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Il libro che racconta la relazione e l'affaire Bruxelles attorno a due dei maggiori poeti dell'Ottocento: Verlaine e Rimbaud

Una sconosciuta moralità, G. Marcenaro

– Qual è la sua moralità?
Sconosciuta

verbale n°746, bollettino di informazioni dalle carte sequestrate a verlaine, 1873

È il 1873 quando il poeta maledetto Paul Verlaine viene accusato di aver ferito con un’arma da fuoco il polso del soggetto Arthur Rimbaud. L’accusato è nato a Metz il 30 marzo 1844; perciò, al momento delle sopraccitate dichiarazioni, Verlaine ha ventinove anni. Il ferito invece, la vittima che nessuno riesce ad accettare come tale, ha diciannove anni.

Il signor Arthur Rimbaud, letterato nato a Charleville [Francia] il 20 ottobre 1854, chiamato a testimoniare contro l’accusato, dichiara:

Da un anno abito a Londra con il signor Verlaine; […] questa convivenza era diventata impossibile, e avevo espresso il desiderio di ritornare a Parigi; quattro giorni fa mi ha lasciato per venire a Bruxelles, e mi ha mandato un telegramma affinché lo raggiungessi; sono arrivato dopo due giorni e sono andato ad alloggiare con lui e con sua madre, in Rue des Brasseurs 1; sempre manifestando il desiderio di rientrare a Parigi; […] poi ha caricato la pistola e ha tirato due colpi dicendo: Prendi! Ti insegnerò a voler partire! Questi colpi sono stati sparati da tre metri di distanza; il primo mi ha preso. […]

dal processo verbale n°746, 10 luglio 1873

Le dichiarazioni degli interrogati e di quelli chiamati in causa sembrano non porre alcun dubbio sulla vicenda. Inoltre, l’aggravante è che da circa due anni, la moglie di Verlaine, Mathilde Mauté ha avviato le pratiche di separazione dal marito. E l’oggetto di quelle pratiche, la più manifesta delle prove, è una relazione d’amore che incorre tra Paul Verlaine, e il giovanissimo Arthur Rimbaud.

Una sconosciuta moralità (Quando Verlaine sparò a Rimbaud) (Bompiani 2013) è un’opera che scandaglia e analizza tutte le prove e le circostanze in cui prese luogo il cosiddetto affaire de Bruxelles, il processo che condusse davanti al giudice due tra i poeti più sensazionali dell’Ottocento. Ma l’insinuazione di quella relazione proibita suscitò per entrambi serie ripercussioni e indignazione generale. Giuseppe Marcenaro, l’autore di questo dossier-saggio, ricostruisce con documenti certosini (alla pubblicazione ancora inediti in Italia), testimonianze, e contributi, uno dei maggiori scandali di quel tempo. Ma quel processo, più che per la sua particolarità e per la stravaganza dei modi dei due imputati, diventa degno di nota perché riassume e racconta l’amore incorso tra due poeti che – convinti di dover provare a conoscere il mondo attraverso la sregolatezza, l’ebrezza e le trasgressioni – hanno dato alla poesia una nuova voce.

Il testo-saggio di Giuseppe Marcenaro si divide agilmente in due parti: la prima, sotto forma di romanzo racconta l’incontro dei due amanti fino al momento fatale della rottura. La seconda è un accurato dossier che raccoglie i documenti e gli atti del processo.

L’esordio fulminante è presso l’Hotel à la Ville de Courtrai, in rue de Brasseurs 1, quando nei pressi della Grand Place a Bruxelles, alle ore 14:30 del 10 luglio 1873, in una camera al primo piano nessuno sente i due colpi di pistola che Verlaine spara all’amante in fuga, Arthur Rimbaud. Lo sparatore è ubriaco fradicio – e come dichiarerà successivamente – il colpo è sparato per una crisi nervosa e per le condizioni alterate in cui il poeta si trova.

Ma da quel momento, da quei due colpi – dei quali solo un proiettile verrà rinvenuto – Marcenaro compie un salto indietro e riporta i due amanti alla vigilia del loro incontro.

Sia Verlaine che Rimbaud crescono sotto la morbosità e le stranezze di due madri particolari. Ma mentre Verlaine viene su a suon di carezze, sempre servito per primo a tavola, e con i batuffoli di ovatta nelle orecchie contro il freddo; Rimbaud viene allevato con il rigore e secondo precetti altamente moraleggianti. Ed è proprio quel mondo imborghesito, quella società fondata sulla menzogna e sulle apparenze che mette in fuga il giovane Rimbaud, spingendolo tra le braccia del poeta – e rendendo l’antiborghesità il filo conduttore di quasi tutta la sua opera.

Fu Rimbaud ad andare in cerca di Verlaine; ma il loro incontro lo si deve soprattutto alla figura dell’insegnante di retorica dell’enfant prodige di Charleville.

Grazie a George Izambard, Rimbaud fece la conoscenza delle composizioni di Verlaine e del suo estro. Per questa ragione decise di scrivergli e di mandargli in visione le proprie poesie, pregandolo di riceverlo come ospite. La risposta che ricevette fu precisa: «Venite subito, grande anima».

Così, senza bagagli e con un solo cambio di vestiti cucito da sua madre, il prodigo di Charleville raggiunse Parigi. Verlaine ne rimase immediatamente folgorato: forse dai suoi occhi glaciali, forse pure da quella strana timidezza di cui Arthur fece sfoggio la sera dell’arrivo. Tuttavia, quella pacatezza si sarebbe presto rivelata un inganno; Rimbaud era arrivato a Parigi per portare scompiglio e non si allontanò per niente dalle sue intenzioni.

Lo stupore fu reciproco. Anche Rimbaud si stupì nello scoprire Verlaine, il “vero poeta”, secondo il proprio immaginario, negli agi borghesi, in un’atmosfera dolciastra, succube della suocera e della moglie incinta.

marcenaro r., una sconosciuta moralità, bompiani, milano 2013.

L’incontro tra i due poeti non può essere definito in altro modo che fatale. Forse, Rimbaud cerca in Verlaine qualcosa in grado di sconvolgerlo; e probabilmente, anche Verlaine cerca in Rimbaud un modo per evadere dalla sua infelice esistenza.

Sposatosi solo per compiacere le volontà di sua madre, il matrimonio con Mathilde Mauté è un sovversivo per conquistare un poco di dignità. Né l’uno, né l’altra, in realtà, sono attratti dal rispettivo amante; si incontrarono a sedici anni, e faticarono per riuscire a mettere al mondo un figlio.

Quell’arrivo di Rimbaud a Parigi, il giovanissimo è subito prostrato al decreto dei colleghi poeti. Al Vilains-Bonshommes, un cenacolo di letterati di belle speranze, Rimbaud fu ammesso il 30 settembre del 1871. Da quel giorno, Rimbaud non fu più solo; Verlaine lo accompagnava ovunque potesse; trascorrevano insieme i giorni e le notti, per far ritorno a casa di lui solo a notte inoltrata, ebbri d’assenzio. Proprio durante quella prima cena venne realizzato un celebre dipinto che ritrae otto poeti seduti attorno a un tavolo; bevono, leggono, fumano la pipa e colloquiano, mentre in prima fila compaiono Verlaine e Rimbaud.

Celebre dipinto di poeti, musicisti, e letterati, tra cui compaiono anche Verlaine e Rimbaud
Henri Fantin-Latour, Coin de table. Parigi, Musée d’Orsay © 2013. Foto Scala, Firenze

Perso anche l’impiego alla municipalità di Parigi di Verlaine, «esistevano soltanto loro, uno per l’altro».

Il loro impegno concretamente è tutto rivolto verso la poesia. Una poesia che non rappresenta assolutamente il sovversivo per potersi concedere lussi e sregolatezze; ma al contrario, il punto d’arrivo di quelle proibite trasgressioni. Ciò di cui vivono, essenzialmente, sono i soldi delle loro madri – e per un po’ anche quelli della famiglia Mauté.

Per i due poeti francesi, la poesia è veramente qualcosa attraverso cui poter comprendere il mondo; pronta a trasformarsi in una lente tramite cui esplorarlo da tutte le angolazioni. Non a caso, nella composizione poetica è l’assenzio a guidare entrambi; una bevanda alcolica e allucinogena ancora oggi proibita in molti paesi del mondo.

In quel mondo fatto di eccessi, anche il linguaggio non può che esserne un valido rappresentante. È la lingua l’arma più affilata, ciò che veramente può intimorire Verlaine o Rimbaud; contro l’indifferenza invece, verso tutti quei giochi violenti che i due compivano abitualmente. E sulla particolarità del linguaggio insistono tutti i poeti maledetti, tanto che nell’ottobre del 1871, i fratelli Cross, dopo la Commune, fondano il Circle Zutiquezut! è un’imprecazione che significa accidenti!.

In una sala dell’Hotel des Etrangers, la vie de bohème trova il suo massimo splendore. Lì si incontrano «gaudenti, spaccalinguaggio e sboccati, scrittori e artisti, con sempre merde in bocca, nelle più ricercate e declinate variazioni». A tutte le ore del giorno gli amici maledetti bevono assenzio e rum, fumano, strimpellano, recitano versi provocatori e dormono sui canapè. Tra di loro affiora un catalogo di nomi di personaggi illusi di imprimersi nella memoria collettiva, ma di cui il mondo avrà ricordo per il solo fatto di aver affollato le medesime sale di due poeti che la storia l’hanno fatta per davvero.

Come inizi la relazione clandestina tra i due amanti omosessuali questo non si sa. Si può supporre che la passione infiammi dal primo momento in cui i due si incontrano.

Insieme sono d’ispirazione l’uno all’altro; Rimbaud condiziona profondamente Verlaine, tanto da spingerlo ad abbandonare l’endecasillabo; ma anche Verlaine influenza Rimbaud, poiché senza di lui, da quel momento il prodigio di Charleville non può andare avanti. Arrivano persino a comporre una poesia insieme, in cui omaggiano l’ano (sì, proprio lui) .

La loro relazione è costellata da partenze e ritorni continui; decisioni avventate, liti aggressive, giochi inspiegabili – come per esempio quello con cui, rivestiti dei coltellacci con degli asciugamani, i due giocavano a colpirsi finché non vedevano il sangue. Le liti sono frequenti anche nei rapporti con il mondo circostante: in particolare è Rimbaud il violento, il mal sopportato, l’irrequieto; molti lo disprezzano, e lo stesso Carjat, illustre ritrattista che avrà l’onore di immortalare Rimbaud, sarà ferito dal giovane iracondo.

Di quella combriccola, Rimbaud è l’enfant gâté, il bambino viziato, il piccolo di casa. Ha solo diciassette anni, ma per Lepelletier, Rimbaud era il «grande artigiano delle disgrazie di un Verlaine stregato, sedotto e dominato». Se la presenza di Verlaine fu utile a Rimbaud per portare la propria poesia a un livello superiore; Rimbaud fu colpevole di trascinare Verlaine in una vita che egli da sempre bramava di vivere – mentre aspettava qualcuno con cui condividerla.

Come da quell’incontro si arrivi dunque a un processo è facile capirlo senza aver letto una pagina di Rimbaud o di Verlaine.

Un amore ossessionato, morboso e incompreso; che si nutre di eccessi e pratiche assolute. Un amore che procede in lunghe trasferte e viaggi in giro per l’Europa; un amore che va molto oltre i propri limiti. Perché appunto, come la poesia, il compito dell’amore è quello di superarli, i limiti. E se all’alba del 7 luglio 1872, Paul Verlaine esce di casa per comperare una tisana alla moglie, incontrato Rimbaud per strada non fa più ritorno e parte con lui per il Belgio.

Di questi e simili altri colpi di scena è abitata la loro relazione. Di indecisioni e incertezze; ricatti ai quali i due si devono sottoporre per riuscire ad andare avanti in quella società castrante. Una società che chiede loro di rinunciare alla loro identità, al loro vero essere più profondo. La presunta partecipazione alla Commune di Parigi, oppure ancora quell’altra volta che chiamate la moglie e la suocera per far ritorno a casa con loro, Verlaine alla fine le abbandona sul treno e raggiunge l’amante.

Oltre quei brevi capitoli che raccontano la gestazione della tormentata storia d’amore, Marcenaro completa l’opera con un dossier di documenti, carte processuali, interrogatori e testimonianze.

E anche quelle testimonianze, quelle dichiarazioni lanciate come fulmini sull’uditorio, divengono delle vere e proprie dichiarazioni d’amore. Perché finita la storia, accusato Verlaine, incarcerato per due anni, la loro amicizia non si arresta. I due non si vedranno più, probabilmente, ma non perderanno il desiderio di scriversi, di intersecarsi seppure allontanati dalle circostanze. Rimbaud, tuttavia, partirà definitivamente lontano dall’Europa, e cambierà vita: abbandonata del tutto la poesia, di lui saranno raccontate (o inventate) le leggende più assurde: ora schiavista, ora mercante di armi e dedito al mercato nero.

A nulla servono le accuse di Rimbaud, o le condanne dei suoceri Mauté, quell’amore maledetto era destinato a durare oltre le intemperie e a spingersi, nel suo ricordo magnifico, fino ai giorni nostri.

Foto che ritrae il libro di Sandor Marai, l'eredità di Eszter vicino a tulipani gialli, un libro aperto e un centrino all'uncinetto

L’eredità di Eszter, S. Márai

Pubblicato in Italia nel 2006 dalla casa editrice Adelphi, L’eredità di Eszter è uno dei testi più amati dello scrittore ungherese Sándor Márai. Divenuto immediatamente noto al pubblico nel 1939, racconta una storia d’amore e devozione – e i sentimenti, come Sándor Márai ci ha abituato, raggiungono un olimpo dove ogni altro elemento narrativo perde d’importanza.

Non so che cosa mi riservi ancora il Signore. Ma prima di morire voglio narrare la storia del giorno in cui Lajos venne per l’ultima volta a trovarmi e mi spogliò di tutti i miei beni.

Marai, l’eredità di eszter, adelphi, milano 2006 (p. 9)

Esordisce così la protagonista assoluta di un centinaio di pagine che si susseguono in un crescendo di emozioni e tensione. Eszter ha trascorso vent’anni in attesa che l’unico uomo che abbia amato in vita sua faccia ritorno da lei. Ma in verità, più che nella speranza del ritorno, le attese di Eszter si congelano nell’impossibilità di poter vivere una vita dimentica di quel grande amore che non ha mai abbandonato.

Questo Eszter lo sa bene, e appena le viene notificato che Lajos farà ritorno – seppur conscia che torni solo per domandar qualcosa, non può che gioirne.

Eszter e Lajos, durante la giovinezza, hanno condiviso momenti d’amore indimenticabili; tuttavia, è stato Lajos a tradire il suo amore, e a sposarsi infine con la sorella di Eszter, Vilma – ormai defunta all’esordio del libro. Ma da allora, sono trascorsi vent’anni, e Eszter non ha mai dovuto cercare la forza per perdonarlo, perché per tutto quel tempo non ha smesso di amarlo. E quando si ama con l’intensità con cui l’ha fatto Eszter, le colpe, le sofferenze e i tradimenti non contano più davanti alla potenza dei sentimenti.

Ma che cosa potrà mai volere ancora Lajos da Eszter? Oramai l’ha privata di tutte le sue ricchezze, ma non solo. Lajos non ha risparmiato Eszter dalla sottrazione della pazienza, della bontà: lui si è impossessato del suo cuore, e con i suoi ragazzi cresciuti di vent’anni, facendo ritorno nella villa è pronto a richiedere ciò che gli spetta.

Una lettera annuncia il ritorno di Lajos: egli scrive al plurale e lo fa come se dall’ultima volta in cui è partito non sia trascorso tutto il tempo che è passato.

Ma come può Eszter essere cieca e non ricordare tutto il dolore che Lajos le ha procurato? Per tutto quel tempo è stato l’amore a tenerla in vita. A niente è servito che questi si sia rivelato un astuto calcolatore, un imbroglione, e che tutto il paese aspetti il ritorno per richiedergli il saldo di debiti che ha contratto con tutti. Tanto che appena giunto, le genti del paese si affollano davanti al portone di casa loro.

Ma Eszter è completamente rapita: e devota come una madre al proprio figlio, più di una monaca al proprio Signore, sarebbe in grado di difenderlo anche davanti alle accuse più spietate. Lajos non ha perso le sue caratteristiche di ammaliatore, è abile manipolatore di sentimenti, e con la stessa disinvoltura con cui mente, mette in scena le pantomime più commoventi. Tuttavia, egli è appunto un grande seduttore, e tutte le persone che ha incontrato in vita sua, di volta in volta, gli sono cadute ai piedi. Pronte ad assecondare i suoi desideri, anche quelli più assurdi – nel tentativo di giustificarlo col solo pretesto che le azioni non coincidano con le intenzioni – l’aurea che circonda Lajos è manifesta a tutti coloro che vi entrano in contatto.

E se quella speranza di Eszter, che il suo ritorno possa riportarle ciò che il destino le ha tolto, egli invero non torna per restare ma per portarle l’ultimo conto fatale. Ma che cosa vorrà ancora Lajos da lei? Che cosa si è messo in testa? E a che cosa allude quella bambina capricciosa, che con tono quasi minaccioso dice a Eszter che avranno il tempo di conoscersi a fondo?

Tradotta abilmente da Marinella D’Alessandro, la storia dell’Eredità di Eszter può sembrare uguale a qualsiasi storia d’amore fondata sull’attesa del ritorno.

In verità è totalmente diversa da qualsiasi altra cosa io abbia mai letto finora: scritta come un lunghissimo monologo, L’eredità di Eszter non è altro che una lettera che la protagonista scrive per esplicare il dolore e il tormento che in vita sua ha sofferto per non essere in grado di sottrarsi allo strazio dell’amore desolato.

È il valore emotivo di questo libro ad accrescere il valore della storia. Così come ha fatto nelle Braci, sono le emozioni e i sentimenti i veri protagonisti del racconto. Sono la speranza e l’amore di Eszter; il senso di protezione e la moralità della governante Nuna; l’ostilità e l’ipocrisia di Lajos; il perdono di Tibor, la perseveranza e l’orgoglio di Endre; la reticenza del fratello di Eszter, nonché vecchio amico di Lajos, Laci.

Con un’eleganza stilistica propria di Márai, l’autore ci racconta una storia che arriva in maniera immediata, e nel farlo ci dà prova della sua innata capacità di offrire sempre un inedito punto di vista, in cui il giudizio del lettore può trovarsi incagliato. Intrappolato tra il senso di protezione e di compatimento che si prova per Eszter, e al limite dell’essere sedotto dal più ingiusto seduttore di tutti i tempi.

La vincitrice del Premio Neri pozza, Francesca Diotallevi, con il suo romanzo Dentro soffia il vento ritratto vicino a limoni, decotti, fiori secchi e tisane

Dentro soffia il vento, F. Diotallevi

Dentro soffia il vento è un romanzo di Francesca Diotallevi edito Neri Pozza e vincitore della Sezione Giovani del Premio Neri Pozza – Fondazione Pini – Circolo dei Lettori del 2016.
L’autrice, classe 1985, è laureata in Beni culturali. Tra le sue opere oltre a Dentro soffia il vento ricordiamo Le stanze buie (Mursia, 2013), Amedeo, je t’aime (Mondadori Electa, 2015) e Dai tuoi occhi solamente (Neri Pozza, 2018).

Ho avuto tra le mani Dentro soffia il vento qualche mese fa, un regalo di compleanno in anticipo da parte di un caro amico. Spinta dalla curiosità per la trama e per la personalità di questa giovane autrice ho cominciato la lettura del romanzo e senza rendermene conto mi sono ritrovata catapultata a Saint Rhémy, tra le vicende narrate. Un libro che mi ha conquistata sin dalle primissime pagine per la delicatezza con cui l’autrice esprime tematiche forti e complesse come l’amore, il dolore, la fede, il risentimento e il pregiudizio.
Un elemento cardine che ha contribuito ad alimentare il mio interesse per questo romanzo è stata la scrittura brillante di Diotallevi. L’autrice racconta aspetti semplici senza renderli banali e realtà complesse senza sminuirle; tratta le vicende nella loro interezza senza tralasciare aspetti crudi e negativi regalandoci la narrazione di un’umanità reale e viva.

Non lasciare che qualcuno ti dica in cosa credere, ragiona con la tua testa, segui l’istinto. Nessuno dovrà importi chi amare. L’amore non si insegna, è l’unica cosa che non posso spiegarti. Non posso dirti quali battaglie combattere, dovrai capirlo da sola e non sarà facile. L’amore non lo è mai, richiede coraggio e tenacia. Non si sceglie, è sempre lui che sceglie te.

Primo piano di Francesca Diotallevi, autrice di Dentro soffia il vento

Una storia e tre punti di vista

Dentro soffia il vento è raccontato secondo tre punti di vista, quello dei tre personaggi principali abitanti di Saint Rhémy, un paesino tra le montagne della Valle d’Aosta.

Il primo è Don Agape, il nuovo parroco arrivato da Roma che ha difficoltà a conquistare la fiducia della comunità perché egli stesso è pieno di dubbi e timori circa la sua missione spirituale. Un uomo che ha preso i voti senza convinzione, incapace di opporsi al volere della famiglia e che forse per la prima volta, con questo trasferimento a Saint Rhémy, ha assecondato il suo desiderio di mettersi alla prova e di (ri)trovare la propria fede.

Il secondo personaggio è Yann, un ragazzo a cui la vita ha tolto molto e che si ritrova a convivere con un dolore fortissimo legato alla perdita di suo fratello Raphael, caduto in guerra. Yann vive divorato dai sensi di colpa perché avrebbe dovuto arruolarsi, ma era stato considerato inabile a causa di un incidente avvenuto molti anni prima. Un personaggio tormentato, schivo ma affascinante.

Fiamma, una ragazza indipendente, sola, che vive nel bosco e che viene additata dai suoi compaesani come una strega per la sua capacità di preparare decotti con proprietà curative. Il suo unico contatto con la realtà era costituito proprio da Raphael, il solo a esserle amico, un personaggio che si avverte come una presenza costante nella storia sebbene non intervenga mai.

I personaggi di Dentro soffia il vento


Le tre voci narranti raccontano la loro storia personale e lo fanno attraverso i loro ricordi e le loro sensazioni, con questa soluzione viene costruita una trama che trascina i lettori nel corso degli eventi.

Yann prova un odio profondo per Fiamma, anche se non sfugge al lettore quanto questo sia solo un risvolto dell’amore e di un legame che viene represso e tenuto a distanza dal giovane stesso. Yann, infatti, deve rifugiarsi in questo sentimento perché Fiamma agli occhi degli abitanti del paese è una strega e non sembra esser possibile poter provare nulla di diverso dall’odio nei suoi confronti.
Sarà poi Don Agape che cercherà di ricondurre la giovane “in seno al gregge” andando contro ogni pregiudizio e diceria del popolo.

Pagina dopo pagina le storie si incrociano e l’ombra di mistero iniziale si dissolve lasciando spazio a segreti e sentimenti taciuti. Grande risonanza è data anche alla superstizione e al pregiudizio – ma che sono solo sentimenti di facciata, perché molti abitanti del paese, di nascosto, fanno ricorso ai rimedi e ai decotti di Fiamma. A Saint Rhémy l’ignoranza è un male difficile da estirpare e la barriera di pettegolezzi e pregiudizio diventa sempre più alta intorno a Fiamma.

Mia madre lo diceva sempre: non basta il cuore a sconfiggere l’ignoranza e la superstizione.

Lo stile di Dentro soffia il vento

In Dentro soffia il vento l’abilità di Diotallevi viene evidenziata da più aspetti. Le parole scelte dall’autrice sono misurate ed evocative; la sua prosa è agile, la lettura cattura. Dalle parole di Yann, di Fiamma e di Agape si viene rapiti e ci si ritrova tra quei boschi, in quel paesino, preda di quei turbamenti. Diotallevi ha il pregio di rendere i personaggi vivi, grazie anche a una spiccata attenzione ai dettagli che si traduce nelle descrizioni particolareggiate delle emozioni e dei sentimenti umani. Risulta impossibile non restare coinvolti dalle vicende e non entrare in empatia con i personaggi e con il loro vissuto.

L’amore non si insegna, è l’unica cosa che non posso spiegarti. Non posso dirti quali battaglie combattere, dovrai capirlo da sola e non sarà facile. L’amore non lo è mai, richiede coraggio e tenacia. Non si sceglie, è sempre lui che sceglie te.

Ambientazione del romanzo

Le ambientazioni del romanzo sono calate in un’atmosfera suggestiva: questo esercita molto fascino sul lettore. La storia si svolge, infatti, in un paesino della Valle d’Aosta, a Saint Rhémy, dove una ristretta comunità di abitanti estremamente religiosa svolge tranquillamente la propria vita. Una comunità blindata nella propria diffidenza rispetto al mondo circostante e dedita alla fede, alle prediche e ai sermoni ottusi e corrotti.

Con te è diverso, tu sei il vento che mi soffia dentro, sei colui che muove i miei passi. Se sparissi in questo momento, sparirei con te.

Primo piano di Francesca Diotallevi autrice di Dentro soffia il vento

La scrittura e i temi di Dentro soffia il vento

Dentro soffia il vento è un romanzo che conquista il lettore con la sua delicatezza, per la sua narrazione di dolore e amore resi in maniera immediata.

Queste tematiche si intrecciano trascinando il lettore in un vortice di emozioni che si fanno più forti a mano a mano che si procede con la lettura. Un libro intenso, profondo, una storia che lascia moltissimo ai lettori dopo averli condotti in un percorso al limite del magico.
Il romanzo a tratti crudo e violento, infatti, è anche intriso di magia e poesia. Al punto che un peso determinante nella costruzione delle vicende è dato dalla superstizione tipica dei piccoli paesi, che prevale su tutto e tutti e incide su sentimenti puri come l’amore.

Dentro soffia il vento è un libro che è entrato in punta di piedi arrivando a insinuarsi a poco a poco nell’animo. Diotallevi mi ha fatto affezionare ai personaggi, partecipare alle loro vite, provare quelle sensazioni e a tratti soffrire con loro. Ha descritto un amore puro osteggiato dal risentimento e dal pregiudizio, ma in grado di accogliere e superare enormi difficoltà.
Amore e odio si rincorrono per tutto il romanzo, alternandosi e mescolandosi.
Una scrittura che è come una magia, scorre veloce sulle pagine e ti guida in questi rapporti intricati che regalano brividi e che ci ricordano l’importanza di lottare per i nostri sentimenti avendo il coraggio di ascoltare noi stessi.

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