Aldostefano Marino

writer & editorial services

Tag: blogging Pagina 1 di 2

#SEICIOCHELEGGI

#SEICIOCHELEGGI

Da tutte le parti, su ogni social, e in ogni canale di posta mi chiedete sempre consigli:

su cosa leggere, su come farlo, su quando farlo. 

Talvolta mi raccontante che il vostro fidanzato vi ha lasciato, altre che i vostri genitori si sono separati, altre ancora che non sapete come instaurare un buon rapporto con i vostri figli, che non riuscite a capire che cosa fare nella vita. 

Mi raccontate di rapporti complicati con il mondo circostante, della vostra incapacità di relazionarvi con il mondo, o peggio ancora: con voi stessi.

Non sono uno psicologo, non capisco i miei, di problemi, figuriamoci quelli degli altri: ma ho letto tanti libri – e tanti ancora ne leggerò – e, a volte, mi sono stati utili per comprendere qualcosa, per andare avanti quando mi sembrava di non poterlo fare.

I libri mi hanno sempre aiutato e spesso cambiato.

Ogni domenica, sul mio account Instagram @aldostefanomarino, tramite le stories, rispondo alle vostre domande:

TU DIMMI COME TI SENTI E IO TI CONSIGLIO UN LIBRO, 

perché, d’altronde, #SEICIOCHELEGGI

#SEICIOCHELEGGI – senza l’accento sulla O – è cominciato due settimane fa, tanti di voi hanno già seguito i miei consigli: mi appello a voi, se doveste ascoltarmi condividete la vostra lettura nelle vostre storie, o in un post taggando me e usando gli hashtag #SEICIOCHELEGGI e #ALDOSTEFANOCONSIGLIA: è molto importante per me, per continuare a leggere tanto e per non smettere di consigliarvi sempre titoli nuovi.

Napoli mon amour, A. Forgione

Napoli mon amour, il romanzo d’esordio del napoletano Alessio Forgione, è una storia che origina dal dolore, dalla soglia della resistenza, dal bivio davanti al quale approda Amoresano, il giovane napoletano che abita in prima persona le pagine di questo libro.
Napoli mon amour fa parte della collana NN Editore, Gli Innocenti, raccolta di storie di vita sofferta e dolorosa, vittime di una società che quasi mai si dimostra comunitaria.
È forse questa la stessa missione della casa editrice milanese: raccontare attraverso metodi quasi sperimentali, la vita, quella vera, così com’è vissuta. Dolorosamente, sfacciatamente e senza il supporto di alcun orpello decorativo.

Napoli mon amour è una tragedia. Un dramma aggressivo di antiformazione, dove i vinti non vincono mai, un American Beauty contemporaneo.

Amoresano ha trent’anni, è abitudinario: ha un solo grande amore, il Napoli. Da quando è al mondo scrive racconti che lo riguardano personalmente, storie ispirate al suo dolore: chi legge ciò che scrive ritiene che abbia molto da dire e lo incoraggia a non reprimere questa passione.
Tuttavia Amoresano non è uno scrittore: cresce in una famiglia normale, due genitori attenti e preoccupati, che non mancano occasione per dargli un aiuto.

Dopo gli studi, gli unici soldi che riesce a guadagnarsi se li procura facendo il marinaio, lontano da casa. Laggiù, sulle navi in mezzo al mare, ha rischiato la vita, ma non ha mai provato sentimenti come la nostalgia o la paura: forse era la stessa presenza del mare a calmare il suo animo, ribelle, profondamente lacerato e in lotta con il suo passato. E difatti, tra i suoi pensieri, il mare è luogo in cui fare spesso ritorno: e il solo ricordo della sabbia nera di Procida sembra rassicurarlo.
Dopo sei anni, ora è tornato a Napoli.
Con 2053 euro nel portafoglio, Amoresano conta i giorni che gli rimangono di autonomia: cerca lavoro e nel frattempo raziona le spese, risparmia ogni volta che riesce, vive la condizione del giovane laureato precario, con due lauree socio-umanistiche, che non trova un lavoro. Figlio di una generazione dove è stato abituato a sognare e non smette di farlo.
È un tipo abitudinario Amoresano, e tutti i giorni conduce la stessa vita: piatta, noiosa, in una Napoli descritta tetra e spenta come non si era mai fatta vedere.
Vive a casa dei genitori. Ha un grande amico: Russo, con il quale condivide l’amore per le donne, per il calcio e per la birra.
Di recente sembra che Amoresano abbia smesso di rispondere agli stimoli della vita, è come se si sia arreso: non si dà pace, sente di non servire a niente del mondo, non è convinto delle proprie potenzialità e crede di essere un perdente ancor prima di giocare: eppure, all’interno di quella Napoli periferica, la forza dell’amore pare giungergli in soccorso, lo travolge e, inevitabilmente, lo distrugge.
Amoresano è una vittima della società, un antieroe, un giovane uomo maltrattato dalla vita, ma che ha una sua parte di colpe. Non si oppone a ciò che gli accade, ma anzi lascia che le cose lo devastino. Amoresano è un artista che trova conforto solo nella scrittura, e quando trova l’amore, pare che anche questo, una Nina misteriosa, possa darglielo: è spronato a crescere, si sente stimolato, ma alla fine, Amoresano non ha scampo: l’amore diviene la sua stessa trappola.

Napoli mon amour è un romanzo che racconta un dramma, e attraverso la tragedia sprona i giovani a non ripeterle. Intenerito dai tanti spiragli d’amore che si intravedono tra le strade di una Napoli cupissima, un romanzo impeccabile, una scrittura tagliente ed estremamente coinvolgente che ci mette davanti a una orrida presa di coscienza: l’eterno e labile confine tra ciò che fa bene e ciò che fa male.  

Quello che le donne possono

Ho tante amiche donne. E questo potrebbe essere l’incipit di un qualsiasi discorso moralista, ma non vuole esserlo. Ho tante amiche perché amo le donne. Amo le donne, i loro dubbi, le loro mille idee e chiacchiere, le loro preoccupazioni su faccende irrilevanti che spesso assomigliano alle mie.

Ho molte amiche donne che non si rispettano, che si tatuano frasi sul corpo inneggiando alla libertà e al rispetto, ma che poi aspettano l’uomo che le dica che fanno schifo, perché capiscano che fa schifo lui. Ho molte amiche che si accontentano, che non cercano un uomo che le rispetti e che le ami, o magari lo cercano ma poi puntualmente trovano uno che non le protegge, come dovrebbe. Siete solo donne che avete bisogno di ricordare quanto siete forti. Quanto sono forti le mie tre zie, single, in carriera, che vanno al cinema, leggono libri e tornano a casa felici.

Quant’è forte mia mamma.

Quanto è forte Bebe Vio, e quanto lo è stata Rita Levi Montalcini.

Ho molte amiche perché amo le donne, che reggono l’alcool meglio di me, che guidano meglio di come non sappia farlo io, che hanno aspirazioni, che sognano un futuro, progetti di vite in giro per il mondo.

Ho molte amiche perché sono profondamente innamorato delle donne. E oggi, bloccato su un tram carico di gente, per le manifestazioni contro la violenza sulle donne, ho pensato BRAVE, bloccate il traffico!, bloccate uomini, bloccate tutto ciò che non vi rispetta, non permettetegli di danneggiarvi oltre.

Siete una potenza voi donne. Potete fare molto. Potete fare tutto. Figuratevi liberarvi di un uomo che vi fa del male.

#STOPALLAVIOLENZASULLEDONNE

#NOALLAVIOLENZASULLEDONNE

“Padri e Figlie” e l’amore in un film

Avete mai visto “Padri e Figlie” di Gabriele Muccino? È un film del 2015, con Amanda Seyfried e Russell Crowe.

È bello perché è ben fatto, New York è bellissima e romantica, gli attori sono belli da paura e tanto bravi che non sembra di star guardando un film.
Guardatelo perché la storia non è banale e racconta di quello che secondo me è l’amore per eccellenza, quello con la A maiuscola. Quello di un padre e sua figlia. Il padre è lui, bellissimo e dagli occhi blu, caro Russell, e la figlia è lei: dolce e immensa Amanda. Lui è uno scrittore, vincitore del premio Pulitzer che, in un incidente stradale, perde la moglie e si trova a dover combattere con tutte le sue forze per trattenere sua figlia con sé. Che invece la cognata e il marito vogliono togliergli, per quelle preoccupanti crisi epilettiche che comincia ad avere a seguito dell’incidente e per un’eccesso di egoismo e cattiveria che fa riflettere.
La storia procede su due binari paralleli, passato e presente, cause ed effetti, si mischiano continuamente e suggestivamente, confondendo talvolta.
E il film è pieno d’amore, da quando comincia finché non finisce: c’è un padre che combatte contro tutti per avere l’affidamento della sua bambina, e poi c’è l’amore che incontra lei, che il padre le aveva promesso sarebbe arrivato, prima o poi… e che arriva. Grande e, anche questo, come è difficile dopo tanti film che d’amore hanno già parlato, mai in maniera scontata, banale.
Perché Amanda Seyfried è una ragazza che dalla vita è stata delusa, che ogni sera va a letto con un ragazzo diverso per colmare quelle voragini aperte che nessuno ha mai richiuso, e quando ne trova uno per cui lei è davvero importante, rischia di perderlo clamorosamente. E lui, quello importante, che per esser tale basta fare il nome dell’attore (Aaron Paul) è l’uomo che tutti sognano. Gli perdoniamo la fronte alta e i capelli anni 90, perché la sua recitazione tocca parti del cuore che non ero convinto di possedere.
Se non l’avete visto, guardatelo. Perché ne vale la pena.
Perché l’amore, ormai banalizzato e sminuito, raccontato in ogni modo e con mille sfumature, qui è presente, tanto! e mai troppo, fino a commuovervi e poi a muovervi.

 

Sono nato nell’epoca sbagliata

Sto guardando tanti film, tantissimi, uno dopo l’altro, perché devo ad ogni costo entrare in una grossa e importante scuola di Cinema, in sceneggiatura, in cui i posti sono solo sei.

Cosicché, d’estate ho letto tanto e adesso mi trovo a dover guardare film italiani a partire da Quattro passi fra le nuvole, che è un film del 1942: film italiani che avrei dovuto guardare, tanto tempo fa, quando ho dato all’università un esame di Storia del Cinema. E adesso mi trovo a doverli recuperare, cento film che avrei dovuto vedere prima, in bianco e nero la metà, che quando mi sveglio mi pare di avere un’insana voglia di avere una moglie e prenderla a schiaffi, di tornare a scuola e chiamare la maestra Signora Maestra, di tradire poi, la mia moglie schiaffeggiata e farla precipitare dentro un ascensore senza che nessuno se ne accorga, e di far festa, partecipare a grandi banchetti e orge di sapori, odori, vestiti paillettati di borghesi arricchiti, finché non sorge il sole. Di fumare sigarette sugli autobus e andare al cinematografo a bordo di una macchina tirata a lucido dopo esser passato a fare un bagno nella Fontana di Trevi e poi magari, una passeggiata all’Eur con Alain Delon.

Ora nella mia testa c’è una grande confusione: nomi sparsi, Claudia Cardinale, Gina Lollobrigida, Marcello Mastroianni, città del mondo, date, registi, sceneggiatori e in tutto questo solo una certezza: sono nato nell’epoca sbagliata e avrei dovuto sposare Alain Delon.

Non cedete all’odio

Quando la paura diventa sempre più grande, più profonda e meno controllabile diventa terrore e, l’unica arma per combatterlo, è la serenità.

Ma come si può esser sereni, quando tu fai una passeggiata sulla Rambla e un camion ti mette sotto, oppure a Nizza, oppure in qualsiasi posto del mondo la gente vada per passeggiare e non per farsi ammazzare? Come si può star sereni quando uno va a teatro e poi non torna a casa?

L’unico modo per vincere contro il terrore, contro quel Terrore, è non aver paura. Invadiamo le strade, le piazze, i locali, le spiagge, i bar, le colline, le montagne, le strade affollate e le città del mondo. Invadiamo qualsiasi posto e continuiamo a cantare, a ballare, a passeggiare e a prendere gelati.

Non cedete all’odio, non accontentatevi di storielle raccontate che altro non fanno che metterci paura, aumentare il terrore, non abbiate paura del diverso, del nemico, del bangladino sotto casa che vi vende la birra e del ragazzo di colore che vi vende le rose.

Non fatevi abbindolare, perché una volta che la paura diventerà terrore sarà difficile poter tornare a casa con un po’ d’amore in tasca. E allora sarà quello il momento in cui avremo perso, da vincenti a vinti, noi tutti, non contro l’Isis ma contro noi stessi.

Siamo uniti.

Barcellona, il Mondo è con te.

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Per tutti gli italiani: questo è il numero di emergenza del nostro consolato generale nella città spagnola 0034-659790266

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