La regina degli scacchi, S. Frank
La regina degli scacchi, S. Frank

La regina degli scacchi, S. Frank

Siamo verso la fine degli anni ’50, La regina degli scacchiBeth Harmon, lasciata in un orfanotrofio inizia a giocare a scacchi nello scantinato della struttura. Qui scopre di avere un talento che la porterà, per il resto della serie TV, ad affrontare non solo gli avversari con il primato mondiale, ma anche i suoi stessi mostri interiori.

Anya Taylor-Joy, è così che si chiama l’attrice che sta facendo impazzire il pubblico di Netflix, protagonista in La regina degli scacchi serie in testa alla Top 10. Possiamo definirla la nuova stella emergente di Hollywood, attraverso uno sguardo magnetico è riuscita a far crescere in pochissimo tempo gli occhi puntati su di lei. Cosa si nasconde dietro il suo personaggio? Qual è il significato profondo degli scacchi per lei?

Il significato degli scacchi per la regina Beth Harmon

Fu la scacchiera a colpirmi. Esiste tutto un mondo in quelle 64 case. Mi sento sicura lì, posso controllarlo, posso dominarlo ed è prevedibile. So che se mi faccio male è solo colpa mia.

È una delle frasi della campionessa della serie. Gli scacchi avevano un significato più profondo per lei, che aveva già perso tutto. Quando tocchi il nulla hai bisogno del controllo: tutte le cose che non riesci a controllare possono riportarti all’idea del dolore precedente, del passato; allora scegli di eliminarle direttamente dalla tua vita, per non farti male. Gli scacchi erano diversi per lei: erano un universo finito, chiuso, come i tasti del pianoforte nel romanzo Novecento di Alessandro Baricco. Attraverso lo studio delle azioni si sentiva sicura di poter contrattaccare l’avversario, la consapevolezza di scegliere da sola, mossa per mossa, la faceva sentire attaccata a se stessa, alle sue scelte, è questo ciò che importava.

La sociologia spiega i traumi della protagonista

Quando sei piccolo c’è sempre chi decide per te, e sai che non hai la capacità di reagire a ciò. Beth, infatti, come gli altri bambini dell’orfanotrofio, non aveva deciso per sé: era stata abbandonata lì. E lei questo non aveva potuto controllarlo. Le cose durante l’infanzia non erano andate come voleva. Era un burattino in mano agli adulti e, crescendo, ha sviluppato traumi interiori che nel tempo l’hanno portata a rifugiarsi attraverso la scacchiera nel suo universo finito, sicuro: quello diviso tra il bianco e il nero, tra la vincita e la perdita, tra i conteggi matematici e le strategie razionali.

È una realtà manovrabile nella quale lei, e solo lei, diventa protagonista indiscussa padrona delle sue mosse. Ogni scelta, durante i tornei, viene appuntata su dei taccuini: il regista ha posto un grande focus sulla scrittura delle mosse. È importante negli scacchi annotare a ogni turno tutti gli spostamenti che avvengono sulla scacchiera proprio perché ogni posizione ha un determinato significato, un’importanza per la strategia finale, e al tempo stesso ogni pedina è un significante legato ad un significato. Un ecosistema completo.

La semiotica spiega i sistemi chiusi di significato

Oggetti, immagini, comportamenti possono, in effetti, significare, e significano ampiamente, ma mai in modo autonomo; ogni sistema semiologico ha a che fare con il linguaggio.

Barthes R., Elementi di semiologia, Einaudi, Torino 2002

In poche parole ogni segno è portatore di un significato, e per essere acquisito deve avere un riferimento nel linguaggio: nel mondo degli scacchi esiste un sistema autonomo, appunto, che ha significato in quel determinato contesto.

Attraverso la cultura che si è creata attorno al gioco, si è anche creato un vero e proprio ecosistema di senso che non è mutevole come le esperienze della vita reale: è immobile, e infinito al tempo stesso, ma solo internamente a se stesso. Le mosse di gioco possono apparire infinite, ma avrebbero senso solo in quel contesto: una pedina può essere un cavallo o una regina, superando il vero significato che noi attribuiamo alla parola cavallo o regina nel mondo reale.

Il significato della serie nel libro di Calvino

Il concetto chiave si riscontra nel libro Le città invisibili di Italo Calvino:

Kublai Kan era un attento giocatore di scacchi (…). Pensò: «se ogni città è come una partita a scacchi, il giorno in cui arriverò a conoscere le regole possiederò finalmente il mio impero, anche se mai riuscirò a conoscere tutte le città che contiene […]»

Calvino I., Le città invisibili, Mondadori, Milano 2005

È proprio qui che torna il pensiero: se la realtà si potesse racchiudere negli scacchi sarebbe facile creare il proprio impero, perché il totale controllo delle mosse lo renderebbe un sistema chiuso e quindi conquistabile (a differenza della poliedrica realtà che si vive ogni giorno).  Al tempo stesso Calvino fa parlare il suo personaggio spiegando: «anche se mai riuscirò a conoscere tutte le città che contiene […]». Proprio perché nonostante sia un sistema chiuso, il binomio vincita-perdita è diviso tra un’infinità di mosse che racchiudono il senso stesso del gioco: l’avere la consapevolezza ad ogni partita di poter appunto vincere, o perdere.

Marco Polo, uno dei due personaggi del libro, non conoscendo la lingua dell’imperatore, «non poteva esprimersi altrimenti che con gesti […], o con oggetti che andava disponendo davanti a sé come pezzi degli scacchi».

Gli scacchi come unica forma possibile di linguaggio

È ciò che succede nella Regina degli scacchi: chiunque avesse voluto entrare nel suo mondo, avrebbe dovuto, al tempo stesso, parlare la sua lingua. Sia la sua madre adottiva che i suoi corteggiatori utilizzavano gli scacchi come unico modo possibile per un contatto: Beth si era nascosta dietro un impero di difesa, costruito proprio sul suo punto vincente; comunicava attraverso esso così da riuscire a sentirsi sempre nella sua zona comfort, oltre quella, il buio.

Chi la conosceva nel suo ruolo di regina di scacchi era completamente assuefatto dal suo sguardo, dal fascino di chi sa destreggiarsi nel suo territorio, ma chi riusciva a conoscere Beth finiva inevitabilmente nel suo buio, nei mostri quotidiani che coronavano la sua vita.

La fine di una partita si riduce ad un tassello vuoto: il nulla.

A ogni pezzo si poteva volta a volta attribuire un significato appropriato: un cavallo poteva rappresentare tanto un vero cavallo quanto un corteo di carrozze, un esercito in marcia […].

Calvino I., Le città invisibili, Mondadori, Milano 2005

Era così che Marco Polo parlava all’imperatore Kublai. Quest’ultimo, spiega Calvino, ascoltando i racconti di Marco Polo, riusciva a riflettere sull’ordine invisibile che regge le cittàsulle regole.

«Alle volte gli sembrava d’essere sul punto di scoprire un sistema coerente e armonioso, che sottostava alle infinite difformità e disarmonie, ma nessun modello reggeva il confronto con quello del gioco degli scacchi», e poi continua: «forse bastava giocare una partita secondo le regole, e contemplare ogni successivo stato della scacchiera come una delle innumerevoli forme che il sistema delle forme mette insieme e distrugge». Per Kublai, insomma, aveva più senso rimanere a riflettere sulle regole degli scacchi: avrebbe analizzato la realtà concreta attraverso le varie forme che avrebbe preso la scacchiera, sarebbe stato più credibile rispetto ai viaggi mentali di Marco Polo che alterava la realtà soltanto chiudendo le palpebre, alla ricerca, appunto, di città invisibili.

L’intero racconto si conclude con una riflessione di Kublai: «cercava di immedesimarsi» dice Calvino «nel gioco: ma adesso era il perché del gioco a sfuggirgli. Il fine di ogni partita è una vincita o una perdita: ma di cosa? Qual era la vera posta? Allo scacco matto resta un quadrato nero o bianco. […] la conquista definitiva, di cui i multiformi tesori dell’impero non erano che involucri illusori, si riduceva a un tassello di legno piallato: il nulla».

Cosa rimane a Beth dopo le sue centinaia di vincite?

La profonda riflessione di Calvino ritorna alla serie più vista su Netflix: cosa rimane a Beth dopo le sue centinaia di vincite? Il nulla. Il vuoto che non riesce a sconfiggere, l’inconsistenza della vita che continua a sentire sulla pelle alla fine di ogni partita, perché nonostante lei vincesse sulla scacchiera la sua vita rimaneva una continua perdita e, nelle innumerevoli combinazioni di strategie della realtà, continuava a esistere come un pesce fuor d’acqua, dimenandosi da una tragedia ad un’altra: era la regina degli scacchi perché riusciva a trovare il suo equilibrio solo attraverso le pedine, quando poteva scegliere le mosse e, a ogni scacco matto, ciò che rimaneva per lei era quel quadrato vuoto della scacchiera così pieno di significato, da essere insostenibile.

«La quantità di cose che si potevano leggere in un pezzetto di legno liscio e vuoto sommergeva Kublai», spiega Calvino, proprio come succede a Beth che si rifugia nell’alcool pur di non sentire i vuoti che non riesce a riempire neanche con le pedine degli scacchi.

Il gioco come evasione dall’inferno della vita

Forse la scacchiera è per molti uno dei tanti modi per evadere dalla crudezza della realtà, forse ogni sistema chiuso è un porto sicuro al quale tornare ogni volta che la vita va in mille pezzi.

«L’inferno dei viventi», dice Calvino «non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne:

  • Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più.
  • Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio».

Articolo a cura di Claudia Manildo

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