Aldostefano Marino

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Le parole tra noi leggere, Lalla Romano

Le parole tra noi leggere venne pubblicato per la prima volta all’interno della collana dei Supercoralli nel 1969. Einaudi ha un ottimo fiuto, e il romanzo vince il Premio Strega. L’attesa è tanta, perché Lalla scrive da molto, fin dal 1938, quando Soffici la invita a scrivere i primi racconti che troveranno pubblicazione negli anni Novanta.

Lalla Romano, oltre a dipingere e dedicarsi alla scrittura, comincia a insegnare italiano e storia a Cuneo, alla giovane età di ventitré anni. Traduce numerosi capolavori della letteratura, come i Trois contes di Flaubert, o preziosi scritti di Delacroix, sotto l’incoraggiamento di Pavese, dopo aver vissuto al lungo con il figlio a Torino, si trasferisce a Milano.

Lalla Romano è un’artista a tutto tondo, non si limita a scrivere. Studia pittura a Torino, fin da quando è giovane dipinge, è proprio l’amore per l’arte a portarla spesso ospite di esposizioni collettive, a Milano e poi a Torino. Diventa moglie di Innocenzo Monti, il futuro presidente della Banca Commerciale Italiana. La nascita del figlio, nel 1933, porta in lei un’ondata di cambiamento. Nel 1941 pubblica la sua prima raccolta di poesie, Fiore, e in quell’opera Gianfranco Contini, riconosce l’eleganza di “certe poetesse del Cinquecento”.

Le parole tra noi leggere è l’opera più acclamata dell’autrice, anche quella più personale.


Infatti, qui, la componente autobiografica è presente più che negli altri suoi scritti. Il protagonista indiscusso è suo figlio Pietro, da loro tutti conosciuto come Piero. Il titolo è tratto da un verso di Montale, è sta a indicare il dialogo che si intrattiene tra Lalla Romano e suo figlio. Tuttavia, in qualche modo, anche la stessa autrice può considerarsi protagonista della narrazione.

Sin dal momento in cui la Romano concepisce suo figlio, si lega a lui tramite un amore viscerale. Non si tratta semplicemente di una certa vocazione per il ruolo di madre, ma di un amore spropositato che nutre nei confronti del figlio. Le parole tra noi leggere è una dedica che Lalla Romano scrive per suo figlio, altro non è che il racconto della sua vita, da quando nasce e finché non si sposa, allontanandosi definitivamente dal nido materno. Tuttavia, non tutto appare così semplicemente.

Il rapporto che unisce madre e figlio, infatti, non è lieto come lo si potrebbe aspettare. È tutt’altro che leggero, è violento, ribelle, fondato sull’incomunicabilità, sulla contrastante posizione di pensieri. Eppure, Lalla Romano, non smette mai di giustificare il suo bambino. Lo coccola, lo osserva mentre dipinge, realizza oggetti di piccolissime misure, sculture, mezzi busti e teste di pietra, ha un grandissimo amore per le armi, e proprio per queste, Lalla – nonostante la paura di questi oggetti – anziché spaventarsi, risparmia il denaro per accontentarlo. Cerca continuamente di capirlo. Legge tra le sue cose, ma ogni speranza è vana. Perciò scrive Le parole tra noi leggere.

Le parole tra loro leggere sono quelle che non hanno avuto bisogno di dirsi.

Lalla Romano è sempre spaventata che a suo figlio possa succedere qualcosa, non smette mai di aspettarsi che da un momento all’altro qualcuno la chiami per dichiararne l’arresto, lui è un rivoltoso, ma lei si limita a descriverlo, tramite i suoi occhi – più buoni, perché madre del figlio che racconta – e quindi privandolo di qualsiasi colpa e rendendocelo come un personaggio che proprio non possiamo odiare.

Piero appare al lettore divertente, irriverente, maleducato, mai cattivo o pericoloso, assomiglia alla Romano molto più di quanto lei stessa vuole ammettere. Insomma riesce a colpirci positivamente, anche quando agisce male, perché il narratore velatamente lo giustifica.

Le parole tra noi leggere diviene dunque il racconto, un modo attraverso cui parlare del figlio e al contempo di sé.

Il resoconto di un legame difficile tra madre e figlio, realistico, ma che non rinuncia mai alla fantasia. Ciò che, in pratica, Lalla Romano fa con inaudita preparazione, è mettere insieme gli scorci più belli della vita di suo figlio, un abile bricolage di temi scolastici, lettere, appunti, scritti dal figlio, dando al racconto la struttura del romanzo, che si rivela, appassionante e appassionato. Ma il suo intento è molto più profondo: vuole indagare suo figlio, comprenderlo, leggerlo.

Il linguaggio della Romano è sempre il suo. È quello della poesia, la ricercatezza lirica, la stessa Romano lo dice “Il linguaggio è tutto: è la chiave”, e il suo mantiene la dolcezza anche nei momenti più duri e nelle descrizioni più ripugnanti.

Ernesto, Umberto Saba

Ernesto è un romanzo di formazione, scritto da Umberto Saba, e pubblicato postumo, nel 1975. Nonostante il libro sia stato presentato come un romanzo di finzione, per molti aspetti che analizzeremo in seguito, Ernesto è un’opera autobiografica. Lo stesso Umberto, prima di pubblicarlo, teme di offendere la memoria del suo amico scomparso prematuro, che si nasconde dietro un personaggio del libro.

Ernesto è la storia di un sedicenne, nato a Trieste durante la fine dell’Ottocento, che lascia la scuola per lavorare in una piccola azienda commerciale.

Vive un’infanzia malinconica, complice l’assenza del padre e la presenza di una madre troppo severa e restrittiva. Nella vita di Ernesto, il gioco è scomparso prematuramente, ha abbandonato la scuola e ha cominciato a lavorare, anche per poter passare qualche soldo alla madre. Sul posto di lavoro, il giovane triestino, conosce un uomo più grande di lui. Tra loro nasce una forma di complicità, e il ragazzo ne resta ammaliato e sedotto, senza realmente capirne le ragioni. Tuttavia il gioco, presto, stanca Ernesto, e il giovanotto abbandona il lavoro e l’innamorato.

L’opera non racconta che poco più di un mese della vita del sedicenne Ernesto. Un giovanotto volenteroso, “anche un po’ socialista”, che si ribella al suo datore di lavoro perché sottopagato. La storia, seppur breve, è molto intensa e raggiunge un’apice di crudeltà inaudito, nonostante la dolcezza sia una componente altamente presente. Infatti la narrazione è addolcita dal punto di vista del protagonista bambino, sempre curioso; mentre i fatti che vengono narrati celano orrori e fatti riprovevoli. La giovane età di Ernesto lo rende sempre innocente, e i colpevoli – alla fine – restano i padroni, lo stato, e chiunque si approfitti della miseria e degli svantaggi altrui. Per questo l’opera non si presenta soltanto come una biografia del giovane Ernesto, ma anche come una critica nei confronti della società.

L’opera di Saba è un’opera autobiografica, in quanto contiene un frammento della vita del poeta triestino.

Se dietro Ilio (l’amico di Ernesto) si nasconde Ugo Chiesa, un suo amico e noto concertista del tempo; dietro Ernesto non può che nascondersi l’acerbo Umberto Saba. A confermarlo, nel 1953, mentre già sta componendo Ernesto, il discorso pronunciato quando riceve la laurea honoris causa permette ai più attenti di riconoscere alcune affinità tra la sua vita e quella del protagonista. Infatti, anche Umberto, verso i tredici anni lascia la scuola per l’impiego in una casa commerciale e cresce con sua madre e le sue zie, per poi essere, per un periodo, affidato a una balia slava.

La scrittura diviene – è evidente – per l’autore un metodo per guardarsi dentro e riportare alla luce alcuni fatti del suo passato, che continuano a tormentarlo. La lingua dialettale, ampiamente utilizzata e semplificata per renderla comprensibile al lettore, diventa per lui un filtro attraverso cui parlare anche di ciò che, in italiano, non potrebbe dire. Certe descrizioni macabre sono rese meno crude dalla scelta del dialetto; e anche certe imprecazioni descrivono meglio le sensazioni di un ragazzo mal istruito della Trieste di fine Ottocento.
Nonostante il supporto di un vasto entourage di parenti e affezionati, Umberto Saba vuole giustamente arrivare a toccare e decidere ogni aspetto trascurato della sua opera. La scrive e riscrive almeno tre volte, la consegna in varie versioni, non è mai contento davvero.

La composizione dell’opera comincia durante il soggiorno del 1953, all’interno della clinica romana Villa Electra, dove il poeta si trova ricoverato.

La lettura del suo romanzo in corso di composizione è offerta a diversi fortunati visitatori. Personaggi come Carlo Levi, Elsa Morante e Anita Corsini, dichiarano che sia la cosa meglio scritta dal poeta. Anche in clinica, i compagni di degenza sanno che Saba sta scrivendo un romanzo, e di tanto in tanto, come il poeta dichiara alla moglie Lina,

“vengono a chiedermi sue notizie (se si è fatta la barba, se è già stato dalle donne, ecc. ecc.)

perché sono affezionati al racconto e al personaggio protagonista della storia, il giovane Ernesto, da cui l’opera prende il titolo.

Terminata la permanenza del poeta nella clinica, Saba torna a Trieste, dove prosegue nella stesura dell’opera con l’intermediazione privilegiata della figlia. Linuccia, verifica la validità del testo, apporta modifiche dove lo ritiene opportuno. La figlia, diventa per il padre, l’editor e assistente più accurata ed esigente. Lui le manda lunghe lettere dove le spiega le parti del dattiloscritto che proprio non possono essere cambiate, lei lo segue attenta e asseconda i suoi piani.
Ma Saba è stremato, cambia idea continuamente, vorrebbe scrivere una storia molto più lunga di quella che riesce a comporre: ma il tempo che ha a disposizione è troppo poco.

Nelle lettere indirizzate agli amici Stock e Gambini, il poeta dichiara di non possedere la “letizia” e la “crudeltà” necessari per arrivare alla fine. Tuttavia, Saba è consapevole di aver scritto delle pagine di valore. È spaventato dalla quantità di autobiografismo presente nella sua opera, e sa che non riuscirà a portarla a termine.
Invia il testo al suo maggiore studioso, Tullio Mugno, corredato da una lettera scritta da Ernesto, il protagonista del romanzo – quasi fosse un suo alter ego – che dichiara di aver raccontato la sua storia a Saba.

Nel 1955, quando Saba sta ormai per morire, chiede alla figlia Linuccia di dar ordine a Carlo Levi di distruggere il manoscritto. Il poeta è infatti tormentato dall’idea che l’opera venga pubblicata così com’è, e sostiene che ci sia troppo a cui lavorare.

La pubblicazione di Ernesto avviene, infine, soltanto dopo la morte di Carlo Levi, quando Linuccia si mette in contatto con Giulio Einaudi e ne cura la pubblicazione.

Alcuni suggerimenti sui libri da portare in vacanza

Luglio è quasi giunto al termine, e le vacanze stanno cominciando più o meno per tutti. Ma prima di partire e staccare la spina, o in vista di un ritiro domiciliare per difendersi dal caldo afoso, ho selezionato per voi tre libri da leggere. Un classico, se approfittate del tempo libero per dedicarvi a ciò che non siete riusciti a leggere, un libro contemporaneo se preferite mantenere la mente sgombra, e uno bonus, per chi invece è semplicemente in cerca di un buon libro da leggere.

A sangue freddo, Truman Capote

A sangue freddo è un libro che ho letto la scorsa estate durante una stagione dedicata al mio amore per la letteratura classica. L’ha scritto Truman Capote all’inizio degli anni Sessanta, dopo aver raccolto le deposizioni ufficiali e le interviste di Perry E. Smith e Richard E. Hickock, due giovani adulti sbandati che usciti dal carcere programmarono il quadruplice omicidio e la rapina a danno della famiglia Clutter, per la quale non erano altro che degli estranei.
A sangue freddo si attiene scrupolosamente ai dati storici della vicenda, Capote raccolse le informazioni riguardanti l’omicidio durante un viaggio in Kansas City, accompagnato dalla sua fedele amica, Harper Lee (Il buio oltre la siepe, Va’ e metti una sentinella), che Capote incoraggiava a scrivere per le sue grandi qualità.
È un libro crudo, ma molto interessante, non è una lettura breve, ma si legge in poco tempo perché la vicenda è appassionante, e Capote è un maestro del racconto di cronaca, attraverso il quale riflette sull’amarezza della realtà della società americana degli anni Sessanta.

Lux, Eleonora Marangoni

Lux, di Eleonora Marangoni, è un libro di vi ho già parlato QUI. Voglio consigliarvelo per quest’estate, perché è una lettura dallo stile innovativo, che nel 2017 ha conquistato il Premio Neri Pozza, ed è stato presentato nella dozzina del Premio Strega 2019. La storia racconta di un giovane italo-inglese di buona famiglia, un architetto che abita il mondo solo in superficie, legato al ricordo di un amore finito che si ripropone come presenza costante e tangibile. Thomas Edwards, riceva in eredità un albergo in un’isola del sud, una piantagione di baobab nani e una sorgente d’acqua minerale dalle strabilianti proprietà miracolose. Lux è una storia narrata tramite la sovrapposizione di più realtà, attraverso una penna acuminata e lunghe descrizioni, si rivela una storia all’interno della quale l’azione ha il primato assoluto. Vi suggerisco di leggerla lentamente e di prestare attenzione a ogni dettaglio del racconto.

Jezabel, Irene Nemirovsky

Irene Nemirovsky è stata un’autrice francese di origine ebraica, vittima dell’Olocausto. La sua bibliografia è stata riscoperta solo di recente. Ha scritto moltissimi libri, il più celebre, quello che avrete sentito nominare almeno una volta, è Suite Francese; io, invece, intendo consigliarvi Jezabel, che è un romanzo tragico, ma che assume il carattere ironico di una commedia, perché gli argomenti trattati, seppure di una certa drammaticità, vengono portati all’estremo del paradossale, e pertanto appaiono ironici. La storia è quella di una giovane donna, Gladys, che viene giudicata in tribunale tra il banco degli imputati, accusata dell’omicidio di un ambizioso e giovane amante, appena ventenne. In realtà poi si scopre che non è un semplice omicidio passionale e la storia si complica. È un racconto brillante, scritto alla fine degli anni Trenta, ma che mantiene un’agilità narrativa attuale e molto raffinata.

Jezabel, Irène Némirovsky

Jezabel è una storia di incredibile attualità, nonostante sia stata pubblicata per la prima volta, nel lontano 1937. Iréne Némirovsky, la sua autrice, ha grandi doti narrative, ma per molto tempo è stata ingiustamente dimenticata. La sua disgraziata sorte l’ha vista morire ad Auschwitz, vittima delle leggi antisemite, giovanissima e a soli trentanove anni, nel 1942.

Per molto tempo, Iréne Nèmirovsky, autrice di successo negli anni Trenta, dopo che le venne impedito di scrivere, non venne letta. Solamente nel 2004, le Edizioni francesi Denoël pubblicano postumo il suo romanzo più celebre, lasciato incompiuto e portato in salvo dalle figlie della defunta autrice, Suite Francese.

La protagonista di Jezabel, Gladys Eysenach, a soli diciott’anni scopre di avere un grande potere, è bellissima e, con la sua determinazione, è in grado di sedurre chiunque le sta vicino. Se da un lato, questa sua dote è a tutti gli effetti una qualità, dall’altro è ciò che la porta alla rovina, fino a ossessionarla per il resto dei suoi giorni. Non c’è cosa, infatti, che preoccupi e metta in agitazione Gladys, tanto quanto l’idea di invecchiare e di perdere la bellezza. Sempre alle prese con amori che la fanno sentire amata e felice – una condizione che appartiene solamente ai giovani -, che la accontentano con attenzioni e assecondano i suoi capricci, Gladys è ossessionata dal pensiero di dover essere la più bella e la più giovane. L’idea di legarsi definitivamente a un uomo e perdere, in un colpo solo, ogni forma di libertà, la spaventa: è un errore che ha compiuto una volta e che ricorda per il resto dei suoi giorni.

Ma in che modo, questa ossessione la porterà nelle aule di un tribunale – dove comincia il libro e la narrazione – quando sarà giudicata per l’omicidio del suo giovanissimo amante? Che cosa si nasconde dietro quella verità che Gladys tenta di occultare in ogni modo limitandosi a implorare i giudici che le venga assegnata la pena che si merita?

All’interno della maggior parte dei romanzi della Nèmirovsky è facile individuare analogie e somiglianze con la sua vita. In Jezabel, per esempio, l’autrice delinea la figura di una donna che possiede molte delle caratteristiche materne. Gladys è indubbiamente la protagonista della vicenda, un personaggio negativo, una donna emancipata per il suo tempo, che agisce senza scrupoli e pensando semplicemente a sé stessa, avidamente legata ai beni materiali, ma infinitamente attraversata dai propri conflitti interiori. Tuttavia, come i personaggi che le orbitano attorno – che sono moltissimi e tutti ben strutturati – anche per il lettore che entra in contatto con questa personalità esagerata e per alcuni versi scomoda, è impossibile prendere le distanze totalmente dal personaggio, e ne rimane anche lui sedotto, senza possibilità di salvezza alcuna.

Molti sono i temi trattati in questa storia. Primo tra tutti è quello centrale: la bellezza e i problemi che porta con sé nel suo manifestarsi. Fino a che punto è una dote o qualità? Quand’è che non è più splendore ma tenaglie, prigionia?
Tra i tanti, inoltre, vi è la conflittualità del rapporto genitoriale tra Gladys e sua figlia, Marie-Thérèse, la perdita della spensieratezza e della giovinezza, l’abbandono, la vendetta e molti altri temi più impegnati, come quello politico a favore dei giovani scampati alla Seconda grande guerra, impoveriti e senza futuro.

Jezabel è un romanzo dal linguaggio elevato e il lessico ricercato.
Come negli altri romanzi della Nemirovsky, i personaggi si interrogano continuamente e dialogano con i propri io attraverso lunghissimi – ma mai noiosi – flussi di coscienza: pertanto, una certa parte di narrazione, avviene all’interno della mente dei personaggi.
Le descrizioni spaziali e gli spazi in generale non hanno grande rilievo per l’autrice, a meno che, come in questo caso, non contribuiscano a rappresentare un tema centrale a tutta la narrazione. In Jezabel sono gli ambienti frequentati da Gladys, funzionali alla rappresentazione della sua ricerca del belli, quei pochi a essere ritenuti significativi.
Numerosi sono i richiami allegorici e simbolici: primo tra tutti, quello nei confronti della tradizione della Chiesa anglicana, per la quale Santa Gladys conquistò il marito re grazie alla sua sorprendente bellezza. Non meno evidente, è la vicinanza di Gladys alla madre di Athalia, Jezabel, portata in scena da Racine ed esplicitamente paragonata alla protagonista. Il personaggio, d’ispirazione biblica, all’interno della tragedia seicentesca, dopo aver ucciso tutta la discendenza reale per regnare da sola, compare in sogno alla figlia Athalia come un’ombra.

Il ritmo della narrazione è garantito dalla grande capacità della Nemirovsy di raccontare una storia molto lunga in un duecento pagine, tramite sagge ellissi temporali e riassunti efficaci. Infatti, la vicenda prende origine agli inizi del Novecento, prosegue durante la Guerra, e termina nella desolazione e nel malcontento generale del dopoguerra.
Un narratore che racconta i fatti come uno spettatore esterno ma che lascia sempre spazio ai pensieri dei tanti personaggi.
Una Nèmirovsky raffinata più che mai che, ancora una volta, ribadisce implicitamente l’ingiustizia di averla lasciata ai confini della letteratura per troppo tempo.

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