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#SEICIOCHELEGGI

#SEICIOCHELEGGI

Da tutte le parti, su ogni social, e in ogni canale di posta mi chiedete sempre consigli:

su cosa leggere, su come farlo, su quando farlo. 

Talvolta mi raccontante che il vostro fidanzato vi ha lasciato, altre che i vostri genitori si sono separati, altre ancora che non sapete come instaurare un buon rapporto con i vostri figli, che non riuscite a capire che cosa fare nella vita. 

Mi raccontate di rapporti complicati con il mondo circostante, della vostra incapacità di relazionarvi con il mondo, o peggio ancora: con voi stessi.

Non sono uno psicologo, non capisco i miei, di problemi, figuriamoci quelli degli altri: ma ho letto tanti libri – e tanti ancora ne leggerò – e, a volte, mi sono stati utili per comprendere qualcosa, per andare avanti quando mi sembrava di non poterlo fare.

I libri mi hanno sempre aiutato e spesso cambiato.

Ogni domenica, sul mio account Instagram @aldostefanomarino, tramite le stories, rispondo alle vostre domande:

TU DIMMI COME TI SENTI E IO TI CONSIGLIO UN LIBRO, 

perché, d’altronde, #SEICIOCHELEGGI

#SEICIOCHELEGGI – senza l’accento sulla O – è cominciato due settimane fa, tanti di voi hanno già seguito i miei consigli: mi appello a voi, se doveste ascoltarmi condividete la vostra lettura nelle vostre storie, o in un post taggando me e usando gli hashtag #SEICIOCHELEGGI e #ALDOSTEFANOCONSIGLIA: è molto importante per me, per continuare a leggere tanto e per non smettere di consigliarvi sempre titoli nuovi.

Ascoltate, raccontate, imparate, amate

Scriverò un libro, presto, magari lo farò, in cui racconterò delle persone che si incontrano per strada e che ci sediamo ad ascoltare aspettando l’autobus.
Ieri, tornando a casa dal Roma Pride, ho conosciuto Francesco mentre cercava di rubare il cellulare ad una ragazzina che stava accanto a me e che se n’è accorta.
Francesco ha ventuno anni, la madre è libanese e il papà marocchino. La madre vive con lui e gli altri sui cinque fratelli, lui è il quarto di sei figli, il papà è in giro per l’Italia “ma a lui non gliene frega nulla di noi”.

Francesco è stato in carcere per spaccio, quando aveva diciassette anni e «Ora sai dove sto andando? A vendere la coca!». Francesco mi ha chiesto di ammettere che fosse un bel ragazzo, “anzi, a dirla tutta bellissimo, dai, ammettilo”.

Abbiamo fatto il percorso sul tram insieme, ho provato a dirgli che una vita così, in cui si scappa, continuamente, da tutti e da tutto, è una vita da schifo. Gli ho detto di darsi una sistemata e di portare in giro curriculum, di imparare a far la pizza, o la Carbonara, o qualsiasi cosa non riguardi fare il cattivo. Gli ho detto che la gente fa schifo, che in Italia è pieno di razzisti, ma che per ogni razzista c’è uno come me, che sta dalla loro parte. Gli ho detto di non rubare più agli altri, che ognuno vive le proprie battaglie e che se a me avesse rubato il cellulare, forse, avrei perso un po’ della mia fiducia nei suoi e nei loro confronti.

Francesco ogni tanto esce, ma quando esce sta nelle piazze a vendere, non vede amici, non fa attività ricreative, «Sai quanto c’ho nello zaino? Trecento euro e sette cellulari, ma altrimenti a la mamma mi’ e fratellini miei chi ci pensa?».

Ho detto a Francesco che gli voglio bene e che, visto che è così bello, potrebbe anche fare il modello, o qualsiasi cosa, ché essere così belli e nascondersi per tutta la vita non va bene.

Francesco mi ha abbracciato, mi ha ringraziato, mi ha detto che la sua vita a ventuno anni è spacciata, ma mi ha detto che ci penserà, che ci proverà. E che mi vuole bene, solo per aver fatto del becero moralismo, io che non ho mai avuto bisogno di rubare per far star bene mamma, che di sorella ne ho una sola e studia fuori, come me.

Ora non so se Francesco smetterà di rubare, non so se inizierà a far vita migliore, però almeno, Francesco, sa che qualcuno gli vuole bene, che a qualcuno importa di lui: mi ha abbracciato, ringraziato e poi ha continuato a guardarmi finché non è sceso dal tram.

Impariamo a non giudicare, a sederci ed ascoltare le persone, a conoscere i loro problemi, i loro cuori, le loro storie, ad incrociarle. Siamo tutti amici, dobbiamo esserlo, oggi più che mai.

L’importanza del tempo che passiamo con noi stessi

Dovremmo imparare a fare più cose con la sola nostra compagnia.
Dovremmo andare al cinema da soli, ordinare una vasca di popcorn, pagarci il biglietto e pensare «Che bella serata».
Dovremmo andare in ristorante da soli, a mangiare una pizza, al sushi, dovunque vogliamo, aprirci la porta e «Aspetta qualcuno?» «No, mangio da solo».

Dovremmo andare alle mostre, ammirare quadri da soli, dedicarci momenti di intimità e di silenzio, senza che nessuno parli.

Dovremmo partire, viaggiare, vedere posti, conoscere persone ed espandere i nostri orizzonti, chiedere agli estranei di scattarci fotografie, fermarci una notte a bere una birra ai piedi di un Monumento.

Dovremmo volerci bene e avere meno paura di passare del tempo con noi stessi, faccia a faccia.

Dovremmo conoscere appieno l’importanza di dedicarci tanto tempo e di qualità, non perché nessuno è libero e tutti sono impegnati, ma per conoscerci un po’ di più.

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