Aldostefano Marino

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L’isola dell’abbandono, Chiara Gamberale

Dopo la ristampa del suo esordio Una vita sottile, e in seguito all’interminabile successo della fiaba illustrata Qualcosa, il nuovo libro di Chiara Gamberale, L’isola dell’abbandono, riporta sugli scaffali e in tour per l’Italia, la scrittrice italiana più amata. 

Sono pagine nuove, più mature, nonostante i temi trattati siano sempre quelli cari all’autrice romana e già noti al suo pubblico. Lei stessa ha confessato che la scrittura di questo libro l’ha accompagnata per due lunghi anni: ne consegue un risultato impeccabile.

Abbandonata la classica ambientazione romana, stavolta la storia vive sull’isola di Naxos, in Grecia.
A Naxos, la mitologica Arianna venne “piantata in asso” dal figlio del re di Atene. Allora, Il giovane codardo, dopo aver ucciso il mostruoso Minotauro e promesso alla fanciulla di portarla con lui ad Atene, ci ripensò e salpò il mare lasciandola sola e in pericolo.

Sempre su questa Isola la protagonista dell’Isola dell’abbandono sente il bisogno di far ritorno. È lì che ha perso Stefano, il suo primo disperato amore: un uomo fortemente tormentato dal quale viene abbandonata. Sempre lì, però, ha incontrato Di, che per la prima volta le chiede di smettere di scappare e restare. Ma lei scappa perché è l’unica cosa in grado di fare.
Proprio a Naxos decide di tornare, dieci anni dopo, appena diventata madre, per fare i conti con il padre di suo figlio e capire chi è realmente.

La storia è costruita tramite l’intrecciarsi di lassi temporali distanti, in un continuo andare avanti e tornare indietro. Anche stavolta la scrittura, non solo accompagna la narrazione, ma la rappresenta visivamente. Il lungo periodare – del tutto nuovo per la Gamberale – è indice dell’infinito tormento che vive la protagonista del libro.
Una donna tormentata, fragile, per alcuni versi codarda, che ama “rifugiarsi nel dolore, non volerne uscire per paura dell’esterno”: che, una volta per tutte, raduna le sue vittorie – e soprattutto sconfitte – per accettare le perdite e trasformarle in doni. Un’amante, un’amata, che davanti al grande momento della maternità, medita sull’importanza dell’abbandonarsi per restare e decide di liberarsi, finalmente, del dolore.

“Ma vogliamo davvero continuare a essere per tutta la vita Quella Che È Stata Licenziata? Fraintesa? Quella Che Ha Un Marito Narcisista? Quella Che Si Scopa I Lampioni? Non ci vergogniamo? Davvero vogliamo essere schiavi del nostro maledetto mito, invece di essere noi a sgamarlo, per poi evadere?”

Un grande ritorno per Chiara Gamberale. Modi inediti per raccontare, voci nuove, vecchie e antiche. Una terza persona così abile da sembrare prima.

Quella de L’Isola dell’abbandono è una Gamberale maturata ma fedele alla narratrice che è sempre stata. Non mancano le metafore, i suoi simboli, i disegni e i nomi stravaganti ed epigrafi meravigliose. Una Gamberale sincera più che mai, appena diventata madre, che, come la protagonista della sua storia, sembra aver trovato il collante per unire i pezzi.

L’isola dell’abbandono è un romanzo sull’amore, ma soprattutto è la celebrazione della nascita – fisicamente e spiritualmente parlando – come imprescindibile dalla perdita. Questo libro è un inno libero al diritto di rinascere dal dolore e ogni reinventarsi.  È il libro che la madre non vorrebbe leggere, dice la Gamberale alla Fondazione Giangiacomo Feltrinelli tra gioia e ammirazione.
È un libro che tutti dovremmo leggere, dico io.

 

 

Una vita sottile, Chiara Gamberale

Una vita sottile, libro Marsilio
Marsilio, 1999

Che cosa vuol dire avere una vita sottile? Che cosa è una vita sottile?

Intanto: è il vecchionuovo romanzo di Chiara Gamberale, ripubblicato diciannove anni dopo, dalla casa editrice Feltrinelli.

Diciannove anni fa, infatti, Chiara Gamberale esordì nel panorama editoriale proprio con questo titolo. Allora lo pubblicò la casa editrice Marsilio e, grazie a quei fogli, ha vinto consensi, applausi e premi importanti. A proposito di questa e di quella edizione ho potuto chiacchierare con la Gamberale: la trovate cliccando QUI.

Diciannove anni dopo, la Feltrinelli – che pian piano sta ripubblicando tutte le sue opere passate – riporta in libreria, anche Una vita sottile, con una nuova prefazione scritta da Lei, e una postfazione scritta da tutti quei lettori che Chiara ha saputo aiutare.

Una vita sottile è un romanzo autobiografico.

Feltrinelli, 2018

Devo confessare che, normalmente, strabuzzo gli occhi davanti a questo genere di libri che recuperano storie nell’abisso della vita dei propri scrittori. Molti lo fanno: pensano di poter raccontare una storia, la loro, e di spacciarla come originale, elaborandola e ricamandoci su – talvolta poco, talvolta niente -. Secondo il mio modestissimo parere questo non è il mestiere dello scrittore: sembrerebbe piuttosto quello di un medico, di uno psicologo, di un analista che, dettagliatamente e minuziosamente, segna su un foglio dettagli di un qualche male, che non hanno ragione di esser letti, se non per individuarne in essi una diagnosi. Ma non tutti possono fare i medici.

In questo caso, invece, le pagine della vita sottile che Chiara racconta sono utili più di quei fogli bianchi che ci prescrivono i medici: sono pagine, poche, ma abbastanza, che curano anima, corpo e il Mondo.

Diciannove anni fa, infatti, Chiara Gamberale esce da una terribile malattia, l’anoressia, che l’ha lacerata nel profondo. L’ha sgualcita, distrutta, privata di tutte le sue certezze, di molte persone intorno. Di tutti quegli Io che l’hanno sempre poeticamente abitata, per poi riportarla a casa e da noi, forte e con tanto da insegnare.

È il modo in cui Chiara Gamberale sceglie di raccontarsi a rendere questa storia più lunga di quanto lo è effettivamente.
Lei è nata per scrivere: non c’è altro da aggiungere, anzi ce n’è parecchio e dovrò fare molta attenzione affinché le mie parole non risultino banali e il mio modo di scriverne, questo, sminuito, davanti alla sua penna, e alle sue mani, grasse e piccole – come dice Lei -. Chiara Gamberale scrive in un modo che si potrebbe dire quello dei futuristi, quando le pagine diventano più di pagine scritte, disegnate, pasticciate, con l’alternanza di tanti caratteri tipografici, dove andare a capo, usare delle virgole e la punteggiatura come nessuno aspetta di trovarle usate, diventa la sua peculiarĭtas. 

Il modo originale in cui decide di raccontarcelo è attraverso le persone. Cronologicamente, la Gamberale racconta la sua storia attraverso le persone che sono rimaste e anche quelle che se ne sono andate durante quegli anni di buio impenetrabile. Parla di sé parlando degli altri.

Un capitolo per ogni persona significativa della sua vita.

Uno per il suo cane Jonathan, salvato dalla rabbia e riconoscente a Lei per il resto della vita.

Uno per Elena, definita dalla Gamberale dipendenza, al pari delle Marlboro lights, dei monologhi di Gaber e del succo d’ananas.

Un capitolo per Marco, l’animatore di un villaggio turistico, “senza dubbio il più bello”, dove Chiara va a riprendere coscienza del proprio corpo: una notte che nel suo cuore rimarrà per tutta la vita. Un uomo in grado di farla sentire terribilmente leggera – come nessuno ha mai saputo fare – e che Lei, ha il potere, con assoluta trasparenza, di far sentire pesante, di spessore – come nessuno ha mai saputo fare con lui -, perché “è bello poter chiamare una persona per nome!”

Un altro capitolo per i professori del Liceo Classico Socrate di Roma, dediti all’amore per ciò che insegnano e alle persone a cui lo insegnano: alunni che non sono piccole e inutili figure a cui dover, svogliatamente, insegnare le solite cose. Ma persone.  Persone. Il Liceo Socrate dove ha imparato che “crisi in greco vuol dire scelta”, costretta ad abbandonare al quarto anno per andare al Severo.

Chiara Gamberale parla di tutte le persone salvifiche che ha incontrato durante quegli anni: credo non ne trascuri neanche una, quando non sa che dire lascia una pagina bianca e le dedica comunque un foglio in un libro dove essere menzionati è un onore, un privilegio: soprattutto per il potere medico di queste pagine. E non lo dico solo io: lo dicono tutti quei lettori coinvolti nella postfazione, quelli che dicono “È anche grazie a te se ho appena finito di mangiare ben due dolci”, o

Chiara, devo smettere. Se continuo, non finisco più. Non ho mai raccontato a nessuno queste cose, non ho mai scritto roba del genere. Devo però arrivare a una fine quindi mi fermo qui per ora. Ho fatto la scelta giusta questa volta. Mi stai facendo un regalo bellissimo.

Pasticceria Charlotte, Re di Roma

Una vita sottile è un libro meraviglioso per le tante storie che racconta. È un romanzo incredibile perché non è una storia: sono tante, infinite storie, tutte le nostre drammatiche storie, in cui, intrappolati per la macabra e illogica capacità di sentirci estranei al nostro corpo: che è uno solo e va accettato, come la vita che ci è capitata, perché ognuno ha “l’aspetto fisico che si merita, e non sto parlando solo di bellezza nel senso più comunemente inteso o di curve e muscoli al posto giusto”.

Per la foto di copertina dell’articolo si ringrazia la pasticceria Charlotte per avermi ospitato con gaudio: un luogo molto piccolo quanto speciale, a Roma – in via Vercelli 12, vicino alla fermata metropolitana Re di Roma –  dove, in mezzo a piante e un arredo chic si possono gustare ottimi dolcetti e fare una gustosissima colazione.

Di questo e di quello, di vite sottili e di Chiara Gamberale

Ciao Chiara, infinita Chiara Gamberale, oltre tutte le tue pelli e i tuoi inesauribili Io, oltre il corpo di cui ti curi come fosse un tempio, senza tuttavia addobbarlo più di quanto sia necessario.

Ti ringrazio per avermi permesso di chiacchierare con te.
Vorrei poterti avere davanti mentre ti faccio le domande che ti farò, ma il tempo corre e non ne abbiamo, eppure tu ne trovi sempre: quindi grazie, due volte.

 

Cerco di metterti subito a tuo agio, come tu fai con noi lettori mentre ci guardi dall’alto delle classifiche senza mai salire, sempre rimanendo giù, alla nostra altezza, pronta a firmare copie, a saltar la cena e la sigaretta immediatamente dopo, anche quando le persone fanno la fila ben oltre la soglia dell’ingresso in libreria: ti rendi conto di aver salvato delle vite, con “Una vita sottile” ora – e prima – e con tutti gli altri tuoi fogli, come li chiami tu?

Mi commuovi. Grazie, prima di tutto…Poi: per me voi lettori siete gli amici immaginari che avevo da piccola e che però all’improvviso esistono davvero… Io avevo una vera e propria comitiva immaginaria, sai? Con cui riuscivo a stare male e a stare bene, ma insieme, a capire e a sentirmi capita, a condividere, come invece non riuscivo con i compagni delle elementari, poi delle medie… E come invece riesco con voi. Quindi il salvataggio è sempre reciproco, lo dico senza nessuna retorica, lo sai.

Che cosa è veramente cambiato da quella prima volta in cui hai messo le mani su di Una vita sottile? Non ci vediamo da un po’, io ti ricordo – a parte meravigliosa e con gli occhiali rosa – con la vita molto sottile ma, al di là del tuo aspetto, chi è la Chiara Gamberale di oggi, quella che, certamente cresciuta, ormai madre e Mamma, è stata in grado di ospitare Vita all’interno del proprio tempio restaurato?

È cambiato tutto in questi vent’anni, e non è cambiato niente… Grazie a un percorso che passa per quello che scrivo e (purtroppo o per fortuna?) non finisce mai, mai mai, credo di essere diventata più forte, se forte è chi fa pace con le sue fragilità… E passo dopo passo l’io (il pidocchio dell’anima, lo definiva Gadda…) si è fatto un po’ più in là, è arrivato finalmente il tu: ed è arrivata Vita. Che si ritrova per mamma una donna ancora troppo tormentata, troppo insicura: ma che si conosce. E io credo che chi non s’inganna non inganna.

Che cosa, invece, proprio non è cambiato?

Non è cambiato il percorso, appunto… La sensazione di essere sempre in marcia, destinazione Possibile Serenità.

Ciò che leggiamo ci cambia, questo noi lettori lo crediamo veramente: non è solo uno spot per diffondere libri. È anche vero, però, che, talvolta, si rischia di finire in un grande calderone dove è difficile riconoscere la qualità, Qualcosa (così, giusto per citarti ancora) che ci cambi davvero, soprattutto se sei in cima alle classifiche e pubblicata da Case Editrici sempre più forti. Quanto ti importa di essere considerata alla stregua di una che scrive libri che non valgono nulla? Quanto peso dai alle critiche? Quando le leggi – se ce ne sono! – le separi da quelle distruttive senza alcuno scopo? Oppure non le leggi?

Sicuramente ho notato che man mano che aumentava il successo dei miei libri aumentavano anche le critiche: ma credo sia fisiologico. E lo sforzo è certamente quello di separare i commenti utili per crescere da quelli inutili: ma vale per le critiche negative come per i complimenti.

I personaggi delle tue vite, di solito abitano Roma, ma Roma potrebbe essere Napoli, Milano o New York. Quanto sono importanti i luoghi in cui racconti le tue storie per i personaggi che li abitano e i lettori che li incontrano?

Sono importanti nella misura in cui sono abitati da quei personaggi e con quei personaggi si rincorrono, o si somigliano, o litigano, perché rischiano di assalirli… In molti dei miei romanzi c’è una contrapposizione fra “il rumore che fa la gente mentre esiste” in una grande città (che, come dici tu, potrebbe essere una qualsiasi) e luoghi come le isole, o la collina dove in “Qualcosa” abita il Cavalier Niente.

E invece, per te, quanto è importante Roma? Cosa ci trovi di così magico da non aver mai deciso di andartene, andare ad abitare in uno chalet in montagna lontano dai clacson e dai rumori?

Ci trovo banalmente il fatto che qui abita la mia famiglia, i miei amici, i miei affetti più importanti. E vivendo da sola con Vita, è importante averli accanto. Ma già in questo suo primo anno di vita siamo scappate spesso su un’isola, io a scrivere e lei a respirare…

Se non Roma, quindi, se fossi obbligata ad andartene, in quale luogo te ne andresti con la tua Vita?

Su un’isola greca. Naxos o Astipalea.

A me, ma credo di poter parlare a nome di tanti lettori, hai insegnato tante e molte cose.
Proprio a proposito di Vita, cosa le auguri in questo mondo? Cosa speri di essere in grado di insegnarle?

Le auguro di essere libera. Di avere sempre più idee che opinioni. Di sentire con il suo cuore e di pensare con la sua testa. E spero di essere in grado di insegnarle che vale sempre la pena di farlo. Almeno di provarci.

Quando leggo i tuoi libri mi sembra di poter avere un’esperienza totalizzante: percepisco odori, distinguo voci, vedo i volti di quelle voci, sento il sapore del sangue sulle dita di quella Chiara protagonista della tua vita sottile e accarezzo il pelo di Jonathan, il tuo cane. Devono avere molta importanza per te, tutti questi sensi, se poi, insieme, compaiono nel tuo libro: ma a quale dei cinque non potresti mai rinunciare, e… perché?

Ma sono domande troppo belle e troppo originali! Che regalo. Dunque: credo che non potrei rinunciare al tatto. Io ho proprio un’urgenza di toccare e di farmi toccare dalle situazioni e dalle persone che incontro.

Per quanto riguarda Jonathan, invece, che in alcuni altri tuoi libri – so che è lui, me lo sento – diventa Efexor, mi racconti di una volta in cui è stato lui a saperti togliere la rabbia di dosso? È stato l’unico Amico canino nella tua vita?

E invece qui ti sbagli! Efexor in realtà è Tolep, hanno in comune il fatto che portano il nome di uno psicofarmaco… E quando Jonathan cominciava a invecchiare, ho trovato questo cucciolo legato a un palo da chissà quanto, l’avevano abbandonato così, pensa… E l’ho preso con noi, quindici anni fa. Sia Jonathan che Tolep mi hanno saputo togliere molte volte la rabbia di dosso, anche se, proprio come era Jonathan, Tolep è un cane tanto buono quanto caratteriale… Ma sono gli unici maestri di cui mi fido, quelli con una personalità definita – e inevitabilmente scomoda, per certi versi.

 

Immagino che Vita, arrivata senza le parole in bocca, te ne abbia sussurrate molte e portate tante nel cuore. Ma prima di Vita (a.V./d.V.) capita mai di non trovare parole nuove? Se esistono, che fai in quei casi?

La parola del momento, di Vita e dunque mia, è Bap. Lo ripete in continuazione e mi incanta.. Mi dico: ecco! Nella mia scrittura spero che non manchino mai dei Bap, delle parole nuove, come dici tu. Che a volte, purtroppo, certo che mancano: e non solo mentre scrivo. Ma è in quei momenti che bisogna ricorrere al principio fondante del metodo dei Dieci Minuti, che racconto in quel romanzo, e “non resistere al cambiamento”…

Un’ultima domanda: A Roma ci vediamo il 25 di novembre, alla libreria Nuova Europa i Granai: su Facebook, parli di due sorprese… ci puoi dire se tra queste almeno una ha a che fare con parole nuove?

Sì.

La zona cieca, Chiara Gamberale

Credo profondamente che siano i libri di Chiara Gamberale ad attirare me e non sono, forse, io che li cerco, ma proprio loro che arrivano, quasi chiamati.

Perché le pagine della Gamberale – che per me è Chiara –  mettono in piazza le mie paure più nascoste, più sotterranee. Proprio a me che, talvolta, mi sembra di essere un po’ come Lorenzo, un protagonista del romanzo La zona Cieca (Feltrinelli Editore, 2017) ricomparso a distanza di nove anni dalla sua prima pubblicazione, che fruttò a Chiara il premio Campiello.
Lidia e Lorenzo si incontrano al luna park e un sentimento li lega fin da subito. Loro non sanno che sentimento è, e anzi sono convinti che il non definirlo possa aiutarli a vivere la loro storia serenamente.
Come tutte le storie dei personaggi dai destini particolari, ma simili, che si rincorrono e si intrecciano, anche questa è pregna di paura, ricca dolore, atroci sofferenze e perdite.

Lidia ha trent’anni, tre ricoveri psichiatrici e gravi problemi alimentari alle spalle e niente da perdere. È una speaker radiofonica, ha un modo tutto suo di stare al mondo che è un mondo pieno di musica ma con pochi colori. Conduce una rubrica: Sentimentalisti anonimi, dove, attraverso il dolore degli altri, cerca di confortare il suo io più nascosto, quella zona cieca che lei non conosce di sé, ma che lei riconosce come causa delle sue sofferenze. Si innamora tremendamente di uno scrittore, Lorenzo, a tal punto che gli deve “tutte le cose che ha imparato a guardare con le sue capacità di farlo […]” e persino “le magliette corte e i jeans stretti […].”

Lorenzo è tormentato dal fato, imprigionato dentro ad un matrimonio fasullo, lasciato dalla moglie per un’altra donna. A chiunque l’osservi appare negativo: è aggressivo, drogato, eroinomane e allo stesso tempo, profondamente turbato.
Intrattiene rapporti ostinati solo con chi che non c’è più e con chi gli sta vicino, invece, è sgradevole, meschino, egoista.
Dopo tutte le amanti di Lorenzo, delle quali a malapena ricorda i nomi, c’è Toni, omosessuale sin dal campo scuola, spalla su cui Lidia piange quando è ferita, e che prende a pugni quando è arrabbiata.

All’interno del libro c’è forse più di un punto di vista che accompagna il racconto, un continuo mescolarsi di voci: ci sono quelle degli ascoltatori di Sentimentalisti Anonimi, c’è quella di un Toni che una volta appoggia Lorenzo e una volta lo disprezza. Da una parte c’è anche quella di Lidia innamorata di un Lorenzo pieno d’amore, in grado di salvarla, di darle quanto mento una sopravvivenza, che quasi assomigli alla vita; dall’altra c’è una Lidia distrutta, che si chiede quanto sia il male che l’amore debba farci. In ogni caso, non riusciamo mai a capire fino in fondo chi sia Lorenzo, quale siano le sue intenzioni. Un personaggio apatico nei confronti della vita, abbandonato ma non per questo meno empatico di Lidia.

Chiara Gamberale parla dei sentimenti ma soprattutto della paura nostra più nascosta, non definita, diversa per ognuno di noi: ci spoglia completamente, con l’eleganza e la raffinatezza che la contraddistingue, con l’alternanza dei caratteri tipografici e di continui andare accapo: come se, appunto, la vita non fosse altro che un contino riiniziarsi. E questo la Gamberale ce l’aveva già insegnato con Per dieci minuti.

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