Aldostefano Marino

writer & editorial services

Tag: donna

Animali in salvo, Margaret Malone

Animali in salvo (People Like You) è la raccolta di racconti edita NN Editore, scritti e riscritti più volte nel corso di dodici anni da parte di Margaret Malone, insegnante di Portland, con i quali ha vinto il premio Balcones Fiction Prize nel 2016.

Ringraziamo NN Editore per essere riuscita, ancora una volta, a inserire all’interno del proprio progetto editoriale una preziosa raccolta di racconti, dato che, normalmente, si dice che i racconti si leggano poco, e invece: stavolta, andrebbero letti e riletti.

Animali in salvo contiene nove racconti prodigiosi, alcuni collegati tra loro, altri invece sono perle: singolari e sconnessi da tutto il resto – per continuità narrativa -, ma riconducibili allo stesso medesimo tema:

La donna.

In tempi come questi è infatti vero che sentiamo spesso parlare di donne e di emancipazione: pare che ognuno abbia da dire la sua al riguardo, e ci va bene così – diciamocelo – perché, parlarne troppo, è sempre meglio che non parlarne… anche se, talvolta, questo rischia di suscitare l’esatto effetto contrario.

Ma Animali in salvo non è soltanto una serie di racconti sull’emancipazione, di una ventina – circa – di pagine l’uno. Animali in salvo è una raccolta di testi di valore perché le donne sono protagoniste che vengono descritte mentre vivono le loro normalissime vite.

C’è Cheryl, per esempio, che compare in più di un racconto, sempre impegnata a tentar di avere un figlio: Cheryl è una donna come se ne vedono tante. Ha un lavoro, un marito, Bert, con cui non ha mai smesso di fare sesso, ma anzi ha continuato a mantenere, anche dopo tanto tempo, la stessa frequenza di una volta, per la sola ragione di non essere come gli altri.
Eppure come gli altri vorrebbe esserlo: quando va alla festa a sorpresa di un vecchio amico e, attorno a lei e Bert ci sono solo donne incinte. Cheryl è una donna che vorrebbe avere un figlio e che capisce che, l’unico modo per avere a che fare con i bambini è sposarsi con un uomo che non si prende le proprie responsabilità, e provare lei stessa a essere quel bambino che vorrebbe: rubando i palloncini alle feste, bevendo vino come una adolescente e dicendo a voce alta quello che non andrebbe detto nemmeno sottovoce.

C’è la fidanzata di Chuck, protagonista di un altro racconto – il più breve, forse – che non ha un nome e pare che questo non sia mai del tutto casuale, dato che si è costruita una nuova identità – non sua – attorno alla figura del futuro marito. Quando Chuck le chiede di sposarlo davanti alla porta lei dice di sì, ma in realtà poi ci ripensa perché non le “è mai venuto in mente che poteva dire di no”.

Ci sono tantissime donne, tutte alla ricerca di qualcosa, vulnerabili, mai veramente forti, e anche quelle che lo sembrano, come Barb, a capo di un’azienda importantissima, alla fine cerca di far del bene per farne a sé stessa. Donne comuni, dal passato misterioso. Ci sono figlie deluse dalla separazione dei genitori, bambine che si danno alla fuga quando qualcuno canta loro I just called to say I love you.
Ci sono proprio tutte.
Ci siete proprio tutte.

Animali in salvo mi fa ricredere: di solito non leggo racconti, ma stavolta l’ho fatto e ne sono rimasto piacevolmente stupito. Un libro che si legge in poche ore ma che non si smette di leggere mai. A me guarda dalla libreria e, ogni tanto, lo riprendo in mano e cerco qualche passaggio che mi è sfuggito. 

Romeow Cat Bistrot, Quartiere Ostiense, Roma

E, anche se io non potrei sentirmi – veramente – nessuna di quelle donne, posso però provare sulla mia pelle il dolore che provano loro. E allora i miei complimenti telematici giungano forti e sinceri a Margaret Malone che è stata in grado di mettere in scena con un linguaggio semplice, ma mai scontato, quella che la vita è realmente: senza troppo romanzarci su, facendo immedesimare in raffinati personaggi anche i più scettici, come me.
E poi, infine, circolarmente rispetto a come ho iniziato a parlarvi di Animali in salvo, i miei complimenti arrivino sinceri a quelli della grande Arca di NN Editore che, stavolta, porta in salvo molti animali, tra cui me.

Nella foto di copertina dell’articolo si ringrazia il Romeow Cat Bistrot per avermi accolto con amore: un luogo speciale, a Roma – in via Francesco Negri 15, sull’Ostiense – dove, in mezzo a un esercito di gatti simpatici e assonnati, si mangia crudista, vegano e tante tantissime specialità buonissime.

Quello che le donne possono

Ho tante amiche donne. E questo potrebbe essere l’incipit di un qualsiasi discorso moralista, ma non vuole esserlo. Ho tante amiche perché amo le donne. Amo le donne, i loro dubbi, le loro mille idee e chiacchiere, le loro preoccupazioni su faccende irrilevanti che spesso assomigliano alle mie.

Ho molte amiche donne che non si rispettano, che si tatuano frasi sul corpo inneggiando alla libertà e al rispetto, ma che poi aspettano l’uomo che le dica che fanno schifo, perché capiscano che fa schifo lui. Ho molte amiche che si accontentano, che non cercano un uomo che le rispetti e che le ami, o magari lo cercano ma poi puntualmente trovano uno che non le protegge, come dovrebbe. Siete solo donne che avete bisogno di ricordare quanto siete forti. Quanto sono forti le mie tre zie, single, in carriera, che vanno al cinema, leggono libri e tornano a casa felici.

Quant’è forte mia mamma.

Quanto è forte Bebe Vio, e quanto lo è stata Rita Levi Montalcini.

Ho molte amiche perché amo le donne, che reggono l’alcool meglio di me, che guidano meglio di come non sappia farlo io, che hanno aspirazioni, che sognano un futuro, progetti di vite in giro per il mondo.

Ho molte amiche perché sono profondamente innamorato delle donne. E oggi, bloccato su un tram carico di gente, per le manifestazioni contro la violenza sulle donne, ho pensato BRAVE, bloccate il traffico!, bloccate uomini, bloccate tutto ciò che non vi rispetta, non permettetegli di danneggiarvi oltre.

Siete una potenza voi donne. Potete fare molto. Potete fare tutto. Figuratevi liberarvi di un uomo che vi fa del male.

#STOPALLAVIOLENZASULLEDONNE

#NOALLAVIOLENZASULLEDONNE

Se c’ha guadagnato allora è complice e l’ha voluto lei

Probabilmente non solo non fregherà a nessuno della mia opinione, sicuramente non cambierà neanche nulla. Ma a tal proposito, sulla faccenda Weinstein, mi sento di voler esprimere la mia opinione.

Harvey Weinstein, 65 anni, produttore, cofondatore della Miramax e della Weinstein Company insieme al fratello Bob, è nel panorama del cinema mondiale considerato uno dei big. Un pezzo grosso, uno di quelli che, se gli stai simpatico poi arrivi ovunque. Se non gli stai simpatico “grazie e arrivederci!”.
I suoi film hanno ottenuto qualcosa come trecento nomination agli Oscar, circa sessanta di quelle pellicole l’hanno pure vinto! Ha lavorato con importantissime star di successo e dopo trent’anni di carriera, il New York Times pubblica le relative accuse mosse nei confronti del produttore: egli avrebbe infatti molestato decine di donne del mondo dello spettacolo, attrici, modelle, dipendenti e chi più ne ha, più ne metta.

Nella rosa delle abusate, campeggiano alcuni nomi che al pubblico cinematografico mondiale sono ben noti: Gwyneth Paltrow, Angelina Jolie, Cara Delevigne e Asia Argento. Ognuna di loro, vent’anni dopo dall’accaduto, racconta la loro storia da vittima, fornendo dettagli sulle molestie. Ciò che appare evidente come il minimo fattore comune di tutti quanti gli abusi è la paura di perdere un sogno nel cassetto, una parte importante in un film.
Il personaggio più attaccato della vicenda è la figlia del Re dell’horror: la Argento. Non stiamo mica parlando, quindi, di una ragazzetta che non sa come sfondare nel mondo dello spettacolo ed è disposta a tutto pur di far parte di quel misterioso mondo, fatto di apparenze, che è il cinema.
Asia Argento viene obbligata a dover subire sesso orale: non è stata legata, non è stata presa a schiaffi e legata ad una sedia o minacciata ma, Harvey, dopo esser uscito dalla doccia le ha chiesto di aprire le gambe e lei le ha aperte. E non solo: poi ha continuato ad incontrare il produttore in svariate occasioni, cene, voli intercontinentali da lei prenotati, mica da Weinstein!
Tornata a casa da Cannes racconta il fatto ad un’amica, facendosi promettere che non avrebbe riportato la notizia a nessuno e dice che un qualsiasi tipo di denuncia sarebbe caduta tanto l’uomo era potente, tanto questo era inattaccabile. “Quel ciccione schifoso è così potente che la passerebbe liscia. A Monica Levinsky credono solo perché ha tenuto via il vestito. Perderei la stima di Abel. Non ci posso nemmeno pensare!”

Qui, la domanda, per molti sorge spontanea: era consenziente?

Il mondo dello spettacolo, che si parli di film, che si parli di libri, che si parli di talk show, è un bel grandissimo mondo di merda: le luci accese sui red carpet e i sorrisi smaglianti delle attrici in passerella altro non sono che un modo per camuffare e nascondere quella parte tagliata fuori. È così che funziona il cinema, no? Nel momento in cui, in un film, si decide di mostrare qualcosa, la scelta taglia necessariamente fuori qualcos’altro. E così è poi, a sua volta, tutto ciò che viene saggiamente esibito della vita delle persone che fanno parte di questo mondo e tutto ciò che viene nascosto.

Su internet le accuse son pesanti: “Che fa una? Si sveglia vent’anni dopo e denuncia di esser stata molestata? Dopo che c’è stata? Ma che molestia è?”.
Io credo che bisognerebbe tener la bocca chiusa quando ci si esprime su qualcosa che non abbiamo vissuto. Per fortuna.

Prendete voi, ora, una ragazza di vent’anni che sogna di fare l’attrice, anzi che già magari l’attrice la fa, che c’ha il padre che è il più grande regista di horror, il capofila, il maestro, il precursore, quello a cui tutti si sono ispirati poi.
Ora mettete davanti a questa ragazza i suoi sogni. Pensate a quel sogno per cui sareste disposti a tutto pur di raggiungerlo. Non a quella maglietta che avete sempre desiderato e non siete mai riusciti a comprarvi. Pensate a quel sogno che avrebbe cambiato o cambierebbe la vostra vita. Pensate di trovarvi ora in questa situazione: il vostro sogno si è quasi realizzato e, ad un tratto, una vostra decisione – se decisione si può chiamare – può far crollare tutto ciò che, duramente avete quasi raggiunto. La scelta è vostra e da quella, come per ogni altra, ne deriveranno conseguenze.
Tutti pronti ad alzare la mano, a puntare il dito, a dire “io non l’avrei mai fatto!”.

La gente racconta che “di Weinstein si sapeva che avesse queste abitudini”. La gente racconta che ha sempre saputo e non ha mai detto nulla.
E un bel giorno, arriva una ragazzetta, di vent’anni, obbligata, manipolata, soggiogata e costretta a commettere qualcosa contro se stessa, anche solo per voler vedere comparire il proprio nome sulla locandina di un film e dovrebbe forse cambiare il mondo? Tutti lo sanno, nessuno dice niente e Asia Argento avrebbe dovuto denunciare il fatto e magari la sua opinione risultare pure significativa, davanti ad un mondo che ha sempre saputo e ha sempre fatto finta di niente!

Dovremmo smetterla di fomentare questa cultura masochista. La stilista di Weinstein ha addirittura dichiarato che una donna se ci sta lo capisci subito, da come è vestita, da come si comporta e atteggia.
Ma le ragioni di uno stupro non andrebbero forse cercate nella vittima, anziché nel molestatore.

Che importanza ha com’era vestita lei? Se aveva dato segni di poterci stare. Se aveva bevuto un po’ troppo.
In Italia e solo qui, ci piace che le vittime lo siano totalmente, che siano morte magari, altrimenti non suscitano la nostra compassione. Altrimenti non sono vittime. Altrimenti vanno indagati i motivi. Tutto diventa gossip, qualcosa di cui parlare con gli amici al tavolino di un bar.
Un po’ come è successo per Valentina Pitzalis, la ragazza sarda che riuscì a sopravvivere e ad ammazzare il fidanzato che cercò di darle fuoco, oppure per Tiziana Cantone, che “il video l’ha fatto e si sa che al giorno d’oggi questi video possono finire in rete!”.
Ed è proprio questo che porta le vittime a denunciare vent’anni dopo, quando ormai si sentono al sicuro, quando hanno raggiunto ciò che volevano e sono sicure di non poterlo più perdere: cercare le ragioni dello stupro nella vittima e non nello stupratore.
Perché, a noi, se la vittima sopravvive, se riesce a crearsi un futuro, a trasformare quell’esperienza schifosa in una occasione di riscatto allora non c’è nulla da fare: se c’ha guadagnato, allora è complice e l’ha voluto lei.
Le è piaciuto e voleva scoparsi un vecchio lurido porco grasso che, in cambio di molestie sessuali, prometteva grande notorietà a ragazzette di vent’anni.

Il web rifletta.
Nel frattempo, i miei complimenti.

Powered by WordPress & Theme by Anders Norén