Il diario più personale di Elsa Morante ritratto con delle margherite arancioni, chiacchiere di carnevale e tazza di tè fumante

Diario 1938, E. Morante

Redatto tra il 19 gennaio e il 30 luglio 1938, il Diario di Elsa Morante è la cosa più personale che l’autrice abbia fornito di sé durante la sua lunga carriera. Se Morante sempre preferì che della propria vita si sapesse meno di quanto narrasse, quest’esemplare è la prova più autentica che abbiamo del carattere di Elsa Morante, delle sue relazioni, delle sue paure, e di quegli anni particolari.

Elsa Morante con il suo gatto sulla finestra davanti alla sua scrivania

Diario 1938 fu pubblicato precedentemente con il titolo Lettera a Antonio. Antonio, infatti, è il nome fittizio a cui Morante si rivolge nella prima sessione con il suo diario.

In queste pagine, la materia autobiografica invero non si presenta sotto forma di lettere non spedite. Il vero interlocutore del Diario non è tanto Antonio – personaggio a cui si rivolge più come se egli incarnasse il suo alter ego – ma piuttosto la pagina bianca, che diventa per l’ennesima volta, un luogo in cui l’autrice può dar sfogo ai propri drammi, e allo stesso tempo, attraverso cui analizzarli, sviscerarli fino a comprendere se stessa.

Il Diario che Morante tenne nella prima metà del 1938 altro non fu che un modo che l’autrice aveva a disposizione per leggersi dentro.

Quelli, infatti, sono anni difficili per lei: la scrittrice romana, nata da madre ebrea, non ha ancora raggiunto il successo. Ha già incontrato Giacomo De Benedetti, e frequenta casa sua e della moglie Renata come una presenza abituale; ed è proprio lui a spingerla verso una maggiore coscienza di sé.

Il 1938 è un anno fondamentale per Elsa Morante: la sua relazione con Alberto Moravia è da poco cominciata, e il suo successo infinito contribuisce ad accrescere quel senso di insicurezza che Morante prova. È una donna sicura delle proprie capacità, dei suoi pensieri, eppure la relazione con Moravia la tormenta.

Da Morante, Moravia vorrebbe un figlio, che l’autrice non riesce a dargli.

Probabilmente, questa sua incapacità dovrebbe essere ricollegata al rapporto ambivalente che per tutta la vita Morante ha avuto con sua madre, Irma Poggibonsi.

Irma seppe riconoscere il talento letterario della figlia fin dalla sua tenera età. A sua madre, l’autrice avrebbe dovuto rendere merito di esser stata in grado di valorizzare il suo talento e di accrescerlo il più possibile. Basti pensare, che solo a Elsa, appena seienne, venne permesso di allontanarsi da casa per qualche anno, affinché potesse ricevere l’educazione privilegiata di sua madrina, Maria Guerrieri Gonzaga Maraini.

Si trattava di garantire alla figlia di esser ben curata e recuperare in salute; il che sarebbe stato più difficile in un ambiente modesto come quello familiare […]. Si era dunque alla fine della Prima guerra mondiale: un momento, per la gran parte della popolazione italiana, di crisi e miseria. La famiglia Morante non doveva certo vivere nell’agiatezza, nonostante Augusto e Irma lavorassero entrambi e quest’ultima abbinasse al proprio lavoro anche molte ripetizioni private, che però erano solitamente gratuite […]

graziella bernabò, la fiaba estrema, carocci, roma 2012

Tuttavia, è proprio dietro l’ambivalenza del rapporto con la madre, che si può rintracciare dentro Morante un conflitto, una lotta tra due poli opposti.

Da una parte, Elsa Morante possedeva una matura consapevolezza delle proprie capacità di scrittura e al contempo del proprio aspetto giovane e seducente; dall’altra, invece, ella era abitata da un forte senso di solitudine, per la convinzione di non essere in grado di farsi ammirare e apprezzare dal resto del mondo. Questa conflittualità si può facilmente ricondurre alla situazione dei suoi genitori, e in particolare della propria madre.

Irma Poggibonsi e Augusto Morante vivevano insieme, ma di fatto era come se fossero separati. Fin dall’inizio della loro unione, essi avevano scoperto che Augusto non potesse avere figli, tanto che egli, per evitare l’annullamento delle nozze, concesse a Irma di avere un figlio con Francesco Lo Monaco. Una scelta destinata ad avere conseguenze disastrose sul rapporto tra i due, ma che tuttavia si spiega facilmente se si analizza la loro situazione nello specifico. Augusto Morante, infatti, era siciliano, di nascita e per vocazione, e l’annullamento del matrimonio per impotenza sarebbe stato un vero disonore; Irma, invece, pur avendo una propria indipendenza economica, si sentiva insicura per il suo essere ebrea e non se l’era sentita di perdere la sua protezione.

Nel 1930, all’età di diciott’anni, Elsa Morante abbandona gli studi in Lettere – che a dire il vero neanche fa in tempo a cominciare – e va a vivere per conto proprio.

Che Morante abbia sentito il bisogno di allontanarsi dalla propria disastrosa situazione famigliare è comprensibile; così anche come il fatto che quel distacco provvisorio abbia finito per assumere connotazioni definitive in tempi assai rapidi. Ma se tutto questo costò molto a Irma Poggibonsi, non si può dire che procurò meno sofferenza a sua figlia, costretta “nel rifiuto del materno, a mortificare anche il complessivo senso di sé come donna”.

Nella sua nuova vita, come dichiarò a un’intervista rilasciata a Jean-Noel Schifano, Elsa incontrò numerosi ostacoli. A partire dalla propria svantaggiosa situazione economica, la scelta letteraria e artistica di Morante fu una scelta volontaria, pur conoscendo che i suoi obiettivi sarebbero stati raggiungibili solo a caro prezzo.

Fino al 1937, Morante non aveva pubblicato altro che brevi racconti, situazione che in qualche modo all’autrice dispiaceva. Grazie a De Benedetti approdò come articolista sul Meridiano di Roma: storie in cui sono molto presenti le figure materne, mentre i padri sono totalmente assenti, se non in qualche rara eccezione. Ha in mente di scrivere una grande opera, ma è continuamente divisa da quel rapporto con se stessa che non riesce a farla procedere.

Proprio a quel periodo risalgono infatti i primi tempi della relazione MoranteMoravia.

Alberto Moravia ed Elsa Morante al mare, probabilmente durante una loro vacanza ad Anacapri.

Alberto Moravia ed Elsa Morante si incontrano nel 1936, grazie al pittore Giuseppe Capogrossi. Moravia era già celebre per il successo degli Indifferenti, e di ritorno dal suo primo viaggio in Cina, nel ’36, comincia la relazione con Morante.

Il loro fu un amore tormentato, fatto soprattutto di bassi e rarissimi momenti di benestare.

Moravia, più di lei, fu incline al tradimento, e come rivelò ad Alain Elkann, non si riteneva veramente innamorato di Morante, quanto dopo sarebbe avvenuto con Carmen Llera e Dacia Maraini. Tuttavia, Elsa, soprattutto in quelle prime pagine di Diario 1938, non fa altro che implorare le sue attenzioni: vorrebbe che suo marito l’amasse, che la desiderasse…

Ma è in quelle stesse pagine che Elsa Morante capisce che in quel modo non può continuare. Così, comincerà a cercare altrove ciò che Moravia non poteva offrirle: nell’illustre regista omosessuale Luchino Visconti, e poi nel pittore newyorkese, lo stravagante e sfrontato Bill Morrow.

Tra il 19 gennaio e il 30 luglio 1938, Morante trascrive e commenta non soltanto i fatti che incorrono tra i due coniugi. Diario 1938 diventa uno spazio bianco in cui tener traccia persino dei propri sogni, laddove la realtà si manifesta con più intensità che nel quotidiano.

Semplici annotazioni quotidiane diventano per lei un’avventura dello spirito, che unisce, con grande capacità di suggestione, la realtà al sogno, la cupezza alla speranza, il desiderio carnale alla delicatezza dell’amore spirituale, lasciando trapelare una frequente oscillazione tra aggressività e tenerezza, chiusura e generosità.

GRAZIELLA BERNABÒ, LA FIABA ESTREMA, CAROCCI, ROMA 2012

È evidente, già in quel periodo, che Elsa Morante conoscesse Freud – fatto testimoniato anche da Moravia che cominciò a leggerlo proprio nell’anno in cui si incontrarono. Attraverso i sogni che racconta, Elsa Morante cerca di comprendere le proprie emozioni e di leggere attraverso i propri sogni ciò che da sé non riesce a comprendere.

D’altro canto, la presenza di Alberto Moravia nei suoi sogni è spesso ricorrente, sebbene le generi un’acuta malinconia. Morante appare di lui innamorata, spontanea, nonostante sia con lei sgradevole di frequente. Ma c’è da dire che era forse quel distacco, quel suo essere sgradevole a renderlo agli occhi di Morante l’Alberto di cui si era innamorato. Non andarono forse in modo molto similare anche le relazioni con Morrow e Visconti?

Tutti gli uomini di cui Elsa si innamorò furono sfuggevoli, appassionati d’altro, che alla fine presero le distanze. Ma era forse proprio questa loro illeggibilità a renderli indispensabili nell’esistenza dell’autrice.

Il Diario 1938 divenne per Elsa Morante uno strumento di cui si servì per trovare una propria consistenza nel mondo.

Percorrendo la propria personale strada improntata sulla libertà poetica e morale, Elsa Morante trasforma questo brevissimo Diario frammentato in una concreta testimonianza della sua vita. Sempre attenta che nessuno scoprisse di lei mai abbastanza, l’autrice amava che fossero i suoi libri a raccontar qualcosa di sé, piuttosto che i giornalisti.

I sogni; la visione delle cattedrali (che per molti studiosi rappresentano la grandezza delle sue opere); le passioni; i dolori… non sono che la cornice di un nucleo intimo e privatissimo. Un nucleo fatto di desolazione, di incomprensibilità verso se stessa, di non accettazione, di rapporti inspiegabili e che racchiude i temi che poi attraverseranno tutta l’opera morantiana.

Il libro Lacci di Domenico Starnone compare qui in formato digitale, nel Pocketbook, vicino a strumenti, mestoli, arnesi vari da cucina

Lacci, D. Starnone

Nel 2014 esce Lacci, edito da Einaudi, dello scrittore, sceneggiatore e giornalista Domenico Starnone, già vincitore del premio strega nel 2001 con Via Gemito.

Starnone ama ambientare i romanzi nella sua città natale.

Siamo a Napoli agli inizi degli anni Sessanta. Vanda e Aldo si sposano giovani, appena ventenni, forse per amore, forse per il forte desiderio di indipendenza. Dopo poco tempo nasce Sandro, poi Anna. Vanda si occupa delle faccende di casa e dei figli al contrario del marito, interessato a far fiorire la sua carriera.

Negli anni Settanta Aldo incontra e si innamora di Lidia, bellissima e giovanissima, e lascia i bambini ancora piccoli senza una figura paterna, la moglie senza un marito. Vanda gli scrive lettere, i bambini cercano di avere un rapporto con lui inutilmente, ma solo dopo quattro anni Aldo tornerà a casa per invecchiare insieme alla sua famiglia.

Lacci è la storia di un matrimonio e del suo fallimento.

Starnone utilizza tre voci per raccontarcelo. La prima è quella di Vanda, delle sue lettere arrabbiate per il marito che, per quattro lunghi anni, l’ha lasciata da sola, l’ha abbandonata con il suo dolore.

Se tu te ne sei scordato, egregio signore, te lo ricordo io: sono tua moglie. Lo so che questo una volta ti piaceva e adesso, all’improvviso, ti dà fastidio.

Vanda, in lacci, domenico starnone, einaudi, torino 2016

Vuoi sapere cosa ne penso? Penso che non ti sei ancora reso conto di ciò che mi hai fatto. Capisci che è come se mi avessi infilato una mano in gola e tirato, tirato, tirato fino a strapparmi il cuore?

vanda, in lacci, domenico starnone, einaudi, torino 2016

Le lettere che Vanda scrive al marito sono nove e sono piene di dolore, di un dolore straziante, di parole crude e sprezzanti nel confronto di Aldo.

Tu alle persone ti leghi soltanto a patto che ti riconoscano prestigio e un ruolo degno di te, soltanto a patto che, celebrandoti, ti impediscano di vedere che i realtà sei vuoto e spaventato dalla tua “vuotezza”.

vanda, IN LACCI, DOMENICO STARNONE, EINAUDI, TORINO 2016

Da un dolore così grande non si torna indietro.

La seconda parte di Lacci, raccontata dal punto di vista del marito, è la più lunga e quella più approfondita. Aldo è ormai anziano e, attraverso le lettere della moglie di quarant’anni prima, ripercorre il suo matrimonio, la crisi con Vanda e dell’enorme sofferenza provocatele, la sua incapacità di fare il padre e vivere in un ambiente famigliare, il suo amore incontrollabile per Lidia.

Dopo un po’, certo, si ricompose, si ricomponeva sempre. Ma a ogni ricomposizione sentivo che aveva perso qualcosa di sé che in tempi andati mi aveva attratto. Non era mai stata così, si stava guastando per colpa mia. E tuttavia quel guastarsi mi pareva un’autorizzazione ad allontanarmi ancora di più da lei.

aldo, IN LACCI, DOMENICO STARNONE, EINAUDI, TORINO 2016

Aldo racconta di come con Lidia vive una seconda vita, ritrova una giovinezza perduta, forse, troppo velocemente. Ma racconta anche del suo sentirsi sempre inadeguato, di quelle responsabilità che non hai mai voluto prendersi, di quel senso di colpa che l’ha accompagnato per tutta la sua vita e che l’ha fatto ritornare sui suoi passi.

Dalla crisi di tanti anni fa abbiamo imparato entrambi che per vivere insieme dobbiamo dirci molto meno di quanto tacciamo.

aldo, IN LACCI, DOMENICO STARNONE, EINAUDI, TORINO 2016

Nelle case c’è un ordine apparente e un disordine reale.

La terza voce è, infine, quella dei figli Anna e Sandro. Sono adulti; Anna non vuole avere una famiglia, non vuole avere figli. Sandro, al contrario, ha quattro eredi avuti da donne diverse. Ma loro sono instabili emotivamente, sono la diretta conseguenza della frattura del matrimonio dei genitori, sono figli di quel dolore.

I nostro genitori ci hanno regalato quattro scenari molto istruttivi. Primo: mamma e papà giovani e felici, i bambini che si godono il giardino dell’Eden; Secondo: papà si trova un’altra donna e sparisce con lei, mamma dà i numeri e i bambini perdono l’Eden; terzo: papà ha un ripensamento e torna a casa, i figli cercano di rientrare nel paradiso terrestre, mamma e papà dimostrano quotidianamente che è uno sforzo inutile; quarto: i bambini scoprono che l’Eden non è mai esistito e che bisogna accontentarsi dell’inferno.

anna, IN LACCI, DOMENICO STARNONE, EINAUDI, TORINO 2016

Un libro sull’amore e sull’odio.

Lacci è questo. È un libro crudo e diretto, come d’altronde lo è la scrittura di Starnone, che non lascia spazio a inutili sentimentalismi e ipocrisie, senza mai essere eccessivo, riuscendo così a dare una voce diversa e credibile al dolore di tutti.

L’autore racconta di legami, quelli che sembrano indistruttibili e che, una volta rotti, è quasi impossibile recuperare. Racconta del coraggio che serve per stare insieme e di quello che serve per lasciarsi; racconta dell’affetto che rimane dopo la fine di un amore, di una voglia primordiale di indipendenza, del dolore di sentirsi in trappola e non riuscire a uscirne. Lacci è un romanzo di rimpianti, di una famiglia senza più amore e di un dolore che, una volta nato, rimane per sempre. Lacci potrebbe essere il racconto della nostra famiglia.

Gli unici lacci che per i nostri genitori hanno contato sono quelli con cui si sono torturati reciprocamente per tutta la vita

anna, IN LACCI, DOMENICO STARNONE, EINAUDI, TORINO 2016
La nuova edizione di 1984, pubblicata da Sellerio Editore con l'obiettivo di una reflex e sopra pagine di libro vintage

Un nuovo George Orwell

1984, George Orwell, Mondadori, 1983.
Edizione del 1983

Tra gli scaffali delle librerie c’è un nuovo George Orwell.
Il 31 dicembre del 2020 sono scaduti i diritti d’autore delle opere di Orwell, questo significa che oggi abbiamo la possibilità di trovare in libreria, oltre le edizioni Mondadori, anche tante nuove proposte.

Mondadori, nel corso della storia, è riuscita a rendere immortale il libro più famoso di Orwell, 1984 che è diventato un cult, un classico moderno senza tempo. Essendo già il contenuto di altissima qualità letteraria era ovvio che questo diventasse un romanzo immortale, ma Mondadori è riuscita a rappresentarlo tanto bene da renderlo riconoscibile e desiderabile.

1984, George Orwell, Mondadori, I miti
Copertina del romanzo 1984, pubblicata da Mondadori con illustrazione di Shepard Fairey.

Il processo in cui il libro diventa icona è stato possibile soprattutto grazie a una progettazione attenta delle copertine, che cambiando nel tempo, sono sempre state in grado di rappresentare l’autore, il romanzo e la casa editrice stessa.

L’immutato interesse verso le opere di George Orwell

L’interesse per le opere di Orwell è molto forte, infatti ancora oggi sono molti i lettori che scelgono di leggere le sue opere.

Per i motivi che abbiamo detto prima, da oggi in libreria potrete imbattervi in diverse edizioni delle sue opere, ma ogni edizione si differenzia per diversi fattori.

La scelta del traduttore, a chi affidare la prefazione o la postfazione, ma anche la progettazione delle copertine sono elementi determinanti per il successo del libro. Noi ci siamo divertiti a studiare le varie edizioni dal punto di vista grafico, per offrirvi la nostra personale analisi.

1984

Il mondo è diviso in tre superstati: l’Oceania, l’Eurasia e l’Estasia.
L’Oceania è governata dal Grande Fratello che impone una sorveglianza costante e invadente, a cui i cittadini non possono sottrarsi. Winston Smith, il protagonista del romanzo, cerca disperatamente di mantenere la lucidità per cercare di lasciare una memoria della realtà che lo circonda.

Le copertine

In riferimento al romanzo più famoso di George Orwell, il collegamento si crea subito con l’occhio, che rappresenta lo sguardo del potere supremo che sorveglia e controlla.

Edizione, 1984, Feltrinelli
Feltrinelli
1984, George Orwell, Bur
BUR
1984, George Orwell, Chiarelettere
Chiarelettere

L’occhio è il protagonista di queste tre copertine, (Feltrinelli, Bur, Chiarelettere) ma in ognuna è rappresentato in maniera completamente diversa.

Feltrinelli ha utilizzato un’illustrazione che sembra ispirarsi al Puntinismo, la corrente artistica nata in Francia verso la fine dell’Ottocento. Gli innumerevoli puntini sembrano rappresentare la moltitudine di persone che compongono la società sottomessa al Grande Fratello.
BUR Biblioteca Universale Rizzoli, che giustamente ci tiene a farci sapere da subito che ha affidato la prefazione a importanti penne del panorama culturale contemporaneo (Dacia Maraini per La fattoria degli animali, e Walter veltroni per 1984), sceglie un’illustrazione che si distingue per il forte impatto visivo. L’artista è Elzo Durt, e il suo collage digitale dona una nuova interpretazione del romanzo con un’immagine dai toni optical con influenze punk.

L’edizione Chiarelettere (in libreria dal 4 febbraio 2021) ha una copertina di stampo vintage, riprendendo lo stile delle incisioni presenta il titolo espresso sia con valore numerico, ma anche in lettere.

1984, George Orwell, Garzanti
Garzanti
1984, George Orwell, Einaudi
Einaudi

La telecamera

Quando pensiamo a 1984, ci vengono in mente anche le telecamere di sorveglianza.

Einaudi crea una copertina davvero complessa. L’artista si chiama Noma Bar (designer e illustratore israeliano che ha già collaborato con Einaudi, per esempio per le copertine dei romanzi di Murakami Haruki), che ha creato un’illustrazione che dialoga su diversi livelli.

A primo impatto ci appare ben visibile una faccia, un uomo dallo sguardo minaccioso, ma se guardiamo con attenzione ci accorgiamo di come gli elementi che compongono il viso siano in realtà degli elementi che identificano il romanzo: gli occhi sono le telecamere che vegliano e controllano i comportamenti del popolo. I baffi invece vengono rappresentati da un libro aperto, che ha la funzione di indottrinare sottomettendo la folla.

Spostandoci in casa Garzanti troviamo una copertina che comunica con un linguaggio visivo molto più immediato. Viene rappresentata solo una videocamera di sorveglianza, che spicca nettamente rispetto al fondo nero.

1984, George Orwell, Sellerio
Sellerio

Per rimanere sul romanzo più conosciuto di George Orwell ci soffermiamo su un’ultima copertina, quella che ci propone Sellerio.

Questa copertina è davvero originale perché propone un soggetto che ancora non abbiamo visto e che ha molto a che fare con il romanzo.

Lo schermo nel romanzo rappresenta lo strumento attraverso il quale i cittadini sono osservati e controllati da un potere superiore.

La fattoria degli animali

In una fattoria, gli animali si rendono conto di essere sfruttati, quindi decidono di ribellarsi all’uomo. Si impegnano poi per la nascita di un nuovo ordine basato sulla giustizia e sul rispetto dell’altro. Ben presto però emerge una nuova classe che si impone con prepotenza e arroganza sugli altri, riproponendo un sistema squilibrato quanto il primo.
George Orwell in questo romanzo mette in luce le dinamiche sociali di potere e ingiustizia che si instaurano in una società.

Le copertine

1984, George Orwell, Bompiani
Edizione Bompiani
La fattoria degli animali, George Orwell, Feltrinelli
Edizione Feltrinelli

Qui è difficile trovare una copertina davvero originale. Bompiani, Feltrinelli, BUR, Einaudi e Garzanti hanno copertine con un unico protagonista: il maiale, rappresentante della classe che ha preso il potere sottomettendo gli altri.

Il maiale viene rappresentato come un uomo di potere, a volte in giacca e cravatta, oppure come padrone della fattoria, o come generale.

Anche in questa edizione Einaudi sceglie un’illustrazione che comunica a più livelli; qui, il dettaglio da notare è il teschio che emerge al posto del naso del maiale.

L’edizione Garzanti, invece appare un po’ più originale proponendo un’illustrazione che sembra presa da un libro di divulgazione sugli allevamenti intensivi. Da notare come i maiali siano contraddistinti in maniera differente rispetto agli altri animali.

La fattoria degli animali, George Orwell, BUR
BUR
La fattoria degli animali, George Orwell, Einaudi
Einaudi
La fattoria degli animali, George Orwell, Garzanti
Garzanti

Qualunque edizione voi scegliate è bene ricordare che la copertina è un dettaglio fondamentale da valutare, perché può decretare il successo del libro.

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