Room, L. Abrahamson
Room, L. Abrahamson

Room, L. Abrahamson

Da Stanza, letto, armadio, specchio a Room

Si intitola Room il film drammatico diretto nel 2015 da Lenny Abrahmson che ha consacrato l’attrice Brie Larson. La pellicola è tratta dal romanzo Stanza, letto, armadio, specchio (2010), scritto dall’autrice irlandese Emma Donoghue. Le vicende si rifanno al «caso Fritzl», l’aberrante storia di prigionia di Elizabeth, una donna austriaca costretta a vivere in un bunker per 24 anni, vittima di abusi sessuali da parte del padre. Dalle violenze incestuose sono venuti al mondo sette bambini.  Sono proprio le parole di Jack, che dà nomi propri ad ogni singolo elemento che esiste accanto a lui, a narrare interamente la storia.

La trama

Jack (Jacob Tremblay) ha i capelli lunghi e anche Ma’. Lui, neanche a dirlo, è «forte come Sansone»: salta, urla, corre e  saluta tutto ciò che lo circonda. Lei è esausta, stanca nei toni della voce e nelle espressioni che, nonostante tutto, diventano amorevoli quando incontrano gli occhi del piccolo Jack. Madre e figlio vivono da cinque anni all’interno di  Stanza, un bunker dotato di un lucernaio da cui si può a malapena vedere il cielo, e serrato da una porta blindata, il cui codice di accesso è nelle sole mani di Nick, il carceriere di entrambi e padre di Jack. Costretti nello stato di prigionia, i due allenano mente e corpo, imparando a restare immobili, a non far rumore, poi a rotolare al di fuori di un tappeto, a saltare e a ripetere una frase: «La mia Ma’ si chiama Joy Newsome». Ma’ ha un piano per evadere e sta tacitamente addestrando il piccolo a fuggire da Stanza.

Room: Un pianeta chiamato «Stanza»

C’è stanza e poi Cosmo, con tutti pianeti della TV. E poi Cielo.

JACK NEWMAN (“ROOM”)

Quella che ci permettiamo di fare è un’analisi letteralmente fuori dal mondo. Forse nessuno si prenderà mai l’impegno di ascrivere Room al genere fantascientifico, anche perché sarebbe errato: non ci sono astronavi, buchi neri da evitare e nuove galassie da scoprire. Eppure una delle prerogative dei film di fantascienza risiede nella curiosità umana di scoprire cosa si nasconde al di là dei cinque strati dell’atmosfera terrestre: bucare l’aria che respiriamo e che ci circonda per (e pur) di conoscere l’universo ignoto. Tenetevi forte perché – con un po’ di immaginazione – potreste essere d’accordo con questa nuova prospettiva. Partiamo proprio dalle prime battute, all’inizio del film. Jack racconta alla madre il modo in cui, secondo lui, è venuto al mondo:

Io sono piombato giù dal Cielo, attraverso Lucernaio dentro Stanza. E ti davo tutti calci da dentro. Boom, boom! E poi sono scivolato su tappeto, con gli occhi spalancati

jack newman (“room”)

Non sembra che stia parlando proprio dell’arrivo della navicella di un astronauta su un pianeta inesplorato?  Ecco, quel pianeta è Stanza ed è il mondo di Jack e Ma’. Il piccolo sa che «Pianta è vera, gli alberi fuori da Stanza no, così come non sono reali le montagne e il mare, visto che sono troppo grandi». Tutto, secondo lui, è stato disegnato per lui e a sua dimensione. Tuttavia Room non è The Truman Show, un paradossale e inquietante reality: Room è crudamente vero. Jack non è un esperimento nato da qualche strana ossessione di controllo, lui è un piccolo e inerme esserino, frutto di un rapporto violento, pieno di voglia di vivere. Jack, come un astronauta, è curioso e rivolge continuamente alla madre la fatidica domanda: «Perché?». Dopo l’addestramento silenzioso della madre, Jack si staccherà da base-Stanza e piomberà nel mondo-Galassia. Ciò che apparirà ai suoi occhi sono proprio Cielo e quegli stessi alberi che non potevano proprio esistere fuori dal bunker. Da quel momento in poi, Stanza sarà solo il piccolo pianeta Terra e il mondo un Universo.

Due interpreti da record

Nonostante i tabloid avessero dato per vincitrice la musa di Todd Haynes, Cate Blanchett, per la sua elegante performance in Carol, la prova attoriale di Brie Larson ha monopolizzato le attenzioni di qualsiasi organizzazione cinematografica. Classe 1989, l’attrice americana si è aggiudicata globalmente ben 38 nomination, vincendone 21 – ambitissimo Oscar incluso. Un tenero dettaglio che ci permettiamo di sottolineare è la presenza del piccolo Jacob Trambley ad ogni premiazione dell’attrice che ha interpretato Ma’: è proprio a lui che Brie Larson ha sempre dedicato i riconoscimenti ottenuti. Il piccolo attore è stato nominato per 29 premi, vincendo il National Board of Review Award come Miglior rivelazione e il Critics Choice Movie Award come Miglior giovane interprete.

Una domanda difficile

Una domanda che spesso sorge spontanea è: «Per quale motivo dovrei vedere questo film?». Room non è per nulla al mondo un’opera leggera (o comunque non è il miglior film per una serata-pizza con gli amici), in quanto l’argomento trattato è straziante ed esprimere un parere su ciò che ne è stato realizzato in ogni sua traduzione artistica non è cosa facile, né giusta. Dunque, perché vedere Room?

Questa pellicola è un esercizio volto alla delicatezza e all’introspezione. I nostri nemici più grandi, causa per cui andiamo a scaldare le poltrone degli psicologi, sono la rabbia, l’aggressività, la paura e l’insicurezza, ma quante volte ci siamo posti davanti alla tenerezza? Room fa proprio questo: pone davanti agli occhi dello spettatore un argomento violento, sporco, immorale, mostrandolo tramite le lenti pulite di un innocente. È questo quello che fa soffrire lo spettatore, ma che al contempo lo riempie di fiducia e speranza.

Insieme a Room, nel 2015 uscì un altro film dal titolo Anomalisa (diretto da Charlie Kaufman), la cui trama non ha alcun riferimento la storia drammatica di cui stiamo parlando. In Anomalisa, però, il protagonista pronuncia una frase che accorre in nostro aiuto:

Ogni persona che incontrate è un individuo. Proprio come voi. Ogni persona a cui parlate ha avuto la sua giornata. Ogni persona a cui parlate ha avuto un’infanzia. Tutti hanno un corpo, e ogni corpo ha sofferto.

Michael stone (“Anomalisa”)

Vedere Room vuol dire fare i conti con corpi che soffrono, reclusi in uno spazio minimo e che protendono verso la libertà. Questo film serve a far comprendere che tutti abbiamo ancora bisogno del nostro lato innocente, al quale convenzionalmente si associano tratti di debolezza e di sottomissione.

Che nessuno dimentichi, però, che il piccolo Jack è «forte come Sansone».

La domanda spontanea era: «Per quale motivo dovrei vedere questo film?». Noi vi consigliamo di farlo, ma la domanda difficile è: «riuscireste a guardarlo una seconda volta?».

Joy Newman “Ma’” (Brie Larson) e Jack Newman (Jacob Tremblay)