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Il volume della biografia - autobiografia scritta da Alberto Moravia e Alain Elkann ritratto su un manto di foglie

Vita di Moravia, A. Elkann e A. Moravia

Vita di Moravia è una lunga intervista pubblicata con Bompiani lo stesso anno in cui Moravia venne a mancare. Curata dal giornalista scrittore Alain Elkann, Vita di Moravia si presenta come un’autobiografia dove lo scrittore, sollecitato dalle domande del giornalista, rievoca le proprie vicende e il suo passato, tra libri, amanti e viaggi.

Il 26 settembre del 1990, ci lasciava un grande personaggio, lo scrittore Alberto Moravia. Una vita lunga e sempre votata all’arte e alla letteratura, che Alain Elkann ha tratteggiato con lui in una appassionata intervista raccolta nel volume Vita di Moravia.

Una vita insolita, come il personaggio che l’ha vissuta. Moravia stesso la definiva “anormale”, a causa soprattutto della sua ipersensibilità che lo rendeva diverso agli occhi degli altri. Figlio di un architetto e di sua moglie, Alberto ebbe un’infanzia agiata quanto dolorosa. All’età di otto anni, infatti, si ammalò di tubercolosi ossea e da allora lo accompagnò uno scomodo zoppicare e per diversi anni l’infermità a letto.

Moravia crebbe in mezzo ai libri di suo padre, da Goldoni a Shakespeare a Molière; e a quelli di sua madre, che invece prediligeva romanzi moderni facendosi consigliare dai librai.

Il desiderio di scrivere cominciò proprio allora, tanto che sui quaderni di quando Moravia aveva nove anni, “c’era già lo schema degli Indifferenti”. Da sempre coltivava la passione per la scrittura, ma è al senatorio di Codivilla – a soli sedici anni – che cominciò il suo primo romanzo, quello che gli conferì successo inarrestabile.

La prima versione degli Indifferenti venne composta a Bressanone, su fogli di carta velina perché “non aveva trovato di meglio”. Proprio allora Moravia individuò anche i suoi poeti preferiti, tra tutti Rimbaud, lo stesso amato dalla donna con cui passerà vent’anni insieme: Elsa Morante.

La grande ammirazione di Moravia si riversò su un grande narratore: Dostoevskij. E poi, naturalmente sui classici del teatro: Goldoni, Shakespeare e Molière.

Gli indifferenti vennero composti oralmente, proprio come un canto, con dei trattini al posto della punteggiatura, “come a indicare il passaggio da un verso all’altro”. Infatti, il manoscritto non aveva punteggiatura e venne aggiunta solamente dopo, “come si aggiunge il sale nella minestra”. Per questo, se lo si legge, si può notare che la punteggiatura è molto irregolare. Ma c’è una curiosità da conoscere attorno al romanzo più celebre di Moravia, ossia che il libro venne pubblicato a sue spese dalla casa editrice Alpes.

Subito dopo l’uscita degli Indifferenti, Moravia partì per la Francia e conobbe France. Un amore “autentico, furioso e delicato”, distruttivo e molto sessuale poiché entrambi erano stati provati dalla vita. Fu a lei che Moravia lesse a voce alta nel bosco il primo romanzo, traducendolo in francese, durante lunghe passeggiate. Tuttavia, quel primo amore, non superò l’estate, poiché quando Moravia le chiese di sposarla, lei rifiutò.

In seguito alla buona fama di cui vissero Gli indifferenti, Moravia partì per Londra come referente per La stampa – allora diretto da Curzio Malaparte. Gli articoli ebbero un discreto successo perché riuscì a esprimere direttamente lo stupore per la vita inglese rispetto a quella italiana. Inoltre, Moravia, cominciò a scrivere Le ambizioni sbagliate, romanzo uscito in un periodo particolare per l’autore.

Tra il 1928 e il 1942, Moravia scrisse Le ambizioni sbagliate, alcune novelle surrealiste, La mascherata, e altre prose “piuttosto impettite”.

Ma è nel 1942 che esce una delle opere più care a Moravia, ossia Agostino, un romanzo che prese il nome dal mese in cui venne composto e che recupera la linea maggiore dell’ispirazione moraviana.

Dopo Londra fu il momento di Berlino, per raggiungere un nuovo entusiasmante amore, Trude, una giovane incontrata a Londra. Ma dopo averla raggiunta, la donna già sposata gli disse di non aver intenzione di stare con lui, relegando la loro storia a qualcosa di effimero e passeggero. E dopo Berlino è il momento degli Stati Uniti, e poi della Cina, del Giappone…

Nel 1937, Moravia incontra Elsa Morante. Una storia governata dall’amore ma priva di innamoramento.

Ciò che Moravia puntualizza più volte nell’intervista di Elkann è proprio quest’assenza di innamoramento che contraddistinse il loro rapporto. Sin da subito, Alberto capì che dietro di lei si nascondesse una scrittrice autentica. Ancora non era l’autrice di Menzogna e sortilegio, ma scriveva già alcuni racconti ed era molto influenzata da Kafka, e in seguito da Stendhal, personaggi cari allo stesso Moravia. Morante era una donna molto ambiziosa, legata indissolubilmente alla letteratura e con una personalità forte e originale. Insieme fecero la vita che tutti gli artisti facevano a Roma: tutti li conoscevano, li chiamavano Morante-Moravia e li adoravano. Loro non avevano molti soldi, ma erano felici, indipendenti e molto discreti l’uno nei confronti dell’altra. Non parlavano mai dei rispettivi romanzi, al massimo dibattevano di quelli altrui, e per vero, si amarono. Si amarono realmente.

Nel 1941 la coppia si sposò, il giorno dopo Pasqua, in una chiesa dedicata alla Madonna. La sua famiglia non assistette all’unione – per sua volontà – ma alla fine della celebrazione fu la madre di Moravia a dare un pranzo a casa sua. Un pranzo “stralunato e catastrofico”, in cui Morante litigò con la suocera perché volle darle consigli di saggezza domestica servendole in cambio una pessima risposta.

Dopo il matrimonio non ci fu alcun viaggio di nozze, partirono per Siena, e subito dopo raggiunsero Anacapri, dove appunto Moravia compose Agostino, che narra il rapporto di un bambino che diviene adulto mentre è con la madre, al mare, in vacanza a Viareggio.

Agostino venne pubblicato nel 1944, in piena occupazione nazista, e le bozze vennero corrette da Elena Moravia, sorella di Alberto.

La censura non diede subito il nulla osta per la pubblicazione, in quanto Alberto era già stato individuato come antifascista a partire dal romanzo degli Indifferenti, e ciò ritardò la pubblicazione del volume.

Quando poi la guerra finì e Badoglio riformò i fasci, Morante-Moravia scapparono a Sant’Agata, in Ciociaria, dove si nascosero per sfuggire alle persecuzioni dell’ultima ondata distruttiva. Dentro una vecchia e minuscola abitazione in un villaggio montano di pastori, i due cercarono riparo per una settimana, in attesa dell’arrivo degli americani, e cominciarono a scrivere i loro romanzi più importanti, ossia La ciociara e La storia. Ma il soggiorno si protrasse oltre il dovuto, e rimasero lì per più di nove mesi, prima di tornare a Roma passando per Napoli. Quello, tuttavia, era stato il periodo più intimo con Morante.

Da allora in poi il nostro rapporto andò lentamente raffreddandosi anche per una ragione specifica e curiosa di cui ho già parlato. Elsa nella vita prediligeva i momenti eccezionali, passionali, insomma il sublime ed era invece stranamente goffa nel gestire il tran tran quotidiano.

Quando poi riprese la vita normale, Moravia cominciò a vivere di articoli. Prima collaborò con Libera stampa, poi al Corriere della Sera, infine con una catena di giornali: Messaggero, Resto del Carlino, Nazione. Ma che cosa significava per Moravia, scrivere per un quotidiano?

Significa poter viaggiare. Mi spiego: ho collaborato con il Corriere della Sera dal ’46 […] a oggi […]. Il giornale mi ha offerto la possibilità economica di fare viaggi, altrimenti, come sai, non avrei potuto farli. Poi questa possibilità economica è diventata uno stimolo, un incitamento interiore a trovare luoghi e paesi da visitare, da scoprire.

Agostino ricevette il primo premio letterario dopo la guerra, il premio del Corriere lombardo, che non ritirò perché non aveva i soldi per andare a Milano. In quello stesso periodo mancò suo padre, ereditò da lui tre case e un villino, una soluzione che in qualche modo gli garantì un po’ di fortuna. Dopo aver venduto la casa di via Sgambati, Moravia comperò un meraviglioso appartamento in via dell’Oca dove andò ad abitare con Morante. Infine, per lei, un piccolo studio in via Archimede.

Negli anni del dopoguerra cominciò per Moravia un periodo di noia, contraddistinto soprattutto dall’affievolirsi dell’amore con Elsa.

Durante quegli anni scrisse altri due libri di successo: La romana(1947) e I racconti romani, con cui si aggiudicò il Premio Strega (1952). Il primo è un romanzo di oltre 500 pagine scritto in 4 mesi nato dalla volontà di raccontare “in una novellina di tre pagine un episodio della mia vita avvenuto nel ’36”. Il secondo è invece una raccolta di tutti i suoi racconti scritti fino a quel momento.

Ma è durante il lungo sodalizio con la scrittrice Morante che Alberto ebbe la possibilità di conoscere e frequentare Pier Paolo Pasolini. Pasolini era un caro amico della moglie, e presto divenne anche un suo affezionato. Insieme fecero diversi viaggi in giro per il mondo, tra cui l’India, posto che venne raccontato sia da Pasolini che da Moravia, in due celebri libri pubblicati in quegli anni.

Alberto Moravia, Elsa Morante e Pier Paolo Pasolini seduti a un tavolo del premio strega attenti a qualcosa che non compare in camera

Dopo la lunghissima relazione con Elsa Morante, Moravia incontrò Dacia Maraini, e nel 1962 andarono a vivere insieme.

Furono anni diversi quelli di Moravia trascorsi con Maraini. Anni dedicati soprattutto al viaggio. Insieme presero l’abitudine di recarsi una volta all’anno in Africa per ben 18 anni, e viaggiarono insieme viaggiarono e partirono per molti altri posti. Una volta, per casualità, si ritrovarono in viaggio con Maria Callas, intenta a scegliere il posto in cui girare il nuovo film dell’amico Pasolini. Rispetto all’altra relazione, quella di Maraini e Moravia è stata più leggera e spensierata: anche nel modo di viaggiare, Morante e Maraini furono totalmente diverse, ma Alberto ebbe a cuore entrambe in modi totalmente differenti.

Gli anni Settanta sono quelli in cui vide la luce La vita interiore, romanzo significativo per studiare l’iter di pubblicazioni di Moravia.

Dopo la relazione con Dacia Maraini, arrivò l’ultimo suo grande amore, di cui non si parla a fondo nel libro perché Moravia preferì non farlo – essendo ancora a lei sposato in quel momento -. Si tratta della giovane Carmen Llera, che dopo solo due anni andò a vivere con lui.

Quelli furono gli anni più felici probabilmente, perché caratterizzati dalla spensieratezza dovuta alla giovinezza dell’amante – che infatti aveva quarantacinque anni in meno di lui -. Dopo il conferimento del titolo di “Personalità Europea”, in quegli stessi anni, verrà eletto Europarlamentare nelle liste del PCI, ruolo che non rivestì con molta attenzione ma che lo vide coinvolto direttamente sulla scena politica.

Con la narrazione di questi ultimi accadimenti si conclude l’autobiografia giornalistica di Alberto Moravia, a cura di Alain Elkann. Dagli anni Dieci fino alla fine degli anni Ottanta, attraverso la sua storia di narratore e letterato, si delinea la narrazione di un grande testimone del secolo scorso, della miseria, della guerra, della gioia delle piccole cose, e del mondo piccolo borghese novecentesco. Al contempo, dalle parole di Moravia emerge la testimonianza di una società artistica e culturale, e di un mondo letterario in fermento, attualmente inesistente pressoché ovunque. L’esempio di un autore che ha saputo essere contemporaneo e sempre dalla parte dell’arte, delle idee e degli artisti, senza mai schierarsi dalla parte del potere.

Era un artista, un uomo libero che esprimeva le sue idee. Bisognerebbe imparare molte cose da Alberto Moravia.

alain elkann
25 febbraio 2007
La biografia "Miss Rosselli" su Amelia Rosselli scritta da Renzo Paris davanti a un Ficus Lyrata e la libreria come sfondo

Miss Rosselli, R. Paris

Renzo Paris – l’autore della preziosa biografia su Amelia Rosselli (Miss Rosselli) – edita Neri Pozza, è poeta, raffinato romanziere e critico letterario. Tra le sue opere più celebri ricordiamo le biografie romanzate di Pier Paolo Pasolini, Alberto Moravia e Ignazio Silone. Tutte sono riunite sotto un unico intento: ritrarre alcuni degli esponenti maggiori del Novecento letterario italiano.

Miss Rosselli è la sua ultima fatica letteraria. Una biografia scritta in modo atipico che mescola sapientemente i ricordi di Paris e l’autrice, con quelli provenienti direttamente dalla sua vita.

Amelia Rosselli non fu soltanto una poetessa – come pochi ricordano – fu anche compositrice musicale, etnomusicologa, e tentò persino la strada della pittura in seguito a un breve amore con Guttuso.

Nacque nel 193o, in una famiglia borghese colta e impegnata, “dove il primo latte prese anche l’ansia di libertà e quella di preda”.

Era infatti figlia di Carlo Rosselli e Marion Catherine, personaggi impegnati con dedizione nella lotta antifascista. Sua madre era inglese e attivista del partito laburista; suo padre, invece, teorico del Socialismo Liberale, per Giustizia e Libertà faceva la spola tra Parigi e Londra, era un esule antifascista inviso a Togliatti e ai comunisti emigrati in Francia. Fu la perdita di suo padre, il primo grande dolore di Amelia. Accadde a Bagnoles-de-l’Orne, “dove sette giovani fascisti avevano abbattuto, dapprima a colpi di pistola e poi a coltellate furiose, suo padre e suo zio, quando lei aveva solo sette anni”.

Il ricongiungimento con il padre sarà tragico, ma atteso da tanto, perché sin da Variazioni Belliche – la prima raccolta poetica – sembra esserci traccia di un profondo e malcelato desiderio di morire. Ed è così che esordisce la biografia composta da Paris: raccontandoci la sua scomparsa.

Amelia si era barricata in casa, aveva finito la bottiglia di latte e quel poco pane che era rimasto era diventato durissimo. I medici le avevano tolto i farmaci che la calmavano e lei era ripiombata nel mare nero della sua schizofrenia. Non beveva e non mangiava per timore di avvelenarsi. […] Lei aprì e, una volta sul balconcino, scavalcò l’inferriata e si lasciò cadere dal quinto piano giù nel cortile, evitando la tettoia che avrebbe potuto salvarla. Si illudeva che fosse un volo per poi risalire, a volo d’angelo. Ma non fu così. Non ci fu risalita. Cadde tra i rifiuti del cortile fracassandosi la testa e le ossa.

La vita quotidiana di Amelia Rosselli era quella di una qualsiasi donna, con la differenza che la poetessa era costantemente visitata da spiriti e ombre dal passato. I morti avevano con lei un rapporto particolare, e non passava incontro che poi non si ripercuotesse su suoi scritti. Dopo la morte di suo padre e la fine della guerra, l’Italia venne sorvegliata dalla Cia e dai servizi segreti, persecuzione che ossessivamente non abbandonò mai Miss Rosselli.

Ovunque andasse, Amelia era perseguitata dalla figura di un uomo biondo che la tormentava durante i suoi giorni. Era un uomo alto e con gli occhi chiari – come i suoi, azzurrissimi -, che Miss Rosselli si convinse provenisse direttamente dai servizi segreti, organizzati per spiare lei e gli altri comunisti.

Le giornate si ripetevano identiche a quelle di altre donne sole. Le eccezioni erano farmaci e gli elettroshock in cliniche misteriose per i suoi amici. Ma lei era una poetessa. Aveva un’intensa vita interiore che a poco a poco si sostituì a quella reale, facendola a pezzi.

Amelia nacque a Rue Notre-Dames-des-Champes, una strada poco più lunga di un chilometro, a nord di Montparnasse. Una strada segnata dal passaggio di altri personaggi d’onore, come Pablo Picasso, Victor Hugo, Hemingway e molti altri. Proprio in quella strada, Miss Rosselli crebbe con i suoi due fratelli, Andrea e John. Nonostante una famiglia sempre assente e frenetica, i Rosselli abitarono diversi appartamenti principeschi nel Quartiere Latino, ma anche alcuni di modesto aspetto.

Nessuno dei suoi genitori era adatto a una vita ordinaria, né a farli crescere in una famiglia tranquilla come quelle degli altri. Melina trascorse la sua infanzia immersa nella solitudine, ritenendola i famigliari una bambina scontrosa […]. Fu sempre più spesso la nonna Amelia a soccorrere quei bambini durante le lunghe assenze di Carlo e Marion.

Una guida per Amelia sorse dietro la figura di sua zia Teresa Pincherle, madre di Moravia e sorella della madre di Carlo Rosselli, Amelia Pincherle.

Amelia trascorse un’infanzia tra le bambinaie e la nonna, sballottata da una madre egoista e malata fin dalla sua nascita. Amelia era una persona sofferente, sin da piccola perseguitata dagli spettri e dalle ombre dei morti non trovò mai il modo per darsi pace e cominciò a convivere con i propri mostri del passato.

A vent’anni Miss Rosselli si trasferì a Roma. Era già stata in Italia, aveva abitato a Firenze, ma la capitale rappresentò l’inizio di una nuova vita.

A Roma frequentava il Caffè Greco, dove gli scrittori si incontravano dai primi anni Trenta, il barcone “Er Ciriola” in cui si facevano i bagni e persino si ballava la sera, in compagnia di personalità come Alberto Arbasino e Pier Paolo Pasolini. In quegli stessi tempi, Roma pullulava di spie della Cia e del Kgb, e gli intellettuali e gli artisti non potevano aver vita facile, perché erano sempre spiati. Amavano perciò riunirsi in posti poco noti, come il sotterraneo di un’antica chiesa nel centro città.

A Roma comincia anche l’esperienza editoriale di Amelia Rosselli.

Il suo primo impiego fu quello di dattilografa e traduttrice presso le Edizioni di Comunità di Adriano Olivetti. Verso la scrittura, secondo le parole della stessa Rosselli, a incoraggiarla furono dapprima Moravia, poi Scotellaro e infine Pasolini. Il poeta Scotellaro fu uno di quegli amori ricordati dalla poetessa come “amorastri”, in giro per l’Italia, che le permettevano di sentirsi più leggera.

Nell’amore, Amelia “faceva da sola”, si buttava a corpo morto su uomini impossibili. Poi Rocco Scotellaro la presentò a Mario Tobino, “il medico dei pazzi”, e la loro storia durò più al lungo del previsto. Da tutti i suoi amori si faceva chiamare con il nome di sua madre, Marion, perché dopo averla persa, cocente fu per lei quest’ennesima delusione. Anche la perdita di Scotellaro fu significativa per Miss Rosselli, tanto che il dolore per la sua morte si prolungò sia nelle prose francesi che in quelle inglesi.

La diagnosi precisa di “schizofrenia paranoide” fu firmata dallo psichiatra Ludwig Binswanger.

Insieme a questa nuova presa di coscienza, ad Amelia vennero somministrati i primi terribili elettroshock. E da quel momento cominciarono i soggiorni nelle cliniche private che puntualmente teneva nascoste anche ai suoi amici. Nel definire il proprio male, Amelia, un po’ per pudore e per vergogna, raccontava di avere il morbo di Parkinson. Ma la sua vera malattia era, al solito, la Cia “a cui si accompagnavano il Sid e la P2 e altri servizi segreti, che non le avevano perdonato la discendenza da suo padre Carlo -.

Lungo tutti gli anni Sessanta, Amelia lavorò ai tre libri che meglio la ricordano: Variazioni belliche, Serie ospedaliera, Documento.

Sono i tre reperti più preziosi che abbiamo della poetessa, testimonianza di quei disturbi mentali e di quel non-luogo che si costruiva all’interno della propria immaginazione, tramite le voci e le visioni che le giungevano puntuali dall’Altro mondo. Fu Pasolini che si prese l’incarico di convincere la Garzanti a pubblicare le sue opere. Tuttavia, Amelia, non contenta, iniziò a spedire il dattiloscritto a tanti altri editori. Così lo mandò anche a Vittorini, che ne avrebbe pubblicato una parte sulla rivista Il Menabò, e finalmente Amelia si avvicinò al riconoscimento che oggi ha ottenuto.

Variazioni belliche venne pubblicato con Garzanti, tuttavia gli editori rifiutarono le sue indicazioni di formato e le sue prime opere non vendettero quasi nulla. Serie ospedaliera riguarda molto da vicino i suoi ricoveri e gli elettroshock – che ormai chiedeva lei stessa per ritornare “con la memoria libera di ricominciare, come una tabula rasa”-.

L’ultimo amore di Amelia è quello provato per il poeta innamorato di Rimbaud, Dario Bellezza, che la poetessa accolse a casa sua mentre lui era in cerco di un posto in cui abitare.

Con il suo arrivo, Amelia sperò che la sua solitudine potesse scomparire. Presero a fare colazione insieme, cenavano spesso nelle trattorie di Trastevere, e lo presentava a tutti i commercianti amici. Tuttavia, anche il loro amore non durò al lungo, e lo stesso Dario Bellezza cominciò a esser visto anche lui come un pazzo: “una coppia davvero male assortita”, di cui la poetessa parlerà a fondo nei propri versi.

Soltanto negli ultimi quindici anni della sua vita, Amelia divenne una star mondiale.

Amata in Inghilterra, come in Francia e fino all’America, non c’era convegno sui poeti in cui Amelia non venisse festeggiata o lodata a gran voce. Le sue poesie vennero spesso riproposte in pubblico, i suoi versi furono riconosciuti dal mondo intero. Versi magnetici, ricchi di significati e percorsi che si protraggono oltre le pagine: oltre quel misero balconcino da cui lanciandosi si tolse la vita. Sarà forse per quell’io narrante che, nelle sue poesie, dice tanto di Miss Rosselli, ma che coinvolge anche noi irrimediabilmente?

Di quel suicidio, al lungo vagheggiato come possibilità di salvezza e ricongiungimento, Vittorini disse:

Secondo me si suicidò perché le avevano tolto le medicine. Senza quei forti calmanti, rimanendo molto lucida, scelse di buttarsi, evitando la tettoia protettiva.

Amelia Rosselli morì l’11 febbraio del 1996, lo stesso anno in cui, trentatré anni prima, la poetessa Sylvia Plath – da lei tanto amata, tradotta e commentata – si suicidò, lasciando al mondo i suoi versi e i propri dolori.

Un libro di grandi slanci. Un inno all’adolescenza, alla sua energia e alla sua bellezza come visione politica per cambiare il mondo. Non c’è nulla nella tradizione letteraria italiana che gli assomigli anche lontanamente. Il poemetto, il teatro, la poesia visiva, il libello sono mescolati con un’alchimia che sembra far esplodere l’oggetto libro, proiettare il testo fuori dalle pagine, anche graficamente: come un appello che esca da una gabbia e vada alla ricerca dei «ragazzini» di tutto il mondo. Nel progetto morantiano di poesia come politica e come religione, in questo libro è riassunta – come in un manifesto – l’intera opera di Elsa Morante.

Il mondo salvato dai ragazzini, Elsa Morante

Gli anni Sessanta sono stati in Italia – ma soprattutto nel mondo – un momento di fondamentale importanza. Elsa Morante riconosce nei ragazzini di quegli anni, l’unica possibilità di salvezza per un mondo che procede inesorabile verso la propria distruzione.

Il mondo salvato dai ragazzini è un’opera che sfugge con insistenza a qualsiasi tipo di definizione e catalogazione. Non può essere considerato un romanzo, né una raccolta di racconti, o un poema. Si colloca, invece, in una posizione del tutto nuova rispetto ai precedenti romanzi morantiani.

Non è un romanzo, non è una raccolta di racconti, né si può definire un poema. Ma al suo interno, contiene il romanzo, il racconto, il poema e la parodia – mondo a cui, la Morante non si era ancora avvicinata prima.
Il mondo salvato dai ragazzini, viene pubblicato per Einaudi nei primi mesi del 1968 e intendeva rivolgersi a una classe di persone in particolare: i ragazzini. Gli ultimi in grado di poter compiere una valida rivolta.
L’intento di Elsa Morante, in queste pagine, è proprio quello di intervenire nella desolante realtà con “i mezzi della poesia”, tramite i lettori più ricettivi di tutti.

La visione del poeta morantiano, per Elsa è la più alta di tutti.

Il poeta ha il compito di guidare le persone, i lettori, e di condurli verso la salvezza; deve mettere in guardia i lettori dai pericoli di cui il mondo è pregno. Il più grande tra tutti, il rischio più grave, è di cadere nell’irrealtà.
I concetti di realtà e di menzogna sono temi che la Morante insegue fin dal suo esordio, non a caso il suo primo romanzo si intitola Menzogna e sortilegio, e origina dalle bugie di cui Elsa Morante è vittima fin dall’infanzia. (Elsa Morante, scoprirà tardi di essere figlia di un padre diverso rispetto a quello con cui è cresciuta e si convincerà che tutta la sua esistenza sia una menzogna.)

La Morante afferma la necessità della poesia di essere immortale. È l’unica possibilità dell’uomo per resistere alla rovina e alla cultura di morte, sempre più diffusa e frequentata. Il poeta perfetto, per la Morante è un suo amico che è stato in grado di sostenerla per tutta la vita: Umberto Saba. Con lui, la Morante avrà sempre uno stretto rapporto di amicizia, a differenza di Pasolini, con cui invece interromperà le frequentazioni negli ultimi anni della sua vita.

A seguito della morte di Bill Morrow, giovane artista newyorkese con cui la Morante intrattenne una lunga relazione, Elsa Morante avrà bisogno di molto tempo per elaborare il lutto.

La storia d’amore tra Bill Morrow ed Elsa Morante andò avanti per qualche anno tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Sessanta. Elsa partì a New York nel 1959, per conoscere la grande città, accompagnata da Sergio Gajardo e Leonor Fini.
L’8 ottobre, durante un party mondano organizzato da Gajardo, la Morante fa la conoscenza di Morrow e ne rimane folgorata. Bill è molto bello, trasgressivo ed è una sorta di futuro Rimbaud. Di quella notte in cui si conobbero è una lettera scritta dalla Morante al marito Moravia:

Comunque sono stata a New York e questa notte è stata. La presente lettera è la prova di questa notte. Dio mi salvi dal desiderare di distruggere questa lettera.
Un jet / Bill / Venezia / Una famosa gorgée de venin / Domenica / IL PARTY / Ma la vecchiaia allora? / Era una favola? / Buona notte a tutti / E poi anche New York sarà passata.

Amata, p. 324 (einaudi)

In seguito alla scomparsa di Morrow, la Morante si separa da Alberto Moravia e ritorna a vivere in Via dell’Oca.

Proprio in questo momento tragico, nascerà la prima composizione che aprirà Il mondo salvato dai ragazzini, la poesia dedicata a Morrow: Addio.

All’interno del Mondo, la figura di Bill Morrow si fonde con quella di quei ragazzini che abitano con innocenza e rabbia il mondo in cui vivono. Lo contestano, ne denunciano le violenze, e gli domandano continuamente verità. Il mondo salvato dai ragazzini non è importante in quanto narrazione, ma poiché anticipò un sentimento proprio di quegli anni, un malcontento, un’infelicità insormontabile provata dai più.

Anche il concetto di verità, in opposizione alla menzogna, è qualcosa di probabilmente ripresa da Bill Morrow, tratto particolare e caratteristico dell’artista dimenticato.

Il mondo salvato dai ragazzini è un documento, forse il più alto del Sessantotto, che provava a parlare a tutti in nome della verità. Non appare disomogeneo nella diseguaglianza dei generi proposti, ma anche nei materiali e nei supporti cartacei su cui la Morante appuntò le sue storie.

La Morante cominciò a scrivere il Mondo salvato dai ragazzini su quaderni di grosse dimensioni.

Tuttavia, non si servì soltanto di quei quaderni, ma prese appunti anche su cartoni di altri formati, e fogli sciolti di diverse dimensioni. Per questo, l’Einaudi ha deciso di mantenere lo stile utilizzato dalla Morante. La pagina diventa un vero e proprio spazio disordinato, dove le parole trovano collocazione arbitraria e quasi mai consueta.
Ma a cambiare non solo solo le dimensioni delle carte, sono anche gli inchiostri, i tipi di penna utilizzati. C’è da dire che il Mondo è un’opera ripresa in più momenti, e forse anche per i numerosi traslochi compiuti da Elsa, si è perso traccia di un reale e concreto filo rosso che unisce queste poesie.

Centrale, in tutta l’opera è la canzone dei F.P.
Chi sono gli F.P.?

I F.P. sono i Felici Pochi, persone di ogni origine e sesso. “Sono tutti e sempre bel-lis-si-mi, anche se per suo conto la gente non lo vede)”. Insomma i Felici Pochi sono coloro che hanno conservato lo sguardo con cui si vede durante l’infanzia. Questi personaggi, per Elsa Morante sono dieci, e hanno un nome e un cognome:Gramsci, Rimbaud, Spinoza, Giordano Bruno, Bellini, Giovanna Taro, Platone, Rembrandt, Simone Weil, Volfango Amadeo Mozart. Essi rappresentano il modo giusto con cui rivolgersi al mondo per cambiarlo e salvarlo.

La seconda parte del Mondo è chiamata La commedia chimica. Non è facile riuscire a seguire ciò che la Morante voglia dirci attraverso queste pagine, ma c’è una ragione.

Nel piatto anteriore del quaderno in cui Elsa Morante raccolse alcuni dei testi che confluirono in Mondo, si legge:

N.B. Nelle quattro poesie raccolte sotto il titolo Un liquore amaro amaro che fa sudare, io ho tentato di descrivere, con la massima esattezza e fedeltà, certi miei privati esperimenti che più tardi, purtroppo sono diventati di moda; e dichiarati, in seguito, da molti paesi, illegali. Così quelle poesie non si spiegano secondo una logica immediata; ma piuttosto, sono a chiave: però la chiave la si può trovare abbastanza facilmente nei loro singoli titoli dove io l’ho nascosta. La ritrovi chi può.

Le chiavi di cui parla la Morante, si riferiscono ad alcuni nomi propri di droghe nascoste dietro il titolo delle poesia della Commedia Chimica, di cui la Morante si servì per i propri esperimenti. Si faccia caso, per esempio all’LSD della poesia La Sera Domenicale. Sul testo manoscritto, le iniziali delle lettere di ogni parola sono scritte in maiuscolo e con un inchiostro rosso anziché blu.

Il mondo salvato dai ragazzini si presenta come un’opera di difficilissima interpretazione. Le edizioni in commercio del testo non comprendono un’analisi avanzata, ma solamente prefazioni incomprensibili a chi non conosce la storia della Morante.

Tuttavia, vi invito ad approfondire la Morante con altre letture e percorsi, affinché sia possibile avere una panoramica più utile della sua figura di autore. Anche per poter riuscire a comprendere appieno il testo in questione.

Il Mondo salvato dai ragazzini è un inno alla verità, stimolo alla rivolta e invito alla difesa di quello scempio che l’età adulta compie verso quella giovanile.

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