Stiamo abbastanza bene, intervista a F. Spiedo
Stiamo abbastanza bene, intervista a F. Spiedo

Stiamo abbastanza bene, intervista a F. Spiedo

Stiamo abbastanza bene edito da Fandango è una lettura che rimandavo da un po’, un romanzo che mi ha sempre attratta per la tematica e per la storia che Francesco Spiedo ha messo nero su bianco. Di Spiedo ho letto i racconti pubblicati su varie riviste e forse anche questo mi ha incuriosita e mi ha spinta a immergermi nel suo romanzo. Una storia che l’autore dimostra di padroneggiare, che potremmo quasi immaginarla come autobiografica, in cui si gioca con i numeri e con il napoletano. Una struttura ben definita nella quale Spiedo tenta di incastrare una generazione intera con tanto di valigia, drammi, problemi e devo ammettere che riesce nel suo intento.

La storia di Andrea Lanzetta è lo specchio di una generazione

La storia raccontata in Stiamo abbastanza bene è quella di Andrea Lanzetta, 25 anni e una laurea in ingegneria, che decide di lasciare la sua Napoli per trasferirsi a Milano. Apparentemente sembrerebbe la vicenda di un giovane meridionale che emigra in cerca di fortuna, ma in realtà Andrea fugge da un amore finito, dall’apprensione dei genitori, dalla precarietà lavorativa, adattandosi a qualunque lavoretto pur di andare avanti. Andrea è lo specchio di una generazione e Stiamo abbastanza bene è il titolo, ma anche una risposta che la nostra società spesso dà a quelle domande che non consentono una replica diversa.


Un romanzo di formazione sui generis, come lo definisce Spiedo stesso, che mi ha coinvolta perché siamo tutti un po’ Andrea Lanzetta, perché tutti fuggiamo da qualcosa e ci illudiamo di andare via per poi renderci conto che alla fine non siamo andati molto lontani.


Terminata la lettura di Stiamo abbastanza bene ho deciso di contattare Francesco e chiedergli di parlarne. Il risultato di questo incontro tra due logorroici – io ma anche lui – è un’intervista piena di spunti e di riflessioni sulla scrittura e sulla struttura narrativa.

Copertina del romanzo Stiamo abbastanza bene di Francesco Spiedo

Partiamo dall’idea alla base del tuo romanzo: da dove nasce Stiamo abbastanza bene? Quanto tempo hai dedicato alla stesura del romanzo? Perché la scelta di questo titolo?

Ho frequentato la scuola di scrittura Belleville nell’anno 2016-2017 e ho cominciato a dedicarmi alla stesura del romanzo proprio dal 29 ottobre 2016 e poi casualmente il libro è uscito esattamente 4 anni dopo, ottobre del 2020. La prima stesura l’ho realizzata n 4-5 mesi di corso appunto perché l’idea era quella di portare un romanzo alla fine dell’anno; l’idea della storia viene proprio da alcuni esercizi che facevamo a lezione. Lì alla scuola di scrittura, i miei colleghi, trovavano molto divertenti le mie descrizioni di Milano, io ero il classico napoletano che va a Milano, uno stereotipo che faceva gaffes su gaffes quindi questa cosa divertiva e piaceva molto agli altri. In più con chiunque parlassi in quel periodo mi ritrovavo ad affrontare il tema dell’emigrazione, ma ho subito notato che ognuno lo trattava in modo personale quasi come se fosse una colpa da espiare, come se non fosse un aspetto generazionale che riguardasse la nostra società.

Parlando poi con Walter Siti maturai la decisione di raccontare ciò che conoscevo, spronato da lui quindi sono andato avanti nella scrittura. Una volta terminato il romanzo l’ho lasciato proprio a Walter Siti che ha portato il manoscritto con sé durante un viaggio in Sud America; quindi, possiamo dire che lui è stato il mio primo lettore. Siti torna quindi dal viaggio con una serie di appunti e di revisioni, aspetti che non andavano nella storia, capitoli che sono stati eliminati. Negli anni successivi il romanzo, in una prima fase, è stato affidato a vari agenti senza arrivare alla pubblicazione.

Nelle varie revisioni e riscritture come sono cambiati i personaggi e gli intrecci narrativi di Stiamo abbastanza bene?

Dopo questi primi tentativi ho continuato a lavorarci e ad apportare modifiche e tagli al testo. Inizialmente il libro aveva un finale diverso – Luisa moriva in un incidente e ad Andrea non veniva lasciata la possibilità di un confronto – poi però quando il testo è arrivato in casa editrice ne ho discusso con la redazione di Fandango e abbiamo riflettuto su quanto volessi realmente dire con la mia scrittura e con i miei personaggi.
Si tratta di un romanzo di formazione sui generis, a partire dal fatto che l’età del protagonista non è quella che solitamente si legge nei romanzi di formazione. Da lì ho compreso che mi sarebbe servito un finale diverso, il confronto con Luisa sarebbe stato importante per arrivare a una risoluzione e per offrire al lettore quello che avevo in mente. Con Fandango abbiamo lavorato circa un anno sul testo e poi siamo arrivati alla pubblicazione.
Per quanto riguarda il titolo ne ho vagliati diversi prima di arrivare a Stiamo abbastanza bene. Una prima versione si intitolava Il corpo estraneo inteso come Andrea in questa città diversa, ma l’ho visto troppo filosofico. Per un periodo l’ho intitolato La dissolvenza, ma neanche quel titolo mi convinceva. La versione definitiva è arrivata con l’ultima frase del romanzo, Alessandro Bertante me lo ha fatto notare, «Tu il titolo ce l’hai già, sta là». Abbiamo quindi usato questo che è il simbolo di una generazione, di come ci sentiamo e della risposta che spesso diamo quando non vogliamo argomentare troppo il nostro stato d’animo.

Qualche mese fa ho letto un tuo pezzo uscito per “In allarmata natura” dal titolo La possibilità di restare innamorato dove scrivi: «Contare e scrivere, due mondi che apparentemente non hanno niente in comune; invece vorrei provare a sottolineare quanto siano simili», dunque come coesistono numeri e scrittura nella tua vita?

La matematica è una possibilità, come lo è anche la scrittura. Entrambe raccontano e analizzano la realtà, ma con la consapevolezza che ci sono delle alternative. La matematica è bella perché più si va avanti, più si comprende che si tratta di interpretazione e che tutto è sempre perennemente in discussione e in divenire. Anche l’approccio matematico all’errore che non lo mistifica, ma anzi, rendendolo parte del processo matematico. Spesso le cose si dimostrano partendo da quest’ultimo e ragionando per assurdo; se ci pensi è un approccio anche meno angosciante alla vita, meno perfetto di quello che vuole sembrare.

La matematica è tutta una possibilità, un grande gioco, un tentativo di costruire una realtà che poi funzioni e che si tenga in piedi da sola. Ma non bisogna dimenticare che questa realtà è vera fino a prova contraria. In questo mi sembra molto vicina alla scrittura. Poi la matematica mi aiuta a far quadrare le cose. Costruire l’impalcatura del romanzo e seguire quindi uno schema è la matematica, mentre la scrittura mi consente di togliere questa impalcatura e lasciare che resti solo ciò che volevo dire.

Leggendo il tuo romanzo ho identificato Andrea come la parte di noi stessi che resta immobile, che va avanti quasi per inerzia. È possibile leggerla come una provocazione?

Sì, questo poi rimanda anche all’idea del titolo e a ciò che volevo fosse il romanzo. Il lettore deve riconoscersi e rendersi conto che a volte esageriamo. È più semplice vedere l’esagerazione nell’altro e spesso tendiamo a non dare peso ai nostri comportamenti e alle nostre reazioni esagerate così da limitarci da soli. Molti lettori mi hanno poi detto che il romanzo li ha spinti a darsi una mossa, a reagire e ad agire e questo mi ha fatto molto piacere.

Personalmente mi sono anche immedesimata e rivista in alcuni atteggiamenti e situazioni vissute da Andrea. Questo coinvolgimento del lettore era tra i tuoi obiettivi e ne hai tenuto conto per la costruzione del protagonista?

Ci sono entrambe le spinte. Io non credo nel romanzo costruito a tavolino, ma è vero anche che io ci abbia riflettuto cercando espedienti per permettere a quella fascia d’età di immedesimarsi. Io non ho costruito per piacere e per strizzare l’occhio al lettore, ma l’ho fatto sempre ponendomi delle domande. Sarà credibile? Funzionerà? Cosa potrebbe fare un personaggio come Andrea in una città come Milano? Mi sono quindi preoccupato di renderlo coerente. Il segreto – Siti su questa cosa mi martellava – non è essere realistici, ma essere verosimili: solo così il lettore riesce a immedesimarsi.

Foto di Francesco Spiedo, autore di Stiamo abbastanza bene

A quali autori ti ispiri?

Nella costruzione dei personaggi ho tirato fuori diversi aspetti di altri autori che mi piacciono. In Stiamo abbastanza bene c’è un po’ di Zeno Cosini, di Michele di Ecce Bombo, c’è un po’ dei protagonisti di Ricomincio da tre. Ci sono poi elementi come quello del disturbo ossessivo compulsivo che riguarda la nostra generazione che deve fare i conti con molti disturbi. Ne ho così individuato uno che potessi gestire con verosimiglianza e che fosse anche funzionale rispetto alla storia. I numeri sono coerenti con la laurea di Andrea, mi permettevano di fare rimandi interni e di creare anche situazioni divertenti. Mi consentivano di accentuare anche le ossessioni del protagonista e quindi di caratterizzarlo ulteriormente.

Stiamo abbastanza bene mi ha colpito anche per tutti i personaggi che sei riuscito a mettere insieme, curando anche le personalità di quelli secondari. Come li hai costruiti e legati con la tua idea di partenza? Si ispirano a persone reali?

Nel caso del racconto scrivo di getto e posso permettermi di affidarmi alle sensazioni. Prima di iniziare a scrivere testi lunghi realizzo scalette, schede dei personaggi, schemi. Non ho mai scritto neanche una pagina senza prima fare uno schema e in questo l’approccio matematico-ingegneristico mi aiuta molto, perché per me deve essere tutto pensato.

Al lettore bisogna lasciare la sensazione dell’evento improvviso, della situazione che si evolve, ma l’autore deve sapere dove andare a parare, deve essere tutto ragionato. Nelle varie riscritture abbiamo asciugato molti aspetti e qualche personaggio secondario è stato tagliato. Quelli che sono rimasti hanno tutti una funzione e in qualche modo si sviluppano, influenzano le decisioni di Andrea in un modo o in altro. Prendo molto dalle persone che conosco, dai libri che leggo, dai film, dalle canzoni e ciò che può servire per un personaggio lo metto nel romanzo. Sono tutti personaggi completi, complessi e con una vita propria anche se non la approfondisco costantemente. La pagina è una telecamera puntata, è il punto di vista di Andrea, il resto intorno si sviluppa. Scrivere un romanzo è anche immaginare ciò che non viene scritto.

Ci sono progetti di scrittura per il futuro? Troveremo qualcosa di Stiamo abbastanza bene o ti distaccherai totalmente dal tuo romanzo di esordio?

Sì, ci sono progetti futuri. C’è anche l’idea di un percorso che mi dovrebbe portare tra qualche volume a scrivere davvero la storia che voglio scrivere. Bisogna raccontare quello che si può raccontare al momento giusto, in Stiamo abbastanza bene ho fatto diversi compromessi nella scrittura. Vorrei però spostarmi verso un tipo di scrittura che è più vicina a quella che uso nei miei racconti.

Un altro elemento che ho apprezzato nel tuo romanzo è l’uso del citazionismo napoletano che comprende anche alcuni cliché. Allo stesso tempo però mi sono chiesta perché di questa scelta.

Far parlare un personaggio in napoletano mi piace, mi diverte, mi viene facile, ma non lo avevo mai fatto nei racconti. La napoletanità c’è perché è coerente con il personaggio. Essa strappa la risatina, ma l’ho inserita perché il personaggio resta ancorato alla sua origine. E cosa può tenerti più ancorato del linguaggio e in particolare del dialetto? Per me il dialetto non è altro che un modo di leggere la realtà con una lingua che è meno estranea, meno finta, che senti più tua, la lingua che ti viene da dentro.

Qual è il valore di tornare a casa dopo essere andati via? Portare una certa napoletanità tra le pagine di Stiamo abbastanza bene che si muove tra le strade milanesi è come ricordare la propria provenienza?

La domanda da fare è: si è andati via veramente? Dipende. Se uno è andato via davvero va bene, ma se non si è mai andati via allora tornare a casa è solo una liberazione.