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Immagine che rappresenta il libro "Agostino" di Moravia rappresentato sopra un divano, in primo piano, con dietro sfocati fiori e piante

Agostino, A. Moravia

È il 1942, quando a Capri, durante quell’estate in cui tutte le cose sarebbero cambiate, Moravia si accingeva a scrivere Agostino. Un libro, che nel suo titolo, avrebbe per sempre ricordato quel momento in cui gliene venne idea, proprio durante il mese di agosto. Proprio allora, Moravia doveva di certo aver ricordato una sua estate, di molti anni prima, quando «gli ultimi boati di un’altra guerra sembravano spegnersi sul mare e sulle spiagge di Viareggio».

C’è qualcosa di primitivo nel brevissimo Agostino, qualcosa che spiega tutte le opere da Moravia. «È la cerniera che congiunge Gli indifferenti ai miei libri successivi» dichiarò ad Alain Elkann, nella sua celebre intervista divenuta una biografia a quattro mani. Ma oltre questo, in Agostino c’è qualcosa d’altro e di più profondo, un’ «esemplarità culturale, storica e per così dire antropologica che si poteva accordare alla storia del fanciullo moraviano».

Agostino fu il libro che consentì a Moravia di ricevere il suo primo riconoscimento, il Premio del Corriere Lombardo.

Scritto in tempi brevissimi, dapprincipio Agostino incontrò grandi difficoltà per la pubblicazione, a causa della guerra e della considerazione che si aveva dell’autore, oltraggiato dalla censura a partire dagli Indifferenti. La prima edizione uscì solamente nel 1944, e per quanto rechi nelle prime pagine la dicitura «finito di stampare nel mese di febbraio» i moraviani dovettero aspettare la fine della guerra, l’estate, per leggerlo.

Impreziosita dalle illustrazioni di una storica amicizia di Moravia, il pittore Renato Guttuso, Agostino rappresentava un ritorno alla narrativa e alle tematiche tanto care agli Indifferenti. L’alienazione, l’incomunicabilità degli individui moderni e il mondo delle apparenze sono solo alcuni tra i temi ritrovati.

Questo brevissimo testo, pare – oggi più che mai – volesse rappresentare quel bisogno di rifondazione di un’intera cultura smarrita dalla guerra. Eppure, Agostino è ben lontano dall’essere un libro di guerra; e al contempo, è estraneo anche al tentativo autobiografico. È vero però che, in quell’estate a Viareggio che Moravia ricorda in molte delle sue interviste, qualcosa doveva esser successo se la memoria indelebile di quegli anni giovanili ancora lo conduceva a riflettere su quei giorni.

Delle prime vacanze a Viareggio poco ci è dato sapere.

Tuttavia, pare che fossero numerose e che procedessero puntuali, ogni anno, dal 1917 al 1921. È nelle pagine scritte al cugino Nello Rosselli, che appare vivida l’esperienza traumatica che Moravia ebbe negli ultimi anni di quelle vacanze. Ormai private del gioco e dei balocchi infantili, non dobbiamo dimenticare che in quegli anni, la malattia all’anca peggiorò significativamente e bloccò Moravia allettato.

In quei tempi giovanili, Moravia, oltre che per la propria condizione, soffre anche per la conseguenza delle sue sfortune. La solitudine è ciò che più lo mette in pena, ciò che lo porta a riflettere su quanto il mondo sia abitato da illusioni e governato dal regime dell’apparenza; sconvolto dai lussi e dall’abbacinante modernità. Eppure, nonostante tutti si affrettino ad attribuire alla vita di Moravia questo e quell’altro fatto provenienti dall’intreccio, fu l’autore stesso a screditare le accuse.

Agostino si comporta così perché è il personaggio Agostino e si è incontrato con quegli amici e con quella mare. Io ero diverso, i miei rapporti con mia madre erano diversi, e naturalmente all’età di Agostino non sapevo neppure cosa fosse una casa di tolleranza.

vita di moravia, a. elkann, a. moravia, bompiani, milano 2007.

Agostino è il nome del protagonista. Un bambino che si accinge a diventare uomo, ma che ancora non ha raggiunto la maturità e occupa un limbo tra l’infanzia e l’età degli adulti.

Agostino non è più un bambino ma non è ancora un uomo. In vacanza con una madre vedova, il cui fascino è in grado di destare tutti i bagnanti, egli trascorre le proprie giornate tutte uguali. Ma di quell’abitudine, Agostino ancora non si è accorto: gli pare che trascorrere persino la noia con lei sia l’unica cosa che gli interessa. E così, ogni mattina, insieme affrontano il mare e si spingono a largo, su di un patino guidato da un giovane uomo, il giovane bagnino, da cui sua madre non riesce a distogliere lo sguardo.

Di quel morboso interesse, Agostino non approva la dedizione che ella ripone nel pavoneggiarsi, e nello sfruttare ogni buona occasione per mettersi in mostra. Perché se da un lato, quei momenti diventano occasioni per lui di adulazione nei suoi confronti; dall’altro, la gelosia, un sentimento che mai Agostino ha sentito così vivo, si impossessa di lui da capo a piedi.

Solo allontanandosi da lei, Agostino può dedicarsi all’osservazione del mondo, e qualche metro più avanti sulla rena, incontra un giovanotto che non ha nulla a che fare con lui, ma che gli fa simpatia: Berto. Le loro differenze sono subito rilevate: Agostino è figlio della borghesia, e non ha mai dovuto preoccuparsi di niente che di andare a scuola, e contentare sua madre in ogni modo possibile; Berto, invece, è il figlio di un marinaio, e con i suoi amici trascorre le giornate a bighellonare e commettere furterelli di poco conto.

L’incontro di Agostino e Berto rappresenta per il giovanotto borghese una luce sul nuovo mondo. E sarà proprio lui, insieme alla sua combriccola, ad animare in Agostino la convinzione che in quelle nuotate al largo, ci sia molto di più di ciò che nemmeno immagina.

Agostino non capisce, e si muove incerto nell’evidenza di quei fatti che gli sono narrati. Niente gli sembra più comprensibile: gli eventi, le parole, i comportamenti di sua madre; e anche quei sentimenti, che gli altri ragazzi bramano di provare, a lui non arrecano che un senso di ripugnanza inedita.

Sarà quella comitiva di popolani, Berto, Homs, Sandro, Tortima, il più adulto Saro, ad aprirgli gli occhi su ciò che sta accadendo. Lo deridono per la sua inesperienza, lo prendono in giro per la sua casa da venti stanze, mentre di sua madre hanno un’impressione distante dalla fascinazione pura che Agostino prova per lei. Più che adoranti, i suoi amici ne appaiono attratti fisicamente, e non esitano a perdersi in commenti sguaiati nei confronti di quella donna, che ad Agostino pareva tanto di conoscere.

Tuttavia, neanche quelle accuse riescono a dar coscienza ad Agostino. Perché Agostino dovrà vedere con i propri occhi ciò che accade alla carne quando incontra altra pelle e altri sospiri. Agostino è ancora acerbo, eppure, da quel momento, capisce che la sua vita non può più procedere allo stesso modo. E che sua madre, prima ancora di essere madre, è donna.

Agostino è vittima della violenza degli adulti, ma è tutt’altro che rassegnato. La sua protesta è silenziosa, ma esiste, è tangibile, ed è ciò su cui si fonda tutta la narrazione.

È Agostino a ritornare dai popolani del Bagno Vespucci, nonostante loro abbiano modi di giocare molto distanti dai suoi e proseguano spesso a deriderlo. Ed è ancora lui che tenta di sottrarsi a quella prima idea di femminilità che gli proviene dalla figura materna, ormai recepita come donna, ma invischiata di un senso di impurità intollerabile per Agostino. È Agostino che cerca la verità: quest’evidenza che improvvisamente rende grandi i bambini, la scoperta della corruzione e dell’impurità prima nel mondo e poi in se stesso.

Con una scrittura che ha il coraggio di andare fino in fondo, i periodi lunghi moraviani e il lessico ricercato, Agostino riporta l’autore a quel suo narrare della prima narratività.

Una scrittura ricca di orpelli, e suppellettili; una scrittura che lascia poco al caso e che esplora in profondità le tragedie, l’indisposizione e il senso di inadeguatezza dell’individuo del secolo scorso. Temi che a partire da quegli anni Quaranta del Novecento, intrecciandosi alla vita poetica e spesso ingiusta dell’autore, al suo rapporto complesso con il sesso e la solitudine, hanno reso Moravia uno dei più grandi rappresentati del realismo e dell’esistenzialismo.

Bruciante segreto di Zweig, nell’edizione della piccola biblioteca adelphi, rappresentato in una fotografia dentro il taschino di una camicia maschile, con alle spalle librerie

Bruciante segreto, S. Zweig

Apparso per la prima volta nel 1914, da Bruciante segreto è stata tratta una riduzione cinematografica nel 1988. L’editore Adelphi, dal 2004, con Amok ha dato il via a un’operazione di recupero di uno dei più validi autori anteguerra del patrimonio letterario europeo.

Che cos’è Bruciante segreto se non una cronaca sfrontata del momento in cui dalla spensierata infanzia si diviene adulti? La purezza e l’innocenza dell’età infantile, contrapposta alla vita menzognera degli adulti? Similmente al Moravia di Agostino, Bruciante segreto è un nuovo tipo di romanzo di formazione, dove i sentimenti sono trattati in modo inedito, sfrontato e senza inibizioni.

Bruciante segreto è la testimonianza cruda di un rito di passaggio carico di stupore e dolore. Dolore di non potersi scoprire più bambini; dolore di non potersi sentir trattare ancora come degli adulti. La descrizione del limbo sentimentale in cui incappiamo, quando da un lato si brama di diventar grandi presto; mentre dall’altro si continua a rimpiangere il passato, reclamando le attenzioni e gli scrupoli che ci venivano rivolti quando ancora eravamo acerbi.

Questo dolore è quello che vive Edgar, il dodicenne borghese e annoiato, tra le stanze di un lussuoso albergo nel Semmering, in Austria. In quell’albergo vi è arrivato con sua madre – mentre il padre è lontano per lavoro – costretto a una lunga convalescenza di cui ne risente il fisico, ma soprattutto l’umore.

Edgar trascorre le proprie giornate al cospetto della madre. È un giovanotto curioso, sempre annoiato, e spesso intento a rivolgere agli adulti domande per cui non ottiene mai risposte altrettanto convincenti.

La sua permanenza sulle montagne austriache non potrebbe essere più noiosa di così, ma appena giunge un giovane barone in villeggiatura, egli pare nutrire per il bambino un interesse naturale. È proprio il barone a fermare il ragazzo e a dimostrarsi incuriosito dai suoi racconti, dai dubbi e dalle domande che fa. E tutto questo, a Edgar non sembra vero, perché invero da tanto aspettava di trovare un amico, ma sopra a tutto un adulto, da cui egli possa esser considerato come una presenza – e non come spettatore assente.

Edgar vive quei giorni diviso tra il sentore di star accedendo finalmente al mondo degli adulti, e la speranza di poterli comprendere. Gli adulti gli appaiono come un mondo baluginante ma pieno di segreti, tanto che è il primo a non accorgersi delle intenzioni che in realtà ha il giovane barone.

Quel baroncello, che agli occhi di Edgar appare come il più leale degli adulti, brama di ottenere le attenzioni di sua madre.

Edgar non ha idea del modo in cui i rapporti funzionano; in un primo momento osserva sua madre far sfoggio della propria persona e subito si risvegliano in lui le prime perplessità. Difatti, il barone, gradualmente comincia a perdere attenzione e interesse per il ragazzino: il suo unico scopo, fin dall’inizio, è invero quello di poter conquistare una donna durante la propria noiosa permanenza in montagna. Nulla gli interessa più che trovare qualcuno attraverso cui abbandonarsi al prossimo flirt. Perché se in Paura, la storia di un tradimento era narrata attraverso il timore dell’essere scoperti, in Bruciante segreto, la conquista del barone si esaurisce nel desiderio di sentirsi corteggiato, ammirato e vezzeggiato dalle donne.

Il barone è in sostanza un donnaiolo, un uomo innamorato delle donne e della loro sensualità, che non si mette alcuno scrupolo a mentire, raggirare i suoi interlocutori e depistarli, al fine di arrivare all’unico scopo da perseguire.

E se all’esordio, Edgar pare non accorgersi di nulla, non appena le attenzioni del barone si orientano verso la madre, il ragazzo si sente ferito e fa presto a passare dall’amore all’odio per lui. Sua madre, invece, si sente come travolta da una passione più grande di lei: da anni intrappolata in un matrimonio insoddisfatto, quel gioco di seduzione la rinvigorisce, e senz’accorgersene si trova lei stessa a escludere sempre più dalla loro nuova quotidianità il bambino.

Presentati in scena i personaggi, dopo aver fatto dono al lettore delle loro persone invischiate in un mondo di convenzioni ed etiche fasulle, Zweig affida il ritmo della narrazione ai sentimenti.

Sono i sentimenti a prevalere all’interno di tutta l’opera di Zweig: sono il fulcro della narrazione. È come se, in tutti i racconti dell’autore mitteleuropeo la realtà venga analizzata tramite il filtro delle emozioni che genera. La paura di crescere, le pulsioni del corpo, il sentirsi divisi tra qualcosa che si vuole fare ma che non si può fare.

Edgar vorrebbe diventare grande ma ancora non può. Sua madre vorrebbe sentirsi libera dalle proprie prigioni ma non è in grado di scegliere, di cambiare, di avere un’opinione propria e disinteressata su qualcosa. E il barone vorrebbe arrivar presto al dunque con la donna, ma è ostacolato da Edgar.

Personaggi che si muovono nel dubbio e nell’incertezza, impegnati a trovare il modo giusto in cui destreggiarsi nei labirinti dell’esistenza; che svelano il loro essere nei loro silenzi. Ma le prospettive sono presto ribaltate, e senza difficoltà fa presto il barone a diventare bambino, a esser lui colui che si sente oppresso dalla presenza di Edgar, così come Edgar, poche pagine prima, si sentiva oppresso da quella di sua madre nell’amicizia con il barone. Ed ecco ancora quell’astuzia incauta attraverso cui il barone cerca di avvicinarsi alla donna, diventare la stessa con cui Edgar pedina i due, e tenta di impedire la loro solitudine fino all’ultima riga.

Ecco l’amore trasformarsi odio; la dedizione in novello; le ambizioni in fagocitanti tornaconti personali. Ed ecco come, Bruciante segreto muta le sorti del racconto, e diviene dunque più che la cronaca di una beata transizione, il terrore del rimpianto del passato, attraverso il ritmo di un thriller, e il lirismo di una poesia.

Il libro di Alice Urciolo, Adorazione, ritratto sopra tante pagine di libro vintage

Adorazione, intervista ad Alice Urciuolo

Adorazione, edito 66thand2nd, è il romanzo d’esordio di Alice Urciuolo. Una lettura coinvolgente, un libro che ho letteralmente divorato in pochissimo tempo e che mi ha lasciata con molti interrogativi e curiosità. Urciuolo è una penna originale che sicuramente farà parlare molto di sé anche in futuro. Il suo è un romanzo “di trasformazione” che trasforma anche il lettore che si identifica nei personaggi e nelle ambientazioni, entra nelle storie, nelle scene e nelle dinamiche narrate. A tal proposito ho chiacchierato con Alice che ha risposto alle mie domande.

Cominciamo dal titolo Adorazione. Tante sfaccettature di questa parola declinata in comportamenti e atteggiamenti dei personaggi. Da dove nasce questa scelta?

Adorazione è una parola che ricorre molto nel romanzo, o meglio, è un verbo: Giorgio adora sua sorella Vera, Vera adora suo fratello Giorgio, i genitori di Vanessa adorano loro figlia, Diana odia e poi adora la sua voglia. Ma l’odio e l’adorazione, in questo caso, sono due facce della stessa medaglia. Mi interessava proprio l’ambivalenza di questa parola, perché il sentimento di amore, dedizione e devozione che sta ad indicare può trasformarsi facilmente in ossessione, in desiderio di possesso, in una gabbia. I personaggi del mio romanzo si ritrovano a fare i conti con tutti questi sentimenti, e quando a un certo punto questa parola è emersa in mezzo alle altre ho subito capito che sarebbe stata il titolo del romanzo.

Come è nato il romanzo? Chi hai immaginato come destinatario/lettore di Adorazione?

Il romanzo è nato passo dopo passo, sono partita da pochi personaggi, poche scene, e da lì è stato un continuo scavare fino ad arrivare al cuore di quello che volevo raccontare. Ho messo a fuoco i personaggi, i loro conflitti, i temi di cui volevo parlare: l’amore, il potere, il possesso. I destinatari, invece, sono qualcosa a cui non ho mai pensato. Nella mia mente non stavo scrivendo per un tipo di pubblico in particolare. Pensavo ad Adorazione come a un romanzo per qualsiasi lettore, indifferentemente dal genere e dall’età.

Il romanzo ruota intorno a un omicidio, eppure questo evento traumatico viene taciuto dai personaggi, poco discusso. Perché questa scelta?

Elena, la ragazza di 17 anni che un anno prima dell’inizio della storia è stata uccisa dal suo fidanzato Enrico. Un personaggio che si può conoscere solo grazie ai ricordi di chi è rimasto in vita, ricordi spesso contraddittori, confusi. Ognuno dei personaggi ha la propria idea di Elena, ognuno ha avuto con lei un rapporto preciso, diverso dagli altri, e ognuno si interroga ed elabora – o non elabora – la sua morte in maniera personale. In Adorazione io non volevo raccontare la storia di Elena e di Enrico, volevo invece raccontare come tutti i personaggi scoprono che la storia di Elena e di Enrico li riguarda. Come tutti si scoprono, pur con le dovute differenze, simili ad Elena o simili ad Enrico. Perché la storia di Elena e di Enrico non è un caso eccezionale, qualcosa di malato, abnorme, che non ci riguarda. È una possibile conseguenza di uno specifico modello di società in cui tutti questi personaggi si ritrovano a vivere.

Copertina libro raffigurante una ragazza

Avevi un obiettivo quando hai deciso di scrivere Adorazione? Hai raggiunto questo obiettivo o è cambiato?

Quando ho iniziato a scrivere Adorazione mi chiedevo semplicemente se ce l’avrei fatta. Non avevo mai scritto un romanzo, come scrittrice mi ero solo cimentata nei racconti. Finirlo è stata una delle emozioni più grandi della mia vita, ma chiaramente come scrittrice non si finisce mai di crescere e di imparare.

Hai ambientato Adorazione in luoghi a te familiari, questo ha facilitato la scrittura? Allo stesso tempo hai messo in luce aspetti negativi della realtà provinciale, ti sei sentita in difficoltà per questo? Quanto è stato importante per te dare voce a una realtà di provincia?

Sono nata e cresciuta nella provincia di Latina. Il fatto che conoscessi questi luoghi così a fondo ha reso allo stesso tempo più facile e meno facile la scrittura. Più facile perché ne avevo un’esperienza diretta, più difficile perché nel raccontarne le contraddizioni e le ombre sono andata a toccare dei punti delicati. Ma non mi sono mai sentita in difficoltà, spero che si senta con quanta partecipazione e vicinanza emotiva io abbia raccontato di questi luoghi, di questi personaggi.

Non è semplice parlare di toxic relationship, di mascolinità tossica, eppure sei riuscita a trattare questi temi e a inserirli coerentemente nel romanzo. Se ci sono state, quali difficoltà hai riscontrato nel trattare questi temi?

Scrivere dal punto di vista dei ragazzi è stata una delle cose più interessanti. Uscire da me stessa, dal punto di vista di Diana, Vera e Vanessa, mettermi nei panni di Giorgio, di Christian. Credo, come dico spesso, che come le ragazze anche i ragazzi siano costretti a fare i conti con un codice comportamentale imposto alla nascita. Un codice che, nel loro caso, dice loro di “fare l’uomo”, di essere maschio a tutti i costi, un codice di cui Giorgio e Christian percepiscono tutti i limiti e al quale però non trovano esempi alternativi. La difficoltà che ho riscontrato è stata spesso emotiva, per i tanti sentimenti contrastanti che provano nel descrivere scene come quella tra Giorgio e Melissa alla casetta.

Primo piano di Alice Urciuolo, autrice di Adorazione

Oltre ai personaggi fisici, ciò che emerge da quello che scrivi in Adorazione è un ulteriore personaggio che è la provincia stessa. È così? Quanto credi che questo elemento possa influenzare la vita dei protagonisti? Partendo dal presupposto che “si è sempre la provincia di qualcun altro” credi che le vite dei protagonisti sarebbero state diverse se avessi ambientato le loro storie in una grande città?

Scegliere di ambientare Adorazione proprio in quei luoghi è stata dapprima una scelta di pancia, poi è diventata sempre di più una scelta tematica. Parlare di patriarcato, di violenza di genere e di dinamiche di potere tra uomini e donne nei luoghi che ancora riportano i segni del passato fascista della nostra nazione acquistava un significato più profondo per me. E sì, la provincia ha man mano assunto il ruolo di un vero e proprio personaggio. Perché le sue dinamiche e le sue regole sono alcune delle cose che determinano le paure e i desideri di questi personaggi. Quindi sì, sono sicura che se i personaggi di Adorazione fossero nati in una grande città avrebbero avuto dei problemi in parte diversi, nella misura in cui l’orizzonte delle cose che si può avere e l’esperienza di vita che si può fare in un piccolo paesino sono diversi da quelli che si possono avere e fare in una grande città – che sarà comunque la provincia di una città più grande.

Credo che Adorazione sia un romanzo di “trasformazione”, tutti i personaggi in un modo o nell’altro crescono, mutano, sembrano volersi staccare dalle dinamiche stabilite dalla società. È così? Come mai la scelta di un finale aperto?

Sì, è così, e ho scelto un finale aperto proprio per il fatto che quando penso ad Adorazione penso più a un romanzo di trasformazione che a un romanzo di formazione. I personaggi non hanno assunto una forma definitiva alla fine della storia, molti di loro non hanno capito molte più cose rispetto a prima. Io racconto semplicemente quello che succede in quell’estate particolare, la prima che li proietta tutti quanti verso l’età adulta. Ma alla fine del romanzo questi personaggi sono ancora in trasformazione, sono ancora in cammino.

Credi di aver contribuito a fornire un punto di vista diverso sulla generazione Z da parte degli adulti?

Questo lo possono dire solo gli adulti che hanno letto Adorazione! Alcuni di loro mi hanno scritto proprio questa cosa, altri mi hanno scritto che hanno rivissuto la loro adolescenza, altri ancora che si sono immedesimati nei personaggi nonostante la distanza anagrafica.

Sei anche sceneggiatrice, quanto questa forma di scrittura, con struttura e strumenti è simile alla scrittura del romanzo?

Dipende da che tipo di romanzo si vuole fare. Adorazione è un romanzo con una forte trama e con un’attenzione particolare per i dialoghi, e di certo io avevo già avuto modo di confrontarmi con entrambe le cose nel mio lavoro di sceneggiatrice.

Sei stata inserita, da D di Repubblica, nella classifica delle 50 donne più influenti del 2020. Cosa ha significato per te questa menzione?

Mi sono sentita incredula e onorata, le cinquanta donne che facevano parte di quella lista erano persone incredibili, alcune non le conoscevo, altre sì e le stimavo e le seguivo già. Anche se il 2020 è stato un anno durissimo, è stato molto bello vedermi in quella lista.

Illustrazione che raffigura Alice Urciuolo, uscita su D Repubblica

Ci sono progetti futuri in ambito letterario e/o cinematografico?

Sì, entrambi! Ancora non posso rivelare niente, ma spero che molto presto potrò dire qualcosa di più.

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