Squid Game, Hwang Dong-hyuk
Squid Game, Hwang Dong-hyuk

Squid Game, Hwang Dong-hyuk

Squid Game, il gioco del calamaro targato Netflix, è una serie TV sudcoreana che sta scalando la vetta della nota piattaforma streaming a pagamento.
Ideata dal regista Hwang Dong-hyuk, la storia narra di 456 persone ai margini della società che decidono di partecipare a dei giochi per vincere una grande somma di denaro. Scopriranno presto però che la sconfitta si paga a caro prezzo con la propria vita.

Cosa rende Squid Game così popolare e apprezzata a livello globale? 

La storia ruota attorno a Seong Gi-hun, un quarantenne disoccupato che vive con la madre malata, indebitato a causa della sua dipendenza dalle scommesse. Vive la vita un giorno per volta ai margini della società. Tra la madre anziana malata e la figlia che sta per partire per gli Stati Uniti con la madre e il patrigno senza che lui possa fare nulla, la sua intera esistenza pare non avere senso.

Tutto per lui cambia quando un giorno un uomo gli propone di partecipare a un gioco che gli permetterebbe di vincere una grossa somma di denaro che gli permetterebbe di rivoluzionare per intero la sua vita. Viene però rapito; e una volta sveglio, si rende conto di trovarsi su un’isola remota. Non è solo, bensì con altre persone che, disperate come lui, decidono di partecipare a quelli che all’apparenza sembrano essere dei normali giochi dell’infanzia. 

Scopriranno presto però che i perdenti non tornano vivi a casa

Squid Game, un po’ come il premio Oscar Parasite, ci dà una visione molto ampia di ciò che è la società in Corea del Sud e in particolare sul problema della disparità economica tra le classi.

Trattasi infatti di un divario quasi incolmabile: una realtà dove i ricchi si arricchiscono mentre i poveri lottano tra loro nella speranza di riscattarsi anche a costo della vita. Ma non solo: in qualche modo, il gioco tra la vita e la morte, tra il denaro e la sopravvivenza in Squid Game si fanno allegoria di un mondo in cui i lavoratori e le lavoratrici soffrono, periscono e soccombono sotto il proprio lavoro. Poiché lavorare, prima ancora che attribuire dignità all’uomo è una necessità. Una possibilità senza cui l’uomo non può condurre una vita: una vita che, alla fin fine, si dimostra essere in ogni caso una trappola.

Il protagonista della serie, un po’ come la famiglia dei Kim in Parasite, è consapevole di vivere in una società che non darà mai lui modo di riscattarsi. Essendo un emarginato si arrende al suo destino perché sa che lui, in quanto persona priva di lavoro e di obiettivi, è un fallito agli occhi della gente comune.

Tutto ruota attorno al denaro che rappresenta uno status symbol. Le persone ricche sono automaticamente buone e di valore; mentre i poveri sono cattivi e poco raccomandabili per il semplice fatto di essere poveri.

Squid Game è una serie TV cruda, tagliente; di quelle che mozzano il fiato ma che non possono fare a meno che farci riflettere sugli aspetti meno buoni dell’uomo. Le sei sfide che i concorrenti devono affrontare si basano su giochi dell’infanzia, quali il famoso «Un, due, tre… Stella!» ma anche il sudcoreano Gioco del Calamaro che dà il nome alla serie.

Giochi all’apparenza semplici ma che, nella loro ingenuità, nascondono una mortalità altrettanto facile. Perdere la vita è un gioco per bambini. Fa molto riflettere, consequenzialmente, il contrasto tra le difficoltà riscontrate nel partecipare al gioco – e dunque sopravvivere – e la facilità con cui si può perdere la vita. In un mondo dove non hai altra scelta che rischiare di morire pur di tentare di migliorare la tua vita, non ci sono più regole o moralità.

«In amore come in guerra tutto è concesso». È questo il caso di Squid Game.

I concorrenti infatti sono tutte persone che, in un modo o nell’altro, necessitano di grosse somme di denaro al fine di ripagare dei debiti. 
Molti di loro sono aguzzini, truffatori, persone poco raccomandabili; altre hanno solo avuto la sfortuna di arrivare da situazioni economiche difficili.

Questo però non conta: Squid Game infatti è l’esempio perfetto di ciò che si definisce legge del più forte: non ci sono regole, non c’è etica, non c’è pietà. Se la scelta deve essere tra morire o uccidere per andare avanti, la seconda opzione viene naturale. Si tratta di puro e semplice istinto di sopravvivenza che alle volte tira fuori le parti più crudeli e indicibili dell’essere umano; che è capace di cose bellissime quanto di cose orribili.

I deboli vengono schiacciati dai più forti, i buoni che si fidano troppo sono facilmente sacrificabili: il tutto per andare avanti al fine di salvarsi e riscattare il premio. Proprio come nel regno animale: o sei preda o sei predatore.

Tutto ruota attorno al denaro, che in realtà è un mezzo e non il fine.

Con il denaro a disposizione tanti possono realizzare i loro progetti, pagare i debiti e offrire una vita migliore ai loro affetti. 
L’incredibile occasione offerta ai giocatori di Squid Game, guarda caso, viene data loro da persone ricche che non hanno altro interesse se non quello di divertirsi a discapito della vita altrui – e al contempo di guadagnarci su, di costruire a partire da quel gioco un impero solido e segreto.

Un po’ come in Parasite quindi, dove c’era una guerra tra poveri che vedeva i poveri stessi perire, Squid Game ci ricorda che in un mondo dove i soldi sono alla base di tutto, la corruzione esisterà sempre.

I giochi di Squid Game, un po’ come i gladiatori in epoca romana, sono ideati allo scopo di intrattenere i ricchi annoiati a discapito di chi arranca e annaspa alla ricerca di un’occasione per migliorare la propria vita. Al contempo, per lo spettatore, si nasconde forse proprio nella naturale attrazione verso la violenza: uno spettatore attivo, che stimolato dalla violenza si smarrisce nei dubbi e nelle domande che si pone.

Scegliere di morire in maniera democratica

La morte passa in secondo piano se paragonata alla prospettiva di tornare a mani vuote a una vita che già si conosce e da cui si tenta disperatamente di scappare. Paradossalmente, tra le regole del gioco c’è anche la possibilità di andare a casa se la maggioranza è d’accordo (così infatti accade nei primi episodi). Tuttavia, nonostante tutto l’orrore che i concorrenti si ritrovano a vivere, molti di loro decidono di ritornare sui loro passi e rischiare la vita.

Molto spesso durante la serie viene sottolineato il fatto che i partecipanti vivano all’interno dell’arena una condizione di uguaglianza e democrazia che fuori non è concessa loro. 

La scelta, sebbene possa apparire suicida, è in realtà quasi inevitabile: in un mondo dove nessuno ti darà mai la possibilità di riscattarti, tanto vale rischiare la vita provando a cambiarla. Poiché, in fondo, la prospettiva di morire non spaventa tanto quella di tornare a sopravvivere. Per molti concorrenti, infatti, i giochi mortali non sono nulla in confronto alle denigrazioni, le umiliazioni e il continuo cercare di andare avanti in una società ostile verso chi non arriva da una famiglia agiata.

I protagonisti di Squid Game sono dunque vittime del privilegio e della prevaricazione sociale.
Rischiare la vita è l’unico modo per avere una minima speranza di migliorarla, anche se questo vuol dire uccidere qualcun altro.

Se la tua vita dipendesse dalla morte di qualcun altro, uccideresti per sopravvivere?

Questa è la domanda che ci sorge spontanea guardando Squid Game.
Una serie che non ha nulla di nuovo rispetto ai noti Hunger Games, ma che non può fare a meno che farci riflettere su cosa l’uomo è disposto a fare quando in gioco c’è la propria vita.

Articolo a cura di Jasmine Carrara

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