Il 24 novembre del 1960, La noia viene lanciato sul mercato editoriale italiano. L’autore è uno scrittore già noto al pubblico del tempo, soprattutto grazie al successo degli Indifferenti. Proprio in quella direzione verso cui muoveva il libro d’esordio di Moravia, La noia si inserisce all’interno di una trilogia che si concluderà con La vita interiore.

Solamente un mese dopo, La noia è già alla quarta ristampa, e porta a Moravia la vittoria del Premio Viareggio. La motivazione, prima tra le molte, è che La noia reca seco un principio di rottura con la stagione letteraria precedente, il cosiddetto neorealismo. Una corrente che Moravia ha esplorato a lungo prima di abbandonare, con i Racconti (1954), e specialmente con La Ciociara (1957) – divenuto poi un film di successo, grazie all’interpretazione da Oscar di Sophia Loren.

Composto di nove capitoli, La noia è presentato da Moravia come «romanzo d’amore».

A tutti gli effetti, La noia racconta la storia di un amore, utilizzandolo però come pretesto per affrontare il tema centrale dell’opera. Si direbbe infatti che, a un primo sguardo, la storia è molto semplice e potrebbe essere riassunta in pochi passaggi.

L’astrattista Dino appartiene a una famiglia nobile romana, di cui ormai non è rimasta che la madre che abita una sontuosa villa sulla via Appia romana. Dopo esser cresciuto come un giovane che mai avrebbe dovuto approcciarsi al lavoro, è grazie a sua madre che la famiglia è diventata ricca. Come Dino, anche suo padre, per tutto il tempo in cui è stato in vita non ha fatto altro che viaggiare per il mondo, tornando a casa giusto il tempo di riempirsi le tasche con i soldi amministrati dalla moglie.

Ma di quel mondo luccicante, di feste e banchetti, di conoscenze importanti e nomi altolocati, Dino soffre, al punto che decide di abbandonare la confortante villa materna, per trasferirsi in uno studietto di via Margutta, dove può dipingere in santa pace.

Ma neanche la pittura pare sottrarlo a quel sentimento opprimente di noia che vive – lui, come tutte i protagonisti degli anni Sessanta e del neocapitalismo. È come se ogni cosa appaia a Dino come sorda e muta allo stesso tempo: egli non è in grado di afferrare l’oggettività e la realtà in cui vive, tenta di decifrarla, ma fallisce: e perciò si rinchiude nella propria alienazione, bloccato dall’impossibilità di comunicare con il reale.

Alla morte del pittore che lavora nello studio accanto al suo, Dino conosce Cecilia, una diciassettenne amante del vicino defunto.

Due personaggi incapaci non solo di comunicare, ma anche di amare. Un’impotenza che riduce i due protagonisti del racconto, Dino e Cecilia, a meri oggetti inanimati. Due amanti alla ricerca di vuoti personali: la prima, Cecilia, una giovane adolescente di famiglia povera, incapace di frequentare un uomo per volta; il secondo, Dino, che tenta in tutti le vie di ammazzare quel sentimento di noia che prova – che non è la negazione del divertimento, ma l’incapacità di individuare nella realtà dei riferimenti, delle cose che abbiano un qualunque senso.

Per Dino, tutto è privo di senso. A cominciare dalla società in cui sua madre riesce a muoversi con disinvoltura; continuando con la sua stessa pittura, che gli impedisce, nella sua evoluzione astratta, di comprendere i contorni del mondo. Ma priva di senso gli appare anche quella relazione con la minorenne Cecilia, poiché anche lei nel suo essere misteriosa ed enigmatica è amata, ma non appena tenta di spiegarsi – e si spoglia agli occhi di Dino – diviene chiara l’impossibilità dell’uomo di comprenderla, e di afferrarla una volta per tutte. E si direbbe proprio che, se Dino fosse in grado di comprendere Cecilia, il loro amore non avrebbe più lo stesso interesse agli occhi del pittore.

Nella Noia non esiste più alcuna realtà oggettiva poiché i cardini dell’indagine attraverso cui studiarla, crollano vergognosamente.

Anziché il progresso e l’evoluzione umana, all’origine della nascita e della scomparsa di ogni civiltà compare un sentimento nuovo: la noia. Tale programma viene nascosto saggiamente tra i sogni infantili di Dino, ma rappresenta poi il centro del romanzo.

La noia che altro non è che il risultato di un’alienazione, come Moravia avrà da dichiarare in una propria intervista comparsa qualche giorno prima dell’uscita. La noia che diviene il simbolo della negazione di una realtà oggettiva, e che nella sua complessità, passa in breve tempo dall’esser considerato un romanzo d’amore, alla definizione più specifica di romanzo saggistico.

Un romanzo che intende riflettere sull’intera società; che prenda Dino non tanto come protagonista di una storia, o come simbolo della società di quegli anni. Persino il suo raccontarsi diviene del tutto arbitrario, poiché il narratore è Dino. E a tale scopo, anche l’io narrante, per Moravia diviene un modo ancor più manifesto di negare una pretesa di oggettività. Un io letterario che oscilla «tra la conoscenza completa che è noia e irrealtà e la conoscenza imperfetta che è invece, mistero e realtà».

Ma è proprio quella realtà che l’uomo contemporaneo non potrà mai comprendere appieno. Poiché nello stesso momento in cui conosciamo una cosa, essa cessa di esistere.

Anche nella Noia sono messi in scena personaggi antipatici e affatto digeribili.

Soprattutto Dino e Cecilia sono protagonisti tormentati, che non si affezionano a nessuno, che mentono, e per cui non si riesce nemmeno a provare un po’ di compassione. Ma non distanti da loro appare anche la madre insopportabile di Dino, la vedova del pittore Balestrieri, il padre afono di Cecilia, e sua madre – che sembra sapere molto più di quanto il lettore spera.

Ritornano dunque gli stessi odiati personaggi degli Indifferenti, il lusso sfrenato, l’incapacità dell’uomo di pensare al di là dei propri tornaconti. Ritorna una narrazione serrata, fatta di parole auliche e schiette che hanno il coraggio di affermarsi. Ritornano i luoghi pieni di rimandi di Moravia, e compare una Roma inedita, differente rispetto a quella della Ciociara.

Una Roma che si è fatta metropoli, che è divenuta luogo di ricchezze e convegni festosi; una Roma che altro non è che un perfetto scenario, in cui poter ambientare la vita di un uomo qualunque che voglia ergersi a simbolo della perdizione e smarrimento di un’intera società.