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Bravissima, intervista a Paola Moretti

Bravissima è il primo romanzo di Paola Moretti, già autrice di racconti e del podcast Phenomena – audiobigrafie impossibili.
Il libro è sugli scaffali dallo scorso aprile, frutto del lavoro della casa editrice 66thand2nd che personalmente apprezzo moltissimo.
Conoscevo Paola Moretti per i suoi racconti e per il suo podcast e quando mi è stata consigliata la lettura di Bravissima devo ammettere di aver mostrato subito una certa curiosità.


«Ti consiglio la lettura di Bravissima, ma se non dovesse piacerti molla subito il romanzo!» mi è stato detto.
Chi mi conosce sa che leggo solo ciò che mi piace e che non mi costringo a portare a termine libri solo per principio. Bravissima, dunque, mi ha conquistata fin dalle prime pagine e non l’ho mollato neanche a fine lettura quando ho chiesto a Paola di rispondere a qualche mia curiosità.

I temi in Bravissima

Moretti ha una scrittura davvero agile, in Bravissima si è mossa come i nastri delle sue descrizioni, ha creato vortici di emozioni e di coinvolgimento. Un romanzo che tocca diverse tematiche: rapporto madre-figlia, ma senza scadere nei cliché letterari. Un rapporto complesso dove Antonella, la madre, agisce e si anima come un personaggio reale. La madre di una bambina prodigio, Teodora, che più che mostrarsi fiera e orgogliosa dei risultati ottenuti dalla figlia, vive tutto con preoccupazione.


In Bravissima il sacrificio non è solo quello di chi svolge una disciplina agonistica. Nel romanzo, viene infatti messa in luce anche la vita di chi, come Antonella, vive ai margini dell’attività sportiva e viene interpellata solo per l’acquisto di strumenti ginnici, per gli chignon pieni di forcine e body colorati.


Una lucida analisi del rapporto che si instaura tra una madre e una figlia, della mentalità rigida che viene forgiata dalla disciplina agonistica, la sofferenza della rinuncia, un sogno che non si realizzerà pienamente.
Moretti è stata in grado di tenermi incollata alle pagine, di farmi disperare con Antonella per gli atteggiamenti di Teodora, di farmi arrabbiare con la bambina, di farmi faticare in quella palestra. Paola è stata bravissima a destreggiarsi in tematiche così vere e intricate con una sensibilità non comune.

Di seguito trovate la nostra chiacchierata!

Foto di Paola Moretti, autrice di Bravissima

Dove nasce l’idea del libro? Perché questa scelta di mettere in luce il rapporto tra Antonella e Teodora? In particolare la decisione di ribaltare l’ottica del genitore che qui non spinge il figlio, ma si chiude in una riflessione facendosi da parte?

Uno dei nuclei tematici di Bravissima, cioè la ricerca della perfezione, lo avevo già esplorato in altre chiavi in passato, ma evidentemente non mi ha abbandonata. Poi nel concreto il romanzo è il risultato del lavoro che ho fatto su un racconto con cui ho partecipato e vinto a un concorso letterario indetto da Effe in collaborazione con 66thand2nd. Come dicevo all’inizio, mi interessava parlare di qualcuno ossessionato dall’idea di essere perfetta, fare l’esibizione perfetta, diventare un’atleta perfetta… e l’ho incarnato nella figura di Teodora. Di conseguenza, per creare un conflitto, avevo bisogno di un personaggio che le facesse da contrappeso come fa Antonella che cerca di porre un freno, seppur discreto, all’ambizione della figlia. Inoltre, la prospettiva del genitore che cerca di riscattare sé stesso attraverso il figlio é ormai piuttosto nota.

Molti autori si soffermano sull’età dell’adolescenza, vista come la fase più complessa della crescita dell’individuo. Tu fai questa scelta opposta e decidi di raccontare il momento immediatamente precedente, quando non si è né bambini né adulti e fai sottolineare ad Antonella proprio questo aspetto: si teme tanto l’adolescenza e non ci si rende conto che il periodo complesso è quello che la precede. Come mai in Bravissima ti soffermi su questo?

L’adolescenza, nella mia visione, è caratterizzata dall’eccesso: esplosioni di rabbia, litigi violenti, amori impossibili, ogni avvenimento è carico di emotività. Mentre nell’età prima, ma subito dopo l’infanzia, tutto è un po’ sottotono: si regge su un equilibrio precario per cui ogni minima oscillazione determina una reazione, che però non è sproporzionata come lo sarà dopo. È un periodo amorfo che si presta bene a venire plasmato e quindi permetta la costruzione di una certa tensione narrativa. Per me era l’habitat ideale in cui strutturare la storia. Poi c’è anche una necessità di coerenza in relazione alla ritmica, una ginnasta di 16 anni è già una professionista.

Il romanzo d'esordio di Paola Moretti, Bellissima, ritratto nella versione digitale con nastri e fiori

Antonella è una figura particolare, perché hai scelto di adottare il suo punto di vista e non quello di Teodora? Ti sei ispirata a qualcuno in particolare per elaborare il personaggio di Antonella?

Ho scelto di adottare il punto di vista di Antonella perché non credo che sarebbe stato divertente passare 200 pagine dentro la testa di Teodora. È una bambina volitiva, determinata, rigida, fissata con una sola cosa, se avessi scritto il romanzo con il suo punto di vista sarebbe venuto fuori tutto un altro libro che non era quello che volevo scrivere. Come dicevo prima Antonella fa da contrappeso, è l’elemento di leggerezza, morbidezza, la sua voce mi serviva a smussare tutti gli spigoli di questa storia. Antonella è un bel mix di varie mamme che conosco, prima tra tutte la mia, ma anche amiche che hanno avuto figli e con cui ho parlato a lungo sui temi della maternità e della genitorialità mentre scrivevo il romanzo.

La figura di Claudio mi sembra posta al margine, non solo non segue Teo negli allenamenti, ma l’ho trovato anche estraneo alle esigenze di Antonella. C’è una motivazione dietro questa costruzione?

Claudio rimane marginale per tutta la narrazione perché la storia che volevo raccontare è la relazione di Antonella e Teodora. Ciononostante Antonella attorno a sé ha un apparato sociale al di là della figlia, ha un marito, ha un lavoro, ha una madre, ha delle persone con cui potrebbe diventare amica, tutti questi personaggi però rimangono sullo sfondo perché volevo concentrare l’attenzione su altro. Parlando di Claudio nel contesto della trama è estraneo alla domesticità perché è preoccupato ad assicurare il benessere economico della sua famiglia e a mantenere lo stesso standard di vita che avevano prima del trasferimento, trasferimento avvenuto per causa sua.  Infatti il romanzo comprende i primi anni dopo un trasloco dal nord al centro-sud Italia, in una cittadina in cui la famiglia si trova sola, sono anni di assestamento e ogni membro del nucleo cerca di trovare le propria dimensione.

In Bravissima fornisci descrizioni dettagliate degli esercizi di ginnastica ritmica, sfati luoghi comuni che confondono questa disciplina con la ginnastica artistica. Da dove deriva questa conoscenza? Frutto di ricerche o sei un’ex ginnasta?

Sì, conosco abbastanza bene la ginnastica ritmica perché l’ho praticata a livello agonistico da bambina.

C’è qualcosa di te in Teodora? Ci sono aspetti del romanzo tratti dal tuo vissuto?

Sicuramente. C’è qualcosa di me in Teodora, ma c’è qualcosa di me anche in Antonella. Più che aspetti tratti dal mio vissuto, direi fatti ed episodi, sì. Prima fra tutti l’ambientazione, che seppure nascondo sotto al nome fittizio di Feudi Marina, è una trasposizione letteraria della cittadina in cui sono cresciuta, Pescara.

Mi colpisce un aspetto in particolare di Bravissima, soprattutto sul finale quando Teodora ha un aspro scambio di battute con Martina e lì sembra difendere Antonella, quasi a voler sancire un ricongiungimento con la figura genitoriale con cui si era stati in lotta per tutto il periodo precedente. È stata una mia lettura o effettivamente è andata così?

È andata così. Bravissima è scritto tutto dal punto di vista di Antonella, quindi non sappiamo mai davvero cosa pensa Teodora, cosa le succede dentro, il suo carattere poi non rende più facile il compito di decifrarla, gli unici indizi che abbiamo sono quelli che ci arrivano mediati dallo sguardo di Antonella. Ma è ovvio che Teodora non può avere solo sentimenti negativi nei confronti della madre, soprattutto non dopo tutto quello che è successo prima di arrivare al punto di cui parli tu.

Parliamo di Phenomena di cui tu sei ideatrice. Ecco, dove nasce l’idea e quali sono gli obiettivi di questo podcast? Perché le protagoniste sono solo donne?

Phenomena- audiobigrafie impossibili nasce dal mio lavoro di scouting e traduzione letteraria. Non sempre le proposte di traduzione che ho fatto a case editrici sono andate a buon fine, anzi, mi è capitato spesso che si risolvessero in nulla; però, io che combatto l’ansia con lo studio approfondito, prima di fare quelle proposte avevo letto vita morte e miracoli delle autrici.

Quindi mi ritrovavo con un sacco di materiale, nozioni e conoscenza che volevo usare e invece che scrivere il solito articolo monografico mi sono divertita a “impersonare” queste autrici a scrivere inventandomi una loro voce eventuale. L’obiettivo principale di questo podcast è intrattenere, possibilmente divertire e poi far incuriosire, far conoscere nomi che prima non si conoscevano. Le protagoniste sono solo donne un po’ perché in percentuale le mie letture comprendono più donne che uomini, un po’ perché gli uomini mi pare abbiano e abbiano avuto già molto spazio a loro dedicato.

Illustrazione di autrici oggetto del podcast Phenomena

Bravissima è il tuo primo romanzo, ma tu hai scritto racconti per varie riviste. Con quale genere ti trovi più a tuo agio?

Non mi trovo a mio agio con niente! Ho da poco frequentato un laboratorio di scrittura per il teatro con Lucia Calamaro che ha definito la mia scrittura come una “poetica dello scomodo”, mi ha fatto impressione che ci sia arrivata lei in cinque giorni mentre io non ci avevo mai riflettuto consciamente, ma direi che è così. Oggi “disagio” è una parola inflazionata, ma è il luogo da cui parto per scrivere tutto. Entrambi i generi hanno le loro svariate difficoltà, forse è meno complicato scrivere un buon racconto rispetto a un buon romanzo, allo stesso tempo scrivere una buona raccolta di racconti mi sembra più complesso di scrivere un buon romanzo, non so, a questo punto il genere con cui vado più liscia sono i monologhi!

Hai progetti futuri che possiamo raccontare ai nostri lettori?

Nulla di concreto ancora, ma ho delle idee per un prossimo romanzo. Spero di riuscire a mettermi presto alla scrivania!

Uno tra i dodici candidati allo Strega, Sembrava bellezza di Teresa Ciabatti, ritratto nella versione digitale Mondadori, su un piano marmo insieme a petali di tulipano rosa

Sembrava bellezza, T. Ciabatti

Molto spesso ciò che resta di un determinato romanzo non sono tanto la trama o i personaggi che lo popolano. Più di frequente sono le emozioni che proviamo a lasciarci il ricordo di un libro che abbiamo letto. La cosa più immediata è immedesimarsi nei protagonisti e nelle loro vicende, trovare qualcosa di noi in quello che accade anche agli altri. In Sembrava bellezza Teresa Ciabatti non ha creato questo incantesimo per i suoi lettori, non si è preoccupata troppo di farci immedesimare. Ma ci tiene in pugno con cinque parole «Questa è una storia vera».

I fatti e le persone di questa storia sono reali. Fasulla è l’eta di mia figlia, il luogo di residenza, altro.

Copertina di sembrava bellezza

Si apre così Sembrava Bellezza, pubblicato il 26 Gennaio 2021 da Mondadori. Un libro potente che ritroviamo tra i dodici finalisti del premio Strega 2021. L’autrice, già presentata nell’edizione del 2017 con La più amata, torna con un nuovo romanzo che ancora una volta parla di sè, forse. O forse no.

La storia vera, o forse no, di una bambina che cresce sentendosi inferiore ma a cui poi la vita fa avere una rivincita (o forse no).

Sembrava bellezza è la storia di una scrittrice di successo che, di fronte ai suoi quarantasette anni, ormai si è presa la propria rivincita professionale. Nella vita privata non mancano i problemi: è separata dal marito e ha un pessimo rapporto con la figlia. Un giorno, dopo trent’anni, a sconvolgerle la vita emotiva arriva un’amica dall’adolescenza, Federica: la chiave per far ritorno nel passato. I ricordi riaffiorano e pongono le basi di questo romanzo. Ciabatti con il riavvicinamento della sua – forse – vera amica ci racconta le donne sbagliate: l’adolescenza, l’età adulta. Lo scorrere del tempo si fa scenario e personaggio stesso della storia.

Un’amicizia che riaffiora e porta con sè il passato, i traumi e le frustrazioni dell’adolescenza. Tutto ritorna come un’onda che si infrange violenta sulla quotidianità della protagonista.

A tornare con Federica c’è sua sorella Livia e le problematiche scaturite da un incidente. Nella prima parte del romanzo Livia è la più invidiata, alta-magra-bionda (quindi ricca). Ha tutto quello che vuole, ha addirittura un lettino abbronzante nella sua stanza. Ma un evento sconvolgerà la vita sua vita, quella di sua sorella e della scrittrice stessa.

Nella seconda parte di Sembrava bellezza Livia ha cinquant’anni, ma noi lettori la immaginiamo ancora come una giovane adulta di diciottenne. Livia si sente così dopo il risveglio dall’incidente, e a noi va bene. Questa è una storia vera, ci tiene a ribadire Ciabatti mentre racconta quella notte. Noi ci crediamo, o forse no.

La bellezza che rende brutta ogni cosa e dalla quale scaturisce l’invidia.

La bellezza in questo romanzo è la meta da raggiungere. Non importa quale sia il mezzo. Se è vero che la bellezza è soggettiva, è assodato che certe cose sono belle a prescindere. Ma cosa c’è dietro? C’è quel sembrava, quello del titolo. C’è l’apparenza che ingazza, c’è la sofferenza di chi ha tutto e non gli basta mai. E con sé la bellezza si porta l’invidia, sentimento protagonista, e carburante anche di questo libro. E così il seno rifatto di Federica è subito giudicato male dalla protagonista (invidiosa di non esserselo potuto rifare lei stessa). Peccato che dietro quella plastica Federica nasconda qualcosa di ben più doloroso. Lo stesso vale per l’estrema bellezza di Livia. Livia ha solo quello però, sembrava bella invece è solo triste da morire.

Magrezza≠bellezza. Gli inserti delle testimonianze di ragazzi con disturbi alimentari permettono all’autrice di portare avanti un messaggio considerevole.

Da sempre il mito della magrezza è associato alla bellezza. Corpi di modelle taglia 36/38 hanno popolato le passerelle dell’alta moda – e le affollano tutt’oggi. A fatica, questo binomio non riesce a scomparire del tutto. Il corpo longilineo e magro è sinonimo – erroneamente, sia chiaro – di perfezione. Dietro a quelle taglie e a quei corpi ossuti spesso si nascondono disturbi alimentari gravi. Ma se i motivi che si celano dietro a certi comportamenti sono molteplici e di varia natura, Sembra bellezza, invece è malattia.

La scrittrice (per rincarare la dose della veridicità), inserisce nel racconto la forza delle testimonianze. Sono gli appunti per un reportage da pubblicare sul giornale per il quale (forse) lavora.

Anche Luisa – diciassette anni Menù C – diceva di stare benissimo (peso 42kg, altezza 1.60). In verità non ricorda molto di quel periodo. Ricorda il freddo.

Sembrare: dal vocabolario della lingua italiana

  1. Dare l’impressione di essere in una certa condizione o di avere certe caratteristiche, parere;
  2. Avere l’aspetto di qualcos’altro, assomigliare.

Queste testimonianze sembrano fuori luogo, non hanno (in apparenza), nessun legame con la storia generale, nulla a che fare con i protagonisti delle vicende. Eppure sono il filo che congiunge tutto. Sono voci reali (o inventate in modo comunque verosimile), che se lette attentamente portano a ricongiungere le tessere del puzzle. Non mangiare per essere, per sembrare migliore, sano. Bisogna scorgere dietro a quella bellezza; scorgere.
Scorgere, distinguere, individuare. Come li rappresentereste questi verbi?
Io con quella copertina. Uno spiraglio e un occhio che guarda.

Una prova di fiction/non fiction. Il titolo contiene già un dubbio, una non verità. Dobbiamo credere a ciò che leggiamo? Ma è andata proprio così?

Il gioco di Teresa Ciabatti si infiltra abilmente tra tutte le righe del suo romanzo. Anzi, il gioco parte dal titolo stesso. Ci sta ingannando, lo dice dall’inizio: nel titolo, nell’incipit. Questa costruzione di reale mischiato a immaginazione, di finzione amalgamata a verità, è ciò su cui ruota tutto il racconto. Se c’è una cosa che fa molto bene l’autrice è confondere il lettore. Ribadisce più volte che quello che racconta è verità (dice spesso che non può fare nomi per non essere troppo esplicita). Allo stesso tempo depista dicendo che forse non ricorda tutto molto bene.

Tutto ciò per dire che in quel tempo realtà e sogno si confondono, e ciò che segue è reale fino a un certo punto. O meglio, pezzi mancanti compensati da aggiunte immaginifiche, e fantasie che nella ripetizione diventano reali, illusioni ottiche, vere e proprie invenzioni. Non sono una persona attendibile

Teresa Ciabati

Crediamo a tutto quello che leggiamo perchè niente va mai tutto bene, proprio come nella vita reale. Crediamo, o forse no, a quello che leggiamo perchè la protagonista è odiosa.

C’è una cosa che principalmente porta il lettore a oscillare tra il «è tutto vero» e il «non può essere tutto reale»:
la schiettezza dell’autrice. Veramente eccessiva la sua voce, i modi di fare, le sue risposte secche. Lei stessa in un’intervista dice:
«Quella voce è dentro di me. È quello che io non sono mai riuscita a essere. Sono tutte le ragazze belle, bionde e ricche che non sono mai stata».
Il suo personaggio è spesso fastidioso, irritante, a tratti perfino odioso. Nel romanzo si descrive in modo essenziale: intelligente, anaffettiva. Di certo non è un personaggio che il lettore può amare.
Nello stesso tempo però, con uno occhio meno critico, ci accorgiamo che in realtà dice quello che anche noi certe volte vorremmo dire. E a quel punto non odiamo un po’meno lei, ma odiamo un po’ di più noi stessi.

Una storia di finte rivincite, di molte cadute, di poche vittorie. Il tempo scorre per ricordarci che ciò che è importante in adolescenza non può esserlo allo stesso modo in età adulta.

Un tema per il quale la scrittrice riesce ad avvicinare a sè il lettore è sicuramente il sentimento di rivalsa. Un sentimento che la contraddistingue in età adulta. Come accennato all’inizio, l’autrice/protagonista si definisce brutta e grassa in adolescenza. Ci racconta di come nessuno la ricordasse, di come nessuno la guardasse ai tempi del liceo. Sentirsi sempre goffa e inadeguata, quella voglia di sparire per non subire tale invisibilità. Con il successo e la fama finalmente raggiunti, vorrebbe urlarlo al mondo: «Guardate adesso chi sono diventata!». Tutto questo sembra essere effettivamente molto importante per il personaggio. Giunti poi alla fine, davanti all’ultima riga, (forse), sai che in fondo di quelle piccole rivincite non puoi fartene davvero nulla nella vita reale.

Cesare Pavere nel Mestiere di vivere scriveva:


L’arte di vivere è l’arte di saper credere alle menzogne.

Non sapremo mai dove è collocata la linea sottile che distingue finzione e realtà in questo romanzo.
Posso di certo dire che questo libro è bellissimo. O forse no.

Bruciante segreto di Zweig, nell’edizione della piccola biblioteca adelphi, rappresentato in una fotografia dentro il taschino di una camicia maschile, con alle spalle librerie

Bruciante segreto, S. Zweig

Apparso per la prima volta nel 1914, da Bruciante segreto è stata tratta una riduzione cinematografica nel 1988. L’editore Adelphi, dal 2004, con Amok ha dato il via a un’operazione di recupero di uno dei più validi autori anteguerra del patrimonio letterario europeo.

Che cos’è Bruciante segreto se non una cronaca sfrontata del momento in cui dalla spensierata infanzia si diviene adulti? La purezza e l’innocenza dell’età infantile, contrapposta alla vita menzognera degli adulti? Similmente al Moravia di Agostino, Bruciante segreto è un nuovo tipo di romanzo di formazione, dove i sentimenti sono trattati in modo inedito, sfrontato e senza inibizioni.

Bruciante segreto è la testimonianza cruda di un rito di passaggio carico di stupore e dolore. Dolore di non potersi scoprire più bambini; dolore di non potersi sentir trattare ancora come degli adulti. La descrizione del limbo sentimentale in cui incappiamo, quando da un lato si brama di diventar grandi presto; mentre dall’altro si continua a rimpiangere il passato, reclamando le attenzioni e gli scrupoli che ci venivano rivolti quando ancora eravamo acerbi.

Questo dolore è quello che vive Edgar, il dodicenne borghese e annoiato, tra le stanze di un lussuoso albergo nel Semmering, in Austria. In quell’albergo vi è arrivato con sua madre – mentre il padre è lontano per lavoro – costretto a una lunga convalescenza di cui ne risente il fisico, ma soprattutto l’umore.

Edgar trascorre le proprie giornate al cospetto della madre. È un giovanotto curioso, sempre annoiato, e spesso intento a rivolgere agli adulti domande per cui non ottiene mai risposte altrettanto convincenti.

La sua permanenza sulle montagne austriache non potrebbe essere più noiosa di così, ma appena giunge un giovane barone in villeggiatura, egli pare nutrire per il bambino un interesse naturale. È proprio il barone a fermare il ragazzo e a dimostrarsi incuriosito dai suoi racconti, dai dubbi e dalle domande che fa. E tutto questo, a Edgar non sembra vero, perché invero da tanto aspettava di trovare un amico, ma sopra a tutto un adulto, da cui egli possa esser considerato come una presenza – e non come spettatore assente.

Edgar vive quei giorni diviso tra il sentore di star accedendo finalmente al mondo degli adulti, e la speranza di poterli comprendere. Gli adulti gli appaiono come un mondo baluginante ma pieno di segreti, tanto che è il primo a non accorgersi delle intenzioni che in realtà ha il giovane barone.

Quel baroncello, che agli occhi di Edgar appare come il più leale degli adulti, brama di ottenere le attenzioni di sua madre.

Edgar non ha idea del modo in cui i rapporti funzionano; in un primo momento osserva sua madre far sfoggio della propria persona e subito si risvegliano in lui le prime perplessità. Difatti, il barone, gradualmente comincia a perdere attenzione e interesse per il ragazzino: il suo unico scopo, fin dall’inizio, è invero quello di poter conquistare una donna durante la propria noiosa permanenza in montagna. Nulla gli interessa più che trovare qualcuno attraverso cui abbandonarsi al prossimo flirt. Perché se in Paura, la storia di un tradimento era narrata attraverso il timore dell’essere scoperti, in Bruciante segreto, la conquista del barone si esaurisce nel desiderio di sentirsi corteggiato, ammirato e vezzeggiato dalle donne.

Il barone è in sostanza un donnaiolo, un uomo innamorato delle donne e della loro sensualità, che non si mette alcuno scrupolo a mentire, raggirare i suoi interlocutori e depistarli, al fine di arrivare all’unico scopo da perseguire.

E se all’esordio, Edgar pare non accorgersi di nulla, non appena le attenzioni del barone si orientano verso la madre, il ragazzo si sente ferito e fa presto a passare dall’amore all’odio per lui. Sua madre, invece, si sente come travolta da una passione più grande di lei: da anni intrappolata in un matrimonio insoddisfatto, quel gioco di seduzione la rinvigorisce, e senz’accorgersene si trova lei stessa a escludere sempre più dalla loro nuova quotidianità il bambino.

Presentati in scena i personaggi, dopo aver fatto dono al lettore delle loro persone invischiate in un mondo di convenzioni ed etiche fasulle, Zweig affida il ritmo della narrazione ai sentimenti.

Sono i sentimenti a prevalere all’interno di tutta l’opera di Zweig: sono il fulcro della narrazione. È come se, in tutti i racconti dell’autore mitteleuropeo la realtà venga analizzata tramite il filtro delle emozioni che genera. La paura di crescere, le pulsioni del corpo, il sentirsi divisi tra qualcosa che si vuole fare ma che non si può fare.

Edgar vorrebbe diventare grande ma ancora non può. Sua madre vorrebbe sentirsi libera dalle proprie prigioni ma non è in grado di scegliere, di cambiare, di avere un’opinione propria e disinteressata su qualcosa. E il barone vorrebbe arrivar presto al dunque con la donna, ma è ostacolato da Edgar.

Personaggi che si muovono nel dubbio e nell’incertezza, impegnati a trovare il modo giusto in cui destreggiarsi nei labirinti dell’esistenza; che svelano il loro essere nei loro silenzi. Ma le prospettive sono presto ribaltate, e senza difficoltà fa presto il barone a diventare bambino, a esser lui colui che si sente oppresso dalla presenza di Edgar, così come Edgar, poche pagine prima, si sentiva oppresso da quella di sua madre nell’amicizia con il barone. Ed ecco ancora quell’astuzia incauta attraverso cui il barone cerca di avvicinarsi alla donna, diventare la stessa con cui Edgar pedina i due, e tenta di impedire la loro solitudine fino all’ultima riga.

Ecco l’amore trasformarsi odio; la dedizione in novello; le ambizioni in fagocitanti tornaconti personali. Ed ecco come, Bruciante segreto muta le sorti del racconto, e diviene dunque più che la cronaca di una beata transizione, il terrore del rimpianto del passato, attraverso il ritmo di un thriller, e il lirismo di una poesia.

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