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Lettere ad Amelia Rosselli scritte da Alberto Moravia raccolte nel volume Bompiani del 2010. L'immagine mostra Aldostefano Marino con una camicia sul blu e il giallo e il libro davanti al viso

Lettere ad Amelia Rosselli, A. Moravia

Forse non tutti sanno che Alberto Moravia si avvicinò alla scrittura in maniera consapevole durante la lunga permanenza nel sanatorio dei Codivilla. Allora, il caro Moravia, aveva appena compiuto gli otto anni e prima di essere accolto nella clinica di Cortina d’Ampezzo dovette passare per cure sbagliate e dolori lancinanti.

Sarà sua zia Amelia Pincherle Rosselli – sorella del padre Carlo e madre dei due famosi antifascisti Carlo e Nello Rosselli – a spronare suo fratello ad affidare il giovanissimo Moravia, ammalato di coxite, alle cure del Vittorio Putti, direttore dell’ospedale Rizzoli.

In quegli anni per la tubercolosi ossea non era ancora stata trovata una cura; i pazienti si affidavano alle attenzioni degli ortopedici, e spesso le cure non risultavano adeguate alle complicazioni di quella malattia. Perciò, l’apertura dell’Istituto Elioterapico Codivilla si presentò agli occhi di molti come una nuova possibilità di salvezza.

Le quarantadue lettere di Moravia ad Amelia Rosselli provengono quasi interamente dall’archivio della Fondazione Rosselli di Torino.

Sono lettere che permetto agli amatori di Moravia di guardare più da vicino a quel periodo infausto che l’autore visse. Un periodo che in qualche modo è stato fondante per l’intera produzione dell’artista; un periodo di sicura fertilità artistica. Ma anche un momento di dolore, di sofferenza e solitudine, dove al di là della contemplazione delle montagne innevate e delle ore trascorse al sole, Moravia fu costretto a fare i conti con la propria ingombrante coscienza. Non a caso, quella solitudine e quel dolore dell’infanzia, ritorneranno proprio in uno dei suoi celebri romanzi: Agostino (Bompiani 1944).

È un Moravia ancora inesperto quello che incontriamo in questi carteggi; un Moravia che non si è ancora fatto un’idea precisa del mondo, ma che ancora così giovane, rifiuta del tutto quel mondo borghese in cui è cresciuto. Quello stesso mondo borghese, di artifici e finzione, che Moravia riscontra anche tra i Rosselli.

Forte, in quegli anni, è difatti l’influsso di Amelia Pincherle, nota autrice di teatro e di alcuni romanzi ormai dimenticati come Topinino, Storia di un bambino (1905); ma insieme a lei, anche suoi figli Carlo e Nello contribuiscono a dar forma ai pensieri di Moravia. I due cugini grandi che vivono a Firenze, e che partono per il mondo a conoscere la Storia e compilare tesi di laurea, sono per Moravia ispirazione. Ma se da un lato, Moravia risulta attratto dalla loro forza di carattere, dall’altro il suo giudizio è spietato, e ritiene anche loro vittime di una falsa borghesia.

È singolare il fatto per cui, all’interno della stessa famiglia – e durante gli stessi anni – sia Moravia che i Rosselli «maturano una delle maggiori esperienze letterarie e una delle maggiori esperienze politiche del Novecento».

È in qualche modo la presenza e l’attenzione di Amelia Pincherle Rosselli a fare da perno tra i cugini. D’altronde, come ho ricordato poco innanzi, nel 1924 il suo intervento fu cruciale per la grave malattia che allettava Moravia.

Se il loro rapporto appare tanto forte nelle lettere, è noto che a partire dai primi anni Trenta vada ad affievolirsi. In quegli anni Alberto è ormai il celebre autore degli Indifferenti, mentre Carlo è il leader di Giustizia e Libertà. Inoltre, è proprio in quegli anni che l’azione dei fratelli volge ad affermare una nuova ricostituzione delle libertà e del potere; la loro lotta tuttavia porterà alla scomparsa nel 1937 dei due fratelli, uccisi in Francia da sicari francesi per conto dei servizi segreti italiani.

Questo evento, però, anziché abbreviare le distanze tra i Rosselli e Moravia, contribuì a segnare un più netto distacco. Prima per lo strano silenzio pubblico di Moravia in merito ai fatti, poi per quell’interseco significato del Conformista («il più inquietante ed enigmatico dei romanzi moraviani, nel quale viene adombrata la tragedia di Bagnoles-de-l’Orne»).

Se le lettere raccolte nel volume vantano il pregio di informare il lettore su un passato di Moravia poco narrato, non va dimenticato il preciso ruolo storico e culturale che assumono in una prospettiva più ampia.

Il corpus di lettere si spinge oltre i rilievi biografici; coinvolge eventi, giudizi, fatti storici di interesse generale. Non si appresta a definirsi fondamentale per la sola ragione di raccontare un Moravia inedito, ma anzi, fornisce informazioni circa la moralità di quegli anni; una borghesia che si piega facilmente alle volontà del denaro, e che ha perso ogni suo valore.

Quella stessa borghesia che sarà tema centrale di tutta l’opera moraviana; prima con Gli indifferenti, e poi con i romanzi che portano in scena l’inadeguatezza dell’uomo del Novecento e la soppressione di tutte le sue volontà.

Allo stesso tempo, le lettere ad Amelia Rosselli sono fondamentali per comprendere il personaggio di Amelia. Di lei, infatti, non sono molte le opere in circolazione, tanto che il suo nome si fa presto a confonderlo con quello più attuale della nipote.

Molto diverse furono comunque le scelte di Amelia, che dal patrimonio delle memorie di famiglia, soprattutto nei primi e più difficili anni fiorentini, attinse le ragioni e i valori per una rifondazione dell’identità personale e familiare in uno stile di vita generosamente e responsabilmente operoso nel presente […] Con notevole modernità e intelligenza, Amelia interpreta il proprio compito educativo nei confronti dei figli senza abbandonare, ma anzi valorizzando quell’impegno sociale, letterario e civile che le era a cuore.

lettere ad amelia rosselli, moravia a., bompiani, milano 2009 (p. 13)

Le lettere rinvenute di Moravia alla zia Amelia sono un documento diretto degli anni della malattia.

Grazie a quelle lettere è possibile vedere quella sofferenza che Moravia si porterà dietro per tutta la vita; dimostrano l’incertezza sul futuro e quel sentimento di noia già citato. Allora, colpirà il lettore la maturità di un Moravia adolescente, che nell’affrontare quel male oggettiva le conseguenze e le manda per iscritto alla zia.

Dal 1° giugno del 1924, arrivato al sanatorio all’età di sedici anni, Alberto ne uscirà sedici mesi dopo, quasi diciottenne. In quel momento Moravia avrà scritte le sue prime poesie – un’altra ragione per cui l’epistolario si è rivelato prezioso; avrà posto le basi per il suo romanzo fondamentale, di cui si appresta a cominciare una rilettura totale.

E quella sofferta permanenza, per cui sarà costretto ad abbandonare la frequentazione dell’istituto scolastico e ad annoiarsi sui suoi libri senza né metodo né guida, diviene allora l’occasione per un’indagine biografica, sì, ma soprattutto storica e politica.

Simone Casini è il curatore del corpus di lettere.

Studioso di autori del Novecento, Casini (Firenze, 1963) ha pubblicato vari studi, tra cui compaiono quelli su Alfieri, Botta, Gadda, Moravia e molti altri. A lui è affidata l’edizione e il commento alle Opere di Moravia, attualmente al quarto volume e in corso di pubblicazione presso Bompiani. Preziosa, per la comprensione del testo, risulta dunque l’Introduzione compilata da Casini, che ha il potere di far luce ed evidenziare i punti di contatto con l’opera moraviana.

Il libro di Moravia, La ciociara, ritratto su un piano in legno con le rose bianche e un nastro rosso

La ciociara, A. Moravia

Ecco che i temi tanto cari a Moravia, con La Ciociara si perdono, e lasciano spazio a una narrazione che intende essere insieme storica e realistica. Perché se negli altri romanzi di Moravia, Gli indifferenti per esempio, la storia avviene all’interno del lettore; nella Ciociara, la storia prende vita tra le pagine, e il lettore assiste allo spettacolo.

Se negli Indifferenti, ma anche nella Noia, per mano di Moravia si manifesta un affresco astratto della realtà, dove niente è come sembra, e ogni cosa ne intende un’altra; in libri come La ciociara e Agostino, il problema che l’autore vuole snocciolare appare forte e chiaro. Non è trattato attraverso vie secondarie, ma espresso in maniera diretta.

Forse, una delle più grandi capacità di Moravia è proprio quella di sapere sempre scrivere storie che superano le precedenti, o che almeno le rimettono in discussione; Moravia è abile a inventare racconti ogni volta nuovi; personaggi diversificati, ambientazioni le une diverse dalle altre, ora Roma, ora Rimini, ora Capri. E se per la maggior parte degli autori del Novecento, vien facile individuare una linea narrativa, un filo conduttore che unisce tutte le opere composte, con Moravia questo diviene più difficile.

Pubblicato nel 1957, La ciociara era già stato scritto dall’autore negli anni Quaranta. Ma arrivava dieci anni dopo rispetto a un altro libro, che può esser letto in sua funzione: La romana.

Mentre La romana, però, è ambientato durante e sotto la dittatura fascista; La ciociara narra gli ultimi nove mesi di una guerra estenuante. È la Seconda guerra mondiale, precisamente il biennio 1943-1944, periodo che lo stesso Moravia (in compagnia di Elsa Morante) trascorse come sfollato in Ciociaria. In qualche modo si potrebbe sospettare quindi che questo romanzo rechi seco molto materiale autobiografico; e difatti è vero; ma sarebbe assurdo ricercare Moravia, oppure Morante, tra quei personaggi.

Nella Ciociara, l’autobiografismo di Moravia lo si può riscontrare nelle lunghe descrizione dei paesaggi desolati, dei metodi feroci con cui le persone avevano imparato a vivere; in quelle capanne sgangherate in cui egli stesso si riparò, in quelle descrizioni di un popolo che ha perso completamente i propri riferimenti. È dunque la narrazione dell’esperienza umana di quella terribile creatura che è la guerra.

Un mondo in cui la legge, la moralità, il senso del dovere, il rispetto e altri valori simili non esistono più. È anche per questo che Cesira, e la sua giovanissima figlia Rosetta, dopo aver affidato le proprie cose a un uomo che le sorveglierà, abbandonano la città di Roma per trovare riparo più a Sud.

È Cesira a raccontare la storia in prima persona. La sua storia è quella di un’italiana qualunque dei primi anni Quaranta. Una donna tenace, che provvede a tutto da sé, e che ormai non teme più niente.

Dopo la perdita del marito, a parte il negozio, e la giovanissima Rosetta, Cesira non ha nient’altro di cui più occuparsi. Sposatasi a un uomo molto più anziano di lei, Cesira conosce il mondo così come le appare: ma niente, e dico niente!, è in grado di metterle realmente paura. L’unica cosa che teme è di non essere abbastanza forte da proteggere sua figlia, e così la difende da chiunque, a spada tratta, con un italiano spesso maccheronico, e di sicuro poco raffinato.

Rosetta, invece, è stata istruita dalle suore: è per amor del defunto padre e della sua passione per la borsa nera, che la bambina ha potuto ricevere una ligia educazione. Ma al contrario di sua madre, Rosetta è timida, impaurita, e non ha percezione di ciò che nel mentre accade intorno a loro.

Così, dopo essersi fatte aiutare da uno spasimante di Cesira, Giovanni, le due donne si mettono in viaggio; arrivano alla Stazione Termini, e là, salgono su un treno diretto a Vallecorsa. Sui vagoni sono costrette a viaggiare in piedi, osservano i visi tetri dei passeggeri, hanno poche provviste per il viaggio; ma nella città di Fondi – all’incirca un giorno oltre la partenza – Cesira e Rosetta sono costrette a fermare il loro viaggio.

Come spesso accade in tempo di guerra, il treno è preso d’assalto dai bombardamenti, e l’unico modo per le due di procedere nel viaggio, è quello di scendere e andare a piedi.

A Fondi, Cesira e Rosetta vengono soccorse delle genti del posto, e accompagnate fino a Sant’Eufemia, località in cui le due trascorreranno i successivi tempi. Tra quelle persone, la divisione tra sfollati e contadini è netta: i primi, si arricchiscono a sfavore dei secondi, ma i secondi sono i veri ricchi della guerra. Perché mentre gli sfollati con il denaro riescono a campare appena qualche mese, finché i prezzi non raggiungono le stelle; i contadini hanno la roba da mangiare, il cibo che serve per il sostentamento. Solo i contadini conoscono il posto, e vivono da sé attendendo di tornare a vivere una vita normale.

Le condizioni in cui tutti vivono sono molto desolanti: il cibo è razionato fino all’ultimo grammetto; l’acqua scarseggia, mentre i terreni bonificati vengono bombardati dagli avversari, e la Malaria si fa minacciosa; nessuno si lava, e per farlo occorre sottoporsi al getto ghiacciato dell’acqua piovana raccolta nel pozzo. Persino la luce è proibita all’interno di quelle capanne, e la porta è sempre aperta per permettere agli abitanti di vederci qualcosa; i bracieri riempiono di fumo le stanze senza finestre, e il rumore assordante d’un telaio accompagna le giornate di Cesira e sua figlia.

Tra loro c’è il giovane Michele, un intellettuale antifascista e comunista, avverso agli sfollati poiché mai interessati a riflettere sulle sorti del Paese. E mentre la linea del fronte avanza, il cibo scarseggia, e la paura si fa sempre più viva, i bombardamenti aumentano e cominciano i rastrellamenti dei nazifascisti.

Per questa ragione, Cesira, Rosetta e Michele decideranno di salire ancora più su, e di nascondersi nelle montagne; laddove, anche se si viene raggiunti, è possibile disperdersi tra la natura selvaggia, e sperare nella salvezza. Là, il rapporto tra Cesira, Rosetta e Michele si fa più intenso: specialmente Rosetta, pare essere molto affezionata al ragazzo (e quando per un motivo che non vi racconto, ella lo perderà, sarà lei a soffrirne di più).

Michele, in breve tempo, diviene per loro un punto di riferimento, e tra tutti quei disperati, egli sembra essere l’unico a non aver perso l’umanità, il rispetto, il senso della legge. I suoi racconti a voce alta intrattengono i presenti, ma non tutti li comprendono; perciò, anche per lui, Rosetta e Cesira acquisiscono un ruolo non indifferente.

Insieme ai colori, e al corso sempre uguale della Natura, l’asprezza e la crudeltà della guerra sono i veri protagonisti del libro.

In queste pagine, la rappresentazione della Seconda guerra mondiale appare vivida. Tuttavia, La ciociara non è un romanzo di guerra: perché la guerra è raccontata tramite chi l’ha patita, e non invece da parte di chi l’ha fatta. Sopra ogni sentimento primeggiano la forza e l’ingiustizia di una guerra. Una guerra che si è consumata a opera dei potenti, ma a discapito del popolo; una guerra dove tutto, ogni minima cosa, è rimessa in discussione. A nulla è occorso aver vissuto con dignità e senza imbroglio: quando la guerra arriva, gli uomini diventano ciò che essi sono veramente, lontani dalla legge, dalla compassione e dall’umanità. Perché se ad amministrare la giustizia sono gli stessi che quella guerra l’hanno voluta, allora, ogni torto, ogni obiezione, è totalmente privata di ogni merito e colpa.

Nella potenza di questa lunga narrazione di Moravia, divenuta un film con il premio Oscar Sophia Loren, l’intento è proprio quello di rappresentare il dolore e la disumanizzazione della guerra. Il comunismo è concepito come l’unica via d’uscita, ma tuttavia – come non sarà sfuggito ai lettori della Ciociara – non è garanzia di salvezza. È però una lente attraverso cui leggere quelle pagine di storia:

con La ciociara si chiude idealmente la mia fase di apertura e di fede senza incrinatura nei confronti del comunismo. Si consumava dentro di me l’identificazione tra comunista e intellettuale. […] il Michele di Gli indifferenti si conclude là, con La ciociara. Non a caso, il protagonista maschile del romanzo l’ho chiamato appunto Michele.

La ciociara è una storia di una bellezza primordiale; ma non solo. È un documento, un atto scritto, un resoconto di quei mesi che gli italiani furono costretti ad affrontare; e come loro: i tedeschi, gli inglesi, gli americani. E se anche di quei tedeschi – i cattivi – non sono risparmiate al racconto le crudeltà, i furti, gli ingiusti soprusi, Moravia non esita a dir di loro che sottostanno alle volontà di un mondo insensibile e ipocrita.

Il libro La noia di Alberto Moravia, ritratto su un piano di marmo attorno a tulipani rossi

La noia, A. Moravia

Il 24 novembre del 1960, La noia viene lanciato sul mercato editoriale italiano. L’autore è uno scrittore già noto al pubblico del tempo, soprattutto grazie al successo degli Indifferenti. Proprio in quella direzione verso cui muoveva il libro d’esordio di Moravia, La noia si inserisce all’interno di una trilogia che si concluderà con La vita interiore.

Solamente un mese dopo, La noia è già alla quarta ristampa, e porta a Moravia la vittoria del Premio Viareggio. La motivazione, prima tra le molte, è che La noia reca seco un principio di rottura con la stagione letteraria precedente, il cosiddetto neorealismo. Una corrente che Moravia ha esplorato a lungo prima di abbandonare, con i Racconti (1954), e specialmente con La Ciociara (1957) – divenuto poi un film di successo, grazie all’interpretazione da Oscar di Sophia Loren.

Composto di nove capitoli, La noia è presentato da Moravia come «romanzo d’amore».

A tutti gli effetti, La noia racconta la storia di un amore, utilizzandolo però come pretesto per affrontare il tema centrale dell’opera. Si direbbe infatti che, a un primo sguardo, la storia è molto semplice e potrebbe essere riassunta in pochi passaggi.

L’astrattista Dino appartiene a una famiglia nobile romana, di cui ormai non è rimasta che la madre che abita una sontuosa villa sulla via Appia romana. Dopo esser cresciuto come un giovane che mai avrebbe dovuto approcciarsi al lavoro, è grazie a sua madre che la famiglia è diventata ricca. Come Dino, anche suo padre, per tutto il tempo in cui è stato in vita non ha fatto altro che viaggiare per il mondo, tornando a casa giusto il tempo di riempirsi le tasche con i soldi amministrati dalla moglie.

Ma di quel mondo luccicante, di feste e banchetti, di conoscenze importanti e nomi altolocati, Dino soffre, al punto che decide di abbandonare la confortante villa materna, per trasferirsi in uno studietto di via Margutta, dove può dipingere in santa pace.

Ma neanche la pittura pare sottrarlo a quel sentimento opprimente di noia che vive – lui, come tutte i protagonisti degli anni Sessanta e del neocapitalismo. È come se ogni cosa appaia a Dino come sorda e muta allo stesso tempo: egli non è in grado di afferrare l’oggettività e la realtà in cui vive, tenta di decifrarla, ma fallisce: e perciò si rinchiude nella propria alienazione, bloccato dall’impossibilità di comunicare con il reale.

Alla morte del pittore che lavora nello studio accanto al suo, Dino conosce Cecilia, una diciassettenne amante del vicino defunto.

Due personaggi incapaci non solo di comunicare, ma anche di amare. Un’impotenza che riduce i due protagonisti del racconto, Dino e Cecilia, a meri oggetti inanimati. Due amanti alla ricerca di vuoti personali: la prima, Cecilia, una giovane adolescente di famiglia povera, incapace di frequentare un uomo per volta; il secondo, Dino, che tenta in tutti le vie di ammazzare quel sentimento di noia che prova – che non è la negazione del divertimento, ma l’incapacità di individuare nella realtà dei riferimenti, delle cose che abbiano un qualunque senso.

Per Dino, tutto è privo di senso. A cominciare dalla società in cui sua madre riesce a muoversi con disinvoltura; continuando con la sua stessa pittura, che gli impedisce, nella sua evoluzione astratta, di comprendere i contorni del mondo. Ma priva di senso gli appare anche quella relazione con la minorenne Cecilia, poiché anche lei nel suo essere misteriosa ed enigmatica è amata, ma non appena tenta di spiegarsi – e si spoglia agli occhi di Dino – diviene chiara l’impossibilità dell’uomo di comprenderla, e di afferrarla una volta per tutte. E si direbbe proprio che, se Dino fosse in grado di comprendere Cecilia, il loro amore non avrebbe più lo stesso interesse agli occhi del pittore.

Nella Noia non esiste più alcuna realtà oggettiva poiché i cardini dell’indagine attraverso cui studiarla, crollano vergognosamente.

Anziché il progresso e l’evoluzione umana, all’origine della nascita e della scomparsa di ogni civiltà compare un sentimento nuovo: la noia. Tale programma viene nascosto saggiamente tra i sogni infantili di Dino, ma rappresenta poi il centro del romanzo.

La noia che altro non è che il risultato di un’alienazione, come Moravia avrà da dichiarare in una propria intervista comparsa qualche giorno prima dell’uscita. La noia che diviene il simbolo della negazione di una realtà oggettiva, e che nella sua complessità, passa in breve tempo dall’esser considerato un romanzo d’amore, alla definizione più specifica di romanzo saggistico.

Un romanzo che intende riflettere sull’intera società; che prenda Dino non tanto come protagonista di una storia, o come simbolo della società di quegli anni. Persino il suo raccontarsi diviene del tutto arbitrario, poiché il narratore è Dino. E a tale scopo, anche l’io narrante, per Moravia diviene un modo ancor più manifesto di negare una pretesa di oggettività. Un io letterario che oscilla «tra la conoscenza completa che è noia e irrealtà e la conoscenza imperfetta che è invece, mistero e realtà».

Ma è proprio quella realtà che l’uomo contemporaneo non potrà mai comprendere appieno. Poiché nello stesso momento in cui conosciamo una cosa, essa cessa di esistere.

Anche nella Noia sono messi in scena personaggi antipatici e affatto digeribili.

Soprattutto Dino e Cecilia sono protagonisti tormentati, che non si affezionano a nessuno, che mentono, e per cui non si riesce nemmeno a provare un po’ di compassione. Ma non distanti da loro appare anche la madre insopportabile di Dino, la vedova del pittore Balestrieri, il padre afono di Cecilia, e sua madre – che sembra sapere molto più di quanto il lettore spera.

Ritornano dunque gli stessi odiati personaggi degli Indifferenti, il lusso sfrenato, l’incapacità dell’uomo di pensare al di là dei propri tornaconti. Ritorna una narrazione serrata, fatta di parole auliche e schiette che hanno il coraggio di affermarsi. Ritornano i luoghi pieni di rimandi di Moravia, e compare una Roma inedita, differente rispetto a quella della Ciociara.

Una Roma che si è fatta metropoli, che è divenuta luogo di ricchezze e convegni festosi; una Roma che altro non è che un perfetto scenario, in cui poter ambientare la vita di un uomo qualunque che voglia ergersi a simbolo della perdizione e smarrimento di un’intera società.

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