Aldostefano Marino

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Mrs. Caliban, Rachel Ingalls

Chi è Mrs. Caliban?

Ma è la coraggiosa e abitudinaria protagonista del romanzo breve di Rachel Ingalls, uscito in America nel 1982, e riscoperto solo di recente. Un racconto fantascientifico e d’amore, sotto il quale si nasconde una neanche troppo velata critica nei confronti della società statunitense degli anni Ottanta.

È il boom economico, avvento della televisione e dell’industria cinematografica e, ogni classica famiglia americana, sembra essa stessa il prodotto di quell’industria improntata su tempi quantitativi più che qualitativi. Interessi e passioni sembrano appiattirsi, modi di vestire e cibi da mangiare sono gli stessi, all’interno di una società dove chi non si omologa è destinato a essere escluso. Chi non si conforma alle regole dei medio borghesi, o non ascolta la radio, non guarda la televisione, chi non ha un buon lavoro e una segretaria, una camicia sempre stirata e una macchina all’ultimo grido, non è considerato dalla società.

Mrs. Caliban e suo marito Fred, ogni giorno e per tutta la vita, fuori da casa interpretano la parte di un canovaccio a cui tutti dovrebbero attenersi, anche se a loro viene più difficile che agli altri. Un bel giardino, una bella macchina e un buon lavoro. Non hanno figli da portare a scuola, perché sono morti, e proprio in quel momento sembra cominciato l’inesorabile sfacelo al quale insieme sono destinati.
Dentro casa, invece, spogliati dei loro vestiti di scena, dormono in camere separate e hanno smesso di cenare insieme da tempo. Dorothy finge di non accorgersi che il marito la tradisca, e Fred non si preoccupa di fingere di accorgersi più di lei.

Chi è Mrs. Caliban?

Mrs. Caliban sono tutte le donne americane, stereotipo delle casalinghe disperate e trascurate dai loro mariti. La protagonista di questo romanzo è una donna sulla quarantina, imprigionata in un matrimonio dove non riesce più a sentirsi appagata. Madre mancata di due bambini persi e migliore amica di Estelle, un’attrice divisa tra più uomini e svariate feste, sempre intenta a bere. Due donne discorde, ma con le stesse mancanze, e a loro volta vittime in modi diversi. 

E mentre fino a qui Mrs. Caliban potrebbe sembrare April, la protagonista di Revolutionary Road, e Fred un Frenk meno fantasioso e ancor più conformista, ciò che rende il dimenticato romanzo della Ingalls una storia che dovrebbe esser letta è l’amore tra Dorothy e il Mostruomo: e, difatti, questa è il nocciolo.

A pagina trenta ci troviamo già immersi nella storia, senza alcuna possibilità di abbandonarla, quando il Mostruomo, una creatura simile alla figura umana – ma che umana non è – è un essere marino e verdeggiante scappato dall’Istituto di ricerca Ocenografica, compare nella cucina di Dorothy.
Il Mostruomo Ha un nome e si chiama Larry ma, contrariamente a come i media vogliono farlo credere non è pericoloso, è aggressivo solo quando deve difendersi. Approdato nella cucina di Mrs. Caliban, sarà questo il momento in cui, porgendogli un gambo di sedano, e scoprendolo amante dell’avocado, Dorothy si accorgerà della sua bontà e deciderà di difenderlo dal mondo intero, nascondendolo nella sua camera da letto. E non solo: infatti, grazie alla sua gentilezza, finirà per innamorarsene.

Questa è la storia d’amore e l’unica storia che d’amore parli all’interno di tutto il romanzo. Una storia che sfida i pregiudizi e i preconcetti, attraverso la quale gli stereotipi e le assurdità del conformismo americano vengono uno per uno screditati e resi bersaglio della critica di Rachel Ingalls. Una critica mai esplicita ma perfettamente riconoscibile a una società poco creativa e molto triste: dove, chi ci vive, non può che risultarne una vittima.

Una storia d’amore cruda, una scrittura divertente e acuminata, amata da Joyce Carol Oates fino a John Updike. Una storia che è rimasta nascosta per troppo tempo, persa tra i file delle cartelle di qualche editore, ma evidentemente meritevole per cui necessitava di essere stampata e diffusa ancora.

Paragonata alla storia d’amore tra King Kong e una bella giovinetta in pericolo, alla Bella e la Bestia e ai film di David Lynch, Mrs. Caliban è un romanzo che non sembra aver più di due anni e in realtà ne ha quasi cinquanta. Un quasi-classico da regalare a chi ama le storie d’amore ma si è stancato di leggere sempre le stesse.

 

Sullo snobismo degli scrittori e i dati Istat 2017

L’ultima classifica Istat del 2017, dice che, i lettori italiani sono calati dal 46% al 40%. Il dato che più mi scoraggia è quello che afferma che, una famiglia su dieci, non ha nemmeno un libro in casa, – badate bene, nemmeno uno – neanche quello di ricette, o un regalo poco apprezzato.

In questo enorme dibattito, da una parte ci sono gli scrittori di nicchia, quelli che pubblicano con case editrici più piccine, snobbati per il solo logo misconosciuto sulla copertina dei loro libri; dall’altra quelli più glam, che pubblicano per enormi case editrici.

I primi accusano i secondi di essere troppo snob, di vedere dodici mesi l’anno gli stessi autori in cima agli scaffali, il che è vero: ogni tanto puoi scorgere uno scrittore un po’ meno noto ai vertici, ma capita di rado trovarlo. I secondi invitano i primi a migliorarsi, a far di meglio, per diventare come loro.

Nell’editoria funziona più o meno così: quelli Grandi disprezzano l’editoria a pagamento che, hanno ragione, non serve a nulla: paghi dodicimila euro un tot di copie che dovrai venderti da solo, ad amici e conoscenti.

I Piccoli, ultime ruote del carro, poi devono pagare per comprarsi uno spazietto in vetrina, somme che solo quei Grandi hanno a disposizione, mandare libri a Case editrici che “Ma tu sai quanti libri riceve un editore ogni giorno? Mica può leggerli tutti”. Aspettare otto mesi per una risposta positiva, perché se non sono interessati manco ti rispondono, non hanno tempo!, come se il loro fosse lavoro, e il tuo no.

Allora ti consigliano “Prova a contattare un agente”, che il 90% delle volte paghi qualche centinaia d’euro solo perché ti mandi indietro una lettera di rifiuto.

“Prova con una scuola di scrittura” dicono poi, dove paghi diecimila euro per scrivere un libro con un tutor, così hai un prodotto bello pronto, bello corretto, ché di te c’è solo il nome in copertina, pagato diecimila euro, magari pubblicato da Feltrinelli o Rizzoli. Però l’editoria a pagamento no.

Quando poi, magari, ti capita il famoso colpo di culo e pubblichi un libro, tu che sei un emergente, magari giovane come me, con una piccolissima casa editrice, e organizzi presentazioni in giro per l’Italia per farti conoscere, non mancherà il libraio che ti dirà “Noi concediamo lo spazio solo a chi siamo sicuri venda”, e moderatore che ti dica che è molto impegnato, perché tu non sei nessuno e lui è già qualcuno, e magari nei suoi libri parla dell’importanza dei giovani, del futuro nelle loro – e nostre – mani.

Il mondo dell’editoria è un mondo marcio, fatto di tanti grandi scrittori e pochissimi lettori.

Non critico l’indiscutibile realtà che non tutti possano pubblicare libri, piuttosto la negata possibilità, invece, che tutti, almeno, ci provino.

Il mondo dell’editoria è un mondo che va avanti per conoscenze, per “Mandami il libro e ti dico che ne penso” ma prima che qualcuno te lo dica devi conoscere quello che ha conosciuto quell’altro.

Il mondo dell’editoria è vecchio, profondamente popolato da scrittori che per essere ritenuti “all’altezza” non devono avere meno di sessant’anni, se no è letteratura spiccia. Se hai vent’anni automaticamente hai scritto cazzate, robette da supermercato, come le chiamano loro, come se al supermercato non vendessero anche Tolstoj e Manzoni.

Quel sei percento in meno di lettori che tanto vi dà fastidio è dato dal vecchiumine che popola l’editoria, da quei pregiudizi verso il Fabio Volo di turno, che magari non scriverà di robe illuminate, che pure forse la gente se lo leggerà sotto l’albero o l’ombrellone, ma che vende più di tutti gli altri cinquanta titoli importanti, che lo diventano solo perché gli editori li spacciano come tali.

La mia professoressa delle medie diceva “Leggete, leggete pure le istruzioni della carta igienica, ma leggete”.

Io, nel profondo, sono convinto che leggere faccia bene, sempre e comunque!, che la cultura non si nasconda dietro frasi ben scritte ed enunciati perfetti, sicuramente anche lì, ma soprattutto dietro i mondi, le persone, le sfaccettature della realtà con cui un lettore entra in contatto.

Questo fa cultura.

Questo apre la mente, allarga la conoscenza: non quella del verbo essere, ma delle infinite possibilità che prima non ci erano note e che eliminano pregiudizi e credenze secolari.

Questo è il motivo per cui la gente legge sempre meno, perché nessuno è più libero nemmeno di leggere, perché un libro ti costa 25€ e con quella cifra mi prendo un volo per la Spagna andata e ritorno, perché le proposte sono sempre le stesse e gli scrittori fanno gli snob, credono di essere migliori di quelli che non leggono, di quelli che non si scrivono, di quelli che non riescono a pubblicare e scrivono da una vita, e si sentono in diritto di giudicare l’operato degli altri.

Il problema di fondo di quel sei percento in meno di lettori va indagato nel mondo marcio dell’editoria, non in quello dei lettori.

Se un acquirente non compra un prodotto, il problema sta nel prodotto, non nell’acquirente.

Impariamo a rinnovarci ogni tanto, svecchiamoci, dateci spazio, ché solo i giovani attirano altri giovani, ossia coloro che tra vent’anni rappresenteranno quella piccola percentuale di lettori italiani.

Quello che le donne possono

Ho tante amiche donne. E questo potrebbe essere l’incipit di un qualsiasi discorso moralista, ma non vuole esserlo. Ho tante amiche perché amo le donne. Amo le donne, i loro dubbi, le loro mille idee e chiacchiere, le loro preoccupazioni su faccende irrilevanti che spesso assomigliano alle mie.

Ho molte amiche donne che non si rispettano, che si tatuano frasi sul corpo inneggiando alla libertà e al rispetto, ma che poi aspettano l’uomo che le dica che fanno schifo, perché capiscano che fa schifo lui. Ho molte amiche che si accontentano, che non cercano un uomo che le rispetti e che le ami, o magari lo cercano ma poi puntualmente trovano uno che non le protegge, come dovrebbe. Siete solo donne che avete bisogno di ricordare quanto siete forti. Quanto sono forti le mie tre zie, single, in carriera, che vanno al cinema, leggono libri e tornano a casa felici.

Quant’è forte mia mamma.

Quanto è forte Bebe Vio, e quanto lo è stata Rita Levi Montalcini.

Ho molte amiche perché amo le donne, che reggono l’alcool meglio di me, che guidano meglio di come non sappia farlo io, che hanno aspirazioni, che sognano un futuro, progetti di vite in giro per il mondo.

Ho molte amiche perché sono profondamente innamorato delle donne. E oggi, bloccato su un tram carico di gente, per le manifestazioni contro la violenza sulle donne, ho pensato BRAVE, bloccate il traffico!, bloccate uomini, bloccate tutto ciò che non vi rispetta, non permettetegli di danneggiarvi oltre.

Siete una potenza voi donne. Potete fare molto. Potete fare tutto. Figuratevi liberarvi di un uomo che vi fa del male.

#STOPALLAVIOLENZASULLEDONNE

#NOALLAVIOLENZASULLEDONNE

“Padri e Figlie” e l’amore in un film

Avete mai visto “Padri e Figlie” di Gabriele Muccino? È un film del 2015, con Amanda Seyfried e Russell Crowe.

È bello perché è ben fatto, New York è bellissima e romantica, gli attori sono belli da paura e tanto bravi che non sembra di star guardando un film.
Guardatelo perché la storia non è banale e racconta di quello che secondo me è l’amore per eccellenza, quello con la A maiuscola. Quello di un padre e sua figlia. Il padre è lui, bellissimo e dagli occhi blu, caro Russell, e la figlia è lei: dolce e immensa Amanda. Lui è uno scrittore, vincitore del premio Pulitzer che, in un incidente stradale, perde la moglie e si trova a dover combattere con tutte le sue forze per trattenere sua figlia con sé. Che invece la cognata e il marito vogliono togliergli, per quelle preoccupanti crisi epilettiche che comincia ad avere a seguito dell’incidente e per un’eccesso di egoismo e cattiveria che fa riflettere.
La storia procede su due binari paralleli, passato e presente, cause ed effetti, si mischiano continuamente e suggestivamente, confondendo talvolta.
E il film è pieno d’amore, da quando comincia finché non finisce: c’è un padre che combatte contro tutti per avere l’affidamento della sua bambina, e poi c’è l’amore che incontra lei, che il padre le aveva promesso sarebbe arrivato, prima o poi… e che arriva. Grande e, anche questo, come è difficile dopo tanti film che d’amore hanno già parlato, mai in maniera scontata, banale.
Perché Amanda Seyfried è una ragazza che dalla vita è stata delusa, che ogni sera va a letto con un ragazzo diverso per colmare quelle voragini aperte che nessuno ha mai richiuso, e quando ne trova uno per cui lei è davvero importante, rischia di perderlo clamorosamente. E lui, quello importante, che per esser tale basta fare il nome dell’attore (Aaron Paul) è l’uomo che tutti sognano. Gli perdoniamo la fronte alta e i capelli anni 90, perché la sua recitazione tocca parti del cuore che non ero convinto di possedere.
Se non l’avete visto, guardatelo. Perché ne vale la pena.
Perché l’amore, ormai banalizzato e sminuito, raccontato in ogni modo e con mille sfumature, qui è presente, tanto! e mai troppo, fino a commuovervi e poi a muovervi.

 

Sono nato nell’epoca sbagliata

Sto guardando tanti film, tantissimi, uno dopo l’altro, perché devo ad ogni costo entrare in una grossa e importante scuola di Cinema, in sceneggiatura, in cui i posti sono solo sei.

Cosicché, d’estate ho letto tanto e adesso mi trovo a dover guardare film italiani a partire da Quattro passi fra le nuvole, che è un film del 1942: film italiani che avrei dovuto guardare, tanto tempo fa, quando ho dato all’università un esame di Storia del Cinema. E adesso mi trovo a doverli recuperare, cento film che avrei dovuto vedere prima, in bianco e nero la metà, che quando mi sveglio mi pare di avere un’insana voglia di avere una moglie e prenderla a schiaffi, di tornare a scuola e chiamare la maestra Signora Maestra, di tradire poi, la mia moglie schiaffeggiata e farla precipitare dentro un ascensore senza che nessuno se ne accorga, e di far festa, partecipare a grandi banchetti e orge di sapori, odori, vestiti paillettati di borghesi arricchiti, finché non sorge il sole. Di fumare sigarette sugli autobus e andare al cinematografo a bordo di una macchina tirata a lucido dopo esser passato a fare un bagno nella Fontana di Trevi e poi magari, una passeggiata all’Eur con Alain Delon.

Ora nella mia testa c’è una grande confusione: nomi sparsi, Claudia Cardinale, Gina Lollobrigida, Marcello Mastroianni, città del mondo, date, registi, sceneggiatori e in tutto questo solo una certezza: sono nato nell’epoca sbagliata e avrei dovuto sposare Alain Delon.

Non cedete all’odio

Quando la paura diventa sempre più grande, più profonda e meno controllabile diventa terrore e, l’unica arma per combatterlo, è la serenità.

Ma come si può esser sereni, quando tu fai una passeggiata sulla Rambla e un camion ti mette sotto, oppure a Nizza, oppure in qualsiasi posto del mondo la gente vada per passeggiare e non per farsi ammazzare? Come si può star sereni quando uno va a teatro e poi non torna a casa?

L’unico modo per vincere contro il terrore, contro quel Terrore, è non aver paura. Invadiamo le strade, le piazze, i locali, le spiagge, i bar, le colline, le montagne, le strade affollate e le città del mondo. Invadiamo qualsiasi posto e continuiamo a cantare, a ballare, a passeggiare e a prendere gelati.

Non cedete all’odio, non accontentatevi di storielle raccontate che altro non fanno che metterci paura, aumentare il terrore, non abbiate paura del diverso, del nemico, del bangladino sotto casa che vi vende la birra e del ragazzo di colore che vi vende le rose.

Non fatevi abbindolare, perché una volta che la paura diventerà terrore sarà difficile poter tornare a casa con un po’ d’amore in tasca. E allora sarà quello il momento in cui avremo perso, da vincenti a vinti, noi tutti, non contro l’Isis ma contro noi stessi.

Siamo uniti.

Barcellona, il Mondo è con te.

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Per tutti gli italiani: questo è il numero di emergenza del nostro consolato generale nella città spagnola 0034-659790266

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