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Eguali amori, D. Leavitt

David Leavitt nasce a Pittsburgh nel 1961, si laurea a Yale e, a soli ventitré anni, pubblica la sua prima raccolta di racconti: Balli di famiglia. Il successo e i riconoscimenti arrivano immediatamente, pubblica altri romanzi e diviene uno tra i maggiori rappresentanti degli scrittori ebrei della East Coast americana.
In Italia i diritti dei suoi romanzi sono stati acquisiti di SEM e sono, attualmente, in corso di pubblicazione.

Quando leggo storie raccontate da scrittori di fama mondiale, che scrivono da una vita, e che hanno un ottimo riscontro tra i pareri della stampa mondiale, mi domando chi sia io per poter giudicare un romanzo più o meno valido.
È questo il caso del libro attraverso cui ho incontrato per la prima volta la scrittura dell’americano Leavitt: uno scrittore che mi ha convinto per la sua consacrata capacità di inventare storie, mondi, e spingere alla riflessione più intima; ma che mi ha lasciato un po’ interdetto per il modo che sceglie di raccontarci tutto questo.

Eguali amori è una matassa di storie, un groviglio di emozioni, luoghi, situazioni, persone: ogni abitante del racconto assume un ruolo, una importanza riguardevole, tanto da meritare che parte della sua storia venga narrata, ogni dialogo riferito, anche  seppur non sia necessario ai fini della narrazione (questo è l’unico aspetto delle tecniche narrative che ho trovato un po’ ridondante e per cui, lo giuro, leggerò altro di Leavitt).

Eguali amori è un romanzo famigliare e racconta gli amori diversi, ma eguali, di quattro personaggi principali e di tutte le persone che gli gravitano intorno. È la storia della perseveranza al dolore vero. Dura moltissimi anni, e vive in tantissimi luoghi dell’America: trascina il lettore, pagina dopo pagina, all’interno di storie tutte diverse tra loro, il cui lo scopo primario è quello di dimostrarci che l’amore è sempre amore, in tutte le sue forme.

Racconta l’amore di Nat per Louise: un amore fatto di supporto e dedizione.
Lei, Louise: una donna indipendente e forte, che ha imparato a convivere e a sopravvivere a un dolore più grande di lei. Una donna senza religione, ma attaccata ai valori, alla vita vera, contro i fronzoli di quella vita che il marito si preoccupa appaia perfetta. Ha passato una vita dolorosa, ma tuttavia non si scoraggia e trova supporto spesso in sua sorella, con cui vive un rapporto di amore e odio, in quanto totalmente diversa da lei.
Lui, Nat: un uomo di successo, sfinito dal matrimonio, che cerca conforto altrove e tra le braccia di Lillian, una donna che lo ama e che ammira la sua devozione alla moglie e al suo dolore. Ha passato gli ultimi quarant’anni della sua vita a prendersi cura della moglie malata di cancro, sotto le luci bianche degli ospedali, a sorriderle anche quando proprio non ne trovava la ragione.
Racconta l’amore di Nat e Louise per i loro figli, quindi quello di due genitori impegnati a dargli il meglio e sempre in apprensione per il loro futuro. Danny e April ormai son cresciuti; ora vivono in posti diversi, ma non smettono di ritrovarsi lì, in quella casa dove sono diventati grandi, e da cui son scappati entrambi, dalla Costa dell’Ovest americano verso mete più ambite.
Danny, che è sempre stato un figlio di cui andar fieri, diligente, un avvocato di successo, un uomo con la testa sulle spalle che ha trovato un altro uomo con cui condividere la quotidianità: Walter (ancora amore). Una grande storia d’amore, di naturalezza e pochi eccessi. Danny è un ragazzo cresciuto, il piccolo di casa che si prende cura di tutti, e che non trascorre sera senza telefonare la madre, o volta in cui rifiuti le richieste di soccorso della sorella maggiore. Walter è un amante sincero, solidale e solido, che tutto a un tratto scopre il mondo delle chat d’incontro e si interroga sulla purezza del suo amore per Danny.
April, invece, è fatta di tutt’altra pasta: ha un carattere particolare e ha vissuto l’adolescenza di una teenager americana scapestrata: diventa una cantante rock, ma poi mira ad altri orizzonti e sposa la causa femminista. Le sue canzoni diventano inni cantanti dalle donne, poesie lette nei locali.
April ama, è la sua capacità più grande, così tanto che non riesce a fermarsi: pare che abbia un amore così grande per la vita; sembra che a qualsiasi esperienza possa partecipare, lei sia convinta di doverne prendere parte, provarla, sperimentarla, mettersi in pericolo per essa.

Eguali amori è popolato di personaggi, insegnamenti, vite vissute all’insegna della normalità e altre nel nome della sregolatezza. È abitato da volti, vicini di casa, persone che si incontrano a far la spesa, donne delle pulizie, parrocchiani e rabbini. È un grande minestrone che si beve dalla stessa pentola.

Eguali amori è un romanzo scorrevole, emozionante e affascinante: a tratti confonde, tanti sono i personaggi, ma chiarisce, una volta per tutte, la semplicità, la necessità e l’eguaglianza di tutti i tipi di amore, purché di amore si tratti. 


Eguali amori è una storia necessaria per comprendere che l’amore è sempre amore.

Stoner, John Williams

Pubblicato per la prima volta nel 1965, Stonervenne ristampato dalla New York Review Books nel 2003: è stata sicuramente la sua seconda uscita, in America, più fortunata della prima. In breve tempo il libro è diventato un vero e proprio fenomeno letterario, vendendo più di 50.000 copie e godendo di un passaparola che non si è mai interrotto.

Per quanto riguarda la critica di questo romanzo, due fazioni opposte e fermamente convinte del proprio pensiero: per tanti ha poco da dire, da raccontare; ma molti altri, nel frattempo gridano al capolavoro. Dovrete quindi scusarmi se, nel corso della recensione, mi capiterà più di una volta di essere un po’ parziale, se dovesse trasparire troppo spesso il fascino che la scrittura di John Williams genera in me.

Grazie all’abile traduzione di Stefano Tummolini, Stoner arriva in Italia edito Fazi Editore, e con una copertina accattivante e una nuova edizione economica, da poco in commercio, non smetterà mai di sedurre i lettori sempre desiderosi di scoprirlo.
John Williams è il fortunato autore di quest’opera: nacque in Texas nel 1922 da una famiglia di contadini, ha vissuto in Colorado con la moglie e i suoi figli, lì insegnò all’università e scomparve nel 1994.
Il suo romanzo Stoner è considerato uno dei migliori esponenti della letteratura americana del Novecento.

La storia è semplice, banale – lo ammetto -, non racconta nulla di particolarmente eclatante ma, è forse nel modo in cui viene narrata, che lo diventa.
William Stoner nasce nel 1891 in una fattoria vicino a Booneville, nel centro del Missouri, in un paesino distante circa quaranta miglia da Columbia, ambita sede universitaria d’America. La sua famiglia è solitaria, vive in una casa rudimentale con le assi di legno grezzo, un grande soggiorno e due stanze con i letti di ferro.
Stoner ha sempre dato una mano in casa, prima mungendo le vacche e poi nei campi; si separa dai suoi genitori, ormai anziani e quasi privi di forze, all’età di diciannove anni, per andare all’università dove scoprirà un amore profondo e viscerale per la letteratura e il sapere, in generale. Non tornerà più nelle campagne del suo paese natale, se non raramente per far visita ai genitori o ad assisterli negli ultimi momenti della loro vita.
In Columbia avrà due amici importanti, uno morto in gioventù, l’altro da cui non si separerà mai.
Si innamora di una donna, Edith: un matrimonio infelice, fatto di rinunce, ricatti, e poca intimità, che invece sembrerà non averlo mai amato. Avrà una figlia, Grace, con lei un rapporto disteso, ma complicato dalla perfidia della sua avida ed egoista moglie. Diventerà professore all’università, avrà gli stessi amici, qualche festa e cena importante, e manterrà le stesse ostilità per tutta la vita, trascinandosi con apparente inerzia verso la sua morte. Ciò che appare come inerzia in realtà è passione, dedizione, amore per la letteratura, per il buon lavoro: William Stoner è un uomo che porta a termine ogni cosa che ha cominciato, è sinceramente onesto ed un buon amico su cui contare, ma non sembra importargli molto nella vita. Per tre cose ha perso la testa durante la sua esistenza: la letteratura, appunto, porto sicuro da cui ricominciare ogni volta che la vita di Stoner ha bisogno di una svolta, una donna di cui si è segretamente innamorato e a cui lo lega l’amore per l’arte.
Infine sua figlia Grace, che appena potrà evaderà da quella prigione che è diventata casa sua.

Stoner è un romanzo di trecento pagine, da cui non ci si riesce a staccare un momento. Se la storia non è eclatante, ma quella di un uomo comune e semi-squattrinato, un professore con un grande amore per la letteratura, che si costruisce una famiglia e si invaghisce di una studentessa, allora forse, la forza di questo romanzo, risiede proprio nell’abilità del suo scrittore, nel suo saper scrivere un romanzo ancora attuale e moderno per un lettore che lo scopre più di cinquant’anni dopo la sua uscita.
È un romanzo ricco di rimandi: leggende, racconti nei racconti, intessuto di poesia, Shakespeare, letteratura latina, e greca, amore per il sapere, attraverso le pagine, riescono a trattenere il lettore, fino all’epilogo del romanzo, dove viene descritto il lento e triste addio di Stoner.
A quel punto – tanto è il livello di empatia raggiunto con i personaggi di una lunga monografia – ci sembra quasi di aver assistito e vissuto una vita che, giunta al suo capolinea, soppesa gli eventi come se fossero tutti uguali: non ne ricorda molti e da quelli che ricorda traspare nostalgia.

Stoner è un personaggio che insegna tanto, ti entra dentro, diventa tuo amico e soggiorna nei tuoi pensieri: riesce a consigliarti e a trasmettere amore, con lui si empatizza al punto da trovare insopportabili le persone che gli mettono i bastoni tra le ruote, amare le persone che ama, e sperare che lui l’abbia sempre vinta, nelle costanti lotte contro la vita, sua moglie, o il suo disonesto capo Lomax. John Williams racconta la normalissima e tediosa storia di un uomo straordinario con profonde e celate ambizioni: e nel farlo smentisce una volta per tutte che la normalità non sia poetica.

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