarsi; e persino nel riposo si assomigliano tutti. Forse è anche per questo, che Rollebon non è un personaggio esistito: perché la sua essenza la si scopre solo nel racconto di Sartre, e non nella pretesa della sua esistenza.

In queste esistenze osservate al di là dei vetri, l’unica cosa che cambia è la città, le cui linee originarie sono smarrite sotto la forza di una nuova politica. Davanti a questo cambiamento, a questo continuo evolversi del mondo senza che mai l’uomo possa afferrare il suo vero senso, l’individuo fallisce nel tentativo di cercarlo, perché l’esistenza delle cose è del tutto arbitraria e prospettica.

Eppure, l’uomo, per Sartre, è condannato a percepire l’inconsistenza e l’indecifrabilità di quel mondo, ed è costretto perennemente a un senso di nausea.

Un mondo ragionato attraverso le funzioni che rivestono gli oggetti che lo occupano. E perciò, una radice, che potrebbe essere qualsiasi altra cosa, e di qualunque colore – nonostante a noi appaia in un certo modo – mentre pare affermare la propria oggettività, in realtà nasconde la sua vera essenza.

Il mondo delle spiegazioni e delle ragioni non è quello dell’esistenza. Un cerchio non è assurdo, si spiega benissimo con la rotazione di un segmento attorno ad una delle sue estremità. Ma pure il cerchio non esiste. Quella radice, al contrario, esisteva, e in modo che io non potevo spiegarla. Nodosa, inerte, senza nome, essa mi affascina, mi riempiva gli occhi, mi riportava continuamente alla sua propria esistenza. Avevo un bel ripetermi «È una radice» – non attaccava più. Capivo bene che non si poteva passare dalla sua funzione di radice, di pompa aspirante, a questo, a questa pelle dura e compatta di foca, a quell’aspetto oleoso, calloso, caparbio. La funzione non spiegava niente: permetteva di comprendere all’ingrosso che cos’era una radice, ma per nulla affatto la radice stessa.

J.P. SARTRE, LA NOIA, p. 175, EINAUDI, TORINO 2014

La Nausea, dunque, diviene anch’esso metafora di quel filosofema che Sartre intende comunicare.

La storia si erge quindi a rappresentare la vera essenza del libro: essa non è del tutto comprensibile, come la vita, come le persone, come ciò in cui l’uomo si perde nei suoi giorni tutti uguali. Affascina dunque trovarsi davanti a un’opera che tramite la propria esistenza cerca di esprimere il suo contenuto. L’opera, tramite il suo essere a tratti incomprensibile, e il lento proseguire fino alla fine, si fa emblema di quell’inconsistenza e dell’irrealtà della realtà di cui l’uomo è vittima, e da cui egli, non può che uscire sconfitto. Perché in fondo, l’uomo nasce per casualità, e senza nessun motivo, e sempre per casualità, egli muore – o per dirla come Sartre amerebbe fare, crepa.

Definita come l’opera più libera di Sartre, La nausea è più vicina al saggistica che alla narrativa. Perché liberi sono anche i pensieri di Sartre, e del suo personaggio Roquentin, che si rivolgono a destra e a sinistra, solo guidati dal caso, da una coincidenza. Libertà che invece è proibita agli uomini nella loro esistenza, costretti alla perdita di senso, obbligati a scegliere tra le vane possibilità d’interpretazione che la realtà reca con sé.