Aldostefano Marino

writer & editorial services

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Un marito, Michele Vaccari

Un marito è il libro di Michele Vaccari, uscito lo scorso settembre per Rizzoli.

L’autore è nato a Genova nel 1980 e si occupa di editoria e comunicazione. Ideatore e curatore del progetto Altrove per la casa editrice Chiarelettere, Un marito è il suo quinto romanzo: una storia di una potenza narrativa incredibile, che conferma le aspettative e anzi, le supera.

Un romanzo che va oltre la sua definizione di genere. Un marito non è soltanto una storia d’amore. Si tinge di giallo, attraversa il genere del thriller, il romanzo storico e quello distopico. Un libro cominciato come una storia, di un marito qualsiasi, di un dolore, che a metà narrazione cambia totalmente. Per poi rivelarsi, nella sua interezza, il libro, ben scritto, lo stile ameno, le aspettative superate, dove la storia è lo spartito, il campo d’azione, dell’orchestra di innumerevoli generi letterari e stili narrativi. 

“Quando gli incubi si avverano, cosa resta delle nostre paure?” recita il sottotitolo: copertina di tinte calde mescolate a fredde, giocata tra il rosso e il viola. Ad aprire il libro, poi si trova la risposta. Quando gli incubi si avverano e ci capita di restare improvvisamente soli. Quando sulla compagnia avremo innalzato il tempio della nostra esistenza, della consolazione e del supporto poi, rimasti in solitudine, spaventati e colti di sorpresa, ci saremo resi conto di non saper rinunciare ai nostri conforti e consolazioni. Per poi scoprire di non poter, né sapere, vivere più come prima. Che cosa succederà?

Ferdinando e Patrizia sono i protagonisti di Un marito.
Sono sposati da trentadue anni e, dagli stessi gestiscono una rosticceria e sono votati a questa simbiosi. Due persone. Due anime similmente tormentale. Con unicamente due interessi differenti: lei innamorata della cultura, lui della topografia. Due intrepidi e insaziabili amanti, al riparo dall’esterno, spaventati dall’avanzamento tecnologico e dall’evoluzione delle città.
Non è un caso se insieme hanno deciso di vivere a Marassi, un piccolo centro destinato a non cambiare mai e restare uguale a sé stesso, un quartiere popolare, la culla perfetta per i bulli, la periferia genovese: dove la vita è sempre uguale le persone le stesse tutti si conoscono. Qui e solamente qui, la provincia del capoluogo ligure, la luce dell’insegna della rosticceria è la conferma che Patrizia e Ferdinando non appartengono solamente al passato, ma che la vita continua.

Mentre Ferdinando, con il suo bel sorriso e la sua dialettica travolgente, sta dietro le vetrine e fa il venditore, convince i clienti che la religione in cui credere è la rosticceria, “la sola entità commerciale capace di percorrere una via laterale per fornire il sostentamento a un popolo, anno dopo anno, sempre più votato al cibo prefabbricato”, Patrizia, sta in cucina, a “sfornare altre droghe per la vista e per il palato”, il luogo “dove l’anima si licenzia e lascia che sia lo sguardo a concedersi qualche ora di anarchia” e intrattiene conversazioni coi clienti in fila, affamati di racconti che ha potuto scovare sui libri che ha letto.

Per i suoi cinquant’anni la moglie propone un viaggio a Ferdinando: due giorni, il 7 e l’8 dicembre a Milano. Una città in cui non sono mai stati, perché tanto spaventati dal mondo, troppo devoti alla loro rosticceria, come monaci di una vita che non conosce pause, non sono mai usciti fuori da Marassi. Ferdinando compra una manciata di guide, studia i posti sotto ogni profilo, affinché la loro prima vacanza d’amore, dopo trent’anni, possa essere perfetta.

Nel suo modo di essere raccontato, Un marito porta dentro si sé un fresco respiro europeista, sia dal punto di vista della costruzione della storia che da un punto di vista più stilistico e formale.

Gran parte delle vicende si divide e ha sviluppo tra Marassi e la tanto sognata, e poi ricordata Milano. Ambientazioni chiuse si alternano ad ambientazioni aperte, per meglio rendere il senso di chiusura. Per Ferdinando e Patrizia, infatti, ogni posto chiuso e relegato rappresenta la salvezza dall’apertura, dall’oltre e dallo sconosciuto. In questo senso, i luoghi non sono un semplice sfondo, ma metafora di altri luoghi figurati, acquisendo una certa valenza simbolica.
Le persone stesse diventano luoghi. Milano – come Ferdinando – è metafora dell’evoluzione, del progresso, della paura dell’ignoto e dell’horror vacui. Testimone di un grande cambiamento storico in atto.
Marassi – come Patrizia – concepita invece come luogo del conosciuto, e quindi della protezione.

La vicenda raccontata parte negli ultimi anni del Novecento, per continuare ai giorni nostri.
A raccontare la storia è un narratore esterno e onnisciente, con focalizzazione zero, che ha piena coscienza di tutti i pensieri che fanno i personaggi del romanzo, immedesimandosi ora in Ferdinando ora in Patrizia, e raccontando le cose così come stanno, perché ne è al corrente.

La storia narrata si protrae per la durata effettiva di quasi cento anni. Ma la fabula e il tempo del racconto, l’intreccio, non coincidono.
Mentre la successione storica e cronologica dei fatti procede ordinata, la narrazione, il racconto effettivo dei fatti, è veloce ma frammentato da lunghe descrizioni, che ne rappresentano grandi digressioni e tregua per i lettori. Ne sono un esempio le lunghe descrizioni di una potenza stilistica inconsueta: da quelle gastronomiche e culinarie, alla disposizione delle vie, degli incroci, delle piazze e dei monumenti della città.

“Cime classiche o alla savonese, ripieni di magro, savoiarde capaci di riprodurre con la loro presenza l’intera gamma cromatica dell’iride, tomaxelle o pignoli fritti, seppie in zimino e vitelli tonnati, sempre longitudinali rispetto ai luogotenenti più apprezzati, i polli alla diavola dalla livrea dorata che spuntano tra tocchi di matamà o di funghi secchi e grilletti di fagiolane già bollite e scolate, per accompagnarci la castagnetta, la gola, il ricetto, la trippa rossa, insomma”

Se il tempo cronologico della storia è maggiore a quello della narrazione, quest’ultima certe volte confonde il lettore e, attraverso due analessi sorprendenti, Vaccari effettua dei balzi temporali che lasciano il lettore, tutto un tratto sbrigliato dal suo guinzaglio, che seguendo il filo della storia, come fece Arianna col gomitolo, pensava, sbagliando, di avere in pugno tutte le chiavi del romanzo. Capiterà allora ai lettori di provare quello stesso senso di solitudine e perdizione al quale è costretto Ferdinando.

Il discorso indiretto prevale per quasi l’intero corso della narrazione.
Periodi lunghi, elaborati, una sintassi profondamente paratattica: coordinate magnetiche ed enumerazioni per asindeto continue, come a voler trasmettere l’angoscia, l’aria che manca, il respiro che si blocca.

Le tematiche trattate, come i generi, sono tante. Sul piatto, da un lato ci sono in ballo quelle proprie del romanzo di narrativa: la solitudine, il matrimonio, la fedeltà, la malattia, la perdita, la rinascita; dall’altro invece, tutte le caratteristiche del romanzo utopico e storico: l’analisi e la critica alla società, l’isolamento dell’uomo, la non riconoscibilità dello stesso. Per ognuna di queste non vengono presentate posizioni differenti: per tutti i personaggi di Un marito non c’è via di fuga. La modernità è un male a cui è necessario sottrarsi. Pena il proprio assorbimento.

Giunti a una certa parte del romanzo, vi sembrerà di non averci capito niente. Poi andrete oltre e vi accorgerete che, davvero, non ci avevate capito niente. E alla fine del libro, vi chiederete che libro abbiate appena finito di leggere.
Per me una illuminante scoperta.

L’isola dell’abbandono, Chiara Gamberale

Dopo la ristampa del suo esordio Una vita sottile, e in seguito all’interminabile successo della fiaba illustrata Qualcosa, il nuovo libro di Chiara Gamberale, L’isola dell’abbandono, riporta sugli scaffali e in tour per l’Italia, la scrittrice italiana più amata. 

Sono pagine nuove, più mature, nonostante i temi trattati siano sempre quelli cari all’autrice romana e già noti al suo pubblico. Lei stessa ha confessato che la scrittura di questo libro l’ha accompagnata per due lunghi anni: ne consegue un risultato impeccabile.

Abbandonata la classica ambientazione romana, stavolta la storia vive sull’isola di Naxos, in Grecia.
A Naxos, la mitologica Arianna venne “piantata in asso” dal figlio del re di Atene. Allora, Il giovane codardo, dopo aver ucciso il mostruoso Minotauro e promesso alla fanciulla di portarla con lui ad Atene, ci ripensò e salpò il mare lasciandola sola e in pericolo.

Sempre su questa Isola la protagonista dell’Isola dell’abbandono sente il bisogno di far ritorno. È lì che ha perso Stefano, il suo primo disperato amore: un uomo fortemente tormentato dal quale viene abbandonata. Sempre lì, però, ha incontrato Di, che per la prima volta le chiede di smettere di scappare e restare. Ma lei scappa perché è l’unica cosa in grado di fare.
Proprio a Naxos decide di tornare, dieci anni dopo, appena diventata madre, per fare i conti con il padre di suo figlio e capire chi è realmente.

La storia è costruita tramite l’intrecciarsi di lassi temporali distanti, in un continuo andare avanti e tornare indietro. Anche stavolta la scrittura, non solo accompagna la narrazione, ma la rappresenta visivamente. Il lungo periodare – del tutto nuovo per la Gamberale – è indice dell’infinito tormento che vive la protagonista del libro.
Una donna tormentata, fragile, per alcuni versi codarda, che ama “rifugiarsi nel dolore, non volerne uscire per paura dell’esterno”: che, una volta per tutte, raduna le sue vittorie – e soprattutto sconfitte – per accettare le perdite e trasformarle in doni. Un’amante, un’amata, che davanti al grande momento della maternità, medita sull’importanza dell’abbandonarsi per restare e decide di liberarsi, finalmente, del dolore.

“Ma vogliamo davvero continuare a essere per tutta la vita Quella Che È Stata Licenziata? Fraintesa? Quella Che Ha Un Marito Narcisista? Quella Che Si Scopa I Lampioni? Non ci vergogniamo? Davvero vogliamo essere schiavi del nostro maledetto mito, invece di essere noi a sgamarlo, per poi evadere?”

Un grande ritorno per Chiara Gamberale. Modi inediti per raccontare, voci nuove, vecchie e antiche. Una terza persona così abile da sembrare prima.

Quella de L’Isola dell’abbandono è una Gamberale maturata ma fedele alla narratrice che è sempre stata. Non mancano le metafore, i suoi simboli, i disegni e i nomi stravaganti ed epigrafi meravigliose. Una Gamberale sincera più che mai, appena diventata madre, che, come la protagonista della sua storia, sembra aver trovato il collante per unire i pezzi.

L’isola dell’abbandono è un romanzo sull’amore, ma soprattutto è la celebrazione della nascita – fisicamente e spiritualmente parlando – come imprescindibile dalla perdita. Questo libro è un inno libero al diritto di rinascere dal dolore e ogni reinventarsi.  È il libro che la madre non vorrebbe leggere, dice la Gamberale alla Fondazione Giangiacomo Feltrinelli tra gioia e ammirazione.
È un libro che tutti dovremmo leggere, dico io.

 

 

E Baboucar guidava la fila, G. Dozzini

Giovanni Dozzini, giornalista e traduttore, pubblica con la casa editrice Minimum fax il suo quarto romanzo E Baboucar guidava la fila. Non una, ma tante storie, tutte estremamente raffinate e scritte con eleganza. Tutte senza nessuna morale. Forse, come unico scopo, il tentativo di normalizzare ciò che ci spaventa.

I protagonisti delle centocinquanta pagine della romana casa editrice, sono quattro giovani ragazzi che vengono dal Mali. Si chiamano Baboucar, Yaya, Ousman e Robert, e hanno attraversato l’Africa e il Mediterraneo per arrivare in Italia.

Di questo lungo ed estenuante viaggio si racconta non la traversata, ma la meta. Non la preoccupazione di non sapere ciò che aspetta loro, ma la delusione di vedere ciò che hanno trovato. Infatti, la loro storia, comincia quando i quattro ragazzi sono già in Italia. Tra di loro c’è chi aspetta la prima udienza, chi si trova ad attendere il ricorso in primo grado in tribunale e chi, invece, ha già ottenuto la protezione sussidiaria.

Baboucar, Yaya, Ousman e Robert, un fine settimana qualunque, decidono di andare a Falconara Marittima per vedere il mare. Per alcuni di loro è l’occasione per allontanarsi dalle donne di cui sono innamorati e distrarsi; per altri, invece, è il sogno di poter vedere quella spiaggia e divertirsi senza pensare troppo. Non hanno i biglietti per l’autobus, solamente pochi spicci nei portafogli, e nemmeno un posto in cui dormire, ma partono felici e all’avventura.

E Baboucar guidava la fila, racconta le quarantotto ore di divertimento, giochi, e piccoli avvenimenti che succedono ai quattro giovani protagonisti del romanzo. 

Il viaggio metaforico che i quattro giovani compiono è scandito da incontri bizzarri e dalla fatica che ognuno di loro fa per riuscire a esprimersi in italiano. Un viaggio di appena due giorni: multe, qualche litigio concluso male, la finale degli Europei di calcio tra Francia e Portogallo; due giorni, durante i quali, i quattro amici, si ritroveranno a camminare in fila indiana lungo le strade del Centro Italia.

Quando lo leggerete non aspettatevi finti buonismi, né spesso-sentite banalità. Ciò di cui racconta Baboucar è l’assoluta normalità.

E Baboucar guidava la fila è una favola quasi antropologica. Una storia per vedere più da vicino. Per alcuni versi una favola pasoliniana, il cui unico intento è descrivere una giornata qualunque di quattro profughi. Il verbo chiave è: normalizzare.

Per raccontarli, Dozzini, decide di utilizzare anziché il proprio, il loro modo di comunicare: un italiano monco e sgualcito, che continuamente si mescola a un inglese mal parlato. Baboucar, Yaya, Ousman e Robert mi ricordano i giovani protagonisti di Ragazzi di vita (Pasolini, 1955): giovani sognatori, talvolta impauriti, arrabbiati o nostalgici, che si affannano per restare al mondo felici in una infelice realtà.

Baboucar è un libro malinconico, ma dolce. Un libro che parla d’amore e di speranza.

La normalissima storia di quattro normalissimi amici.

 

Il banchiere, R. Jauffret

Il 29 febbraio del 2005 il banchiere Edouard Stern venne ritrovato morto dalla domestica e tre dei suoi collaboratori. È questa la storia che lo scrittore Jauffret decide di raccontare nel suo romanzo Il banchiere ripubblicato in Italia da Edizioni Clichy nel 2018. Questa non è una vicenda inventata: è il racconto di uno scandalo sessuale realmente avvenuto.

Nella quieta Svizzera, a Ginevra, in uno dei principali centri finanziari europei, uno dei più noti banchieri europei, Edouard Stern, venne ritrovato esanime nella sua camera da letto. La morte gli era stata inferta a colpi di pistola per opera della sua amante francese Cécile Brossard: è lei a raccontare la storia in prima persona.

“Il banchiere” è un romanzo non fiction dove il fatto narrato è reale, ma il narratore è fittizio.
È il racconto di uno dei maggiori scandali della società finanziaria europea.
Ma è un racconta che parla d’amore o di odio?

Edouard Stern, dopo un fallimentare matrimonio in Francia, si trasferì in Svizzera. Era un uomo ricco, amico di Nicolas Sarkozy e altre illustri personalità. Proprio a Ginevra, tra le tante conoscenze, nel 2001 ne fece una che gli cambiò la vita definitivamente: quella con Cécile Brossard, una probabile escort, un’amante assassina di dieci anni più giovane. Una donna sposata, che si definirà spesso la sua “segretaria sessuale”.

La Brossard e Stern si incontravano spesso, lui non le lasciava mai dei soldi, a differenza degli uomini con cui lei solitamente si incontrava. Probabilmente né soldi né affetto, ma Cécile a Edouard non chiedeva né l’una né l’altra cosa. Perdutamente innamorata del potente uomo d’affari aveva cessato di avere rapporti sessuali col marito. Con tutti gli altri uomini con cui era costretta, per professione, ad andare a letto, dichiarava di fare del sesso ma “senza amore”.

Cécile Brossard ha avuto una infanzia difficile: lo zio abusò di lei e spesso veniva costretta a guardare il padre mentre copulava con svariate donne.

Di Stern, la Brossard assecondava le perversioni sessuali: contattava donne e talvolta uomini che potessero eccitarlo maggiormente. Ma ogni sera Cécile tornava a casa dal marito, che l’amava al punto da concederle l’astinenza sessuale.

Stern aveva molti rivali, tanti che, inizialmente, al suo immediato ritrovamento, i moventi ipotizzati furono di tipo politico. Cécile Brossard dichiarò di aver agito per preservare la vita dell’amante: ucciso nell’intimità della sua stanza da letto, anziché da feroci rivali nel buio di una vecchia cantina.

Dietro i giochi erotici di Cécile Brossard e Stern si nascondeva la somma di un milione di dollari.

Un lungo scambio di lettere, email, telefonate: soprattutto giochi erotici, richieste esagerate. Lui rifiutava le sue proposte di matrimonio. Lei era stanca di sentirsi usata. Ma dopo un po’ Stern desistette e, accettò le sue richieste – sottoponendosi alla prova fatale del suo amore – depositò sul suo conto bancario un milione di dollari. Una cifra irrisoria per un ricco banchiere, che la Brossard si rifiutò di restituirgli.

Il momento del delitto è un gioco erotico. Lui definisce un milione di dollari “un prezzo alto per una puttana” e la Brossard lo ammazza con una pistola che lui stesso le aveva regalato.

Mentre la difesa di Cécile Brossard muove attorno al delitto passionale, gli avvocati della famiglia di Stern la attaccano sulla volontà di estorcere i soldi all’amante. Cécile Brossard è convinta di aver salvato la vita al banchiere, o quantomeno di avergli risparmiato una fine pietosa. La pistola che Stern le regalò, apparve a lei come la richiesta di morte. Mentre la tuta di latex che Stern indossava quando venne ritrovato, diede alla Brossard il coraggio per colpirlo come fosse di plastica, o un corpo senza anima.

Il banchiere è un libro che lascia col fiato sospeso. Rapido. Schietto. Non indolore.

In Francia il libro è diventato un caso giudiziario e la famiglia Stern ha richiesto l’eliminazione di tutte le copie dalla circolazione.

La storia nascosta dietro il narratore, quella di Jauffret, fa pensare tanto. La sua violata libertà di espressione mi ricorda il Pereira di Tabucchi, il caso Albertini del Corriere della Sera. Tuttavia mi sembra un omaggio, seppur involontario, a quei grandi scrittori che hanno deciso di raccontare la cronaca in una maniera raffinata: Truman Capote, o Daniel Keyes.

Un romanzo non fiction che fa riflettere dove la narrazione procede rapida e non dà tregua.

Jauffret ha il potere di raccontare con assoluto distacco e freddezza, stavolta attraverso la voce di donna, una storia potente e scabrosa.

Fratelli e Custodi, J. Edgar Wideman

Ci sono scrittori che non si conoscono affatto, eppure scrivono da tempo, e raccontano storie incredibili, in modi infallibili. È il caso di John Edgar Wideman, e il suo romanzo Fratelli e Custodi (Minimum fax, 17 euro).
Tanti sono i libri pubblicati da Wideman, ma una sola è sempre la storia che racconta: quella della sua famiglia.

Le vite dei famigliari che gravitano attorno allo scrittore sono difficili e spesso prigioni senza via d’uscita.
Cominciando con il figlio dello scrittore John Edgar, Jacob, ancora minorenne venne condannato a venticinque anni di carcere per omicidio.
Nel 1975, il fratello Robert, il protagonista di Brothers and Keepers, fu condannato all’ergastolo per l’omicidio colposo di Nichola Morena, a causa di un colpo andato male.
Lo stesso figlio di Robert, il nipote di John E., venne ucciso nel suo stesso appartamento da un uomo sotto effetto di sostanze stupefacenti.

Nel 1984 vede la pubblicazione Fratelli e Custodi: un romanzo scritto a quattro mani, magistralmente, denso di descrizioni e pochissimi dialoghi, che procede molto lentamente. Mi è difficile considerarlo una lettura leggera, e altrettanto lo sarà spiegare in poche parole le ragioni per cui Fratelli e Custodi ha destato in me alcuni sospetti.

Pittsburgh, Pennsylvania, 1975 Robert Wideman venne condannato all’ergastolo: l’afroamericano che ha sempre voglia di far festa. Dopo tre mesi di latitanza e fuga, Robbie perse la voglia di giocare al gatto e il topo, e coi suoi due complici si presentò a casa del fratello John E. Tutti e tre gli assassini il giorno dopo vennero arrestati e condannati all’ergastolo.

John Edgar racconta la storia del fratello Robbie all’interno del memoir Fratelli e Custodi, che a sua volta gli viene raccontata durante le visite in carcere dallo stesso fratello omicida.
Ci troviamo davanti a un narratore sempre interno al racconto. In realtà, la narrazione è affidata non solo alle parole di John, ma anche a quelle di Robert. Spesso è la voce di Robbie a raccontare la vicenda e i soprusi sofferti. Possiamo dire quindi che John Edgar Wideman rappresenta un portavoce del vero narratore della vicenda, tentando nell’impresa di conferire al racconto una possibile parzialità, senza però riuscirci del tutto.
Soprattutto nella terza parte del libro, vengono illustrati anche i metodi di stesura del libro, il lavoro di correzione e di selezione del materiale: una meta-narrazione, dunque, e un lavoro di co-working potrebbe esser definito quello di Wideman.

John Wideman ha raccontato la difficoltà riscontrata nella scrittura del romanzo: a parte il reperimento delle fonti, le letture e gli studi sul carcere, per lui assistere e ascoltare i racconti del fratello è stato un momento molto doloroso. Ma non solo: questa situazione è stata per i fratelli ragione di ritrovo e intimità, come racconta la citazione in copertina:

Era la prima volta nella vita che parlavamo così a lungo. Probabilmente due ore e mezzo in più della più lunga conversazione intima che avessimo mai avuto. E c’erano voluti carcerieri, serrature e sbarre per unirci.

Ma proviamo a osservare più da vicino Robert Wideman:

Robbie è un uomo di colore cresciuto nel quartiere afroamericano di Homewood, a Pittsburgh nello stato della Pennsylvania. Una vita vissuta all’insegna del divertimento, fin da quando è un bambino. È ottimista, intelligente, profondamente orgoglioso ma capace di dare amore.

Robbie cade nel baratro della droga e diventa un eroinomane, perennemente alla ricerca di soldi per comprarsi la droga e poter far sfoggio del potere. Nel profondo vorrebbe diventare una persona speciale. È nel mondo della criminalità che cerca di compiere il colpo perfetto per sfondare, perché il suo grande desiderio è quello di tornare a casa e onorare la madre con costosissimi regali.

Il giovane Robbie ha perso il lavoro, insieme a lui anche un suo amico: non hanno più nulla da perdere. È proprio questa ossessione per i soldi e il successo che porta Robert a rubare un furgone carico di televisori per poi ingannare l’acquirente al quale vuole venderlo. Tutto è progettato all’interno di un piano che ai tre amici sembra perfetto, ma ciò che non viene calcolato è l’omicidio non premeditato con cui si conclude il fatto e che li condurrà alla latitanza per i successivi tre mesi, fino al Western Penitenitiary.

Robert ha avuto due matrimoni, uno mentre era in libertà, l’altro in prigionia con una visitatrice di un suo collega carcerario. Un figlio, che poi verrà ucciso da un tossicodipendente. Un destino faticoso al quale – secondo John Edgar – Robbie non avrebbe potuto sottrarsi manco volendo.

Il memoir racconta la storia circolarmente: si apre con la visita di John Edgar in carcere e si conclude con quella conclusiva tra i due fratelli. L’ultima visita porterà a John molti dubbi: egli si chiederà se eliminata la ragione della sua vicinanza al fratello, ovvero la scrittura del romanzo, John sarà ancora dalla sua parte e se, riuscirà nuovamente a sentirsi così vicino a lui. Durante tutto il romanzo, infatti, la posizione assunta dallo scrittore nei confronti del fratello è di difesa.

“Se Robby ha fallito perché l’unica celebrità che poteva ragionevolmente rincorrere era quelle nel mondo del crimine, allora questo è sbagliato. Ed è sbagliato non perché Robby non voleva di più, ma perché la società gli ha precluso ogni possibilità di ottenere di più, se non attraverso il crimine.”

John Edgar ci prova: fa apparire il fratello come una vittima. Un afroamericano che non avrebbe avuto la possibilità di raggiungere la vetta se non all’interno di un mondo criminale. Identifica i neri d’America come persone esiliate, emarginate e maltrattate ai lati della società, in città incomunicanti con quelle dei bianchi. Un resoconto reale, certamente, ma non l’alibi di un omicidio. Precisando ciò, non intendo negare che la storia che Wideman narra è quella di un individuo vittima di soprusi, discrimino e denigrazione. Ma nego che questa rappresenta per lui una valida ragione per uccidere.

Fratelli e Custodi non è solo la storia di un afroamericano omicida e il tentativo di individuare le ragioni delle sue azioni. È la storia degli afroamericani nati e cresciuti in America, spesso allontanati e discriminati. Come quando, nell’aeroporto di Stapleton di Denver i figli dello scrittore vennero

“costretti a togliere le loro nuove pistole da cowboy dal bagaglio a mano per caricarle nella stiva dell’aereo”

mentre un passeggero dietro di loro era riuscito a

“convincere la sicurezza a lasciarlo salire sull’aereo con una .38 nella valigetta. Era un poliziotto fuori servizio, come le guardie di sicurezza che di straforo stavano facendo un secondo lavoro al controllo bagagli. Una conversazione sussurrata, un paio di grasse risate e strizzate d’occhi tra vecchi compagni, una pacca sulla spalla, e questo bianco e la sua pistola erano sull’aereo.”

Fratelli e Custodi si spinge oltre: non solo indaga la dura condizione degli afroamericani, le loro ridotte possibilità di crescita e la loro emarginazione; ma esplora anche le vergognose condizioni alla quale i carcerari vengono sottoposti.

Wideman costruisce gran parte del suo romanzo, oltre che attorno alla vita del fratello, su un proprio dubbio:

Vi chiedete mai cosa succede dietro quelle mura? Che tipo di uomini sono rinchiusi lì dentro? Perché loro sono dentro e voi siete fuori? Riuscite a immaginare cosa succede quando si spengono le luci la sera? Cosa pensano i prigionieri?

Prigioni private di ogni abbellimento estetico, lasciate a marcire, fredde, luoghi relegati in cui i condannati entrano più per essere puniti che per cambiare vita. Luoghi controllati da guardie autorizzate a comportarsi come vogliono, che si servono di una legislazione a parte e il cui interesse della società è ridotto a zero. Luoghi che dovrebbero insegnare che nessuno può esercitare la propria forza su nessun altro, ma dove il detenuto più duro ha la meglio sul più debole.

John Edgar racconta le attività ricreative che non si svolgono in carcere ma che potrebbero essere d’aiuto attraverso il racconto del diploma del fratello. Identifica la solitudine come la peggior cosa che la prigione genera e trova nel momento delle visite una paradossale sofferenza per il prigioniero e per il visitatore. Esplora le carceri come luogo di non ritorno, dove chi entra ne esce significativamente peggiore. Luoghi dove “I prigionieri non hanno diritto che i carcerieri siano tenuti a rispettare”.

John Edgar Wideman ha scritto un romanzo sensazionale, durissimo ed estremamente lento. Lo ha scritto come se fosse una conversazione tra due fratelli, intervallato da lettere e biglietti.
Un romanzo perfetto sotto ogni punto di vista: che informa, amplia le nostre conoscenze e prova ad allargare i nostri orizzonti… e alla fine che importa che la storia raccontata è quella di un omicida, se questo può portarci a volere che le cose cambino nel mondo?

 

 

 

Milena Agus, autrice dell’anno.

È stato un anno lungo, pieno di letture: sono arrivato a ben centodieci libri letti. E tra tutti, se mi chiedessero quale mi ha colpito di più, io non saprei dirlo.

Invece, sicuramente, sarei ben convinto di poter dire che Milena Agus, per me è l’autrice dell’anno di #aldostefanolegge.

Milena Agus nasce a Genova. I genitori sardi la conducono fino all’Isola dove vive e lavora: nel capoluogo della Sardegna, Cagliari. Qui insegna storia e italiano in un liceo artistico. In Italia, i suoi romanzi vengono pubblicati da Nottetempo.
Dopo l’esordio nel 2005 con Mentre dorme il pescecane, un libro dalla duplice ristampa a distanza da pochi mesi dall’uscita, è Mal di pietre, 2006, a consegnarla al grande pubblico.

I suoi libri sono stati tradotti in cinque lingue: tra i francesi ha avuto particolare successo, tanto che da Mal di pietre è stato tratto un film con protagonista Marillon Cotillard e la regia di Nicole Garcia.
Numerosi sono i premi che Milena Agus, da quando scrive, è riuscita a portarsi a casa: Junturas, il Campiello, Elsa Morante, e diversi altri riconoscimenti. Anche perché, diversi sono i libri che ci ha regalato: Mentre dorme il pescecane, Mal di pietre, Ali di babbo, La contessa di ricotta, Sottosopra, Guardati dalla mia fame Terre promesse.

Tra i più particolari voglio ricordare Sottosopra, un inno alla vecchiaia: luogo dove trovare la pace, che cerca di allontanare nel lettore la paura di raggiungerla. Quasi una seconda vita.
Ma anche Ali di babbo che racconta la storia di una giovane donna che si rifiuta di vendere un terreno sul mare ai costruttori di nuove strade e centri commerciali.
La contessa di ricotta, che invece è il racconto della vita di tre sorelle, una che sogna gli splendori perduti, un’altra che sogna un figlio che non arriva e l’ultima, la contessa di ricotta che invece sogna l’amore.
Ammetto che è difficile scegliere, e che vorrei parlarvi anche di Mal di pietre, e delle Terre promesse verso cui vertiamo tutti quanti e che, da lontano, guardiamo senza mai abbandonare la speranza di approdarvi.

Milena Agus scrive soprattutto di donne, soprattutto giovani, intrappolate ma mai prigioniere di questa Terra isolata.

I romanzi della Agus sono romanzi corali, a più voci. Le storie di una bambina si mischiano a quelle di sua madre, della nonna, e poi della sorella, della zia, della vicina di casa. Quasi sempre donne. Donne coraggiose e forti che sanno stare al mondo. Ma non solo donne: anche uomini di successo, tenaci e valorosi. Giovani ragazzi, figli, padri di famiglia e nonni valorosi.

  

Le storie della Agus sono brevi: parlano di sesso, di famiglia, senso di appartenenza, desiderio di maternità. Raccontano il riscatto e il successo, l’esilio e la ricerca della fortuna. Sopra ogni cosa, i romanzi di Milena Agus descrivono Cagliari come un posto in cui bisognerebbe esser stati almeno una volta nella vita.

Di Cagliari ne vengono affrescate le persone, ma non solo: anche il mare, il porto, le vie principali di Casteddu. Milena Agus narra i colori del cielo come farebbe una pittrice, le stelle come un’astrologa, i cagliaritani e i loro riti antichi come un’antropologa. E in questa lunga narrazione non si dimentica di riservare un posto d’onore alla natura selvaggia ma accogliente dell’entroterra, alla macchia mediterranea, i ginepri, gli ulivi e poi gli animali che popolano la Sardegna.

Milena Agus parla della Sardegna, e nel frattempo racconta il destino e la forza. La tenacia, l’onore, il rispetto e il senso di famiglia.

Per farlo, utilizza una scrittura semplice: termini ricercati, talvolta in sardo – sempre perfettamente tradotti.
Una narrazione limpida e scorrevole, che mai appesantisce.
Libri che si leggono in un giorno e che, addosso, restano per tanto tempo.
Libri che mettono coraggio. Che non pretendono di insegnare troppo – pur facendolo -, ma che ben si difendono e riconoscono: colmi di richiami, di citazioni, nomi di musicisti e pittori, architetti, autori di libri.

I suoi sono libri che fanno venire voglia di leggere ancora.


Ho avuto il piacere e l’immenso onore di poter chiacchierare con Milena dei suoi libri e dei suoi pensieri.
Riporto qui, accuratamente, la nostra chiacchierata.
Affido le sue parole a voi e vi invito a cercarne ancora, sue e altre.

Cara Milena, mi piacerebbe sapere,  in poche parole che meglio la descrivano, chi è Lei, l’autrice dei sette delicatissimi e magici romanzi che Nottetempo ha pubblicato in Italia. Quando ha iniziato a scrivere?

I miei genitori sono sardi, di Sanluri, mio padre era Tenente di Vascello nella Marina Militare e abitava a Genova dove dopo il matrimonio mamma lo ha raggiunto e dove io sono nata e ho trascorso parte della mia infanzia. Genova è una città bellissima e mi è rimasta nel cuore. Poi mio padre ha cambiato lavoro e ci siamo trasferiti a Milano, ma i miei genitori avevano il mito del ritorno a casa, in Sardegna, e così siamo arrivati a Cagliari, dopo un anno ad Alghero, dove ho fatto la quinta elementare. Ero una brava bambina, mi bastavano dei fogli di giornale e una coperta per terra per stare nel mio mondo ore e ore, a fantasticare. Appena ho imparato, ho scritto. Scrivevo e leggevo sempre. Qui a Cagliari ho fatto le Medie, le Superiori e mi sono laureata in Lettere. A proposito di fantasie, non mi sono mai mancate e mi hanno portato, qualche volta, a delle scelte sbagliate e anche buffe come quella di essermi iscritta in Medicina per fare il medico missionario, ma di essermi resa conto di non capire nulla delle materie scientifiche e di essere molto paurosa. Adesso insegno Italiano e Storia al Liceo Artistico. Il mio mestiere mi piace molto, non saprei neppure immaginarmi con un altro lavoro.

All’interno dei suoi libri c’è sempre qualcosa di magico. Con Mentre dorme il pesce e Ali di Babbo, poi, lo dice una volta per tutte: “senza la magia la vita è solo un grande spavento”. Ma, che cosa è per Lei, Milena Agus, la magia? E lo spavento? Che cosa Le fa paura?

Quella che chiamo magia è la possibilità di vivere anche in un altro mondo, oltre che in quello reale. Questa possibilità a me la danno la lettura e la scrittura. Leggendo vivo altre vite e scrivendo mi risolvo i problemi, dico quello che non direi nella realtà, se mi arrabbio con qualcuno costruisco un personaggio negativo e quello, per me che sono sempre molto mite e gentile, è il mio modo di vendicarmi del torto subito. Oppure dichiaro anche il mio amore, che ho difficoltà a dimostrare a parole nella vita reale. Ecco, per me questa è magia, una penna con le funzioni di bacchetta magica. Non avere questa possibilità mi farebbe molta paura. Rimarrebbe la vita nuda e cruda e farebbe spavento.

Tutti i suoi romanzi parlano di famiglie e raccontano le storie di generazioni. Allora mi chiedo – da buon sardo patriottico e legato alla mia Terra – : quanto ciò che siamo, per Lei, è il prodotto del dove da cui proveniamo? Quanto è importante la conoscenza delle nostre origini?

Noi siamo quello che siamo in virtù della nostra storia. Nati in un altro tempo, in altri luoghi, con diversi genitori, parenti, saremmo altre persone. La nostra carta d’identità, come dice Ungaretti nella poesia I fiumi, la fanno queste cose. Conoscere le nostre origini è conoscere noi stessi. Da sempre ho una curiosità straordinaria per le vicende dei miei parenti, faccio tante domande, vorrei sapere i segreti di famiglia, non per pettegolezzo, ma proprio per capire chi sono stati loro e quindi chi sono io.

La narrazione delle sue storie è spesso affidata a giovani e giovinette disilluse: c’è un perché? Ha per caso a che fare con la disillusa capacità di credere nella magia delle cose?

I protagonisti delle mie storie sono sempre, all’inizio, dei perdenti, almeno secondo il buon senso comune. Il mio grande gusto, forse la ragione per cui adoro scrivere romanzi, è farli vincere, non nel senso comune del vincere, cioè successo, denaro e cose del genere, ma nel fargli raggiungere uno stato di benessere interiore che spero riescano a comunicare al lettore.

Se i protagonisti veri e propri mancano nelle sue storie, certo non si può dire che non ce ne sia uno quantomeno fittizio, ossia la Cagliari sempre descritta con amore. Cagliari è forse ciò che, più di tutto, unisce e intreccia le sue storie. Che rapporto ha con questa città? Qual è la Cagliari protagonista delle sue storie? 

Prima ho raccontato un po’ i trasferimenti della mia infanzia. Quando abitavamo in Continente, soprattutto mia mamma, mi parlava di Cagliari come di un posto mitico. Lei stessa, abitando in paese, la vedeva così. Arrivata qui potevo esserne delusa, invece no, la trovo bellissima, bianca, azzurra, verticale. Trovo i Cagliaritani spiritosi e leggeri anche in situazioni pesanti. E poi c’è il mare e l’orizzonte è infinito, e questo porta larghezza di vedute ai suoi abitanti. Nelle storie che racconto c’è la Cagliari di un tempo, quella dei racconti di mia mamma e delle mie zie, ma anche quella di oggi, per esempio del quartiere internazionale di Marina, dove ci sono gli immigrati da tutto il mondo.

Una costante che ritrovo all’interno dei suoi romanzi è la riflessione attorno all’idea di Dio: mai si riesce a decidere se c’è o non c’è. Talvolta assume l’aspetto del Dio di Leibniz, altre volte la bontà dei protagonisti diventa il dio delle sue storie. Che cosa o Chi è, per Lei? Un fantasma che veglia su di noi? Le ali di babbo

Non c’è una storia dove non parli di Dio, è vero. Ne parlo dal punto di vista di vari personaggi, che la pensano fra loro in modo diverso e danno, a me che scrivo, le loro risposte a proposito di Dio, che poi sono le risposte alle mie domande. Alla fine Dio si manifesta sempre in qualche modo in queste storie, agisce per mezzo dei buoni, che ci sono sempre. Alla fine dei romanzi, dopo che Dio si è manifestato, a modo suo, naturalmente, mi sento più tranquilla, più convinta che ci sia davvero.

Mal di pietre è forse il suo romanzo che ha avuto il riscontro più positivo. Che effetto Le fa sapere he Marillon Cotillard ha letto un suo libro?

Mal di pietre ha avuto un grande successo, è vero, ma come tutte le cose, viste dall’esterno, non sono come viverle di persona. Io, certo, mi sono accorta di aver avere avuto successo, mi ha fatto piacere, è naturale, mi ha anche fatto un certo effetto vedere la mia attrice preferita interpretare la nonna di Mal di pietre, ma, essendo saggia, la mia vita ho continuato a viverla come se niente fosse accaduto, identica a prima.

E ancora, che effetto Le fa sapere che i suoi romanzi vengono letti, adorati, tradotti, trasportati cinematograficamente?

E sempre a proposito del successo e del fatto che i miei libri vengano letti in tutto il mondo, la cosa che mi piace di più è quando i lettori mi dicono che leggerli gli è stato utile, che dopo sono stati meglio, un po’ più leggeri, un po’ più fiduciosi.

Un’ultima domanda, prima di augurarLe un buon Natale: scriverà ancora? Ha già scritto qualcosa?
Io auspico di sì, per poterla infilare, insieme a tutte le altre sue antichenuove storie, nella mensola dei libri che quest’anno ho amato di più.

Scrivo sempre, per me è vitale, come potrei stare dentro il mondo reale senza la magica via di scampo della scrittura?

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