Immagine che ritrae una seduta della Pinacoteca di Brera davanti a un quadro

La Pinacoteca di Brera, Milano

Durante l’estate si può visitare la Pinacoteca di Brera, soltanto nel fine settimana, e sotto prenotazione anticipata. Si indossano le mascherine e si mantengono le distanze. È un posto fresco e pieno d’arte, un bel luogo in cui trascorrere del tempo piacevole durante il fine settimana a Milano.

Tra i musei più celebrati di tutto il mondo, c’è la Pinacoteca di Brera, quella che sarebbe dovuta essere il Louvre d’Italia. Nella Pinacoteca di Brera si può trovare un percorso evolutivo compiuto dall’arte: autori, pittori e scultori, sia italiani che stranieri, dal quattordicesimo fino al diciannovesimo secolo si succedono sulle pareti della Pinacoteca.

Colonne e Archi al Chiostro della Pinacoteca di Brera

La Pinacoteca di Brera si trova tra le vie del centro storico di Milano, proprio nell’omonimo quartiere.
Sorge a pochi passi da Piazza del Duomo e attualmente ospita una delle collezioni pittoriche più ricche del mondo. Anticamente, nacque come convento, per l’ordine degli Umiliati. Ma durante il Settecento, per volontà della sovrana Maria Teresa d’Austria, il palazzo divenne la sede dell’Accademia di Belle Arti e di altri istituti culturali, come la Biblioteca.

La Pinacoteca vera e propria è stata realizzata per il volere di Napoleone, ragion per cui, all’ingresso del museo vi si trova una sua grossa statua imponente realizzata da Canova. Il sovrano collocò nel palazzo le opere rinvenute in chiese e conventi, durante le proprie conquiste. Inoltre, Milano era la capitale del Regno e perciò si ritenne adeguato dotare la città di un posto come la Pinacoteca.

Il percorso da compiere all’interno della Pinacoteca di Brera conduce il visitatore attraverso numerosi capolavori dell’arte.

Poiché le opere sono disposte in ordine cronologico, è facile seguire l’evoluzione della tecnica e dei metodi di rappresentazione mutati con il passare del tempo. In gran numero sono presenti opere di arte sacra, le cui dimensioni esagerate arrivano a coprire intere pareti altissime. Tra le tele e le cornici più importanti si trovano capolavori assoluti dell’arte pittorica italiana come la Madonna col Bambino in trono, di Piero della Francesca; il ritratto di Hayez ad Alessandro Manzoni; il Cristo Morto di Andrea Mantegna.
Molti sono gli scorci e i canaletti della città di Venezia di cui è ricca l’esposizione, e tra tutte, probabilmente, l’opera destinata a rimanere più impressa nel cuore dei visitatori è il celebre Il bacio di Hayez.

All’interno della Pinacoteca, inoltre, è possibile venire a contatto con opere decisamente più moderne rispetto a quelle appena menzionate. Per esempio, nelle prime sale si fa l’incontro di Modigliani, i futuristi Carrà, Boccioni, il cubista Picasso e molti altri ancora. Molte di queste opere più recenti, sono doni fatti dagli eredi degli artisti, così come vorrebbe la tradizione della pinacoteca.

Ma all’interno della Pinacoteca non si trovano soltanto tele e dipinti, ma anche celebri sculture.

A partire dal cortile che precede l’ingresso alla Pinacoteca, si può trovare la Muraglia di Pietro Consagra. Ma all’interno del museo troverete sculture e oggetti archeologici di ogni tipo, compresi alcuni esempi di arte dell’Egitto protodinastico. Dalla Pinacoteca di Brera, inoltre, è accessibile la gipsoteca, luogo in cui potrete ammirare i calchi in gesso, in marmo e in terracotta.

Sempre dalla Pinacoteca (ma in tempi di normalità, e non durante Covid) si può accedere anche alla Biblioteca e all’Orto Botanico.

Della Pinacoteca ho apprezzato l’organizzazione degli spazi espositivi, le grandi sedute davanti alle opere. Certo, la Pinacoteca stessa è una notevole opera architettonica e gli alti soffitti, le colonne e gli archi del Chiostro, ne fanno un posto da lasciare tutti senza parole.

Eleonora Marangoni ritratta sull'ereader in mezzo a mensole piene di libri. Lo scopo dell'immagine è quello di fornire una copertina all'intervista di Eleonora Marangoni.

Intervista a Eleonora Marangoni

Eleonora Marangoni è nata a Roma, si è laureata a Parigi in Letteratura comparata e lavora come copywriter e consulente di comunicazione. 
Ha pubblicato il saggio Proust et la peinture italienne (Michel de Maule, 2011), il romanzo illustrato Une demoiselle (Michel de Maule, 2013) e Proust. I colori del tempo (Mondadori Electa, 2014). 
Nel 2017 ha vinto il Premio Neri Pozza con Lux.

Eleonora Marangoni è nata a Roma, si è laureata a Parigi in Letteratura comparata e lavora come copywriter e consulente di comunicazione.
Ha pubblicato il saggio Proust et la peinture italienne (Michel de Maule, 2011), il romanzo illustrato Une demoiselle (Michel de Maule, 2013) e Proust. I colori del tempo (Mondadori Electa, 2014).
Nel 2017 ha vinto il Premio Neri Pozza con Lux.

Ho avuto il piacere e l’onore di chiacchierare con Eleonora Marangoni in attesa dell’uscita di Viceversa, la sua nuova opera in libreria dal 2 luglio 2020.

Cara Eleonora, come stai? 
Ci siamo conosciuti una giornata di fine maggio un anno fa, quando il tuo primo romanzo concorreva alla dozzina del Premio Strega. Eravamo su una terrazza a Roma, c’era il tramonto, avevi un vestito a fiori lunghissimo e un sorriso smagliante. Le persone potevano incontrarsi senza avere particolari restrizioni o temere qualcosa.
Ma ora è evidente che le cose sono cambiate per tutti. Com’è stata per te la quarantena? In che modo si presentano per te questi giorni di transizione? Hai paura di ritornare alla vita che facevi prima?

L’inizio della quarantena è stato complicato: non riuscivo a leggere, scrivere, concentrarmi su niente che non fossero le notizie o i tanti piccoli gesti quotidiani diventati d’improvviso ancora più urgenti e necessari. Poi invece, penso come molti di noi, ho riscoperto la lentezza, un altro modo di vivere e passare le giornate. Non è stato sempre semplice, ovviamente, ma credo davvero che il mondo reclamasse uno stacco, e che sia servito a prendere la misura di alcune cose della vita, delle priorità e dei rapporti umani.
Adesso sento tutti correre come e più di prima, e non vorrei ricominciare a farlo! Ho ripreso oggi il primo treno dopo non so nemmeno più quanti mesi. Viaggiavo moltissimo, per ragioni personali e professionali, e vorrei riuscire a farlo meno.

Il giorno in cui ci siamo incontrati mi ricordo che ci siamo abbracciati, io avevo già letto Lux, e di quel libro ne apprezzai la forte ondata di internazionalità e la storia di un uomo che all’improvviso scopre di aver ricevuto una grande eredità che gli cambia la vita.
Eleonora, pensi che la vita sia cambiata anche a te, dopo quel premio e la storia di Thomas Edwards?

Senza dubbio. Avevo la fortuna di vivere già di quello che scrivevo a dire il vero (sono copywriter e consulente di comunicazione), ma Lux mi ha aperto una nuova strada, mi ha un po’ cambiato la vita, sparigliando le carte e aprendo nuovi orizzonti. Anche se penso sia “sano”, almeno per me, non dedicarmi solo alla scrittura romanzesca/saggistica. Lavorare come copy, avere a che fare con prodotti, realtà economiche e sociali diversissime tra loro, mi aiuta a restare in contatto col mondo, mi diverte e allena il pensiero verso forme e flussi sempre nuovi.

Il 2 luglio torni in libreria con un nuovo libro, Viceversa, il mondo visto di spalle. Un percorso attraverso le storie più celebri di figure che «ci hanno voltato le spalle» fin dall’età romana. Dentro c’è tutto: fotografia, pittura, video arte, letteratura, un connubio di arti e sensazioni. In che modo la scrittura di questo genere, il saggio, più vicino alle pubblicazioni precedenti a Lux, si concilia con il romanzo?

Ho iniziato da saggista, quindi per me è un ritorno. Anche se non vedo dicotomia tra la scrittura narrativa e quella di impronta più saggistica: sono solo modi diversi per esprimersi, e credo che di volta in volta proverò a individuare quello più giusto per raccontare quello che voglio raccontare.

DaViceversa emerge evidentemente un tuo amore per il cinema. Anche Lux, d’altronde, è un libro assolutamente cinematografico (e mi domando perché non sia ancora diventato un film, o una serie TV). Che cosa ti affascina del cinema? Chi è il tuo regista preferito e quali sono le ragioni?

In Viceversa si parla soprattutto di pittura e di fotografia. Il cinema è una conseguenza di una visione anteriore, e se il grande schermo tuttora dà grande spazio alla narrazione “di spalle” lo fa per molteplici ragioni che derivano da arti più antiche.
Monica Vitti ha raccontato che, la prima volta che si incontrarono, Antonioni le disse: “Ha una bella nuca, può fare del cinema.” Era una provocazione, certo, ma fino a un certo punto.
Regista preferito non saprei, sono moltissimi, come i libri, mi viene difficile scegliere. E a volte non sono nemmeno i registi, ma i singoli film a segnarti. Ti cito qualche nome sparso: Agnès Varda, Paul Thomas Anderson, Jean Renoir, Antonio Pietrangeli, Noah Baumbach, Céline Sciamma. 

Monica Vitti e Michelangelo Antonioni immortalati durante le riprese di un film. L'immagine è in bianco e nero e rappresenta le due star italiane mentre guardano verso l'obiettivo distrattamente
Monica Vitti e il regista Michelangelo Antonioni

Une demoiselle (2013) pubblicato in Francia dall’editore Michel de Maule, è una storia illustrata liberamente ispirata al Ballo di Irene Nemirvosky. A proposito di autori che hai studiato da vicino e hai potuto approfondire, quali sono i tuoi artisti di riferimento? A quali personalità ti ispiri? 

Ogni libro è una storia a sé, davvero. Perché ogni libro è diverso, e nel frattempo tu sei cambiato tra un libro e un altro. Quindi non saprei risponderti con esattezza. Posso solo dirti che di volta in volta gli autori di riferimento non sono mai gli stessi, come anche il modello di libro che hai in mente. Viceversa poi è un caso particolare. È un libro che avrebbe potuto anche non essere un libro: ma una mostra, o un sito, o una serie di documentari sulla tv. Poi la forma è sostanza, ovviamente.

Proust è di sicuro un personaggio che tu conosci a fondo. Ti sei laureata con una tesi su di lui, e hai scritto un’analisi a proposito della rilettura della Recherche attraverso i suoi colori. Alla ricerca del tempo perduto è un’opera enciclopedica che si ha sempre paura di affrontare, concordi? Perché credi che questo succeda? Esistono tanti libri altrettanto lunghi che non incutono il timore che dà Proust. Eleonora, che cosa ha spinto a te, ad amarlo così tanto? C’è stato qualcosa che ti ha portato a scoprirlo o ti sei avvicinata a lui perché ne eri liberamente attratta?

È stato un caso. Era in casa da sempre, l’aveva comprato mia mamma ma poi non l’aveva letto. Io ho iniziato il primo e non mi sono più staccata. Non credo sia un libro per tutti, ma del resto nessun libro lo è. Ma di certo non provare nemmeno a iniziarlo non ha senso. Quindi a chi vorrebbe iniziare la Recherche l’unico consiglio che mi sento di dare è proprio questo: comincia! E se poi proprio non ti parla, non devi sentirti in colpa, ma passare ad altro. Magari prima o poi ci rimetterei le mani sopra, tra qualche tempo. Ma aspettare “il momento perfetto” per dedicarsi a Proust non ha molto senso. 

Se con Proust ce l’hai fatta, però, ci saranno anche per te, almeno due libri che vorresti leggere da sempre ma che non riesci a cominciare. Puoi confessarmeli?

Non ho mai letto Infinite Jest, e ho iniziato Guerra e pace ma non l’ho mai finito. I miei mattoni con cui fare i conti sono questi due, direi. Oddio, due dei tanti, di sicuro.

Un’ultima domanda, un suggerimento per chi ci legge. Quali libri leggerai quest’estate? Ne vuoi consigliare tre, leggeri ma in qualche modo importanti?

Due vite, Emanuele Trevi, appena uscito per Neri Pozza.
Abbiamo sempre vissuto nel castello, Shirley Jackson, Adelphi.
Tutti i racconti di Grace Paley, Edizioni Sur

Il libro di Leone Ginzburg scritto da Angelo D'Orsi è rappresentato su una pancetta a due piani con dei vasi di cactus. Dietro, il muro è in pietre

L’intellettuale antifascista, ritratto di Leone Ginzburg

Con Neri Pozza, è uscita ormai quasi un anno fa, in ottobre, l’ultima impresa letteraria di Angelo d’Orsi.
L’intellettuale antifascista, Ritratto di Leone Ginzburg, è la ricca biografia di una vita così breve, eppure tanto densa di avvenimenti. Una personalità un po’ dimenticata, ma che ha contribuito in prima linea in nome della libertà.

L'immagine rappresenta la figura di Leone Ginzburg in primo piano con gli occhiali da vista rotondeggianti. È un'immagine restaurata tratta dall'archivio.

Fondatore della casa editrice Einaudi, militante nel gruppo di Giustizia e Libertà, Leone Ginzburg è stato uno degli antifascisti più attivi durante il regime. Nacque a Odessa, in Ucraina, il 4 dicembre del 1909.
Fu l’ultimo di tre fratelli, ma pare che fosse nato dall’incontro di sua madre, Vera, con Renzo Segre, durante una villeggiatura a Viareggio. Oltre che dalla propria madre, Leone venne accudito da Maria Segré, sua zia naturale, e presso di lei, trascorse in Italia tutto il tempo del conflitto.

Nel 1920 i Ginzburg si trasferirono a Torino. Per Leone rappresentò l’ingresso all’adolescenza e la scoperta di un mondo che fino ad allora conosceva solo tramite le proprie letture. Fondamentale fu il Liceo Classico Massimo D’Azeglio.

Fu bene una fucina di antifascisti il Massimo D’Azeglio in quegli anni, ma non per colpa o per merito di questo o di quell’insegnante, ma così, per effetto dell’aria, del suolo, dell’ambiente “torinese” e piemontese.

Monti, 1965

Proprio tra quei banchi si formerà il pensiero di Leone Ginzburg, complice la posizione dei suoi maestri, personaggi del calibro di Augusto Monti, Massimo Mila e Umberto Cosmo. Quest’ultimo, per esempio, fu insegnante anche di Togliatti, Gramsci e altri intellettuali e politici del tempo.

Tra i compagni di classe di Leone si annoverano personaggi di spicco che presto gli diverranno intimi

Massimo Mila, Cesare Pavese, Giulio Einaudi, sono solo alcuni tra i nomi celebri che hanno accompagnato la maturazione del giovane Leone. Lì al D’Azeglio, per alcuni, vi era una “avvilente spoliticizzazione tanto fra i docenti, quanto fra i discenti”. Per altri, invece, risiedeva il seme di una rivoluzione che presto avrebbe investito tutti.

In realtà, Monti o Cosmo, Zini o Segre e quant’altro, nella scuola impartiscono un insegnamento che è ben lungi da qualsivoglia forma di indottrinamento politico; semmai la loro è una sorta di moral suasion condotta limitandosi al proprio lavoro, un lavoro ben fatto, nel modo più intellettualmente onesto, professionalmente serio, scientificamente intoccabile.

Il primo tentativo di fondare una casa editrice avvenne il 26 gennaio 1926.

Il nome scelto era Slavia, il sottotitolo, invece, recitava: “Società di autori stranieri in versioni integrali”. Pubblicavano perlopiù traduzioni dal francese, russo e altre lingue dal ceppo slavo.
Quegli anni saranno fondamentali per Leone, per gettare le basi “per quella sua straordinaria carriera di editor che troverà coronamento nella fondazione, accanto a Giulio Einaudi, con l’amico Cesare Pavese, e nella sostanziale direzione della casa editrice con l’insegna dello Struzzo, tra il 1933 e il 1944″.

Tramite gli scritti e le idee, Leone Ginzburg partecipò al Baretti, uno dei maggiori giornali di apertura extra-italiana, e nel frattanto continuò a tradurre i grandi classici, mostrando un particolare interesse per Tolstoj, Gogol’… Fu studioso di letteratura russa e aderì al movimento “Giustizia e Libertà”, che gli comportò un primo arresto durato due anni. Mai smise di dedicare tutte le proprie forze nella diffusione della cultura e del sapere, e veniva considerato dai più come una persona di rispetto e referenza.

Ma il grande contributo di Leone Ginzburg, lo si deve rintracciare soprattutto dietro la fondazione della casa editrice Giulio Einaudi, che crearono ispirandosi a due editori molto rivoluzionari per il tempo: Arnoldo Mondadori e Valentino Bompiani.

Ginzburg fece di Benedetto Croce (di casa Laterza) il proprio intellettuale e pensatore di riferimento, tanto che tutti cominciarono ad appellarsi a lui come il Croce di casa Einaudi. Tra coloro che lo facevano vi era di sicuro Mario Levi, il fratello di Natalia, colei che poi diverrà sua moglie. Fu proprio lui a presentarli: Natalia scriveva racconti e storie brevi, e Ginzburg se ne innamorò al punto che fece di tutto affinché il suo spessore fosse riconosciuto.

Il rapporto LeoneNatalia fu importante, un rapporto di grande stima, supporto e sincerità. La loro storia cominciò appena prima dell’arresto giovanile di Leone. Si sposarono nel 1938 ed ebbero tre figli: Carlo, Andrea e Alessandra. Nel ’40 raggiunsero Pizzoli, in Abruzzo, dove trascorsero gli ultimi anni fino alla caduta del fascismo.

Quando venne arrestato nel ’43, dopo la caduta del fascismo, Leone Ginzburg era uno dei maggiori animatori della Resistenza a Roma.

Leone uscì di casa per andare in casa editrice quando venne catturato e deportato nel carcere di Regina Coeli. Durante quegli anni, Natalia vegliò su di lui, specialmente grazie a un fitto carteggio che i due intrattennero a distanza. Leone aspettava sempre le sue lettere, e raccontava fossero ormai l’unica cosa piacevole concessa.

Quando morì, dopo le torture inferte dai tedeschi per essersi rifiutato di collaborare, Natalia richiese di vederlo per l’ultima volta. Da quel momento scrisse una delle più belle poesie d’amore di tutta la letteratura, Memoria, dedicata alla scomparsa di suo marito. Per la prima volta il nome dell’autrice era cambiato. Natalia, che fino ad allora aveva pubblicato sotto le pseudonimo di Alessandra Tornimparte per sfuggire alle leggi antisemite, prese il cognome Ginzburg per pubblicare.

Da parte sua, Leone non scrisse molto. Viene tramandato giusto un racconto lungo, La Villeggiatura.

Scrisse soprattutto articoli, e alcuni brevi racconti attualmente non più in commercio. Più che da un amore per la scrittura, o l’editoria, Leone era animato e attratto dalla politica. E forse, può rintracciarsi proprio in quell’infertilità letteraria, la ragione per cui si sia fatto tanto presto a dimenticare un personaggio di così grande valore e di pensieri tanto ideali.
Altri personaggi, si guardi Croce, Gramsci, Marx, sono stati invece ricordati e tramandati, e nessuno potrebbe dire di non conoscerne almeno il nome senza cadere in imbarazzo. Così come invece, ingiustamente non si fa, del grande Leone Ginzburg.

Suggerisco di accompagnarne la lettura alla Corsara, biografia di Natalia Ginzburg a cura di Sandra Petrignani.

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