Uno tra i dodici candidati allo Strega, Sembrava bellezza di Teresa Ciabatti, ritratto nella versione digitale Mondadori, su un piano marmo insieme a petali di tulipano rosa

Sembrava bellezza, T. Ciabatti

Molto spesso ciò che resta di un determinato romanzo non sono tanto la trama o i personaggi che lo popolano. Più di frequente sono le emozioni che proviamo a lasciarci il ricordo di un libro che abbiamo letto. La cosa più immediata è immedesimarsi nei protagonisti e nelle loro vicende, trovare qualcosa di noi in quello che accade anche agli altri. In Sembrava bellezza Teresa Ciabatti non ha creato questo incantesimo per i suoi lettori, non si è preoccupata troppo di farci immedesimare. Ma ci tiene in pugno con cinque parole «Questa è una storia vera».

I fatti e le persone di questa storia sono reali. Fasulla è l’eta di mia figlia, il luogo di residenza, altro.

Copertina di sembrava bellezza

Si apre così Sembrava Bellezza, pubblicato il 26 Gennaio 2021 da Mondadori. Un libro potente che ritroviamo tra i dodici finalisti del premio Strega 2021. L’autrice, già presentata nell’edizione del 2017 con La più amata, torna con un nuovo romanzo che ancora una volta parla di sè, forse. O forse no.

La storia vera, o forse no, di una bambina che cresce sentendosi inferiore ma a cui poi la vita fa avere una rivincita (o forse no).

Sembrava bellezza è la storia di una scrittrice di successo che, di fronte ai suoi quarantasette anni, ormai si è presa la propria rivincita professionale. Nella vita privata non mancano i problemi: è separata dal marito e ha un pessimo rapporto con la figlia. Un giorno, dopo trent’anni, a sconvolgerle la vita emotiva arriva un’amica dall’adolescenza, Federica: la chiave per far ritorno nel passato. I ricordi riaffiorano e pongono le basi di questo romanzo. Ciabatti con il riavvicinamento della sua – forse – vera amica ci racconta le donne sbagliate: l’adolescenza, l’età adulta. Lo scorrere del tempo si fa scenario e personaggio stesso della storia.

Un’amicizia che riaffiora e porta con sè il passato, i traumi e le frustrazioni dell’adolescenza. Tutto ritorna come un’onda che si infrange violenta sulla quotidianità della protagonista.

A tornare con Federica c’è sua sorella Livia e le problematiche scaturite da un incidente. Nella prima parte del romanzo Livia è la più invidiata, alta-magra-bionda (quindi ricca). Ha tutto quello che vuole, ha addirittura un lettino abbronzante nella sua stanza. Ma un evento sconvolgerà la vita sua vita, quella di sua sorella e della scrittrice stessa.

Nella seconda parte di Sembrava bellezza Livia ha cinquant’anni, ma noi lettori la immaginiamo ancora come una giovane adulta di diciottenne. Livia si sente così dopo il risveglio dall’incidente, e a noi va bene. Questa è una storia vera, ci tiene a ribadire Ciabatti mentre racconta quella notte. Noi ci crediamo, o forse no.

La bellezza che rende brutta ogni cosa e dalla quale scaturisce l’invidia.

La bellezza in questo romanzo è la meta da raggiungere. Non importa quale sia il mezzo. Se è vero che la bellezza è soggettiva, è assodato che certe cose sono belle a prescindere. Ma cosa c’è dietro? C’è quel sembrava, quello del titolo. C’è l’apparenza che ingazza, c’è la sofferenza di chi ha tutto e non gli basta mai. E con sé la bellezza si porta l’invidia, sentimento protagonista, e carburante anche di questo libro. E così il seno rifatto di Federica è subito giudicato male dalla protagonista (invidiosa di non esserselo potuto rifare lei stessa). Peccato che dietro quella plastica Federica nasconda qualcosa di ben più doloroso. Lo stesso vale per l’estrema bellezza di Livia. Livia ha solo quello però, sembrava bella invece è solo triste da morire.

Magrezza≠bellezza. Gli inserti delle testimonianze di ragazzi con disturbi alimentari permettono all’autrice di portare avanti un messaggio considerevole.

Da sempre il mito della magrezza è associato alla bellezza. Corpi di modelle taglia 36/38 hanno popolato le passerelle dell’alta moda – e le affollano tutt’oggi. A fatica, questo binomio non riesce a scomparire del tutto. Il corpo longilineo e magro è sinonimo – erroneamente, sia chiaro – di perfezione. Dietro a quelle taglie e a quei corpi ossuti spesso si nascondono disturbi alimentari gravi. Ma se i motivi che si celano dietro a certi comportamenti sono molteplici e di varia natura, Sembra bellezza, invece è malattia.

La scrittrice (per rincarare la dose della veridicità), inserisce nel racconto la forza delle testimonianze. Sono gli appunti per un reportage da pubblicare sul giornale per il quale (forse) lavora.

Anche Luisa – diciassette anni Menù C – diceva di stare benissimo (peso 42kg, altezza 1.60). In verità non ricorda molto di quel periodo. Ricorda il freddo.

Sembrare: dal vocabolario della lingua italiana

  1. Dare l’impressione di essere in una certa condizione o di avere certe caratteristiche, parere;
  2. Avere l’aspetto di qualcos’altro, assomigliare.

Queste testimonianze sembrano fuori luogo, non hanno (in apparenza), nessun legame con la storia generale, nulla a che fare con i protagonisti delle vicende. Eppure sono il filo che congiunge tutto. Sono voci reali (o inventate in modo comunque verosimile), che se lette attentamente portano a ricongiungere le tessere del puzzle. Non mangiare per essere, per sembrare migliore, sano. Bisogna scorgere dietro a quella bellezza; scorgere.
Scorgere, distinguere, individuare. Come li rappresentereste questi verbi?
Io con quella copertina. Uno spiraglio e un occhio che guarda.

Una prova di fiction/non fiction. Il titolo contiene già un dubbio, una non verità. Dobbiamo credere a ciò che leggiamo? Ma è andata proprio così?

Il gioco di Teresa Ciabatti si infiltra abilmente tra tutte le righe del suo romanzo. Anzi, il gioco parte dal titolo stesso. Ci sta ingannando, lo dice dall’inizio: nel titolo, nell’incipit. Questa costruzione di reale mischiato a immaginazione, di finzione amalgamata a verità, è ciò su cui ruota tutto il racconto. Se c’è una cosa che fa molto bene l’autrice è confondere il lettore. Ribadisce più volte che quello che racconta è verità (dice spesso che non può fare nomi per non essere troppo esplicita). Allo stesso tempo depista dicendo che forse non ricorda tutto molto bene.

Tutto ciò per dire che in quel tempo realtà e sogno si confondono, e ciò che segue è reale fino a un certo punto. O meglio, pezzi mancanti compensati da aggiunte immaginifiche, e fantasie che nella ripetizione diventano reali, illusioni ottiche, vere e proprie invenzioni. Non sono una persona attendibile

Teresa Ciabati

Crediamo a tutto quello che leggiamo perchè niente va mai tutto bene, proprio come nella vita reale. Crediamo, o forse no, a quello che leggiamo perchè la protagonista è odiosa.

C’è una cosa che principalmente porta il lettore a oscillare tra il «è tutto vero» e il «non può essere tutto reale»:
la schiettezza dell’autrice. Veramente eccessiva la sua voce, i modi di fare, le sue risposte secche. Lei stessa in un’intervista dice:
«Quella voce è dentro di me. È quello che io non sono mai riuscita a essere. Sono tutte le ragazze belle, bionde e ricche che non sono mai stata».
Il suo personaggio è spesso fastidioso, irritante, a tratti perfino odioso. Nel romanzo si descrive in modo essenziale: intelligente, anaffettiva. Di certo non è un personaggio che il lettore può amare.
Nello stesso tempo però, con uno occhio meno critico, ci accorgiamo che in realtà dice quello che anche noi certe volte vorremmo dire. E a quel punto non odiamo un po’meno lei, ma odiamo un po’ di più noi stessi.

Una storia di finte rivincite, di molte cadute, di poche vittorie. Il tempo scorre per ricordarci che ciò che è importante in adolescenza non può esserlo allo stesso modo in età adulta.

Un tema per il quale la scrittrice riesce ad avvicinare a sè il lettore è sicuramente il sentimento di rivalsa. Un sentimento che la contraddistingue in età adulta. Come accennato all’inizio, l’autrice/protagonista si definisce brutta e grassa in adolescenza. Ci racconta di come nessuno la ricordasse, di come nessuno la guardasse ai tempi del liceo. Sentirsi sempre goffa e inadeguata, quella voglia di sparire per non subire tale invisibilità. Con il successo e la fama finalmente raggiunti, vorrebbe urlarlo al mondo: «Guardate adesso chi sono diventata!». Tutto questo sembra essere effettivamente molto importante per il personaggio. Giunti poi alla fine, davanti all’ultima riga, (forse), sai che in fondo di quelle piccole rivincite non puoi fartene davvero nulla nella vita reale.

Cesare Pavere nel Mestiere di vivere scriveva:


L’arte di vivere è l’arte di saper credere alle menzogne.

Non sapremo mai dove è collocata la linea sottile che distingue finzione e realtà in questo romanzo.
Posso di certo dire che questo libro è bellissimo. O forse no.

Immagine della Nausea di Sartre, messa a fuoco in secondo piano dietro delle foglie di palma tropicale, nell'edizione Einaudi del 2016

La nausea, J. P. Sartre

La prima domanda che mi pongo come lettore, appena chiudo un libro, è che cosa quel testo abbia saputo darmi. Capita di leggere libri dall’intreccio complesso, che si fanno apprezzare per la costruzione della storia, e per il modo in cui è disposta la narrazione dei fatti; altre volte, di un libro se ne apprezza il messaggio; altre le capacità di scrittura dell’autore; e ancora il contesto storico che un’opera intende analizzare. Ci sono tanti aspetti su cui mi soffermo a ogni lettura; evidenze più o meno appariscenti che racchiudono in sé la ragione del mio giudizio. Ma alla fine, ciò che mi spinge a ritenere se un libro mi sia piaciuto o meno, è ciò che di esso mi rimane impresso, quello che mi ha insegnato, la prospettiva da cui riosservare il mondo.

Personalmente, potrei riconoscere subito, quindi, che la Nausea di Jean-Paul Sartre (1905-1980) manchi quasi del tutto della maggior parte degli elementi che di solito mi permettono di apprezzare fino in fondo un’opera.

La storia della Nausea è pressoché inesistente. Altro non è che la cronaca fedele dell’avanzare rapido verso la fine di giorni tutti uguali.

Dopo un lunghissimo viaggio, Antoine Roquentin raggiunge la cittadina di Bouville – una località inesistente dove è possibile riconoscere alcuni punti di contatto con Le Havre, dove Sartre visse e insegnò. A Bouville trova alloggio in un albergo vicino alla stazione, dove si ritira per dedicarsi alla scrittura di una tesi di storia su un avventuriero del Settecento. Si tratta del marchese Rollebon, un personaggio mai esistito realmente, ma a cui Sartre dedica molte pagine e pensieri.

Oltre la scrittura, a Bouville, Roquentin è solito frequentare la Biblioteca municipale, posto designato all’incontro di un altro personaggio della Nausea, l’Autodidatta. È una figura particolare: un umanista che si istruisce consultando i libri della biblioteca, dal primo finché non arriverà all’ultimo, secondo l’ordine alfabetico, ma in un accostamento di titoli e autori del tutto casuale. Affascinato dalla vasta cultura di cui Roquentin ha fatto esperienza nei propri viaggi, l’Autodidatta è come se pendesse dalle sue labbra.

Alla sera, invece, Roquentin si reca macchinalmente in un bistrot, Il ritrovo dei ferrovieri, dove il piacere si esprime in relazioni esclusivamente corporee con la proprietaria; e in cui a Roquentin è possibile ascoltare l’unica musica che riesce ad apprezzare: Some of These Days.

Infine c’è Anny, l’unico affetto che viene in mente a Roquentin se si mette a pensare in quella stanza d’albergo; l’unica persona di cui abbia avuto nostalgia. La loro relazione si è conclusa quattro anni prima, e da allora, Anny è scomparsa, alla ricerca spasmodica del di lei «momento perfetto». È per questo che tra loro è finita. Anny pretendeva che ogni momento vissuto con Roquentin fosse perfetto, ma entrambi non conoscono la perfezione, e la ricerca ossessiva si conclude con l’allontanamento.

La Nausea è un libro popolato da personaggi senza nome, lontani da ogni tipo di caratterizzazione, ma descritti nelle loro apparenze, e tramite i giudizi a cui danno vita.

Folle di persone scorrono davanti alla finestra di Antoine Roquentin. Persone senza personalità; senza spessore, ma la cui esistenza vacua è percepita attraverso i pensieri dello scrittore – che coincide con l’io narrante della storia. Poiché La Nausea, prima di tutto, è un diario in prima persona sull’esistenza, e in modo particolare sull’inconsistenza dell’esistenza. Sull’inconsistenza della storia dei luoghi inesistenti che vengono narrati; sull’inconsistenza degli oggetti che abitano il mondo; e degli esseri umani che, come oggetti, non fanno altro che vivere le proprie giornate senza alcun senso. E la nausea è dunque l’unico sentimento che può provare l’uomo (l’essere umano) quando si sente solo davanti a tutto; irreale davanti alla soggettività delle cose – che a loro volta non sono mai oggettive, non si danno mai del tutto. Incompreso e a sua volta incapace di comprendere.

La società della Nausea è fatta di persone prevedibili, per cui è possibile immaginare come si comporteranno, come agiranno; come il passante sotto la finestra di Roquentin compierà il gesto che lo studioso si aspetta. È un turbine di pensieri, quello di Antoine Roquentin, un flusso di coscienza, all’interno del quale ciò che ci appare come reale, disadorno dei propri orpelli, perde di consistenza e si tramuta in qualcosa d’altro. Ma alla fine niente è dato una volta per tutte; e anche i colori, le forme, non appaiono mai nella pienezza del loro essere, perché l’essenziale non è visibile ma si può solo reinterpretare, collocarlo all’interno di un contesto che ne plasma il significato.

Immagino che volterà a destra per il viale Noir. Per questo dovrà percorrere un centinaio di metri, con la sua andatura ci metterà almeno dieci minuti, dieci minuti durante i quali io resterò così, a guardarla, la fronte incollata contro il vetro. Si fermerà venti volte, ripartirà, si rifermerà…

j.p. sartre, la noia, p. 48, einaudi, torino 2014

Quei lunghi giorni trascorsi a Bouville, quello sguardo al presente e alle circostanze, sono ciò che generano il diario di Antoine Roquentin.

Le giornate di Roquentin sono le une simili alle altre; ma sono i suoi pensieri a dar forma a quei giorni. Per Sartre nulla accade per davvero, e ciò che accade in realtà si trasforma coi nostri pensieri. È così che Roquentin si accorge di non aver vissuto appieno: è inutile l’amore che l’Autodidatta prova per i suoi racconti di viaggio; «quando si vive non accade nulla», ma è quando la si racconta, la vita, che tutto cambia e assume risonanza. Ma prima che avvenga il racconto, quei fatti altro non sono che la somma di giorni tutti uguali, inutili, dove l’Avventura manca del tutto.

Gli uomini vivono tutti allo stesso modo, ambiscono alle stesse cose, si affrettano per l’intera settimana e la domenica fingono di riposarsi; e persino nel riposo si assomigliano tutti. Forse è anche per questo, che Rollebon non è un personaggio esistito: perché la sua essenza la si scopre solo nel racconto di Sartre, e non nella pretesa della sua esistenza.

In queste esistenze osservate al di là dei vetri, l’unica cosa che cambia è la città, le cui linee originarie sono smarrite sotto la forza di una nuova politica. Davanti a questo cambiamento, a questo continuo evolversi del mondo senza che mai l’uomo possa afferrare il suo vero senso, l’individuo fallisce nel tentativo di cercarlo, perché l’esistenza delle cose è del tutto arbitraria e prospettica.

Eppure, l’uomo, per Sartre, è condannato a percepire l’inconsistenza e l’indecifrabilità di quel mondo, ed è costretto perennemente a un senso di nausea.

Un mondo ragionato attraverso le funzioni che rivestono gli oggetti che lo occupano. E perciò, una radice, che potrebbe essere qualsiasi altra cosa, e di qualunque colore – nonostante a noi appaia in un certo modo – mentre pare affermare la propria oggettività, in realtà nasconde la sua vera essenza.

Il mondo delle spiegazioni e delle ragioni non è quello dell’esistenza. Un cerchio non è assurdo, si spiega benissimo con la rotazione di un segmento attorno ad una delle sue estremità. Ma pure il cerchio non esiste. Quella radice, al contrario, esisteva, e in modo che io non potevo spiegarla. Nodosa, inerte, senza nome, essa mi affascina, mi riempiva gli occhi, mi riportava continuamente alla sua propria esistenza. Avevo un bel ripetermi «È una radice» – non attaccava più. Capivo bene che non si poteva passare dalla sua funzione di radice, di pompa aspirante, a questo, a questa pelle dura e compatta di foca, a quell’aspetto oleoso, calloso, caparbio. La funzione non spiegava niente: permetteva di comprendere all’ingrosso che cos’era una radice, ma per nulla affatto la radice stessa.

J.P. SARTRE, LA NOIA, p. 175, EINAUDI, TORINO 2014

La Nausea, dunque, diviene anch’esso metafora di quel filosofema che Sartre intende comunicare.

La storia si erge quindi a rappresentare la vera essenza del libro: essa non è del tutto comprensibile, come la vita, come le persone, come ciò in cui l’uomo si perde nei suoi giorni tutti uguali. Affascina dunque trovarsi davanti a un’opera che tramite la propria esistenza cerca di esprimere il suo contenuto. L’opera, tramite il suo essere a tratti incomprensibile, e il lento proseguire fino alla fine, si fa emblema di quell’inconsistenza e dell’irrealtà della realtà di cui l’uomo è vittima, e da cui egli, non può che uscire sconfitto. Perché in fondo, l’uomo nasce per casualità, e senza nessun motivo, e sempre per casualità, egli muore – o per dirla come Sartre amerebbe fare, crepa.

Definita come l’opera più libera di Sartre, La nausea è più vicina al saggistica che alla narrativa. Perché liberi sono anche i pensieri di Sartre, e del suo personaggio Roquentin, che si rivolgono a destra e a sinistra, solo guidati dal caso, da una coincidenza. Libertà che invece è proibita agli uomini nella loro esistenza, costretti alla perdita di senso, obbligati a scegliere tra le vane possibilità d’interpretazione che la realtà reca con sé.

Immagine di copertina del libro Biancaneve del Novecento, ritratta nell'ebook con sopra una mela in una tazza

Biancaneve nel Novecento, M. Oliva

Nel 2021, edito Solferino, esce in Italia Biancaneve nel Novecento, l’ultimo romanzo della scrittrice, saggista e docente italiana Marilù Oliva.

Passato e presente si incontrano nella sofferenza

Due sono le voci narranti di questo romanzo, quella di Bianca e quella di Lili e raccontano le donne nel Novecento, secolo di conquiste e rivoluzioni.

Bianca all’inizio degli anni Ottanta ha quattro anni, e si rifugia nel mondo delle fiabe perché la realtà non le piace. Il padre è un ex pugile, affascinante ma mediocre; la madre vende lenzuola nei paesini della provincia, è bellissima, con i capelli biondi sempre perfetti e un problema con l’alcol e con i sentimenti.

Bianca cresce in fretta in una casa ostile, mentre alla televisione passano veloci la strage di Ustica, l’attentato alla stazione di Bologna; quando cammina mano nella mano con il suo papà si sente una principessa in un reame felice, che alla prematura morta del padre si sgretola per lasciare spazio a una realtà con una madre che non è capace di dimostrarle affetto.

Matrigna è una mamma bellissima, vanitosa e cattiva che non desidera la propria figlia, soprattutto se questa si chiama Bianca e ha la pelle chiara e le labbra rosse. Matrigna è una mamma che se ne sta intenta ai fatti suoi e non vuole un granché bene a chi vive con lei e poco importa se il suo castello è fatiscente

Bianca, biancaneve nel novecento, solferino 2021

Gli anni Novanta fanno da sfondo alla adolescenza di Bianca, ai primi amori non ricambiati, alle amicizie perdute per colpa della droga, all’accettazione del rapporto con la madre e alla consapevolezza che la linea che separa il bene dal male non è così netta, alla solitudine, agli studi di Storia all’università e al femminismo.

Stavo preparando l’esame di Storia delle donne e mi rendevo conto, pagina dopo pagina, quanto fosse impervio il loro cammino. Quanti salti nel Novecento. Quanti cambiamenti. Eppure non bastavano. Sottomesse alla potestà di un padre, poi di un marito o di un fratello, eravamo state ritenute quasi minorate per secoli. Le colpe ricadevano spesso su di noi, perfino se il coniuge ci ammazzava: se lo avevamo tradito, interveniva il delitto d’onore a salvaguardare le mani sporche di sangue.

bianca, biancaneve nel novecento, solferino 2021

Cosa accade quando siamo incapaci di provare empatia?

Lili negli anni Quaranta ha una ventina d’anni, sposa, per volere della famiglia, di un ricco parigino e deportata nel campo di concentramento di Buchenwald, perché la famiglia del marito nascondeva in casa alcuni ebrei. Lili è protagonista di uno degli episodi più crudeli della storia dell’umanità; per sopravvivere è costretta a prostituirsi nel bordello del lager, un luogo dove non è rimasto più nulla di umano. Ora è un’anziana signora, sola, che combatte con il senso di colpa e con gli incubi del suo passato.

Io non vorrei mettere al mondo nessuno a cui dover, un giorno, raccontare quello che è successo. Non si può chiedere a una persona di capire lo scempio che qui è stato commesso contro l’umanità. 

lili, biancaneve nel novecento, solferino 2021

Le due protagoniste, all’apparenza così lontane, cercano a tutti i costi di resistere, di sopravvivere a un mondo oscuro senza amore. Fino a quando i loro racconti si intrecciano, alla fine del romanzo.

Una storia di grande umanità

Biancaneve nel Novecento è una storia di madri e di figlie, dove Biancaneve e la matrigna sono spesso due facce della stessa medaglia. Marilù Oliva sceglie con cura e con amore le parole per raccontare questa storia. Scrive delle protagoniste del secolo scorso, del loro dolore, del loro senso di inadeguatezza in una cultura, da sempre, patriarcale. Racconta con dignità e grande rispetto della loro storia, in un mondo dove la storia la fanno gli uomini. Biancaneve nel Novecento è un romanzo potente e crudelmente emozionante, in cui l’amicizia e la conoscenza sono le chiavi per sopravvivere al male e all’orrore di questo mondo. L’amore c’è, anche se a volte, fatica a farsi vedere.

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