Aldostefano Marino

writer & editorial services

Pagina 3 di 14

Il guardiano della collina dei ciliegi, Faggiani

Franco Faggiani, reporter di viaggio nelle aree più calde del mondo, ha conquistato il pubblico e la critica con La manutenzione dei sensi. Si è occupato di cronaca, ambiente e sport e, a maggio, è tornato in libreria con un nuovo romanzo, Il guardiano della collina dei ciliegi.

Anche stavolta, la delicatezza delle storie narrate da Faggiani è affidata a Fazi Editore, che ne ha preso a cuore le ambientazione naturalistiche e la raffinatezza stilistica dell’autore.

Il lavoro compiuto da Faggiani per la scrittura di questo libro, fonda le sue origini nella scoperta di un atleta a lungo dimenticato. Si tratta di Shizo Kanakuri, il giovane ventiduenne, collegato alle misteriose vicende sviluppatosi attorno ai Giochi Olimpici di Stoccolma del 1912.

Tamana era poco più di un villaggio, un agglomerato di piccole e fragili casupole fiancheggiate da grovigli di rovi ed erba secca, da campi spesso trascurati perché la gente, non mostrando attitudine per la terra, si dedicava perlopiù alla pesca.

All’interno di questo posto immerso nella natura, Shizo desiderava studiare Botanica e diventare un esperto di erbe medicinali. I genitori invece, a diciannove anni, lo obbligarono a lasciare la sua meravigliosa Azumi, per raggiungere Tokyo. Lì studiò economia con risultati eccezionali. Il talento e le abilità nella corsa colpirono il signor Kano, l’inventore del judo, con cui strinse una profonda amicizia.

La corsa era l’unica cosa che gli “permette di assaporare quella libertà che non prevede obblighi”.

Shizo Kanakuro venne invitato dall’imperatore Matsuhito in una sala di tè disadorna, affinché accettasse di rappresentare per la prima volta il Giappone alle Olimpiadi, dove avrebbe dovuto percorrere 40 km e 200 metri. Date le sue doti straordinarie, il viaggio fu a carico delle offerte raccolte tra professori e studenti, all’interno dell’università.
Dopo un lungo estenuante viaggio, Shizo arrivò a Stoccolma. Ma durante quella gara, al trentesimo chilometro, Kanakuro accettò l’offerta di un passante di bere una bevanda e sparì nel nulla dandosi alla fuga.

Da qui la storia muta l’esito atteso, e diventa un lungo viaggio, fisico e metaforico. Il protagonista del libro arriva a nascondersi per la vergogna e il disonore, cambia identità. Divenuto legionario per riuscire a tornare in Giappone, trova la pace e l’amore, su una collina, dove gli verrà affidato l’incarico di prendersi cura di un prestigioso bosco di ciliegi.

In realtà, sarà il bosco a prendersi cura di Shizo e della sua anima ferita. Lontano dalla sua famiglia, il bosco significherà per lui rinascita e avanscoperta, la natura come posto nel quale perdersi e del quale far parte. All’interno della storia, tutte le cose naturali, ogni albero, fiore o foglia, hanno la loro dignità, un nome specifico, e sembrano esser l’unica cosa in grado di dar sollievo a Shizo. È la natura, il luogo in cui l’atleta nasce, quello che vorrebbe studiare sin da piccolo, e quello in cui fugge e trova riparo: un personaggio quasi assoluto.

In generale, apparentemente, tutti i personaggi del libro, sembrano aiutanti del protagonista. I genitori gli pagano gli studi, ma assecondano il loro volere e non i desideri del figlio. Il maestro e l’imperatore, lo spronano a partecipare alle Olimpiadi, ma ne sfruttano il talento per il successo del Giappone.

I personaggi, personalmente, mi son sembrati troppi, soprattutto nella seconda parte del libro. Non si riesce effettivamente ad empatizzare con qualcuno, a parte il protagonista: colpevole anche il dilatato arco di tempo in cui si svolge la vicenda. Non possiamo parlare di corrispondenza tra fabula e intreccio, perché la narrazione è ricca di ellissi temporali: in duecento pagine sono raccontati settant’anni di vita.

Shizo metterà al mondo diversi figli, si sposerà, conoscerà numerose persone, avrà un cane che non vivrà più di mezzo paragrafo. Ma nessuno di questi personaggi assumerà un ruolo decisivo, quanto Shizo e la natura, e la vergogna del fallimento. Questi ultimi sono infatti i temi principali del racconto, colpevoli di una vita in esilio.

Anche nel Guardiano della collina dei ciliegi, Faggiani usa pochi dialoghi diretti, molte, invece, le descrizioni. La vera storia di Shizo si intreccia maestosamente con quella creata da Faggiani. Oltre all’ambientazione, di tipo fiabesco, il lessico familiare e immediato mantiene un’aura poetica per tutta la narrazione.

Il grande merito di Franco Faggiani è quello di riportare in vita la storia di un atleta che nessuno conosce, la quale importanza era stata negata dalla scarsità di medium informativi del tempo.

Jezabel, Irène Némirovsky

Jezabel è una storia di incredibile attualità, nonostante sia stata pubblicata per la prima volta, nel lontano 1937. Iréne Némirovsky, la sua autrice, ha grandi doti narrative, ma per molto tempo è stata ingiustamente dimenticata. La sua disgraziata sorte l’ha vista morire ad Auschwitz, vittima delle leggi antisemite, giovanissima e a soli trentanove anni, nel 1942.

Per molto tempo, Iréne Nèmirovsky, autrice di successo negli anni Trenta, dopo che le venne impedito di scrivere, non venne letta. Solamente nel 2004, le Edizioni francesi Denoël pubblicano postumo il suo romanzo più celebre, lasciato incompiuto e portato in salvo dalle figlie della defunta autrice, Suite Francese.

La protagonista di Jezabel, Gladys Eysenach, a soli diciott’anni scopre di avere un grande potere. È bellissima e, con la sua determinazione, è in grado di sedurre chiunque le sta vicino. Se da un lato, questa sua dote è a tutti gli effetti una qualità, dall’altro è ciò che la porta alla rovina, fino a ossessionarla per il resto dei suoi giorni. Non c’è cosa, infatti, che preoccupi e metta in agitazione Gladys, tanto quanto l’idea di invecchiare e di perdere la bellezza. Sempre alle prese con amori che la fanno sentire amata e felice – una condizione che appartiene solamente ai giovani -, che la accontentano con attenzioni e assecondano i suoi capricci, Gladys è ossessionata dal pensiero di dover essere la più bella e la più giovane. L’idea di legarsi definitivamente a un uomo e perdere, in un colpo solo, ogni forma di libertà, la spaventa: è un errore che ha compiuto una volta e che ricorda per il resto dei suoi giorni.

Ma in che modo, questa ossessione la porterà nelle aule di un tribunale – dove comincia il libro e la narrazione – quando sarà giudicata per l’omicidio del suo giovanissimo amante? Che cosa si nasconde dietro quella verità che Gladys tenta di occultare in ogni modo limitandosi a implorare i giudici che le venga assegnata la pena che si merita?

All’interno della maggior parte dei romanzi della Nèmirovsky è facile individuare analogie e somiglianze con la sua vita. In Jezabel, per esempio, l’autrice delinea la figura di una donna che possiede molte delle caratteristiche materne. Gladys è indubbiamente la protagonista della vicenda, un personaggio negativo, una donna emancipata per il suo tempo, che agisce senza scrupoli e pensando semplicemente a sé stessa. È avidamente legata ai beni materiali, ma infinitamente attraversata dai propri conflitti interiori. Tuttavia, come i personaggi che le orbitano attorno – che sono moltissimi e tutti ben strutturati – anche per il lettore è impossibile prendere le distanze totalmente dal personaggio. Quando entra in contatto con questa personalità esagerata e per alcuni versi scomoda, ne rimane sedotto, senza possibilità di salvezza.

Molti sono i temi trattati in questa storia. Primo tra tutti è quello centrale: la bellezza e i problemi che porta con sé nel suo manifestarsi.

Fino a che punto è una dote o qualità?
Quand’è che non è più splendore ma tenaglie, prigionia?
Tra i tanti, inoltre, vi è la conflittualità del rapporto genitoriale tra Gladys e sua figlia, Marie-Thérèse, la perdita della spensieratezza e della giovinezza, l’abbandono, la vendetta e molti altri temi più impegnati, come quello politico a favore dei giovani scampati alla Seconda grande guerra, impoveriti e senza futuro.

Jezabel è un romanzo dal linguaggio elevato e il lessico ricercato.
Come negli altri romanzi della Nemirovsky, i personaggi si interrogano continuamente. Essi dialogano con i propri io attraverso lunghissimi flussi di coscienza. Pertanto, una certa parte di narrazione, avviene all’interno della mente dei personaggi.


Le descrizioni spaziali e gli spazi in generale non hanno grande rilievo per l’autrice, a meno che, come in questo caso, non contribuiscano a rappresentare un tema centrale a tutta la narrazione. In Jezabel sono gli ambienti frequentati da Gladys, funzionali alla rappresentazione della sua ricerca del belli, quei pochi a essere ritenuti significativi.
Numerosi sono i richiami allegorici e simbolici: primo tra tutti, quello nei confronti della tradizione della Chiesa anglicana, per la quale Santa Gladys conquistò il marito re grazie alla sua sorprendente bellezza. Non meno evidente, è la vicinanza di Gladys alla madre di Athalia, Jezabel, portata in scena da Racine ed esplicitamente paragonata alla protagonista. Il personaggio, d’ispirazione biblica, all’interno della tragedia seicentesca, dopo aver ucciso tutta la discendenza reale per regnare da sola, compare in sogno alla figlia Athalia come un’ombra.

Il ritmo della narrazione è garantito dalla grande capacità della Nemirovsy di raccontare una storia molto lunga in un duecento pagine, tramite sagge ellissi temporali e riassunti efficaci. Infatti, la vicenda prende origine agli inizi del Novecento, prosegue durante la Guerra, e termina nella desolazione e nel malcontento generale del dopoguerra.
Un narratore che racconta i fatti come uno spettatore esterno ma che lascia sempre spazio ai pensieri dei tanti personaggi.
Una Nèmirovsky raffinata più che mai che, ancora una volta, ribadisce implicitamente l’ingiustizia di averla lasciata ai confini della letteratura per troppo tempo.

Pietra nera, Alessandro Bertante

Ad aprile, Alessandro Bertante è tornato in libreria con il secondo volume della Trilogia del mondo nuovo: Pietra nera. Il primo capitolo, precedentemente edito dalla casa editrice Marsilio, è di prossima ripubblicazione nottetempo.

L’autore, Alessandro Bertante, è narratore e saggista. È finalista Premio Strega e vincitore del Premio Selezione Campiello Giuria dei letterati. Attualmente è docente alla NABA, Nuova Accademia di Belle Arti, e allo IULM. Tra i suoi romanzi si ricorda Al Diavul, una fiction storica ambientata nella campagna alessandrina del primo Novecento.

Pietra nera è un romanzo di narrativa, apparentemente di genere fantascientifico, in grado di tracciare i percorsi narrativi del genere utopico. Ripercorre le tracce della storia attraverso gli echi e le atmosfere medioevali.

Quando il romanzo inizia in un immaginario paese di montagna a nord-est della città, chiamato Piedimulo, sono “trascorsi più di vent’anni dalla Sciagura, vent’anni senza uccidere e senza essere uccisi”. La pace è una condizione stabile ma minacciata, e Alessio, il Figlio dei lupi, è chiamato dal dovere a compiere un viaggio molto pericoloso, per il quale potrebbe non tornare più. Una missione misteriosa, sotto un cielo dalle tinte minacciose e lattiginose, condurrà Alessio all’incontro di Zara, una giovane donna salvata dai nemici che lo accompagnerà nel viaggio.

In un mondo violento e sconosciuto, dove l’unica legge regolatrice è la natura, vige la regola della sopravvivenza dei più forti a scapito dei deboli. Oltre le montagne di Piedimulo, Alessio, in groppa al suo mulo, scoprirà le ragioni della sua missione, fino alla riscoperta delle sue origini leggendarie. Con Nina, della quale Alessio diventerà amante, nel viaggio incorreranno in numerose comunità, e nella sosta, talvolta, pagheranno a caro prezzo il pedaggio.

Dopo la Sciagura, gli esseri umani, sono ormai rimasti in pochi, sparpagliati e divisi. La maggior parte dei sopravvissuti allo sterminio naturale, vive organizzata in comunità separate. Hanno smesso di comunicare tra loro, si incutono paura a vicenda, e non si muovono da dove sono rinati, minacciati da barbari e saccheggiatori.

Alessio e Zara, accompagnati dal mulo Ombra, compiono un viaggio allegorico verso la fondazione di un mondo nuovo. Specchio di un utopico futuro prossimo, Pietra nera rappresenta la rinascita di un mondo dopo che è stato distrutto dai misfatti e maltrattamenti dell’uomo. I pochi umani sopravvissuti al collasso delle civiltà, consapevoli di aver loro stessi rovinato il mondo, hanno riacquisito un contatto con la Natura, che finalmente ha potuto riprendersi gli spazi che l’uomo le aveva sottratto.
Tuttavia, la Natura messa in scena da Bertante, sempre attraverso il ricorso a nomi specifici, rigogliosa e libera più che mai, non è malvagia, anzi, nella sua incontaminità ricorda quella leopardiana in grado di difendere lo sguardo dell’uomo dalle atrocità.

Una terza persona rigorosa, un narratore onnisciente con punto di vista zero, in grado di esplorare le menti di tutti i personaggi, compresa quella della Natura. Una narrazione lineare che segue l’ordine cronologico degli eventi, fatta di evocanti descrizioni di luoghi e azioni. Pochi dialoghi diretti. L’azione continua, rappresentata dal continuo movimento dei personaggi, conferisce al romanzo un’andatura scorrevole, sebbene rallenti nei momenti propriamente descrittivi.

Il lessico utilizzato è al contempo familiare, elevato e fortemente evocativo della condizione dei personaggi. Un romanzo sulla natura scritto con un ritmo serrato, dove improvvisi rallentamenti lasciano spazio ad atmosfere più elaborate e magiche, che appaiono come sospese temporalmente. L’unica contestazione che sento di muovere nei confronti dell’opera è proprio nei confronti di questa accelerata successione degli eventi, che non garantisce l’effetto di immedesimazione dal quale il lettore vorrebbe essere catturato. Ma forse questo è il compito dell’utopia: lo straniamento.

Le mutazioni, Jorge Comensal

Le mutazioni (Las mutaciones) è il primo romanzo dello scrittore messicano Jorge Comensal. Uscito in Italia nel mese di gennaio 2019, grazie alla casa editrice Bompiani e tradotto dalla mano autorevole di Pino Cacucci.

Comensal è nato in Messico nel 1987, collabora con note riviste messicane ed è autore di diversi saggi. Al centro della sua ricerca c’è sempre la scienza e l’impatto che i progressi scientifici e tecnologici hanno sulla vita dell’essere umano.

Le mutazioni potrebbe sembrare un romanzo drammatico, ma la sua maggiore peculiarità è quella di adottare la chiave umoristica per raccontare eventi profondamente tragici. In questo senso, la narrazione assume gli aspetti di una tragicommedia, dove i personaggi sono caricature esasperate, sopravvissuti al cancro e impegnati a vivere i loro drammi esistenziali nel tentativo di riscattarsi.

Il protagonista della storia è Ramón Martínez, un avvocato di successo che ha rinunciato alla fede e che riveste il ruolo di capofamiglia tradizionale. Un tumore gli farà perdere la lingua e, impossibilitato a parlare, sarà costretto ad assistere passivamente ai discorsi degli altri. Attorno a Ramón, i suoi famigliari vivono apprensivi, Elodia, la collaboratrice domestica, gli regala un pappagallo per insegnargli a “gridare quando lei ha bisogno di qualcosa”. È nella figura emblematica di questo pappagallo, Benito Juárez – nome datogli in onore del primo indio che ottenne la carica di Presidente del Messico -, che Ramón riuscirà a trovare il suo unico amico.
I due amici, infatti, sono accomunati dalla malattia, anche Benito,

Forse soffriva, come lui, di una malattia devastante. Il petto spennacchiato e le zampe sanguinanti potevano anche dipendere da una dannata chemioterapia veterinaria. La gabbia era piccola, quanto un Leto d’ospedale, e la vaschetta dell’acqua era vuota. Ramón conosceva bene il demone della sete da convalescente.

Joaquín Aldama, invece, è un medico prossimo alla pensione, ha una carriera di poco rilievo alle spalle e nella sua vita passata non si rintracciano accadimenti particolarmente significativi. Quando Ramón gli chiede aiuto, l’oncologo vede nel suo complicato caso un’opportunità di riscatto che potrebbe portargli fama e successo. Il chirurgo decide di aiutare il suo paziente a ottenere le cure della chemioterapia gratuitamente, affinché possa studiare il suo caso.

Teresa de la Vega, fa la psicoterapeuta e anche lei è sopravvissuta al cancro. Per salvarsi dal ricordo, ha imparato ad aiutare i pazienti sopravvissuti e quelli che affrontano la malattia. Il dolore l’ha cambiata e ascoltare le loro storie, la fa sentire meglio. Spesso arriva a chiedersi in che modo potrebbe aiutare i suoi pazienti sopravvissuti a comprendere e rassegnarsi all’avvenuta guarigione, se questo comporterebbe perderli.

In qualche modo, il cancro l’aveva guarita dalla sua tristezza congenita; l’aveva indotta a provare la marijuana terapeutica, a frequentare un gruppo di aiuto, a trascorrete intere giornate a letto, leggendo libri della Yourcernar, della Rudinesco, di Butler; grazie al cancro aveva conosciuto Rebeca, la sua migliore amica, e aveva trovato la propria vocazione.

Ramón, Joaquín, Teresa, e i loro drammi sono i protagonisti del romanzo. Tre vite che mutano, e che nel loro cambiare condizionano quelle delle persone che hanno intorno.

Loro non sono i soli. Attorno ai tre particolari personaggi, orbita una folla di persone che assiste alle vicende e li compatisce, senza riuscire a essergli d’aiuto.

Prima tra tutti la moglie di Ramón, Carmela, che affronta la malattia del marito come una sfida personale. O Mateo, il figlio, che riceverà in testa un depositatore di saliva in metallo, scaraventato dal padre perché si accorga di lui. Anche Ernesto, il ricco fratello di Ramón, che dopo aver accumulato indebitamente soldi per tutta la vita, e avergliene prestato una somma per l’intervento, gli farà promettere che glieli renderà con gli interessi.
La stessa psicoterapeuta Teresa, vuole curare i suoi pazienti, ma alla fine cerca di aiutare soltanto sé stessa, ascoltando i loro drammi e cercando di liberarsi dal ricordo della malattia.

Nessun luogo e nessuna ambientazione assume rilevanza all’interno del racconto: gli unici luoghi sono Gli Altri. Le persone che stanno attorno agli ammalati diventano in qualche modo i protagonisti delle vicende narrate, i luoghi depositari del dolore dei protagonisti. A tenere unito ogni tassello e tutti i personaggi della storia è il senso del riscatto: il grande tema centrale del romanzo e ciò verso cui mira ogni individuo che attraversa le Mutazioni.

Sono storie che si intrecciano in spazi non ben definiti: ospedali, abitazioni, giardini.
Per quanto riguarda il tempo storico, la vicenda narrata si svolge ipoteticamente nell’arco di qualche anno, attraverso molti flashback, favoriti anche dalle modalità in cui avvengono le sedute psicoanalitiche.

Il narratore delle Mutazioni, è onnisciente e racconta i fatti come uno spettatore esterno. È in grado di interpretare i pensieri di Ramón ormai ammutolito, e del pappagallo maleducato. Il punto di vista del narratore ha perciò focalizzazione zero.

Poche descrizioni: il romanzo d’esordio di Comensal è un libro in cui le cose succedono e le azioni hanno la priorità sul resto.

Non ci sono molti dialoghi diretti. È sorprendente come, alcuni di questi, per la particolarità della storia diventino immediatamente monologhi: questo accade, quando, per esempio, i famigliari dialogano con Ramón e lui non ha con sé il taccuino che Elodia gli ha regalato e attraverso il quale comunica.
Vi sono diversi monologhi – propriamente intesi – resi soprattutto attraverso la tecnica narrativa del flusso di coscienza, utilizzata per far parlare gli stomachi e dar vita agli istinti di tutti i personaggi.

Il lessico utilizzato da Comensal è un altro aspetto particolare del romanzo. Le Mutazioni è scritto attraverso un lessico medico scientifico, che conferisce al dolore un aspetto reale, e al contempo priva la lettura del lettore di sentimenti quali dispiacere e pathos.
È proprio questo aspetto su cui verte l’intera riflessione che segue al testo. Il mio messaggio personale ricavato dalla lettura del romanzo è che l’uomo ha sempre necessità di riscattarsi dal dolore.

LUX, Eleonora Marangoni

Vincitore del Premio Neri Pozza 2017, Lux di Eleonora Marangoni è uno dei meritevoli romanzi finalisti in gara alla settantaduesima edizione del rinomato Premio Strega.

La storia di Lux comincia quando il giovane Thomas Edwards, eredita da parte di suo zio Valentino Tilli un albergo in rovina, per anni meta amata da personalità di ogni tipo.
L’Hotel Zelda è un palazzetto di tre piani in tutto, più largo che alto, quasi inghiottito dal giardino che lo circonda.
Tom è un architetto, gestisce uno studio di light design, e vive le cose solo in superficie: conduce la vita senza grande trasporto e si abbandona agli eventi come per dovere. Pur amando perdutamente Sophie Selwood, una donna che non vede da sette anni, da un anno e mezzo sta con Ottie, una chef che ha reso la cucina un’arte, con un figlio di sette anni al seguito, Martin.
Thomas non è interessato all’eredità ricevuta, non crede nemmeno di meritarsela e insieme a Ottie e Martin, compie un viaggio verso il sud Europa per incontrare il Nuovo Proprietario per vendere l’albergo e la sorgente d’acqua minerale Zelda.
Ma non appena i tre metteranno piede sull’Isola, subito dopo esser sbarcarti, saranno sorpresi da eventi misteriosi e dalla capacità del destino di rimescolare le carte.

L’autrice, Eleonora Marangoni, è nata a Roma. A Parigi si è laureata in letteratura comparata e ha deciso di vivere della sua passione. Qui scrive, e si occupa di copywriting e comunicazione.
In Lux, sorprendente è la nuova vita che la Marangoni dà ai luoghi. Ci troviamo tra il Sud dell’Europa e l’Inghilterra, ma la vera ambientazione del romanzo sono i posti che l’essere umano inventa per fuggire dai propri fantasmi. L’Isola diventa per Eleonora Marangoni un luogo metaforico. È il luogo dove saranno decise le sorti del giovane erede italoinglese. Qui, Thomas ha bisogno di far ritorno per chiarire i conti con il passato, ricongiungersi alla sua famiglia, e decidere il proprio futuro.

La prima grande dote di Eleonora Marangoni è quella di saper costruire un intreccio ricco di dettagli, di storie, di personaggi ben caratterizzati. Quando si legge il libro non c’è un vero e proprio elemento che mantiene vivo l’interesse del lettore, una domanda sulla quale interrogarsi finché non finisce la storia. Se questo accade, però, è grazie alla fortissima capacità narrativa della mano autoriale della Marangoni. Lunghi periodi e descrizioni dettagliate, pochi discorsi diretti e molti termini ricercati.
È sorprendente leggere questa storia. Ogni paragrafo suggerisce qualcosa al lettore, che aspetta di leggere quello successivo perché l’opinione sia ribaltata completamente.
In questo caso, da un punto di vista tecnico, si potrebbe dire, che Lux è costruito attraverso un climax disteso che senza sosta ascende verso il finale perfetto.


Un marito, Michele Vaccari

Un marito è il libro di Michele Vaccari, uscito lo scorso settembre per Rizzoli.

L’autore è nato a Genova nel 1980 e si occupa di editoria e comunicazione. Ideatore e curatore del progetto Altrove per la casa editrice Chiarelettere, Un marito è il suo quinto romanzo: una storia di una potenza narrativa incredibile, che conferma le aspettative e anzi, le supera.

Un romanzo che va oltre la sua definizione di genere. Un marito non è soltanto una storia d’amore. Si tinge di giallo, attraversa il genere del thriller, il romanzo storico e quello distopico. Un libro cominciato come una storia, di un marito qualsiasi, di un dolore, che a metà narrazione cambia totalmente. Per poi rivelarsi, nella sua interezza, il libro, ben scritto, lo stile ameno, le aspettative superate, dove la storia è lo spartito, il campo d’azione, dell’orchestra di innumerevoli generi letterari e stili narrativi. 

“Quando gli incubi si avverano, cosa resta delle nostre paure?” recita il sottotitolo: copertina di tinte calde mescolate a fredde, giocata tra il rosso e il viola. Ad aprire il libro, poi si trova la risposta. Quando gli incubi si avverano e ci capita di restare improvvisamente soli. Quando sulla compagnia avremo innalzato il tempio della nostra esistenza, della consolazione e del supporto poi, rimasti in solitudine, spaventati e colti di sorpresa, ci saremo resi conto di non saper rinunciare ai nostri conforti e consolazioni. Per poi scoprire di non poter, né sapere, vivere più come prima. Che cosa succederà?

Ferdinando e Patrizia sono i protagonisti di Un marito.
Sono sposati da trentadue anni e, dagli stessi gestiscono una rosticceria e sono votati a questa simbiosi. Due persone. Due anime similmente tormentale. Con unicamente due interessi differenti: lei innamorata della cultura, lui della topografia. Due intrepidi e insaziabili amanti, al riparo dall’esterno, spaventati dall’avanzamento tecnologico e dall’evoluzione delle città.
Non è un caso se insieme hanno deciso di vivere a Marassi, un piccolo centro destinato a non cambiare mai e restare uguale a sé stesso, un quartiere popolare, la culla perfetta per i bulli, la periferia genovese: dove la vita è sempre uguale le persone le stesse tutti si conoscono. Qui e solamente qui, la provincia del capoluogo ligure, la luce dell’insegna della rosticceria è la conferma che Patrizia e Ferdinando non appartengono solamente al passato, ma che la vita continua.

Mentre Ferdinando, con il suo bel sorriso e la sua dialettica travolgente, sta dietro le vetrine e fa il venditore, convince i clienti che la religione in cui credere è la rosticceria, “la sola entità commerciale capace di percorrere una via laterale per fornire il sostentamento a un popolo, anno dopo anno, sempre più votato al cibo prefabbricato”, Patrizia, sta in cucina, a “sfornare altre droghe per la vista e per il palato”, il luogo “dove l’anima si licenzia e lascia che sia lo sguardo a concedersi qualche ora di anarchia” e intrattiene conversazioni coi clienti in fila, affamati di racconti che ha potuto scovare sui libri che ha letto.

Per i suoi cinquant’anni la moglie propone un viaggio a Ferdinando: due giorni, il 7 e l’8 dicembre a Milano. Una città in cui non sono mai stati, perché tanto spaventati dal mondo, troppo devoti alla loro rosticceria, come monaci di una vita che non conosce pause, non sono mai usciti fuori da Marassi. Ferdinando compra una manciata di guide, studia i posti sotto ogni profilo, affinché la loro prima vacanza d’amore, dopo trent’anni, possa essere perfetta.

Nel suo modo di essere raccontato, Un marito porta dentro si sé un fresco respiro europeista, sia dal punto di vista della costruzione della storia che da un punto di vista più stilistico e formale.

Gran parte delle vicende si divide e ha sviluppo tra Marassi e la tanto sognata, e poi ricordata Milano. Ambientazioni chiuse si alternano ad ambientazioni aperte, per meglio rendere il senso di chiusura. Per Ferdinando e Patrizia, infatti, ogni posto chiuso e relegato rappresenta la salvezza dall’apertura, dall’oltre e dallo sconosciuto. In questo senso, i luoghi non sono un semplice sfondo, ma metafora di altri luoghi figurati, acquisendo una certa valenza simbolica.
Le persone stesse diventano luoghi. Milano – come Ferdinando – è metafora dell’evoluzione, del progresso, della paura dell’ignoto e dell’horror vacui. Testimone di un grande cambiamento storico in atto.
Marassi – come Patrizia – concepita invece come luogo del conosciuto, e quindi della protezione.

La vicenda raccontata parte negli ultimi anni del Novecento, per continuare ai giorni nostri.
A raccontare la storia è un narratore esterno e onnisciente, con focalizzazione zero, che ha piena coscienza di tutti i pensieri che fanno i personaggi del romanzo, immedesimandosi ora in Ferdinando ora in Patrizia, e raccontando le cose così come stanno, perché ne è al corrente.

La storia narrata si protrae per la durata effettiva di quasi cento anni. Ma la fabula e il tempo del racconto, l’intreccio, non coincidono.
Mentre la successione storica e cronologica dei fatti procede ordinata, la narrazione, il racconto effettivo dei fatti, è veloce ma frammentato da lunghe descrizioni, che ne rappresentano grandi digressioni e tregua per i lettori. Ne sono un esempio le lunghe descrizioni di una potenza stilistica inconsueta: da quelle gastronomiche e culinarie, alla disposizione delle vie, degli incroci, delle piazze e dei monumenti della città.

“Cime classiche o alla savonese, ripieni di magro, savoiarde capaci di riprodurre con la loro presenza l’intera gamma cromatica dell’iride, tomaxelle o pignoli fritti, seppie in zimino e vitelli tonnati, sempre longitudinali rispetto ai luogotenenti più apprezzati, i polli alla diavola dalla livrea dorata che spuntano tra tocchi di matamà o di funghi secchi e grilletti di fagiolane già bollite e scolate, per accompagnarci la castagnetta, la gola, il ricetto, la trippa rossa, insomma”

Se il tempo cronologico della storia è maggiore a quello della narrazione, quest’ultima certe volte confonde il lettore e, attraverso due analessi sorprendenti, Vaccari effettua dei balzi temporali che lasciano il lettore, tutto un tratto sbrigliato dal suo guinzaglio, che seguendo il filo della storia, come fece Arianna col gomitolo, pensava, sbagliando, di avere in pugno tutte le chiavi del romanzo. Capiterà allora ai lettori di provare quello stesso senso di solitudine e perdizione al quale è costretto Ferdinando.

Il discorso indiretto prevale per quasi l’intero corso della narrazione.
Periodi lunghi, elaborati, una sintassi profondamente paratattica: coordinate magnetiche ed enumerazioni per asindeto continue, come a voler trasmettere l’angoscia, l’aria che manca, il respiro che si blocca.

Le tematiche trattate, come i generi, sono tante. Sul piatto, da un lato ci sono in ballo quelle proprie del romanzo di narrativa: la solitudine, il matrimonio, la fedeltà, la malattia, la perdita, la rinascita; dall’altro invece, tutte le caratteristiche del romanzo utopico e storico: l’analisi e la critica alla società, l’isolamento dell’uomo, la non riconoscibilità dello stesso. Per ognuna di queste non vengono presentate posizioni differenti: per tutti i personaggi di Un marito non c’è via di fuga. La modernità è un male a cui è necessario sottrarsi. Pena il proprio assorbimento.

Giunti a una certa parte del romanzo, vi sembrerà di non averci capito niente. Poi andrete oltre e vi accorgerete che, davvero, non ci avevate capito niente. E alla fine del libro, vi chiederete che libro abbiate appena finito di leggere.
Per me una illuminante scoperta.

Powered by WordPress & Theme by Anders Norén