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Breve storia dell’ubriachezza, M. Forsyth

È polemica assai recente quella nata attorno agli otto euro per una bottiglietta d’acqua di Chiara Ferragni. Polemica abbastanza sterile: perché, per quanto il prezzo sia assurdo, chi può permettersela se la compra, chi non può, no!

I tempi stanno cambiando, dunque, perché se si legge Breve storia dell’ubriachezza, il saggio di Mark Forsyth pubblicato da Il Saggiatore, ed elegantemente tradotto da Francesca Crescentini, è ben spiegato come fossero organizzati i nostri avi più antichi: l’acqua ai poveri e il vino ai ricchi, soprattutto quando le acque da cui si attingeva per sostenersi erano sporche e portatrici di malattie.

Breve storia dell’ubriachezza è appunto la storia dell’ubriachezza, ripercorsa attraverso i popoli che hanno divinizzato questa condizione, quelli che l’hanno allontanata e coloro che invece hanno saputo sfruttarla saggiamente.
Attraverso un lessico semplice, ma quasi scientifico, molta ironia e tante informazioni sul mondo in cui viviamo – storiche, geografiche, antropologiche e sociologiche – Forsyth ricostruisce la Storia partendo dall’evoluzione della scimmia a uomo.

“Darwin pensava che se gli uomini e le scimmie reagiscono allo stesso modo ai postumi della sbronza, devono essere imparentati”

Secondo i suoi studi, pare che la birra esistesse ancora prima dell’agricoltura e dei templi, perché “abbiamo cominciato a coltivare perché volevamo qualcosa da bere”: intanto la birra è molto più facile da preparare rispetto al pane, contiene vitamina B, utile agli esseri umani per tenersi in salute. Se da una parte i cacciatori ricavano vitamina B mangiando animali, i coltivatori di cerali, se avessero mangiato solo pane sarebbero stati dei “mollaccioni anemici”. Per questa ragione, intorno al 9000 a.C. abbiamo inventato l’agricoltura per ubriacarci: tanti sono i reperti archeologici che testimoniano la presenza degli alcolici, e molte sono le incisioni e la rappresentazioni riportate tra queste pagine interessantissime.

Dai bar sumeri, al Re Scorpione I che nell’antico Egitto venne sepolto con ben trecento otri di vino, fino alle parole di William James che sostenne che “La sobrietà sminuisce, distingue e dice no; l’ubriachezza espande, unisce e dice sì”.
Passando poi, per il simposio greco, e gli androni, luoghi dove gli uomini si ubriacavano in compagnia di altri uomini, e le affarmazioni di Platone, secondo cui, se puoi fidarti di una persona sbronza, puoi fidarti di lei in ogni occasione, Forsyth attraverso Breve storia dell’ubriachezza, non vuole invitarci a ubriacarci, ma spronarci a fare, anzi, un uso corretto dell’alcool.

Leggendo questo manualetto ci si diverte tanto, si imparano tante cose: per esempio ho scoperto che l’Australia, un tempo, durante il 1700 è stata terra dove i coloni inglesi portavano gli ubriaconi londinesi devoti al diffusissimo gin (allora la sua graduazione alcolica oscillava intorno all’80% di volume). O, ancora, l’esistenza della dea britannica Madam Geneva, una vera celebrità nella sua epoca, sulla quale poeti e scrittori scrivevano opere e poemi per onorarla.
Magari non sapete neanche voi che, all’interno del Corano, il paradiso viene descritto come un luogo attraversato da fiumi pieni di un vino “delizioso a bersi”.

E che cosa è questo saggio, se non un’accurata ricerca sociologica e antropologica attorno agli usi e costumi degli uomini?, fin dal Medioevo, delle taverne, delle birrerie, dei sumbel vichinghi, e dei salotti western, per arrivare ai conosciuti e frequentatissimi pub.
Usi e costumi di persone che, finito il proprio lavoro, o prima di cominciarlo, tutte insieme bevono: perché, in qualsiasi epoca o luogo, tutti gli esseri umani si sono sempre riuniti per ubriacarsi.

Un saggio piacevolissimo da leggere mentre si beve vino – condizione necessaria sostituibile con qualsiasi altro tipo di bevanda alcolica – che mi sento di consigliare con estrema sincerità: per imparare divertendosi: la storia dell’alcool come non era mai stata raccontata.
Non è l’alcool a renderci nervosi, egoisti, violenti: chi è violento diventa più violento, chi pacifico, idem. Insomma che cos’è l’alcool, se non un piacevole mezzo attraverso il quale poter essere veramente noi stessi? Liberi e smisuratamente felici? O comunque, meno delusi dalla vita o stressati dai nostri tran tran quotidiani?

Non è forse vero che l’uomo è stato concepito a immagine e somiglianza di Dio? E allora…

“Dio non potrebbe mai essere noioso. E gli esseri umani, da ubriachi, non si annoiano mai”

 

A misura d’uomo, Roberto Camurri

Discutevo qualche giorno fa sulla necessità di lasciare spazio, talvolta, ad autori nuovi e talentuosi, che faticano a farsi riconoscere, tra le innumerevoli nuove e vecchie proposte, che ogni giorno affollano gli scaffali delle librerie. A misura d’uomo è il romanzo d’esordio dell’emiliano Roberto Camurri, pubblicato in bordeaux, da NNEditore nel gennaio 2018, e già in ristampa questo mese.

Più che un romanzo è forse una selezione di racconti, legati l’uno all’altro, ognuno con titolo e vita propria, che non necessita degli altri capitoli per essere compreso. Al centro, ad uniformare i dieci racconti di questo libro, c’è Fabbrico, un piccolo paese dove l’Autore è cresciuto, costellato di campi verdi e cieli d’ovatta, fatto di casette tutte uguali e persone tutte diverse, in lotta coi loro fantasmi e con le loro paure.

Ed è proprio lì, sotto il cielo vuoto di stelle di Fabbrico, in quel paesino a misura d’uomo, che Davide si innamora di Anela, per caso: “non era stata una di quelle cose che succedono per magia o perché senti scattare la scintilla”, si erano trovati sotto il lampeggiare azzurrino di un’insegna in un parcheggio, e avevano fatto l’amore a casa di lei, sui copridivani etnici, e vicino ai piatti sempre sporchi nel lavandino. Ed è sempre a Fabbrico e da lì che Valerio, fedele amico di Davide, compagno di bottiglie bevute e canne fumate, tradisce Davide e scappa, distrutto dai sensi di colpa, per poi ritornare, tanto tempo dopo, quando il suo amico è ormai morto.
Attorno a loro ci sono altri personaggi, altre storie: la vecchia Bice, che accoglie al suo bar tutti quanti, sempre pronta ad offrire un caffè, una sambuca o qualcosa di forte, c’è Maddalena, legata ad un uomo che non la ama, Mario che è diventato matto, Elena, sua moglie, e tanti altri: personaggi ben caratterizzati e sempre tormentati.

È un esordio di fuoco, che brucia, quello di Camurri: una raccolta di racconti dove i personaggi, che son sempre gli stessi, si muovono tra l’amore e l’amicizia, la disillusione e il tradimento. Ambientato in una città da cui tutti vogliono scappare e nel solo posto in cui poi, ognuno di loro, riesce a salvarsi. A misura d’uomo è un romanzo breve ma intenso, dove i dialoghi sono essenziali e senza le virgolette; la scrittura, netta e tagliente, fatta di punti e a capo costanti, descrive perfettamente la Provincia e lascia che gli odori e i rumori della città possano esser percepiti tutti attraverso le pagine.

È un libro che lascia aperti molti spiragli, non chiarisce alcuni aspetti della storia, anche per il suo procedere disordinato nella narrazione; dà al lettore la possibilità di immaginare e viaggiare oltre, senza dover per forza sapere come va a finire per davvero.  Dedicato a Ludovica, A misura d’uomo, è per chi prova i sentimenti ma non sa amare, per chi è andato via da casa e vorrebbe tornarci.

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