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Immagine istantanea del libro di Alberto Moravia (Gli indifferenti) ritratto vicino a Calathea e Rose bianche

Gli indifferenti, A. Moravia

Gli indifferenti è il primo romanzo di Alberto Moravia, un’opera cruda e spietata ma in grado di far luce tra le inquietudini e i patemi dell’uomo moderno. Una storia permeata dalla tristezza, dalla desolazione e dal dolore, che tra le trame del racconto scomoda temi e racconta di realtà non tanto distanti quanto appaiono a prima vista.

Cominciato quando ancora si trovava a Bressanone, nella casa di cura Von Guggenberg, Moravia compose l’opera in due momenti differenti. È lui stesso a raccontare l’aneddoto ad Alain Elkann, in una lunghissima intervista pubblicata da Bompiani nel ’90, Vita di Moravia.

Nel settembre del 1925 ho lasciato Cortina e sono andato a Bressanone. Una mattina, a letto ho iniziato Gli indifferenti […] Incastravo il calamaio tra le lenzuola. Scrivevo con la penna tenendo il pennino rovesciato, così che mi succedeva di bucare la carta. Insomma il letto, dopo il senatorio, era diventato per me come il guscio per la lumaca

vita di moravia, alain elkan e Alberto Moravia

Quando cominciò a scrivere, Moravia era stato ricoverato poiché malato di una rarissima forma di tubercolosi ossea – la stessa malattia che per tutta la vita lo costrinse ad affidare il proprio equilibrio a un bastone. Al tempo Moravia era molto giovane, non aveva più di diciassette anni, non aveva avuto unioni sessuali e non aveva ancora trovato modo di maturare esperienza dell’altro sesso. Eppure, tra le pagine degli Indifferenti, il sesso sembra essere un motivo portante; e fu proprio in quel periodo che, grazie a un conoscente, Moravia fece il suo primo incontro con una insegnante.

In quelle giornate tutte uguali, Moravia si mise al lavoro, ma egli ancora non sapeva che Gli indifferenti sarebbe diventato uno dei romanzi più significativi del tempo.

Ne concluse la scrittura nel 1927, e dall’Hotel di Solda ne diede notizia alla zia, la poetessa Amelia Rosselli. La prima stesura avvenne su carta velina e non recava nemmeno la punteggiatura, tanto che, come l’autore raccontò, le virgole vennero aggiunte solo in seconda battuta.

Nonostante le buone prospettive di vendita, l’editore Alpes accettò di pubblicarlo solamente dietro il pagamento di cinquemila lire da parte dell’autore. Moravia accettò, supportato e incoraggiato da suo padre, che sin da piccolo riconosceva in lui grandi potenzialità. Peccato che, nonostante l’opera ricevette subito un’accoglienza meritevole, a Moravia non fruttò neanche un centesimo, poiché i diritti maturati pareggiarono la cifra che l’autore aveva versato per la pubblicazione.

E proprio a conferma delle ipotesi paterne, in pochissimo tempo Gli indifferenti scalò le classifiche e suscitò più clamore di quanto se ne aspettasse. In qualche modo, infatti, il libro rappresentava una rottura netta con la narratività precedente: in primo luogo per il suo forte realismo, ma anche perché Gli indifferenti inventarono un nuovo modo di scrivere.

Sin da subito Moravia si presentò come quello che sarebbe sempre stato: schietto, crudo, per alcuni impoetico, e realista, contro la tendenza più popolare del surrealismo. Ma soprattutto Moravia fu in grado di portare agli occhi di tutti temi ritenuti inaccettabili.

È questo il caso degli Indifferenti, il cui punto di partenza fu la volontà di rappresentare la crisi dei valori del XIX secolo. Un secolo buio, assoggettato dal fascismo, abitato da personaggi privi di affetti, senza scopi né ambizioni, nascosti dietro maschere d’ipocrisia.

Ma i personaggi degli Indifferenti sono reali: essi sono i protagonisti della borghesia decadente degli anni Trenta. Una matassa di esistenze grette, prive di qualsiasi ideale e morale, alle quali è preclusa una qualunque forma di amore e di ambizione.

I protagonisti degli Indifferenti sono la vedova Ardengo e il suo amante Leo, convinti di esser abbastanza scaltri da nascondere a tutti l’unione che va avanti da anni. Le loro discussioni ormai non sono che inutili giochi di potere; essi sono stanchi l’uno dell’altra: la vedova è al lastrico, e Leo è l’unico in grado di mantenerla, ma proprio all’inizio del romanzo, egli è stanco e la mette davanti a un ultimatum: rendergli tutti i soldi che gli deve.

Ma Mariagrazia, che di impegni e responsabilità proprio non ne vuole sapere, non si rassegna, e spera che sarà sua figlia, la giovane Carla, a salvare la famiglia dalla rovina. Su di Leo, invece, il figlio più piccolo, Mariagrazia non ripone tante aspettative, ed è invero convinta che sarà sua sorella a salvare anche lui. Ciononostante, Leo e Carla sono figli del secolo in cui sono nati, e anche loro sembrano non avere alcuna ambizione, alcuno scopo: passano le giornate ad annoiarsi, e sperano che da un giorno all’altro la loro vita cambi. Non fanno niente per sottrarsi al tedio dei loro giorni: attendono una novità per niente curiosi, per il solo fine di spezzare la noia. Neanche i personaggi più giovani riescono a brillare di luce propria: adulti, vecchi e bambini sono tutti mossi da appetiti elementari ed egoistici.

I personaggi degli Indifferenti sono pochissimi. Nessuno di loro brilla per qualità morali, ma anzi potrebbero esser definiti ripugnanti.

Dietro tale ragione si nasconde una delle principali cause che portò il fascismo a censurare l’opera prima di Moravia. Gli indifferenti, infatti, venne messo al bando per molto tempo: specialmente perché contraddiceva e capovolgeva del tutto gli ideali e i valori eroici incarnati dal fascismo. E per questa ragione, venne denunciato chiunque si apprestasse a stampare Moravia, e oltraggiato persino chi avesse da dire qualcosa di buono su di lui. Agli occhi degli indifferenti, tutto perde importanza, niente ha valore, neanche il denaro, gli affetti, il tempo. E così, anche l’arco temporale narrato da Moravia non va oltre i due giorni, l’ambientazione è del tutto accessoria, e i pensieri dei protagonisti, i loro sogni, e la loro interiorità, sono i luoghi in cui dimorano le azioni più grandi – quelle che ci permettono di analizzare la vera crisi del romanzo.

Per i personaggi degli Indifferenti così non sembra esserci alcuna via d’uscita. Essi sono inesorabilmente condannati alla tristezza e alla decadenza del loro tempo. E alla fine, persino l’ipotesi di scampo più ammaliante nasconde in realtà altre trappole, costrizioni, ipocrisie.

La copertina del libro su Elsa Morante nella biografia di De Ceccatty rappresentata in libreria

Elsa Morante, R. De Ceccatty

Se c’è stata una cosa tanto ostile a Elsa Morante certamente è stata la spontanea curiosità nei confronti della sua vita. Per tutta l’esistenza, Morante tenne lontani da sé i pettegolezzi e molte delle chiacchiere che (naturalmente) nascevano attorno a lei, una delle autrici più significative del Novecento italiano. Ma erano i suoi libri ciò che Morante avrebbe voluto lasciare ai suoi lettori, più che il mero ricordo di una biografia ingiustamente ritenuta insignificante.

Elsa Morante ritratta con uno dei suoi gatti affilatissimi

Elsa Morante è stata una donna indipendente, dalla personalità forte e il carattere caparbio. Spesso malgiudicata dagli altri, Elsa non si faceva problemi ad agire secondo il proprio diktat, convinta di aver sempre ragione e raramente disposta a mettersi in discussione. Se potrebbe sorprendere il fatto che un francese abbia voluto scrivere di lei, questo in realtà non deve affatto. Infatti, Moravia – suo marito – fu molto amato in Francia, e di riflesso anche lei, che presto seppe dare al pubblico la grande opera che si attendeva dalla moglie di un grande autore.

Rene de Ceccatty (1952) è un narratore e drammaturgo francese. Prima di Morante ha raccontato di Moravia, Pasolini e Leopardi. Personalità eccellenti che hanno fatto la storia letteraria del nostro Paese e che spesso son state apprezzate più altrove che in Italia.

Pubblicata in Francia nel 2008, la biografia di Elsa Morante è stata tradotta dalla scrittrice Sandra Petrignani – che fin dalla Corsara e La scrittrice abita qui ha impreziosito i lettori con la narrazione di alcune tra le maggiori scrittrici italiani del Novecento. È interessante osservare come la penna di un francese abbia deciso di raccontare Elsa Morante a partire dalla sua infanzia, laddove si nascondo i segni più evidenti di ciò che sarebbe diventata e avrebbe scritto. Ed è altresì interessante – nonostante non manchi vasto apporto bibliografico – servirsi dell’autorità di Petrignani per affidarci a De Ceccatty – senza dubbio su ciò che ci viene narrato.

La vita privata di uno scrittore è pettegolezzo; e i pettegolezzi, chiunque riguardo, mi offendono.

intervista rilasciata da Elsa Morante a enzo siciliano nel 1972.

Più volte Elsa Morante ribadì la sua insofferenza a sentir parlare di sé, e più volte de Ceccatty lo ricorda. Dev’esser stato arduo, dunque, tentar di rintracciare informazioni sulla scrittrice, avendo cura di scinderle dai soliti tentativi di depistaggio operati. Ancor più arduo è stato trovare testimoni che, in grado di rompere il patto di silenzio stretto con l’autrice, avessero il coraggio di raccontare particolari e dettagli che prima non conoscevamo. Tuttavia, de Ceccatty non si è fatto intimidire e proprio secondo il dettame morantiano ha dato voce ai fili rossi nascosti tra i suoi libri – tramite cui vien più facile comprendere un personaggio di tale complessità, dilaniato dal dolore.

Perché prima di tutto, a caratterizzare l’esistenza di Morante, è la sofferenza. La sofferenza di esser nata da due padri, quella di un complicato rapporto con sua madre, con i fratelli e la sorella. Ma una sofferenza che è poi anche alla base di tutta la sua opera e del trionfo dell’immaginazione onirica – tecnica che poi sarà ricorrente nei suoi romanzi.

In qualche modo si può dire che, per Elsa, l’immaginazione è stata l’unica via di scampo dalla realtà. Affidata a soli otto anni alla pedagoga montessoriana Maria Maraini Guerrieri Gonzaga, cominciò a scrivere sui suoi quaderni le prime storie infantili. Quei racconti embrionali che rappresentavano l’evidente manifestazione di un genio precoce non son passati inosservati a de Ceccatty, che ne estrae un ritratto veritiero e per alcuni aspetti inedito. Il ritratto di un’artista riconosciuta senza dubbio come la più grande scrittrice italiana di sempre – un termine che a Morante sarebbe stato stretto. Proprio a lei, che per sé avrebbe preferito l’appellativo di scrittore, meno denigrante rispetto a quello di scrittrice – spesso inclini a raccontar d’amore e altri dammi ritenuti frivoli.

Dai primi racconti, De Ceccatty discende per arrivare a quelli più celebri. Ma anche i primi, per quanto abbozzati, si dimostrano importanti, perché furono quelli in grado di prepararle la strada per il successo e la fama a lungo cercati.

Elsa Morante è l’autrice dell’Isola di Arturo, il romanzo Premio Strega 1957 che più di tutti le ha portato la notorietà, della Storia – un libro didascalico diverso dagli altri, ma che tuttavia non offusca la fama della scrittrice ma anzi la esalta. È l’autrice dello Scialle andaluso, uno dei suoi più celebri componimenti brevi, che poi darà il titolo a una raccolta di storie e narrazioni degne di merito. Ancora: è l’autrice di Menzogna e sortilegio, un romanzo di numerose pagine scritto in quattro anni. E di un altro breve poemetto, che nemmeno il suo maggior critico – Cesare Garboli – fu in grado di capire come lei si sarebbe aspettata. Mi riferisco a Il mondo salvato dai ragazzini, un’allucinante narrazione in versi di complessità inaudita, composta sotto l’effetto di droghe durante le lunghe trasferte newyorkesi.

Spesso in giro per il mondo, ora a New York, ora in India – con Moravia e Pasolini -, ora in Unione Sovietica, in Grecia e Cina con Debenedetti, Elsa Morante non smise mai di guardare verso i meno fortunati, i semplici e gli esclusi: i Felici Pochi. Coloro a cui dedicherà un’intera produzione letteraria, i protagonisti dei suoi romanzi: persone sconfitte in partenza ma che hanno tanto da dire – ed è il mondo che li perde.

E mentre i libri si compongono con gran fatica, Elsa viveva e si innamorava. Amava soprattutto uomini impossibili, da cui non otterrà mai indietro l’amore che provava – ma che spesso era inabile a ricevere.

Alberto Moravia ed Elsa Morante al mare, probabilmente durante una loro vacanza ad Anacapri.
Elsa Morante e Alberto Moravia durante una loro vacanza ad Anacapri

I legami le davano noia, e specialmente le persone. Elsa Morante era una persona fortemente indipendente e quando incontrò Alberto Moravia la loro unione fu benefica. Forse non avrebbe trovato altri uomini in grado di sopportare i suoi sbalzi d’umore, le stranezze, i silenzi: e difatti, tra tutte, la loro fu la relazione più lunga. Una lunga relazione di cui ha scritto un bellissimo libro Anna Folli, che non si interromperà nemmeno dopo la conclusione, e che continuerà a nutrirsi a distanza.

Insieme a Moravia, il meno impossibile dei suoi amori, ci saranno soprattutto giovani omosessuali che non saranno in grado di ricambiarla. Prima il regista Luchino Visconti, poi il pittore suicida americano Bill Morrow. E di una qualche forma d’amore si può parlare anche dell’amicizia tra Morante e Pasolini, cominciata come idilliaca, e destinata a frantumarsi, per una volta a causa di lui – e non di lei.

Una vita interamente dedicata alla letteratura, spesso in bilico tra la necessità di doversi adattare a un pubblico esigente e le ambizioni per le proprie opere. E se la vita privata dell’autrice è piena di incertezze, dubbi e difficoltà, quella dei suoi libri è attesa, immaginata, vagheggiata fin da bambina, e destinata a durare per sempre.

Il volume della biografia - autobiografia scritta da Alberto Moravia e Alain Elkann ritratto su un manto di foglie

Vita di Moravia, A. Elkann e A. Moravia

Vita di Moravia è una lunga intervista pubblicata con Bompiani lo stesso anno in cui Moravia venne a mancare. Curata dal giornalista scrittore Alain Elkann, Vita di Moravia si presenta come un’autobiografia dove lo scrittore, sollecitato dalle domande del giornalista, rievoca le proprie vicende e il suo passato, tra libri, amanti e viaggi.

Il 26 settembre del 1990, ci lasciava un grande personaggio, lo scrittore Alberto Moravia. Una vita lunga e sempre votata all’arte e alla letteratura, che Alain Elkann ha tratteggiato con lui in una appassionata intervista raccolta nel volume Vita di Moravia.

Una vita insolita, come il personaggio che l’ha vissuta. Moravia stesso la definiva “anormale”, a causa soprattutto della sua ipersensibilità che lo rendeva diverso agli occhi degli altri. Figlio di un architetto e di sua moglie, Alberto ebbe un’infanzia agiata quanto dolorosa. All’età di otto anni, infatti, si ammalò di tubercolosi ossea e da allora lo accompagnò uno scomodo zoppicare e per diversi anni l’infermità a letto.

Moravia crebbe in mezzo ai libri di suo padre, da Goldoni a Shakespeare a Molière; e a quelli di sua madre, che invece prediligeva romanzi moderni facendosi consigliare dai librai.

Il desiderio di scrivere cominciò proprio allora, tanto che sui quaderni di quando Moravia aveva nove anni, “c’era già lo schema degli Indifferenti”. Da sempre coltivava la passione per la scrittura, ma è al senatorio di Codivilla – a soli sedici anni – che cominciò il suo primo romanzo, quello che gli conferì successo inarrestabile.

La prima versione degli Indifferenti venne composta a Bressanone, su fogli di carta velina perché “non aveva trovato di meglio”. Proprio allora Moravia individuò anche i suoi poeti preferiti, tra tutti Rimbaud, lo stesso amato dalla donna con cui passerà vent’anni insieme: Elsa Morante.

La grande ammirazione di Moravia si riversò su un grande narratore: Dostoevskij. E poi, naturalmente sui classici del teatro: Goldoni, Shakespeare e Molière.

Gli indifferenti vennero composti oralmente, proprio come un canto, con dei trattini al posto della punteggiatura, “come a indicare il passaggio da un verso all’altro”. Infatti, il manoscritto non aveva punteggiatura e venne aggiunta solamente dopo, “come si aggiunge il sale nella minestra”. Per questo, se lo si legge, si può notare che la punteggiatura è molto irregolare. Ma c’è una curiosità da conoscere attorno al romanzo più celebre di Moravia, ossia che il libro venne pubblicato a sue spese dalla casa editrice Alpes.

Subito dopo l’uscita degli Indifferenti, Moravia partì per la Francia e conobbe France. Un amore “autentico, furioso e delicato”, distruttivo e molto sessuale poiché entrambi erano stati provati dalla vita. Fu a lei che Moravia lesse a voce alta nel bosco il primo romanzo, traducendolo in francese, durante lunghe passeggiate. Tuttavia, quel primo amore, non superò l’estate, poiché quando Moravia le chiese di sposarla, lei rifiutò.

In seguito alla buona fama di cui vissero Gli indifferenti, Moravia partì per Londra come referente per La stampa – allora diretto da Curzio Malaparte. Gli articoli ebbero un discreto successo perché riuscì a esprimere direttamente lo stupore per la vita inglese rispetto a quella italiana. Inoltre, Moravia, cominciò a scrivere Le ambizioni sbagliate, romanzo uscito in un periodo particolare per l’autore.

Tra il 1928 e il 1942, Moravia scrisse Le ambizioni sbagliate, alcune novelle surrealiste, La mascherata, e altre prose “piuttosto impettite”.

Ma è nel 1942 che esce una delle opere più care a Moravia, ossia Agostino, un romanzo che prese il nome dal mese in cui venne composto e che recupera la linea maggiore dell’ispirazione moraviana.

Dopo Londra fu il momento di Berlino, per raggiungere un nuovo entusiasmante amore, Trude, una giovane incontrata a Londra. Ma dopo averla raggiunta, la donna già sposata gli disse di non aver intenzione di stare con lui, relegando la loro storia a qualcosa di effimero e passeggero. E dopo Berlino è il momento degli Stati Uniti, e poi della Cina, del Giappone…

Nel 1937, Moravia incontra Elsa Morante. Una storia governata dall’amore ma priva di innamoramento.

Ciò che Moravia puntualizza più volte nell’intervista di Elkann è proprio quest’assenza di innamoramento che contraddistinse il loro rapporto. Sin da subito, Alberto capì che dietro di lei si nascondesse una scrittrice autentica. Ancora non era l’autrice di Menzogna e sortilegio, ma scriveva già alcuni racconti ed era molto influenzata da Kafka, e in seguito da Stendhal, personaggi cari allo stesso Moravia. Morante era una donna molto ambiziosa, legata indissolubilmente alla letteratura e con una personalità forte e originale. Insieme fecero la vita che tutti gli artisti facevano a Roma: tutti li conoscevano, li chiamavano Morante-Moravia e li adoravano. Loro non avevano molti soldi, ma erano felici, indipendenti e molto discreti l’uno nei confronti dell’altra. Non parlavano mai dei rispettivi romanzi, al massimo dibattevano di quelli altrui, e per vero, si amarono. Si amarono realmente.

Nel 1941 la coppia si sposò, il giorno dopo Pasqua, in una chiesa dedicata alla Madonna. La sua famiglia non assistette all’unione – per sua volontà – ma alla fine della celebrazione fu la madre di Moravia a dare un pranzo a casa sua. Un pranzo “stralunato e catastrofico”, in cui Morante litigò con la suocera perché volle darle consigli di saggezza domestica servendole in cambio una pessima risposta.

Dopo il matrimonio non ci fu alcun viaggio di nozze, partirono per Siena, e subito dopo raggiunsero Anacapri, dove appunto Moravia compose Agostino, che narra il rapporto di un bambino che diviene adulto mentre è con la madre, al mare, in vacanza a Viareggio.

Agostino venne pubblicato nel 1944, in piena occupazione nazista, e le bozze vennero corrette da Elena Moravia, sorella di Alberto.

La censura non diede subito il nulla osta per la pubblicazione, in quanto Alberto era già stato individuato come antifascista a partire dal romanzo degli Indifferenti, e ciò ritardò la pubblicazione del volume.

Quando poi la guerra finì e Badoglio riformò i fasci, Morante-Moravia scapparono a Sant’Agata, in Ciociaria, dove si nascosero per sfuggire alle persecuzioni dell’ultima ondata distruttiva. Dentro una vecchia e minuscola abitazione in un villaggio montano di pastori, i due cercarono riparo per una settimana, in attesa dell’arrivo degli americani, e cominciarono a scrivere – nel caso di Elsa, a pensare – i loro romanzi più importanti, ossia La ciociara e La storia. Ma il soggiorno si protrasse oltre il dovuto, e rimasero lì per più di nove mesi, prima di tornare a Roma passando per Napoli. Quello, tuttavia, era stato il periodo più intimo con Morante.

Da allora in poi il nostro rapporto andò lentamente raffreddandosi anche per una ragione specifica e curiosa di cui ho già parlato. Elsa nella vita prediligeva i momenti eccezionali, passionali, insomma il sublime ed era invece stranamente goffa nel gestire il tran tran quotidiano.

Quando poi riprese la vita normale, Moravia cominciò a vivere di articoli. Prima collaborò con Libera stampa, poi al Corriere della Sera, infine con una catena di giornali: Messaggero, Resto del Carlino, Nazione. Ma che cosa significava per Moravia, scrivere per un quotidiano?

Significa poter viaggiare. Mi spiego: ho collaborato con il Corriere della Sera dal ’46 […] a oggi […]. Il giornale mi ha offerto la possibilità economica di fare viaggi, altrimenti, come sai, non avrei potuto farli. Poi questa possibilità economica è diventata uno stimolo, un incitamento interiore a trovare luoghi e paesi da visitare, da scoprire.

Agostino ricevette il primo premio letterario dopo la guerra, il premio del Corriere lombardo, che non ritirò perché non aveva i soldi per andare a Milano. In quello stesso periodo mancò suo padre, ereditò da lui tre case e un villino, una soluzione che in qualche modo gli garantì un po’ di fortuna. Dopo aver venduto la casa di via Sgambati, Moravia comperò un meraviglioso appartamento in via dell’Oca dove andò ad abitare con Morante. Infine, per lei, un piccolo studio in via Archimede.

Negli anni del dopoguerra cominciò per Moravia un periodo di noia, contraddistinto soprattutto dall’affievolirsi dell’amore con Elsa.

Durante quegli anni scrisse altri due libri di successo: La romana(1947) e I racconti romani, con cui si aggiudicò il Premio Strega (1952). Il primo è un romanzo di oltre 500 pagine scritto in 4 mesi nato dalla volontà di raccontare “in una novellina di tre pagine un episodio della mia vita avvenuto nel ’36”. Il secondo è invece una raccolta di tutti i suoi racconti scritti fino a quel momento.

Ma è durante il lungo sodalizio con la scrittrice Morante che Alberto ebbe la possibilità di conoscere e frequentare Pier Paolo Pasolini. Pasolini era un caro amico della moglie, e presto divenne anche un suo affezionato. Insieme fecero diversi viaggi in giro per il mondo, tra cui l’India, posto che venne raccontato sia da Pasolini che da Moravia, in due celebri libri pubblicati in quegli anni.

Alberto Moravia, Elsa Morante e Pier Paolo Pasolini seduti a un tavolo del premio strega attenti a qualcosa che non compare in camera

Dopo la lunghissima relazione con Elsa Morante, Moravia incontrò Dacia Maraini, e nel 1962 andarono a vivere insieme.

Furono anni diversi quelli di Moravia trascorsi con Maraini. Anni dedicati soprattutto al viaggio. Insieme presero l’abitudine di recarsi una volta all’anno in Africa per ben 18 anni, e viaggiarono insieme viaggiarono e partirono per molti altri posti. Una volta, per casualità, si ritrovarono in viaggio con Maria Callas, intenta a scegliere il posto in cui girare il nuovo film dell’amico Pasolini. Rispetto all’altra relazione, quella di Maraini e Moravia è stata più leggera e spensierata: anche nel modo di viaggiare, Morante e Maraini furono totalmente diverse, ma Alberto ebbe a cuore entrambe in modi totalmente differenti.

Gli anni Settanta sono quelli in cui vide la luce La vita interiore, romanzo significativo per studiare l’iter di pubblicazioni di Moravia.

Dopo la relazione con Dacia Maraini, arrivò l’ultimo suo grande amore, di cui non si parla a fondo nel libro perché Moravia preferì non farlo – essendo ancora a lei sposato in quel momento -. Si tratta della giovane Carmen Llera, che dopo solo due anni andò a vivere con lui.

Quelli furono gli anni più felici probabilmente, perché caratterizzati dalla spensieratezza dovuta alla giovinezza dell’amante – che infatti aveva quarantacinque anni in meno di lui -. Dopo il conferimento del titolo di “Personalità Europea”, in quegli stessi anni, verrà eletto Europarlamentare nelle liste del PCI, ruolo che non rivestì con molta attenzione ma che lo vide coinvolto direttamente sulla scena politica.

Con la narrazione di questi ultimi accadimenti si conclude l’autobiografia giornalistica di Alberto Moravia, a cura di Alain Elkann. Dagli anni Dieci fino alla fine degli anni Ottanta, attraverso la sua storia di narratore e letterato, si delinea la narrazione di un grande testimone del secolo scorso, della miseria, della guerra, della gioia delle piccole cose, e del mondo piccolo borghese novecentesco. Al contempo, dalle parole di Moravia emerge la testimonianza di una società artistica e culturale, e di un mondo letterario in fermento, attualmente inesistente pressoché ovunque. L’esempio di un autore che ha saputo essere contemporaneo e sempre dalla parte dell’arte, delle idee e degli artisti, senza mai schierarsi dalla parte del potere.

Era un artista, un uomo libero che esprimeva le sue idee. Bisognerebbe imparare molte cose da Alberto Moravia.

alain elkann
25 febbraio 2007

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