Viceversa

Viceversa. Il mondo visto di spalle, E. Marangoni

Viceversa. Il mondo visto di spalle (Johan & Levi Editore), sugli scaffali delle librerie dal 2 luglio, l’ultimo saggio dell’autrice Eleonora Marangoni, vincitrice del premio Neri Pozza nel 2017 e del Premio Opera Prima nel 2019 con il romanzo Lux.
Il libro si costituisce come un piccolo catalogo che, in 126 immagini raffiguranti soggetti di spalle, mostra come il potere di queste figure nasca proprio da ciò che non dicono e dal meccanismo di immaginazione che riescono a innescare.

Un percorso iconografico che attraversa i secoli.

Cosa hanno da dirci una nuca? Una schiena? Una figura di spalle? Eleonora Marangoni in questo saggio prova a darci una risposta attuando un percorso iconografico mescolando letteratura e fotografia, cinema e pittura, video art e fumetto, attraversando diversi secoli. Mostrando così una certa abilità nel far cambiare il punto di vista del lettore, permettendogli di osservare le immagini di spalle da una prospettiva diversa.


Il viaggio attraverso “il mondo visto di spalle” prende il via da un trasloco dell’autrice a seguito del quale si rende conto di essere circondata da moltissime figure ritratte di spalle. Di qui nasce il tentativo non solo di fare ordine in un esteso universo di immagini e significati, “Il mondo visto di spalle”, appunto, ma anche quello di provare a tracciare delle traiettorie, osservare corrispondenze. Sviluppare quindi un percorso tra le arti, con l’obiettivo di rivelare la suggestione derivante dal “non visto”, dal “sospeso”.
Trasmettere non attraverso la rappresentazione ma attraverso il suo opposto, ovvero ciò che non c’è, un aspetto che da sempre genera una certa attrazione nel genere umano. Basti pensare alla siepe leopardiana che “da tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude”.

La clemenza delle figure di spalle.

Tra le peculiarità individuate dall’autrice nel corso del suo saggio vi è un aspetto fondamentale che colpisce immediatamente l’attenzione dell’osservatore: la clemenza delle figure rappresentate di spalle.

Osservare qualcuno che ci dà le spalle ci consente di fare qualcosa che nella vita è di solito proibito o comunque piuttosto complicato: ci permette di indugiare.
È difficile guardare qualcuno negli occhi senza sentirsi costretti a dire o addirittura a fare qualcosa. Essere faccia a faccia con il prossimo ci spinge a ricambiare il suo sguardo, a interagire, e questo modifica di continuo lo stato delle cose, costringendoci a un dialogo e a uno scambio incessanti.

Le figure di spalle ci offrono così l’opportunità di esitare, di soffermarci e di tergiversare. Servono a farci riscoprire la contemplazione, a darci una tregua.

Ecco quindi la loro ulteriore funzione: le figure di schiena non servono soltanto a definire lo spazio (come accadeva nella pittura antica), raccontare il quotidiano (nella pittura olandese del Seicento), il desiderio (la nuca, a partire dall’Ottocento), l’uomo e il suo rapporto con il mondo (nel Romanticismo), l’alienazione (durante il Novecento), il rapporto con la fama, il sentimento di una folla o di uno spettacolo dell’arte.

La Flora, il punto di partenza.

Se è vero che la Rückenfigur (rappresentazione di un personaggio di spalle perso nella contemplazione) più famosa è il Viandante sul mare di nebbia di Friedrich, il percorso della Marangoni comincia dalla Flora di Villa Arianna. Si tratta di un affresco di epoca romana oggi conservato al Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Com’è definita dall’autrice, essa segna il trait d’union tra quella pittura che si sviluppa in un mondo bidimensionale -quello degli Egizi – e la pittura italiana del Trecento. La Marangoni ci mostra che le figure di spalle non sono un’invenzione romantica: esse, infatti, esistevano già nell’antichità ma come espressione corale, con l’intento di dare un’idea di spazio nella rappresentazione pittorica.

L'immagine è un affresco che raffigura una donna di spalle intenta a raccogliere dei fiori.
Flora, affresco proveniente da Villa Arianna

Le figure di spalle conquistano la scena.

Sarà poi nel Seicento, con la pittura fiamminga, che le figure di schiena conquisteranno definitivamente il centro della scena.
Ritrarre di spalle è un’arte che non attraversa solo il tempo, ma anche lo spazio, quello geografico come quello culturale. E così scopriamo che le geishe spesso nascondono il volto e lasciano solo il collo scoperto come unico punto d’accesso all’intimità carnale. Bisognerà aspettare l’Ottocento perché l’inquadratura sulla nuca si stringa qui in Occidente, fino a divenire leitmotiv pittorico e letterario. Basti pensare alle opere letterarie di Zola, Balzac, Flaubert, Maupassant, Proust. Le arti si influenzano vicendevolmente e perciò la nuca è un elemento che si ritrova anche nella pittura e nel cinema. Si pensi ad Antonioni, Tarkovskij, Ozu, Hitchcock e molti altri.

Nel Novecento, la rappresentazione di figure di spalle e di schiena è destinata a evolversi. Essa ci offre visioni eccentriche e affronta nuovi temi come l’alienazione, il rapporto con la fama, la folla o lo spettacolo d’arte.
Il percorso designato dalla Marangoni si sviluppa passando per la fotografia di Ghirri, per Freud e Gnoli e molti altri e altre, il tutto sfiorando nuche e spalle. Addirittura, con Pasolini, la nuca scoperta è il luogo “dove splende la virilità”. L’autore mescola così compiacimento estetico e pulsione erotica sottraendo questa parte del corpo al predominio femminile.

Dipinto che raffigura un uomo di spalle in una piscina
David Hockney – Peter getting out of Nicks Pool (1966)


Un mondo universale e innocuo.

Osservato di spalle – come ci dice Eleonora Marangoni – il mondo appare più universale e più innocuo: riscopre pietà e delicatezza, un certo candore. Mostrandoci la schiena queste figure – che siano persone, animali, oggetti – non si negano, ma al contrario si mettono in gioco e a noi permettono di riposare e riprendere fiato.
Con la sua scrittura piana e puntuale, l’autrice restituisce ai lettori una scintilla importantissima da cui scaturiscono riflessioni diverse e personali a seconda del lettore.

La Marangoni si dimostra una guida efficace in un percorso dal tema originale, il tutto connotato da una forte sensibilità e da una particolare attenzione ai dettagli.
Per ragioni editoriali sono state attuate scelte sulle figure da inserire nel libro. Tuttavia il progetto ha preso piede anche sui social e precisamente sul profilo Instagram viceversa_2020, dove vengono raccolte le immagini di spalle di vari soggetti. Il tutto ispirato all’omonimo libro.

Intervista a Sandra Petrignani

La scrittrice Sandra Petrignani rappresentata davanti a una libreria bianca che sorride verso l'obiettivo

Sandra Petrignani è una delle più note e valide biografe del panorama letterario contemporaneo. Nei suoi scritti principali, il suo intento primario è quello di fornire un affresco di una società letteraria agli albori di un periodo rivoluzionario – di cui ormai non rimane molto, se non un ricordo sbiadito e spesso confuso -. Noto è l’amore della Petrignani per le donne di quei felici tempi andati, da Natalia Ginzburg, a Elsa Morante, Grazia Deledda, Marguerite Yourcenar e molte altre. Altrettanti sono i libri dati alla stampa, ma numerose – soprattutto – sono le preziosi riflessioni e conoscenze generate dalla lettura dei suoi volumi.

Sandra Petrignani nasce a Piacenza il 9 luglio del 1952, suo padre è romano – ma di discendenza umbra -, e sua madre invece napoletana. Ci tengo a soffermarmi sulle sue origini perché nella letteratura della Petrignani sarà sempre presente una particolare attenzione al lessico e alle attraenti declinazioni che assume la lingua nei più variegati contesti. Mi viene quindi subito da chiederLe: in che modo le Sue tradizioni si sono mescolate al Suo personale lessico famigliare? Riesce a individuare nel suo gergo una parola “incandescente” quanto gli Sbrodeghezzi – che sempre il signor Levi rimproverava ai suoi figli?

C’è effettivamente questa triangolazione nelle mie origini: nord, centro, sud. Sono una “piasenteina” che era attratta da Roma, dove stavano i nonni paterni e che sentiva la madre – quando da Piacenza parlava al telefono con le sorelle – rinfocolare un dialetto napoletano che mi sfuggiva completamente. Più che da parole particolari, il mio lessico s’annidava in una filastrocca inventata da me a tre/quattro anni che la dice lunga sui miei rapporti con i genitori: «Son carina/ son piccina/ son la gioia di papà/ Ma se sporco la vestina/ la mammà mi fa tottò».

Da ciò che evince dai Suoi scritti e dalla Sua biografia, pare che la vita abbia sempre viaggiato di pari passo con la scrittura. Se guardiamo però alle prime composizioni, sarà facile accostare le Sue narrazioni a un tipo di scrittura di tipo giornalistico. Quando si è accorta di voler parlare di altro e di farlo attraverso una nuova forma?

Il giornalismo culturale (era la mia professione, quello che facevo per mantenermi insomma) ha senz’altro avuto un ruolo nella mia passione per i libri di viaggio e nell’interesse per le vite degli altri. Ma proprio all’inizio mi ero già misurata con un romanzo (in parte sperimentale) dal titolo Navigazioni di Circe e con i racconti di Poche storie (uno dei miei libri migliori secondo me, che spero di riproporre presto). Poi la proposta di Stefano Malatesta di scrivere un libro di viaggio per una sua collana presso la Neri Pozza (ho accettato ed è stato La scrittrice abita qui) ha cambiato il mio destino editoriale. Il direttore della casa editrice Giuseppe Russo mi ha spinto a insistere in questa direzione. Occuparmi cioè, fra romanzo, biografia, ricerca, viaggio, delle vite degli altri appunto. Ora che tanti altri scrittori si sono messi su questa strada, credo che io smetterò.

Libro sulla biografia di Natalia Ginzburg, scritto da Sandra Petrignani, studiosa di autori e personalità del Novecento

Nel 2018 è stata tra le prime cinque finaliste del Premio Strega con La corsara, biografia di Natalia Ginzburg. Attualmente lo Strega è uno dei premi letterari più importanti, un evento che i lettori aspettano ogni anno, ma soprattutto una vetrina per editori e autori, una possibilità per raggiungere nuove persone. Si ricorda come Le è stata comunicata la Sua partecipazione e soprattutto cosa ha provato pensando di concorrere per un premio letterario così importante, a cui hanno partecipato – prima di Lei – molte delle personalità che ha studiato e (fortunatamente) ci ha raccontato?

Ho pensato: rieccoci. Conscia dell’impegno enorme, spirituale e fisico, che concorrere a quel premio comporta. Avevo già partecipato con La scrittrice abita qui sistemandomi al quarto posto. Con La corsara mi sono piazzata terza, è già qualcosa. Perché si partecipa? Nel mio caso la poetessa Biancamaria Frabotta ha deciso per me candidandomi. E io ho accettato la sfida, consapevole dell’enorme visibilità che anche solo essere finalista allo Strega comporta.

La scrittrice abita qui di Sandra Petrignani è un affresco delle maggiori figure del Novecento letterario italiano.

È proprio grazie alla Corsara che Lei può sentirsi veicolo previlegiato della storia di una donna che ha cambiato l’editoria e la letteratura italiana. Tuttavia, il Suo non è stato un mero reportage cronistico, tra le righe emerge prepotentemente il Suo entusiasmo e la Sua ammirazione nei confronti della Ginzburg e di tutte le personalità che le sono orbitate attorno. Come ci si sente a ripercorrere certi posti, a raccogliere certe testimonianze? Cosa si prova ad approfondire in modo così intimo la vita di autori e autrici che hanno avuto un enorme peso nella nostra letteratura?

Le suonerà strano, ma non avevo per Natalia Ginzburg nessun reale entusiasmo. Il che non vuol dire che non la stimassi. L’avevo conosciuta, e non aveva un carattere espansivo. Sentivo intorno a lei un’aura da razza padrona che mi respingeva. Mi sono messa a scrivere di lei per dovere. Mi sembrava uno scandalo, con l’approssimarsi del centenario della nascita, che nessuno fosse impegnato a redigere una biografia su una donna della sua importanza, non solo come scrittrice, ma come testimone di un’epoca turbolenta, come unica personalità femminile di vero potere editoriale, come costellazione di amicizie fondamentali nella storia culturale del nostro paese. Ero pronta a fare un lavoro umilmente biografico. Ma l’atteggiamento di chiusura dei familiari (almeno quelli più stretti), che mi hanno negato di consultare i documenti in loro possesso e di incontrarli, mi ha fatto deviare verso il libro più personale che poi ho realizzato. Libro comunque documentatissimo, ma scritto a modo mio, raccontando anche la mia ricerca, la mia scoperta dei posti, delle case di Natalia. Ne è venuto fuori un libro più appassionante, che – mi dicono i lettori e hanno scritto i critici – «si legge come un romanzo».

Lessico femminile è l'ultimo romanzo di Sandra Petrignani pubblicato per Laterza

In uno dei Suoi ultimi lavori, Lessico femminile, prende in rassegna le voci di innumerevoli autrici che hanno segnato il suo percorso di scrittrice e soprattutto di lettrice. Da Nina Berberova a Virginia Woolf traccia dei percorsi tematici molto interessanti che a tutti diranno necessariamente qualcosa di nuovo. Chi lo avrà letto non potrà certo sottrarsi all’idea che Lei abbia dovuto leggere tanto e documentarsi altrettanto prima di parlare di tutti questi lessici e linguaggi che si intrecciano. Sandra, vorrei chiederLe che cosa apprezza della scrittura femminile e qual è l’aspetto che più ama far emergere dai personaggi femminili di cui racconta.

A me piacciono i bei libri, quelli che ti lasciano un’emozione indimenticabile. Che poi li firmi un uomo o una donna mi è indifferente. Però mi dà fastidio l’ancora scarsa considerazione verso il genio femminile. E allora ho voluto proporre questa carrellata di belle pagine, bei pensieri, sentimenti, scoramenti a firma femminile per mettere in vetrina il valore di scrittrici che per me hanno contato molto. Ogni tanto mi rendo conto che ho dimenticato questa o quella. Pazienza. Non è un’opera enciclopedica, ed è bene che dentro il mio libro non ci siano entrate tutte quante. Vuol dire che le scrittrici di valore sono ancora di più della conta che ne ho potuto fare io.

C’è chi colleziona oggetti e chi colleziona amabili pensieri. In “cose (insignificanti)” la scrittrice Sei Shonagon scrive: “Queste note le ho scritte soltanto per me, per trovare conforto nell’annotare i miei sentimenti, e non ho mai pensato che avrebbero potuto allinearsi alle grandi opere e attirare l’attenzione del pubblico […]”. Mi rivolgo direttamente a Lei, Sandra: preferisce collezionare oggetti a raccogliere ricordi?

Non sono una gran collezionista, né di oggetti né di ricordi. Anzi sono molto smemorata. Se colleziono qualcosa sono le emozioni. Le emozioni provate mi lasciano segni inalterabili, mi restano dentro fino al momento in cui, scrivendo, ne faccio qualcosa.

Nel corso della vita di ognuno di noi c’è sempre qualcosa che non ci aspettiamo che accada; a volte ci sono eventi che ci stravolgono l’esistenza o che ce la migliorano improvvisamente. C’è un evento – o un momento – che, anche solo per un istante, ha creduto potesse fermarla dal suo mestiere di narratrice e che poi invece l’ha spinta ad andare avanti?

Scrivere per me è una necessità. Mai scritto per onorare un contratto o per non sparire dalla scena. Mi fanno pena e tenerezza insieme gli scrittori che ragionano così, quelli che si sentono male se non sfornano almeno un libro all’anno. Si pubblica anche troppo, nessuno muore se Tizia o Caio stanno fermi per qualche tempo. Forse dietro ci sono necessità economiche o una nevrosi da protagonismo, non so e non capisco. Io scrivo quando sono pronta. Scrivere per me è anche stare in ascolto per mesi, pure per anni se serve. E quello che accade intorno, nel bene e nel male, incide su ciò che scriviamo, ma non in modo immediato. Se no è cronaca, non letteratura.

Sul Suo sito web, nella biografia, ci racconta come, del tutto casualmente, si è ritrovata ad Amelia, la Sua città paterna. Apprendo inoltre che vive tra la pace della campagna umbra e la caotica città di Roma. Probabilmente questo è il sogno di molti romani che fuggono dal caos della capitale, e di altri che invece ci tentano senza avere la possibilità di farlo. In quanto a Lei, in che modo riesce a dividersi tra queste due realtà completamente opposte tra loro?

Tanti mi chiedono inorriditi: ma perché ti sei seppellita in campagna? Io lontano dal caos sto benissimo, in compagnia dei miei molti animali. Vengo a Roma solo per necessità, ne potrei fare volentieri a meno. Se ci sono spettacoli o mostre imperdibili, mi metto in macchina e arrivo in poco più di un’ora. Non è un dramma. E del resto cose imperdibili ce n’è sempre meno. Aspetto sempre un genio come Tadeusz Kantor e uno spettacolo come La classe morta, che alla fine degli anni ’70 mi colpì come niente altro. Nel caso ci fosse in giro un simile genio e non me ne accorgessi, me lo segnali per favore.

La biografia "Miss Rosselli" su Amelia Rosselli scritta da Renzo Paris davanti a un Ficus Lyrata e la libreria come sfondo

Miss Rosselli, R. Paris

Renzo Paris – l’autore della preziosa biografia su Amelia Rosselli (Miss Rosselli) – edita Neri Pozza, è poeta, raffinato romanziere e critico letterario. Tra le sue opere più celebri ricordiamo le biografie romanzate di Pier Paolo Pasolini, Alberto Moravia e Ignazio Silone. Tutte sono riunite sotto un unico intento: ritrarre alcuni degli esponenti maggiori del Novecento letterario italiano.

Miss Rosselli è la sua ultima fatica letteraria. Una biografia scritta in modo atipico che mescola sapientemente i ricordi di Paris e l’autrice, con quelli provenienti direttamente dalla sua vita.

Amelia Rosselli non fu soltanto una poetessa – come pochi ricordano – fu anche compositrice musicale, etnomusicologa, e tentò persino la strada della pittura in seguito a un breve amore con Guttuso.

Nacque nel 193o, in una famiglia borghese colta e impegnata, “dove il primo latte prese anche l’ansia di libertà e quella di preda”.

Era infatti figlia di Carlo Rosselli e Marion Catherine, personaggi impegnati con dedizione nella lotta antifascista. Sua madre era inglese e attivista del partito laburista; suo padre, invece, teorico del Socialismo Liberale, per Giustizia e Libertà faceva la spola tra Parigi e Londra, era un esule antifascista inviso a Togliatti e ai comunisti emigrati in Francia. Fu la perdita di suo padre, il primo grande dolore di Amelia. Accadde a Bagnoles-de-l’Orne, “dove sette giovani fascisti avevano abbattuto, dapprima a colpi di pistola e poi a coltellate furiose, suo padre e suo zio, quando lei aveva solo sette anni”.

Il ricongiungimento con il padre sarà tragico, ma atteso da tanto, perché sin da Variazioni Belliche – la prima raccolta poetica – sembra esserci traccia di un profondo e malcelato desiderio di morire. Ed è così che esordisce la biografia composta da Paris: raccontandoci la sua scomparsa.

Amelia si era barricata in casa, aveva finito la bottiglia di latte e quel poco pane che era rimasto era diventato durissimo. I medici le avevano tolto i farmaci che la calmavano e lei era ripiombata nel mare nero della sua schizofrenia. Non beveva e non mangiava per timore di avvelenarsi. […] Lei aprì e, una volta sul balconcino, scavalcò l’inferriata e si lasciò cadere dal quinto piano giù nel cortile, evitando la tettoia che avrebbe potuto salvarla. Si illudeva che fosse un volo per poi risalire, a volo d’angelo. Ma non fu così. Non ci fu risalita. Cadde tra i rifiuti del cortile fracassandosi la testa e le ossa.

La vita quotidiana di Amelia Rosselli era quella di una qualsiasi donna, con la differenza che la poetessa era costantemente visitata da spiriti e ombre dal passato. I morti avevano con lei un rapporto particolare, e non passava incontro che poi non si ripercuotesse su suoi scritti. Dopo la morte di suo padre e la fine della guerra, l’Italia venne sorvegliata dalla Cia e dai servizi segreti, persecuzione che ossessivamente non abbandonò mai Miss Rosselli.

Ovunque andasse, Amelia era perseguitata dalla figura di un uomo biondo che la tormentava durante i suoi giorni. Era un uomo alto e con gli occhi chiari – come i suoi, azzurrissimi -, che Miss Rosselli si convinse provenisse direttamente dai servizi segreti, organizzati per spiare lei e gli altri comunisti.

Le giornate si ripetevano identiche a quelle di altre donne sole. Le eccezioni erano farmaci e gli elettroshock in cliniche misteriose per i suoi amici. Ma lei era una poetessa. Aveva un’intensa vita interiore che a poco a poco si sostituì a quella reale, facendola a pezzi.

Amelia nacque a Rue Notre-Dames-des-Champes, una strada poco più lunga di un chilometro, a nord di Montparnasse. Una strada segnata dal passaggio di altri personaggi d’onore, come Pablo Picasso, Victor Hugo, Hemingway e molti altri. Proprio in quella strada, Miss Rosselli crebbe con i suoi due fratelli, Andrea e John. Nonostante una famiglia sempre assente e frenetica, i Rosselli abitarono diversi appartamenti principeschi nel Quartiere Latino, ma anche alcuni di modesto aspetto.

Nessuno dei suoi genitori era adatto a una vita ordinaria, né a farli crescere in una famiglia tranquilla come quelle degli altri. Melina trascorse la sua infanzia immersa nella solitudine, ritenendola i famigliari una bambina scontrosa […]. Fu sempre più spesso la nonna Amelia a soccorrere quei bambini durante le lunghe assenze di Carlo e Marion.

Una guida per Amelia sorse dietro la figura di sua zia Teresa Pincherle, madre di Moravia e moglie del fratello di suo padre Carlo.

Amelia trascorse un’infanzia tra le bambinaie e la nonna, sballottata da una madre egoista e malata fin dalla sua nascita. Amelia era una persona sofferente, sin da piccola perseguitata dagli spettri e dalle ombre dei morti non trovò mai il modo per darsi pace e cominciò a convivere con i propri mostri del passato.

A vent’anni Miss Rosselli si trasferì a Roma. Era già stata in Italia, aveva abitato a Firenze, ma la capitale rappresentò l’inizio di una nuova vita.

A Roma frequentava il Caffè Greco, dove gli scrittori si incontravano dai primi anni Trenta, il barcone “Er Ciriola” in cui si facevano i bagni e persino si ballava la sera, in compagnia di personalità come Alberto Arbasino e Pier Paolo Pasolini. In quegli stessi tempi, Roma pullulava di spie della Cia e del Kgb, e gli intellettuali e gli artisti non potevano aver vita facile, perché erano sempre spiati. Amavano perciò riunirsi in posti poco noti, come il sotterraneo di un’antica chiesa nel centro città.

A Roma comincia anche l’esperienza editoriale di Amelia Rosselli.

Il suo primo impiego fu quello di dattilografa e traduttrice presso le Edizioni di Comunità di Adriano Olivetti. Verso la scrittura, secondo le parole della stessa Rosselli, a incoraggiarla furono dapprima Moravia, poi Scotellaro e infine Pasolini. Il poeta Scotellaro fu uno di quegli amori ricordati dalla poetessa come “amorastri”, in giro per l’Italia, che le permettevano di sentirsi più leggera.

Nell’amore, Amelia “faceva da sola”, si buttava a corpo morto su uomini impossibili. Poi Rocco Scotellaro la presentò a Mario Tobino, “il medico dei pazzi”, e la loro storia durò più al lungo del previsto. Da tutti i suoi amori si faceva chiamare con il nome di sua madre, Marion, perché dopo averla persa, cocente fu per lei quest’ennesima delusione. Anche la perdita di Scotellaro fu significativa per Miss Rosselli, tanto che il dolore per la sua morte si prolungò sia nelle prose francesi che in quelle inglesi.

La diagnosi precisa di “schizofrenia paranoide” fu firmata dallo psichiatra Ludwig Binswanger.

Insieme a questa nuova presa di coscienza, ad Amelia vennero somministrati i primi terribili elettroshock. E da quel momento cominciarono i soggiorni nelle cliniche private che puntualmente teneva nascoste anche ai suoi amici. Nel definire il proprio male, Amelia, un po’ per pudore e per vergogna, raccontava di avere il morbo di Parkinson. Ma la sua vera malattia era, al solito, la Cia “a cui si accompagnavano il Sid e la P2 e altri servizi segreti, che non le avevano perdonato la discendenza da suo padre Carlo -.

Lungo tutti gli anni Sessanta, Amelia lavorò ai tre libri che meglio la ricordano: Variazioni belliche, Serie ospedaliera, Documento.

Sono i tre reperti più preziosi che abbiamo della poetessa, testimonianza di quei disturbi mentali e di quel non-luogo che si costruiva all’interno della propria immaginazione, tramite le voci e le visioni che le giungevano puntuali dall’Altro mondo. Fu Pasolini che si prese l’incarico di convincere la Garzanti a pubblicare le sue opere. Tuttavia, Amelia, non contenta, iniziò a spedire il dattiloscritto a tanti altri editori. Così lo mandò anche a Vittorini, che ne avrebbe pubblicato una parte sulla rivista Il Menabò, e finalmente Amelia si avvicinò al riconoscimento che oggi ha ottenuto.

Variazioni belliche venne pubblicato con Garzanti, tuttavia gli editori rifiutarono le sue indicazioni di formato e le sue prime opere non vendettero quasi nulla. Serie ospedaliera riguarda molto da vicino i suoi ricoveri e gli elettroshock – che ormai chiedeva lei stessa per ritornare “con la memoria libera di ricominciare, come una tabula rasa”-.

L’ultimo amore di Amelia è quello provato per il poeta innamorato di Rimbaud, Dario Bellezza, che la poetessa accolse a casa sua mentre lui era in cerco di un posto in cui abitare.

Con il suo arrivo, Amelia sperò che la sua solitudine potesse scomparire. Presero a fare colazione insieme, cenavano spesso nelle trattorie di Trastevere, e lo presentava a tutti i commercianti amici. Tuttavia, anche il loro amore non durò al lungo, e lo stesso Dario Bellezza cominciò a esser visto anche lui come un pazzo: “una coppia davvero male assortita”, di cui la poetessa parlerà a fondo nei propri versi.

Soltanto negli ultimi quindici anni della sua vita, Amelia divenne una star mondiale.

Amata in Inghilterra, come in Francia e fino all’America, non c’era convegno sui poeti in cui Amelia non venisse festeggiata o lodata a gran voce. Le sue poesie vennero spesso riproposte in pubblico, i suoi versi furono riconosciuti dal mondo intero. Versi magnetici, ricchi di significati e percorsi che si protraggono oltre le pagine: oltre quel misero balconcino da cui lanciandosi si tolse la vita. Sarà forse per quell’io narrante che, nelle sue poesie, dice tanto di Miss Rosselli, ma che coinvolge anche noi irrimediabilmente?

Di quel suicidio, al lungo vagheggiato come possibilità di salvezza e ricongiungimento, Vittorini disse:

Secondo me si suicidò perché le avevano tolto le medicine. Senza quei forti calmanti, rimanendo molto lucida, scelse di buttarsi, evitando la tettoia protettiva.

Amelia Rosselli morì l’11 febbraio del 1996, lo stesso anno in cui, trentatré anni prima, la poetessa Sylvia Plath – da lei tanto amata, tradotta e commentata – si suicidò, lasciando al mondo i suoi versi e i propri dolori.

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