Aldostefano Marino

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“Padri e Figlie” e l’amore in un film

Avete mai visto “Padri e Figlie” di Gabriele Muccino? È un film del 2015, con Amanda Seyfried e Russell Crowe.

È bello perché è ben fatto, New York è bellissima e romantica, gli attori sono belli da paura e tanto bravi che non sembra di star guardando un film.
Guardatelo perché la storia non è banale e racconta di quello che secondo me è l’amore per eccellenza, quello con la A maiuscola. Quello di un padre e sua figlia. Il padre è lui, bellissimo e dagli occhi blu, caro Russell, e la figlia è lei: dolce e immensa Amanda. Lui è uno scrittore, vincitore del premio Pulitzer che, in un incidente stradale, perde la moglie e si trova a dover combattere con tutte le sue forze per trattenere sua figlia con sé. Che invece la cognata e il marito vogliono togliergli, per quelle preoccupanti crisi epilettiche che comincia ad avere a seguito dell’incidente e per un’eccesso di egoismo e cattiveria che fa riflettere.
La storia procede su due binari paralleli, passato e presente, cause ed effetti, si mischiano continuamente e suggestivamente, confondendo talvolta.
E il film è pieno d’amore, da quando comincia finché non finisce: c’è un padre che combatte contro tutti per avere l’affidamento della sua bambina, e poi c’è l’amore che incontra lei, che il padre le aveva promesso sarebbe arrivato, prima o poi… e che arriva. Grande e, anche questo, come è difficile dopo tanti film che d’amore hanno già parlato, mai in maniera scontata, banale.
Perché Amanda Seyfried è una ragazza che dalla vita è stata delusa, che ogni sera va a letto con un ragazzo diverso per colmare quelle voragini aperte che nessuno ha mai richiuso, e quando ne trova uno per cui lei è davvero importante, rischia di perderlo clamorosamente. E lui, quello importante, che per esser tale basta fare il nome dell’attore (Aaron Paul) è l’uomo che tutti sognano. Gli perdoniamo la fronte alta e i capelli anni 90, perché la sua recitazione tocca parti del cuore che non ero convinto di possedere.
Se non l’avete visto, guardatelo. Perché ne vale la pena.
Perché l’amore, ormai banalizzato e sminuito, raccontato in ogni modo e con mille sfumature, qui è presente, tanto! e mai troppo, fino a commuovervi e poi a muovervi.

 

Sono nato nell’epoca sbagliata

Sto guardando tanti film, tantissimi, uno dopo l’altro, perché devo ad ogni costo entrare in una grossa e importante scuola di Cinema, in sceneggiatura, in cui i posti sono solo sei.

Cosicché, d’estate ho letto tanto e adesso mi trovo a dover guardare film italiani a partire da Quattro passi fra le nuvole, che è un film del 1942: film italiani che avrei dovuto guardare, tanto tempo fa, quando ho dato all’università un esame di Storia del Cinema. E adesso mi trovo a doverli recuperare, cento film che avrei dovuto vedere prima, in bianco e nero la metà, che quando mi sveglio mi pare di avere un’insana voglia di avere una moglie e prenderla a schiaffi, di tornare a scuola e chiamare la maestra Signora Maestra, di tradire poi, la mia moglie schiaffeggiata e farla precipitare dentro un ascensore senza che nessuno se ne accorga, e di far festa, partecipare a grandi banchetti e orge di sapori, odori, vestiti paillettati di borghesi arricchiti, finché non sorge il sole. Di fumare sigarette sugli autobus e andare al cinematografo a bordo di una macchina tirata a lucido dopo esser passato a fare un bagno nella Fontana di Trevi e poi magari, una passeggiata all’Eur con Alain Delon.

Ora nella mia testa c’è una grande confusione: nomi sparsi, Claudia Cardinale, Gina Lollobrigida, Marcello Mastroianni, città del mondo, date, registi, sceneggiatori e in tutto questo solo una certezza: sono nato nell’epoca sbagliata e avrei dovuto sposare Alain Delon.

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