L'immagine rappresenta un'istantanea scattata al secondo libro di Natalia Ginzburg, È stato così, pubblicato da Einaudi Editore

È stato così, N. Ginzburg

È il 1947 quando Natalia Ginzburg dà alla stampa il primo libro che reca il vero nome dell’autrice. Si tratta di È stato così, un romanzo breve riproposto in seguito nella raccolta Cinque romanzi brevi, insieme a La strada che va in città, Valentino, Sagittario, e Le voci della sera. La strada che va in città era il titolo del suo primo romanzo, uscito con lo pseudonimo di Alessandra Torimparte.

Per Natalia, il 1947 è un anno importante perché, in qualche modo, rappresenta un momento di discontinuità e rottura con il passato. Da quell’anno molte cose cambieranno per lei e finalmente le sue pene sembreranno ricevere un po’ di tregua – anche grazie all’unione con Gabriele Baldini.

Allora sono passati solo tre anni da quando suo marito Leone è morto nelle carceri di Regina Coeli, fino all’ultimo senza mai rinnegare la sua natura antifascista. Un uomo coraggioso, uno dei padri fondatori della casa editrice Einaudi, che proprio in quegli anni si distinse per la capacità di restare in piedi onestamente anche sotto il fascismo.

Per Natalia la perdita del marito è dolorosa, ed Einaudi – quasi per consolarla, ma sopra a tutto per affetto – le offre il posto di redattrice nella sede romana della casa editrice.

Tra quelle stanze Natalia scrive È stato così, una storia che, tramite il loro dolore racconta del malessere costante in cui vive da quando Leone l’ha lasciata. Il libro è dedicato proprio “A Leone” e dal suo interno esonda una tale struggente malinconia che la stessa Ginzburg riconosce provenire dal suo mal stare.

Ero infatti, mentre lo scrivevo, di un umore profondamente malinconico. Questo umore malinconico, è certo, nel racconto, un difetto. […] Se riscrivessi oggi quel racconto, non so se conserverei quel colpo di pistola, credo piuttosto di no.

Natalia Ginzburg, l’autrice commenta il suo libro per le nostre lettrici, “noi dnne”, xx, 7 marzo 1964

L’incipit di È stato così è fulminante. Sembra l’esordio di un film, l’azione scatenante che mette in moto la storia.

Una donna prende una rivoltella dal cassetto dello scrittoio del marito e gli spara nei occhi. Si infila l’impermeabile e i guanti e poi esce di casa. Prende un caffè al bar e comincia a caminare a caso per tutta la città. Raggiunge un parco, si siede su una panchina, mette in tasca la fede e comincia a riflettere su quello che è appena accaduto. “Ho sparato a mio marito”, pensa, si chiede che cosa dirà alla polizia, loro non potranno mai capirla, e lei teme che non possa essere compresa se non racconta la storia proprio dall’inizio. “È stato così”, direbbe, “È per questo che ho ammazzato mio marito” e comincerebbe a raccontare la storia fin dall’inizio.

Un io narrante – spesso rinnegato da Natalia – si assume il compito di raccontare la storia fin dal momento in cui i due si incontrano, nello studio di un medico.

Eppure, quella prima persona singolare sembra molto di più che un puro accorgimento stilistico, è come se la storia scritta fosse per lei una sorta di continuazione della vita. La fantasia come un mondo parallelo governato dalle emozioni. In quelle pagine, infatti, sono i sentimenti a guidare la narrazione. È come se tutto, i personaggi, i fatti, le parole e persino la sintassi, fossero a servizio dei sentimenti. Sentimenti soprattutto di malinconia, sentimenti come il sentirsi inopportuni e fragili davanti agli altri, o cercare l’armonia fuori di noi stessi.

Il dolore si percepisce persino nella scelta di un linguaggio antigrazioso e di un ritmo serrato che non cala mai. È stato così è una tragedia senza atti.

È il resoconto puntiglioso e quasi cronachistico di una vita tragica e sbagliata senza rimedio alcuno. Il dettato di una donna normale, una piccola borghese intellettuale, una persona semplice che dal momento in cui si sposa chiude il resto del mondo fuori dalla sua vita, e la vita, in qualche modo, cessa di esistere. Eppure, così non è stato per Alberto, suo marito, che invece la tradisce, le mente e che non ha nessun amore per lei, mentre dice deliberatamente di provarne per un’altra donna. E a quel punto c’è solo una via di scampo per la donna: restare incinta.

Una storia terribilmente attuale, breve quanto intensa, che a distanza di settant’anni dal momento in cui venne composta non smette di parlare alla contemporaneità.

Copertina del libro Persone Normali

Persone normali, S. Rooney

Persone Normali è il secondo romanzo di Sally Rooney, giovane e promettente autrice irlandese, pubblicato in Italia da Einaudi.
Il volume, che si fa subito notare sullo scaffale per la splendida copertina realizzata da Mario Sughi, racconta di una relazione complessa e intermittente tra due giovani all’ultimo anno del liceo e del loro passaggio all’età adulta.

La scrittura di Rooney è una di quelle in grado di coinvolgere sin dalle prime pagine. La sua bellezza risiede nella possibilità che il lettore ha di riconoscersi, quasi senza accorgersene, nelle parole e nelle vite dei personaggi. È singolare che l’autrice non presenti i personaggi, ma sono loro stessi a venir fuori, a narrarsi da sé e ad appassionare il lettore. Questo anche grazie all’abilità di Rooney che si compie pienamente nella costruzione dei dialoghi, nella descrizione dei comportamenti dei personaggi, nella prosa efficace che costituisce le pagine di Persone normali.

Siamo tutti “Persone normali”

I protagonisti, Marianne e Connell, hanno due vite molto diverse. Lei proviene da una famiglia benestante e vive nella più totale povertà affettiva, lui è figlio di una ragazza-madre che fa le pulizie proprio per la famiglia di Marianne. Lei vittima di bullismo ed emarginata dai suoi coetanei, lui è tra i più popolari del loro istituto.

I due ragazzi sono però diversi solo all’apparenza e hanno un legame viscerale che va oltre le differenze economiche e sociali. Esso però risente dei pregiudizi esterni al punto da costringerli a iniziare una relazione clandestina. Connell inizialmente si vergogna di Marianne e teme il giudizio degli altri, e così ne viene fuori un rapporto sbilanciato e immaturo. La situazione è destinata però a ribaltarsi all’università, dove la loro relazione potrà finalmente uscire allo scoperto. Qui è Marianne a diventare popolare e richiesta tra i ragazzi, mentre Connell finisce suo malgrado per sprofondare in una solitudine profonda e una forte depressione.

I due si lasciano, tornano insieme, si comportano in modo contraddittorio, non comunicano come dovrebbero e come vorrebbero. Ma questa relazione è anche la loro via d’uscita, il rifugio, la fortezza dove tutti vorremmo essere accolti quando il mondo fuori ci è nemico.

Foto Sally Rooney

Il successo della Rooney


Ma cosa rende interessante Persone normali al punto da far parlare di Sally Rooney come l’astro nascente della letteratura irlandese contemporanea? Ciò che rende singolare la lettura di Persone normali è la possibilità di riconoscerci con immediatezza nei protagonisti della storia. Leggendo, anche noi proviamo quell’amore giovanile, privo di filtri, vero, autentico, ruvido e a volte esplosivo, fatto anche di difficoltà e distanze, non solo fisiche. I giovani protagonisti sembrano essere legati da un elastico che si tira, si tende, ma senza spezzarsi mai definitivamente. Crescono e il loro rapporto matura, si allontanano ma finiscono col ritornare sempre l’uno dall’altra.

Una storia di due solitudini

Il romanzo Persone normali, tuttavia, non è solo la storia d’amore tra Marianne e Connell, ma è anche la narrazione di due solitudini, di due personalità con problematiche forse frutto dei contesti familiari e sociali. Oltre alla disparità sociale ed economica, è affrontato anche il tema dell’anoressia. Sebbene non espresso in maniera diretta, ma solo raccontato attraverso le difficoltà di Marianne nel sentirsi adatta e amata da qualcuno.

La maggior parte della gente, ha pensato Marianne, vive un’intera vita senza mai sentirsi così vicina a qualcuno.

Persone normali, Sally Rooney

La protagonista, infatti, nel corso del suo soggiorno di studi in Svezia piomba in un annichilamento della propria persona. La Rooney parla anche della depressione e dei suoi effetti, attraverso il percorso psicologico intrapreso da Connell, aggravato anche dal suicidio di un suo amico di infanzia. Ma il bello è che tutti questi eventi e queste situazioni vedono i giovani protagonisti sempre l’uno accanto all’altra. Un rapporto che è un continuo supporto, al punto che i due arrivano a rendersi conto di quanto si sono influenzati reciprocamente nel loro percorso di maturazione e di crescita. Connell e Marianne cominciano a pensare anche che forse le cose sarebbero state diverse se non avessero mai cominciato la loro frequentazione.

Ti amo. Non lo dico per dire, ti amo davvero. A lei tornano a riempirsi gli occhi di lacrime e li chiude. Questo momento le sembrerà di un’intensità insopportabile anche nei ricordi, ma ne è già consapevole fin d’ora mentre sta accadendo. Non si è mai considerata degna di essere amata da qualcuno.

persone normali


Altro tema analizzato in maniera evidente è quello dell’incomunicabilità. In più occasioni i protagonisti interrompono il loro rapporto solo per mancanza di chiarezza. Perché sono poco diretti, perché non arrivano a dirsi esplicitamente ciò che provano davvero in quel momento, perché sono poco coraggiosi e non esprimono pienamente i propri sentimenti.

Nella vita di tutti i giorni le loro emozioni erano così diligentemente represse, costrette in spazi sempre più angusti, che un fatto apparentemente marginale finiva col caricarsi di un significato pauroso.

persone normali

Stile sintetico e diretto: punto di forza della Rooney

Tra i punti di forza della Rooney non possiamo non far riferimento allo stile. Sintetica e diretta, l’autrice irlandese ha la grande abilità di descrivere relazioni e fatti lasciando tutto in sospeso, un continuo “detto e non detto” che conferisce molta più importanza ai gesti e alle azioni. I suoi romanzi sono a tal punto “visivi” che da Persone normali è stata tratta una serie TV di 10 episodi fedelissima al testo.
I personaggi della Rooney sono dunque sfaccettati, eppure senza particolari artifici l’autrice riesce a fornirci sfumature psicologiche e caratteriali dall’aspetto complesso e spesso anche preoccupante (come nel caso della depressione di Connell).

Unitamente allo stile, risulta interessante l’aspetto della struttura del romanzo. Originale è la scelta di dividere la narrazione in capitoli introdotti ognuno da una data, con salti temporali talvolta di qualche settimana, altre volte di mesi. Si raccontano così 3 anni di relazione che noi possiamo seguire nel suo sviluppo, capendo che l’avanzare delle pagine è il proseguimento del percorso di crescita dei protagonisti.


Scena serie tv "Normal people"
Fotogramma tratto dalla serie TV “Normal People” prodotta da Netflix e tratta dal romanzo di Sally Rooney

L’espediente delle e-mail anche in Persone normali

Come in Parlarne tra amici, anche qui viene usato l’espediente della corrispondenza epistolare, via e-mail. In Persone normali, tuttavia, assume un’importanza anche maggiore rispetto a quella del romanzo d’esordio dell’autrice. Qui si tratta di una dimensione più intima. L’unico veicolo di sentimenti e di connessione profonda che i protagonisti decidono di adottare nei loro momenti di distanza. Forse è qui che si assiste a una comunicazione più sincera, dove oltre a costituire una fuga dalla realtà, per i protagonisti, è anche un momento di approfondimento delle loro vite.

La casa dalle finestre sempre accese, di Anna Folli, rappresentato in mezzo a delle carte e al libro di Proust

La casa dalle finestre sempre accese, A. Folli

È uscito nel mese di settembre l’ultimo libro di Anna Folli, La casa dalle finestre sempre accese, edito da Neri Pozza.

Tra corso San Maurizio e il Lungo Po Cadorna, a Torino, c’è un edificio color sabbia, la casa dalle finestre sempre accese. È un luogo senza tempo, in cui intellettuali, letterati, pittori, artisti di ogni genere, e amatori dell’arte, si ritrovano per dar vita a uno dei più grandi salotti culturali del Novecento.

Ora sono qui, davanti a un edificio color sabbia con le finestre che guardano il fiume e la collina: in questo palazzo sobrio e molto sabaudo non è cambiato quasi niente da quando, in un appartamento al secondo piano, Giacomo e Renata Debenedetti iniziarono la loro vita insieme.

Nel 1919, durante una sera d’inverno, Giacomo Debenedetti e Renata Orengo si incontrano al Teatro Regio di Torino.

Renata Orengo, allora ha solo dodici anni, ed è seduta nella prima fila del loggione per ascoltare I maestri cantori di Norimberga. Accanto a lei, siede un ragazzo pallido che è stato ritratto da Felice Casorati, è Giacomo Debenedetti. A invitare Giacomo a casa loro è la madre di Renata, Valentina Orengo, perché in lui scopre un raffinato ascoltatore. La passione in comune per la musica e per Wagner li fa subito empatizzare, ma a spingerlo fino a casa loro non è solamente la dedizione per le arti. È Renata ad averlo attratto dal primo momento che l’ha vista a teatro, coi suoi modi gentili e la sua inesperienza.

Renata Orengo nasce da Valentina e il marchese Antonio, una coppia borghese che si oppone al proprio destino. La marchesa parla perfettamente il francese, il russo, l’inglese e il tedesco, “ma nel suo italiano si mescolano parole francesi e russe, il dialetto ligure e quello piemontese”. Il suo vangelo è Guerra e pace. Tra i due genitori è la madre quella più rivoluzionaria: una donna interessa a tutto e molto più colta di quanto fosse abituale per una signora del suo tempo e della sua estrazione sociale.

Tuttavia, alla marchesa Orengo non sono sfuggiti quegli sguardi e quei sospiri tra sua figlia e Giacomo, e colpita dal ragazzo non fa nulla per impedir la loro vicinanza.

Giacomo nasce a Biella il 25 giugno del 1901, da una famiglia ebraica commerciante di tessuti. Di quegli anni, Giacomo non parla spesso e allora non può ancora sapere che, dopo il trasferimento a Torino, la sua vita cambierà per sempre.

Da ragazzo, Giacomo è molto intelligente e ha la capacità di “assorbire nozioni e di elaborarle in un modo che è soltanto suo”.
Torino gli appare subito come una grande città, i nuovi compagni lo ammirano, e i professori lo portano a modello.

Ma durante la prima adolescenza la sua esistenza viene sconvolta dalla perdita dei genitori.

Il padre muore per un cancro allo stomaco, e poco dopo, sua madre Elisa di spagnola. Per questo, il giovane Giacomo verrà affidato alle cure dei suoi due zii, Alessandro e Natalia, ma da allora gli sembrerà sempre di svegliarsi in un mondo che non è più il suo.

A diciassette anni, Giacomo si iscrive alla facoltà di Ingegneria Meccanica, come aveva promesso a suo padre.

Appena ventenne, Giacomo è già considerato da tutti un piccolo genio. È tutto un “gioioso accumulo di nozioni e progetti che gli aprono le porte del mondo torinese”. La sua vita è un susseguirsi di letture, di studi, ma sopra a tutto di incontri e scambi con letterati, poeti, filosofi, pittori. Fin da allora, ciò che Giacomo vorrebbe per sé non è la carriera che poi intraprenderà. Debenedetti vuole diventare uno scrittore, si circonda di personaggi da cui può sempre apprendere qualcosa e ogni momento libero cerca di trascorrerlo barricato nella propria stanza.
Proprio durante quegli anni, una delle sue prime frequentazioni è il futuro critico Gianfranco Contini, con cui conduce lunghe passeggiate su via Po. Tuttavia, il punto di riferimento di Giacomo e di tutti i giovani intellettuali di quegli anni è Benedetto Croce, ed è proprio lui che, nel 1922 ha letto un suo articolo e vuole sapere qualcosa di lui.

Per Giacomo è il momento delle grandi amicizie. Frequenta Cesare Angelini, Eugenio Montale, il critico Renato Serra, mentre i suoi compagni non pensano ad altro che godersi gli ultimi anni dell’adolescenza.

Giacomo, Renata, Elisa e Antonio nel 1939, ripresi nella terrazza di via Sant'Anselmo all'Aventino
Giacomo, Renata, Elisa e Antonio nel 1939, ripresi nella terrazza di via Sant’Anselmo all’Aventino

Assidue sono le visite di Giacomo nello studio di Casorati, dove incontrerà personaggi significativi per il suo percorso, come Lalla Romano e Paola Levi Montalcini. Tra gli invitati c’è persino Daphne Maugham – la fascinosa nipote di Somerset Maugham che raggiunge Casorati per imparare dipingere e infine si sposano.

Giacomo Debenedetti, Carlo Levi, Mario Soldati, Natalino Sapegno, Sergio Solmi, Giacomo Noventa, Guglielmo Alberti e molti altri – tutti più o meno coetanei – formano un gruppo unico e solidale. E Giacomo comincia a lavorare con i maggiori giornali del tempo: prima a Energie nuove, poi alla Rivoluzione liberale e al famigerato Baretti.

Da quel lontano 1919, Debenedetti continua a frequentare casa Orengo e tra Giacomo e Renata non si è mai spenta l’attrazione originaria.

Fino a quel momento, la futura inquilina della casa dalle finestre sempre accese ha avuto una vita tranquilla e protetta. Dopo il liceo si iscrive alla facoltà di Storia dell’Arte, poiché anche lei è innamorata delle arti, della letteratura e della musica. Tanto da diplomarsi al Conservatorio in pianoforte, una passione che si porterà dentro per tutta la vita. Coloro che l’hanno conosciuta raccontano del suo evidente charme: tra loro c’è Giulio Carlo Argan che la ricorda in un cappotto verde scuro mentre illumina il grigiore delle aule torinesi.

Tuttavia, prima che la loro unione trionfi, Giacomo avrà altre amanti. La prima tra tutte è Paola Levi, la sorella di Natalia Ginzburg che si sposò con Adriano Olivetti. La fine della relazione è una ferita che stenta a guarire e per Debenedetti diventa motivo per concentrarsi maggiormente sui propri studi. Per molto tempo Giacomo non si vede nei panni di un critico, e affida tutte le sue speranze a un romanzo breve che verrà mal recensito da quasi tutti: Amedeo. È una sorta di “confessione psicanalitica in cui rivela il rapporto difficile con se stesso”, ma che nemmeno per il critico raggiunse una piena riuscita. Ci vorrà del tempo prima che Giacomo abbandoni definitivamente l’idea di scrivere: nel frattempo ha quasi trent’anni e poiché sente il bisogno di diventare più popolare e di parlare a più persone, comincia a collaborare con La Gazzetta del Popolo.

Nel 1929, Giacomo pubblica la prima raccolta dei Saggi critici. Sono preceduti da mesi di studio senza tregua, minacciati dalla paura di non essere all’altezza del compito che si è dato.

La dedica del volume è a Renata, ché ha saputo rimanergli vicina nei momenti peggiori e che da dieci anni sopporta le sue assenze e i ritorni. Nonostante Giacomo non abbia ancora un lavoro stabile, e Renata ha appena finito l’università, è allora che i due decidono di sposarsi. Una scelta sofferto oltraggiata dagli Orengo, che non vedono dietro il giovane ebreo, qualcuno in grado di rendere felice loro figlia. Un matrimonio con pochi invitati, poche ore di festeggiamenti e i Debenedetti partono in viaggio di nozze per Vienna, l’Austria e l’Ungheria.

La prima casa dalle finestre sempre accese è in corso San Maurizio, da cui si può mirare la Basilica di Superga.

Nel nuovo appartamento Giacomo studia, legge e scrive, mentre Renata tenta di diventare una perfetta padrona di casa. Sono assidui frequentatori del Teatro Regio e non perdono un concerto di Wagner. A casa loro, invece, sono sempre in tanti, perché molti sono quelli che vanno a trovarli per discutere dei temi culturali del momento. E in quell’appartamento in corso San Maurizio si organizzano piccoli ricevimenti e si invitano gli amici: Mario Soldati, Casorati, Venturi e molti altri nomi di personalità divenute illustri.

Il matrimonio, però, è come se avesse spento l’ispirazione di Giacomo, tanto che il critico riversa il suo interesse sul cinema e sulla sceneggiatura, in particolare sulle grandi produzioni di Hollywood. Collabora con la Cines, la Lux Film e ha contatti perfino con Zavattini e De Sica scrivendo per loro sceneggiature di gran successo. Verso il cinema è spinto anche a causa della nascita di Elisa, la prima figlia nata nel 1933, che richiede nuove entrate più cospicue e porta Giacomo a cercare nuovi guadagni.

Negli anni del cinema, i Debenedetti decidono di lasciare Torino e andare a Roma, la città del futuro e delle nuove possibilità.

In via Sant’Anselmo – la strada che i Debenedetti hanno abitato per dodici anni – sorge la nuova residenza, in uno dei quartieri più verdi della città, l’Aventino. E, sempre in quegli anni, nascono per loro le amicizie più importanti e in vista del tempo, poiché Roma, si sa, già allora era la culla dell’arte e della cultura. Sarà proprio nella casa sull’Aventino che inviteranno Alberto Moravia ed Elsa Morante, Bobi Bazlen, Alberto Savinio, Aldo Palazzeschi, Maria Bellonci e molti altri.

MoranteMoravia è la coppia più vicina ai coniugi. Elsa è totalmente accecata dalla bravura di Debenedetti, dietro cui riconosce uno dei migliori critici del tempo, ma diviene molto amica di Renata – che supporta a ogni nuova crisi sentimentale. Alberto, invece, è colui che per tutta la vita incoraggia il critico, lo sprona a far meglio e gli sottopone i suoi testi.

Poi, nel 1938 comincia l’incubo.
Dal giorno in cui vengono promulgate le leggi razziali, la loro vita cambia per sempre e Giacomo non si fida più del mondo.

La loro vita comincia a esser vissuta con ansia e preoccupazione. I coniugi temono per la loro vita, e per quella dei loro figli, devono star attenti a qualsiasi passo. Giacomo non può più lavorare per le leggi razziali e vive con vergogna l’impossibilità di non poter mantenere più la famiglia, ma fino all’ultimo non rinnega la propria discendenza ebrea. Saranno anni molto difficili per gli inquilini della casa dalle finestre sempre accese: entrambi si dedicheranno alla traduzione, Giacomo del suo amato e studiato Proust – che ha già tradotto Natalia Ginzburg -, mentre Renata di George Elliot – la giovane scrittrice londinese nascosta sotto un falso nome maschile.

Insieme alla crisi economica giunge anche quella sentimentale. Nel 1942, Giacomo si infatua di un’attrice, e Renata – che lo scopre – non riesce a perdonarlo subito.

I due si separano, Renata, a malincuore abbandona Giacomo, va via con i ragazzi. Ma in quelle lunghe settimane a Levanto lei non può rassegnarsi alla fine del loro amore. Anche lui non può, e continua a pensare a lei, nonostante sia sempre immerso nello studio disperato. È convinto che tra loro non sia finita. Dopo un lungo silenzio, infatti, tutto si ricompone, nonostante Renata continui a soffrire il tradimento.

Dopo quella prima rottura ci saranno molte altre crisi, poiché Giacomo, periodicamente risulta “squassato da nuove passioni di cui è il primo a soffrire”. E ogni volta, Renata sarà disposta a perdonarlo, incredula e sofferente davanti alle sue pulsioni non sarà mai in grado di rifiutare un suo ritorno.

La guerra è stato uno dei momenti più dolorosi dell’esistenza dei Debenedetti.

A cavallo tra il 1943 e il 1944, Insieme ai Pavolini, i Debenedetti si rifugiano a Villa Baldelli, a pochi chilometri da Cortona. Restano là fino alla fine della guerra, ma una volta finita la tragedia, il desiderio di sicurezza e di appartenenza a un gruppo di Giacomo si è acuito. Dopo essersi iscritto al Pci, che gli pare la strada giusta de seguire, Giacomo fa chiarezza sulle proprie posizioni e rimette ancora una volta in discussione il valore del critico letterario.

Il critico, almeno il critico che vorrei essere, interroga le voci, le affermazioni, le negazioni degli artisti, le loro riuscite e i loro errori, appunto, per chiarire a se stesso agli altri il senso e il fine della vita.

In quel periodo si moltiplicano i salotti letterari, dove spesso “a tenere le fila sono le padrone di casa”.

Renata è più assidua di Giacomo, ama frequentarli e conosce tutti; lui, invece, è sempre concentrato nel suo studio e quei luoghi non gli piacciono più. Esordisce inoltre, il celebre Premio Viareggio indetto da Repaci, dove in giuria ci sarà proprio Giacomo. Ma tra tutti i premi e i cenacoli letterari quelli che splendono maggiormente sono di Alba de Céspedes e Maria Bellonci. Quello dei coniugi Bellonci, in particolare, animato dagli “Amici della Domenica”, da un festoso momento di ritrovo diventerà l’ambito Premio Strega.

Giacomo e Maria Bellonci a una votazione del Premio Strega in casa Bellonci negli anni Quaranta
Giacomo e Maria Bellonci a una votazione del Premio Strega in casa Bellonci negli anni Quaranta

Le riunioni della domenica pomeriggio si trasformano in un vero e proprio Premio nel giugno del 1947: in quella prima occasione sono presenti le firme più prestigiose del Novecento italiano: Bontempelli, Piovene, Paola Masino, Savinio e molti altri, da Moravia a Ungaretti, da Morante a Gadda e Flaiano. E naturalmente, Giacomo e Renata sono “gli Amici della Domenica che si conoscono da anni e si chiamano tutti per nome”.

È anche così che Giacomo Debenedetti ha modo di farsi conoscere dagli intellettuali e di continuare a far circolare il proprio nome.

Il suo nome circola insieme a quelli più importanti della letteratura di quel momento, da Savinio a Caproni e l’amico sempre fedele Umberto Saba. Sono anni lunghi e travagliati, che vedranno Giacomo prima a Messina, dove gli sarà affidata la cattedra universitaria di Storia della Letteratura Italiana Moderna e Contemporanea, poi a Roma, alla Sapienza.

Più che un professore, per molti allievi, Debenedetti è un maestro “che sa suscitare un rispetto istintivo”. Debenedetti conduce gli studenti al cinema, al teatro, e ovunque possa aiutare i suoi discepoli ad avvicinarsi all’arte. Ma dopo solo cinque anni, la cattedra viene soppressa e non servirà a niente la lettera scritta dagli studenti al Senato Accademico, per convincer loro a istituire nuovamente la cattedra dell’illustre critico del Novecento.

Nei primi anni Cinquanta, Alberto Mondadori invita Debenedetti a collaborare con la sua nuova casa editrice: Il saggiatore.

Una casa editrice di cultura, come voleva essere il Saggiatore, non può più sottrarsi all’aiuto di Giacomo e lo coinvolge. Giacomo è agli occhi di tutti brillante, e conosce meglio degli altri il mondo dell’arte e della letteratura. Mentre nel frattempo, con la Mondadori pubblica finalmente il secondo volume dei Saggi critici. Con il suo prezioso contributo, il Saggiatore edita Sartre, Lévi-Strauss, Klee, Fitzgerald, de Beauvoir e Lancan. Tuttavia, Renata che lo conosce bene, lo vede soffrire perché Mondadori non è più lo stesso di una volta, e durante l’estate viene colpito da una dolorosa nevralgia.

Quando per Giacomo sopraggiunge la morte, è pallido e disfatto. Renata passa le ore al suo capezzale e rintraccia i medici più preparati per curarlo.

Purtroppo non c’è nulla da fare, e Giacomo muore il 20 gennaio del 1967, dopo che Renata gli ha appena portato un piatto di pasta. Renata piange la sua scomparsa, e alle dieci di sera, capitolano alla sua porta gli amici della vita – a dar riprova che la scomparsa di Giacomo fu amara proprio per tutti.

Il primo ad arrivare è Carlo Levi che vuole far compagnia a Renata per la prima notte da sola. Poi arriva Soldati da Torino, che ha preso il primo treno non appena ha saputo la notizia e anche teme a lasciare Renata nella propria solitudine.

È per tutti una grossa perdita la morte di Giacomo, la scomparsa di un uomo che si è sempre impiegato in prima persona per la cultura. Un uomo che ha provato in tutti i modi a mediare le parole di quelli che hanno saputo scrivere e raccontare – e a cui lui, spesso, avrebbe voluto sostituirsi. Tuttavia anche Giacomo ha trovato il suo modo di esprimersi. Avrebbe voluto tanto diventare un narratore, e in qualche modo si può dire che lo sia diventato anche lui, attraverso le storie degli altri, snocciolandole e esponendo la loro bellezza sotto gli occhi di tutti.

Della sua persona rimane un ricordo indelebile, un fondo storico, tre volumi di critica letteraria, uno studio su Proust – e molti altri pubblicati postumi -, alcuni tentativi di romanzi e diverse tra le sceneggiature migliori di quegli anni. Unitamente al ricordo che si ha del critico, non si potrà dimenticare – qui e in nessun’altra sede – la moglie che ha saputo accompagnarlo e spronarlo, ma soprattutto amarlo sopra ogni altra cosa. Difenderlo a qualunque costo, valorizzarlo tutte le volte che le è stato possibile.

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