Tag: Cesare Pavese Pagina 1 di 2

L'immagine rappresenta la copertina del libro "Numeri uno" scritto da Gabriele Sabatini. Il testo è ritratto sopra delle foglie autunnali.

Numeri uno, G. Sabatini

È uscito il 22 ottobre per i tipi di Minimum fax il nuovo libro di Gabriele Sabatini, Numeri uno: vent’anni di collane in otto libri.

Sabatini, classe 1983, è editor della casa editrice Carocci; è inoltre, membro della sofisticata redazione di Flanerì, rivista di cultura, editrice del periodico effe. Da svariati anni, Sabatini si occupa di storia dell’editoria italiana: Numeri uno è il suo secondo libro episodico – che nella struttura e nella composizione ricorda Visto si stampi, il primo saggio pubblicato dall’editore Italo Svevo. In entrambi i testi, infatti, ciò che l’autore intende narrare si svela in una sequela di episodi poco celebri riguardanti alcuni retroscena dell’editoria del Novecento.

In Numeri uno, Sabatini intende narrare – tramite otto vicende editoriali – il modo in cui l’editoria è cambiata.

Il punto di arresto sono gli anni Sessanta: un momento fondamentale per un significativo aumento della produzione letteraria del nostro Paese. In quegli anni, “dai circa 5600 titoli stampati nel 1956 si passa a più di 8100 del 1960, con un accrescimento in quattro anni di oltre il 40%”. Le ragioni di questo evidente incremento sono svariate. Prima fra tutte vi è il progresso dell’alfabetizzazione e il conseguente accrescimento dell’interesse tra gli italiani del tempo. Un interesse che non si limita “al libro per il libro o per la letteratura […], è anche il mondo che sta tutt’intorno a destare curiosità”. E in quello scenario nascono alcuni tra i maggiori salotti letterari; mentre sui giornali si comincia a dar notizia anche di quegli incontri culturali, delle feste di Alba de Céspedes e Maria Bellonci, i primi premi letterari…

Gli otto libri presentati da Sabatini sono stati tutti pubblicati tra gli anni Quaranta e Cinquanta del Novecento.

È tramite quei testi che Sabatini rispolvera i numeri uno di alcune delle maggiori collane di sempre. Maggiori in quanto, a quelle collane, è attribuito un vero e proprio cambiamento.
In quel momento, la situazione editoriale è congelata pressoché ovunque. Le case editrici faticano a reperire la carta a causa delle sanzioni imposte per la guerra d’Etiopia, e tutti gli autori e i loro libri transitano presso il vaglio del fascismo. Tuttavia, Rizzoli affida a Leo Longanesi la direzione della collana Il sofà delle muse, che esordisce con Il deserto dei Tartari di Buzzati. Ma è in Einaudi si palesa una maggiore attenzione per la narrativa italiana di qualità: Cesare Pavese esordisce con Paesi tuoi (1941) inaugurando la collana dei Narratori contemporanei.

Se durante la seconda guerra mondiale la produzione italiana precipita vertiginosamente, nel 1945 con la pace europea i titoli doppiano quelli stampati l’anno precedente. Può essere interessante fermare il proprio sguardo proprio su quel periodo di ripresa, e sul percorso d’inclusione che l’editore Einaudi ha compiuto sul proprio catalogo, dando spazio agli autori più conosciuti e apprezzati di allora.

Numeri uno diventa l’occasione adatta per parlare di Natalia Ginzburg – colonna portante della casa editrice Einaudi – che con È stato così inaugura la storica collana dei Coralli.

I Coralli sostituiscono evidentemente la collana dei Narratori contemporanei, e si accostano alle edizioni di pregio dei Supercoralli, inaugurati dalla penna di Elsa Morante. Sempre per Einaudi, ma nella collana diretta da Vittorini, I Gettoni, uscirà il brevissimo esordio di Franco Lucentini. Nel frattempo, mentre Einaudi è impegnato a scovare testi caratterizzati da un’altissima eleganza stilistica e completezza editoriale, in Italia si afferma il cosiddetto “fenomeno BUR“. Si tratta della prima collana economica in grado di produrre titoli dalle tirature spropositate e che si rivolge a un pubblico molto più ampio e variegato. Quello stesso pubblico che assicurerà il successo di Alba de Céspedes e Goffredo Parise.

Numeri uno intende presentare otto prestigiose collane editoriali tramite i libri che le hanno inaugurate.

Come dichiara Sabatini fin dall’introduzione dell’opera si tratta di titoli oggi “facilmente rintracciabili in libreria”. Tuttavia, Numeri uno conta un’eccezione: Quaderno proibito di Céspedes. Questo titolo attualmente è reperibili soltanto nel mercato dell’usato ma ben esemplifica il cambiamento di pubblico – e conseguentemente di rotta – dell’editoria italiana. Ma non si parla solo di questi otto libelli citati: Sabatini cita tantissimi testi, Il gattopardo, Scomparsa d’Angela, Beato fra le donne e diversi altri ancora.

Ciò su cui Sabatini si sofferma è il contesto in cui nascono le collane, sempre supportato da documenti, lettere, interviste e diari dell’epoca. Di questi libri si apprende il percorso compositivo – dai contratti, l’editing, i tagli, la scelta del titolo e della copertina – ma non solo; i rapporti con gli editori, i contratti e i dubbi che hanno perplesso gli autori degli otto numeri uno presentati.

Per concludere, Numeri uno si classifica come un’opera ricca di spunti e riferimenti letterari, un’opera attraverso cui comprendere meglio il mondo editoriale analizzandolo da un punto di vista che in pochi – prima di Sabatini – hanno avuto l’intuito di sfruttare.

La bella estate venne pubblicato per la prima volta nel 1949 procurò a Pavese la vittoria dello Strega.

La bella estate, C. Pavese

Uscito per la prima volta nel 1949, in una raccolta che comprendeva anche Il diavolo sulle colline e Tre donne sole, La bella estate portò a Cesare Pavese la vittoria del Premio Strega nel 1950. Nell’agosto di quello stesso anno, all’incirca un mese dopo la vittoria del premio, Pavese si tolse la vita nell’albergo Roma di Torino.

Solo negli ultimi anni, Einaudi ha ripubblicato La bella estate svincolata dagli altri due romanzi brevi, a cui si accomuna per il tema principale e per la tipologia del racconto.

La bella estate è prima di tutto un romanzo di formazione, o come tale si presenta.

Osservando la protagonista della Bella Estate, infatti, ci troviamo davanti a una giovane Ginia, donna acerba che si appresta a diventare adulta e lavora in un atelier. Durante l’ultima estate della sua immaturità, tanto attesa e immaginata, Ginia scopre attraverso Amelia un mondo totalmente nuovo rispetto a quello che conosceva. Amelia è poco più grande di Ginia e per vivere posa come modella davanti ai pittori che desiderano dipingerla. Sarà proprio grazie a lei che inizierà a frequentare alcuni ambienti particolari, salotti, bar e dimore di artisti bohémien: ricettacoli sì di arte e bellezza ma anche di svaghi sfrenati e pericolosi.

Proprio in una di queste occasioni, Ginia conoscerà il pittore Guido e desidererà essere anche lei ritratta da lui, senza tuttavia sentirsi minimamente adatta a ricoprire questo incarico.

È così che Amelia la persuade ad abbandonare la propria timidezza e la spinge tra le braccia del giovane pittore. Tuttavia, Guido non ricambia pienamente i suoi sentimenti: fin da subito si dimostra ostico all’idea di accompagnarsi a una donna, tuttavia apprezza la compagnia di Ginia e per un po’ di tempo la illude con belle parole e pensieri.

Amelia la conduce in una sorta di iniziazione sentimentale, è attratta da Ginia e nonostante provi a farglielo capire, lei pare avere occhi solamente per il pittore. Finché un giorno, Ginia decide di farsi dipingere da Guido davanti ad Amelia. Ma quando scopre che non sono soli la felice occasione diventa un pretesto di vergogna e umiliazione…

Quel momento tanto atteso, diviene così per Ginia ciò che fa svanire la sua bella estate, e tornando a casa rimpiange di essersi lasciata andare.

Quando fu sola nella neve le parve di essere ancor nuda. Tutte le strade erano vuote, e non sapeva dove andare… Si divertiva a pensare che l’estate che aveva sperato, non sarebbe venuta mai più.

La bella estate è un romanzo cortissimo che dovrebbe essere conosciuto e letto da tutti gli adolescenti.

Perché La bella estate è il racconto della perdita dell’età dell’innocenza, verso cui tutti i giovani tendono e da cui poi non è più possibile far ritorno, se non attraverso i ricordi. E spesso, i ricordi di questo passaggio sono carichi di vergogna, rimpianti, perché nessuno ci prepara ad affrontarlo come dovrebbe esser fatto. La bella estate è il romanzo che celebra la perdita dell’innocenza, certo non uno dei più letti di Pavese, ma uno dei più significativi, se si pensa che Ginia vagheggia diverse volte di suicidarsi, fine che poi spetterà allo stesso Pavese.

Solamente una volta che Ginia è disposta ad accettare la fine dell’infanzia la sua vita può infatti procedere, lontana dalle attraenti disillusioni promesse dal cambiamento.

La bella estate diviene quindi molto più di una stagione, ma l’emblema di una fase beata e spensierata che contiene dentro di sé la potenza delle speranze e del cambiamento. Una bella estate, sì, meravigliosa, ma una stagione che tanto aspettiamo e che a un certo punto giunge – necessariamente, per forza di cose – verso la fine.

Il libro La spiaggia di Cesare Pavese ritratto su una tavola di legno con girasoli e altri fiori violetti

La spiaggia, C. Pavese

Nell’intera produzione di Pavese si può facilmente individuare un filo conduttore, temi a lui cari che ritornano di frequente. I paesaggi prima di tutto, come la campagna, la collina, il fiume, la città; ma soprattutto tematiche quali l’individualismo, la maturità, il rimpianto per la perdita dell’infanzia, la ricerca di un equilibrio interiore.
In grandissima parte, sono gli stessi temi che troviamo nella Spiaggia.

La spiaggia arriva per Pavese dopo un lungo periodo di concentrazione sulla poesia. Scritto tra il 1940 e il 1941, indaga quel sentimento che nasce nell’uomo quando prende contatto con le cose sfuggenti e precarie della vita.

L’ambientazione, come lascia presagire il titolo, è quella di una spiaggia estiva, un luogo dove tutti si osservano e si abbandonano a loro stessi. È un posto dove ogni personaggio si spoglia dei propri abiti di apparenze e si lascia andare al caldo afoso dell’estate, si dileggia in frivoli conversazioni o si concede lunghe nuotate in mezzo al mare, lì dove “non si era mai soli”. La spiaggia è un luogo magico – in un certo senso – perché lì vi succedono solamente cose in grado di cambiare il corso degli eventi.
È l’ambiente che si ritroverà in alcuni suoi lavori come Il diavolo sulle colline, ma che non sarà facile riconoscere altrove – se si conosce anche solo sommariamente la bibliografia di Pavese.

Un Io narrante è il protagonista principale della storia. Si tratta di un professore, un uomo di circa trent’anni, solo, che vive la propria solitudine come una condanna e che non ha la forza di accettare di essere cresciuto.

Doro e Clelia, una coppia travagliata e sull’orlo di una precipitosa crisi coniugale, dopo molto averlo invitato, ricevono il loro amico in una lussuosa villa di proprietà sulla Riviera ligure. Clelia è una donna sola, e “volubile”; Doro, invece, dipinge per vincere la noia – ma ha deciso che smetterà, perché si è stancato di ritrarre sempre il mare.
Il protagonista narrante è molto tempo che non si reca in visita ai suoi amici, e così, preso da un impeto di noia, decide di assecondare le loro richieste. In questo modo, i luoghi del lungo racconto diventano per il protagonista e i suoi amici un alibi per ritornare con la mente al passato, ai luoghi dell’infanzia e della giovinezza prima della maturità.

Pavese giudicava quest’opera un mero esercizio di stile, e al lungo disse che fosse una parentesi buia nella sua produzione. Tuttavia – contrariamente a quanto ci si aspetti con tale premessa – la scrittura compare qui più asciutta e scarna che mai. Infatti, l’intera storia è scritta con un linguaggio leggero, apparentemente immediato ma mai trasparente fino in fondo, contribuendo ad acuire quella sensazione di “sospensione” che si prova leggendo queste pagine.

Nella Spiaggia l’intreccio non è ciò che costituisce la lisca della storia. Sono gli incontri tra i personaggi che abitano le pagine, i loro rapporti, a costituire il nucleo dell’intero romanzo.

E tutti i rapporti sembrano abilmente votati verso un’incapacità comune di sapersi riconoscere adulti. Verso un’incapacità di sapersi accettare e proseguire in direzione dell’età matura. Tutti i personaggi, infatti sono in fuga da qualcosa – la maggior parte dalla loro maturazione -, e tutti sono sempre intenti a cercare – e spesso giudicare! – negli altri le vittorie che non hanno portato a casa personalmente. Soprattutto, a tal proposito è bene citare la figura di Berti, un giovane diciottenne che su quella stessa spiaggia rincontra il suo insegnante privato. Eccolo il tipico personaggio pavesino, Berti: un adolescente che non ha voglia di far nulla e che nasconde la propria insicurezza e insoddisfazione in un comportamento aggressivo (ma solo di facciata). Non sarà forse lui la chiave di lettura dell’intera opera? Il suo essere così ostile al mondo e alla necessità di diventare adulti?
Ma per il protagonista non c’è più tempo per essere immaturi, e ai suoi occhi anche quell’ilarità e quella gioia che da sempre contraddistinguono il suo alunno, alla fine assumono l’aspetto malinconico che hanno le cose quando non possono più renderci felici.

Pagina 1 di 2

Powered by WordPress & Theme by Anders Norén