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La copertina del libro su Elsa Morante nella biografia di De Ceccatty rappresentata in libreria

Elsa Morante, R. De Ceccatty

Se c’è stata una cosa tanto ostile a Elsa Morante certamente è stata la spontanea curiosità nei confronti della sua vita. Per tutta l’esistenza, Morante tenne lontani da sé i pettegolezzi e molte delle chiacchiere che (naturalmente) nascevano attorno a lei, una delle autrici più significative del Novecento italiano. Ma erano i suoi libri ciò che Morante avrebbe voluto lasciare ai suoi lettori, più che il mero ricordo di una biografia ingiustamente ritenuta insignificante.

Elsa Morante ritratta con uno dei suoi gatti affilatissimi

Elsa Morante è stata una donna indipendente, dalla personalità forte e il carattere caparbio. Spesso malgiudicata dagli altri, Elsa non si faceva problemi ad agire secondo il proprio diktat, convinta di aver sempre ragione e raramente disposta a mettersi in discussione. Se potrebbe sorprendere il fatto che un francese abbia voluto scrivere di lei, questo in realtà non deve affatto. Infatti, Moravia – suo marito – fu molto amato in Francia, e di riflesso anche lei, che presto seppe dare al pubblico la grande opera che si attendeva dalla moglie di un grande autore.

Rene de Ceccatty (1952) è un narratore e drammaturgo francese. Prima di Morante ha raccontato di Moravia, Pasolini e Leopardi. Personalità eccellenti che hanno fatto la storia letteraria del nostro Paese e che spesso son state apprezzate più altrove che in Italia.

Pubblicata in Francia nel 2008, la biografia di Elsa Morante è stata tradotta dalla scrittrice Sandra Petrignani – che fin dalla Corsara e La scrittrice abita qui ha impreziosito i lettori con la narrazione di alcune tra le maggiori scrittrici italiani del Novecento. È interessante osservare come la penna di un francese abbia deciso di raccontare Elsa Morante a partire dalla sua infanzia, laddove si nascondo i segni più evidenti di ciò che sarebbe diventata e avrebbe scritto. Ed è altresì interessante – nonostante non manchi vasto apporto bibliografico – servirsi dell’autorità di Petrignani per affidarci a De Ceccatty – senza dubbio su ciò che ci viene narrato.

La vita privata di uno scrittore è pettegolezzo; e i pettegolezzi, chiunque riguardo, mi offendono.

intervista rilasciata da Elsa Morante a enzo siciliano nel 1972.

Più volte Elsa Morante ribadì la sua insofferenza a sentir parlare di sé, e più volte de Ceccatty lo ricorda. Dev’esser stato arduo, dunque, tentar di rintracciare informazioni sulla scrittrice, avendo cura di scinderle dai soliti tentativi di depistaggio operati. Ancor più arduo è stato trovare testimoni che, in grado di rompere il patto di silenzio stretto con l’autrice, avessero il coraggio di raccontare particolari e dettagli che prima non conoscevamo. Tuttavia, de Ceccatty non si è fatto intimidire e proprio secondo il dettame morantiano ha dato voce ai fili rossi nascosti tra i suoi libri – tramite cui vien più facile comprendere un personaggio di tale complessità, dilaniato dal dolore.

Perché prima di tutto, a caratterizzare l’esistenza di Morante, è la sofferenza. La sofferenza di esser nata da due padri, quella di un complicato rapporto con sua madre, con i fratelli e la sorella. Ma una sofferenza che è poi anche alla base di tutta la sua opera e del trionfo dell’immaginazione onirica – tecnica che poi sarà ricorrente nei suoi romanzi.

In qualche modo si può dire che, per Elsa, l’immaginazione è stata l’unica via di scampo dalla realtà. Affidata a soli otto anni alla pedagoga montessoriana Maria Maraini Guerrieri Gonzaga, cominciò a scrivere sui suoi quaderni le prime storie infantili. Quei racconti embrionali che rappresentavano l’evidente manifestazione di un genio precoce non son passati inosservati a de Ceccatty, che ne estrae un ritratto veritiero e per alcuni aspetti inedito. Il ritratto di un’artista riconosciuta senza dubbio come la più grande scrittrice italiana di sempre – un termine che a Morante sarebbe stato stretto. Proprio a lei, che per sé avrebbe preferito l’appellativo di scrittore, meno denigrante rispetto a quello di scrittrice – spesso inclini a raccontar d’amore e altri dammi ritenuti frivoli.

Dai primi racconti, De Ceccatty discende per arrivare a quelli più celebri. Ma anche i primi, per quanto abbozzati, si dimostrano importanti, perché furono quelli in grado di prepararle la strada per il successo e la fama a lungo cercati.

Elsa Morante è l’autrice dell’Isola di Arturo, il romanzo Premio Strega 1957 che più di tutti le ha portato la notorietà, della Storia – un libro didascalico diverso dagli altri, ma che tuttavia non offusca la fama della scrittrice ma anzi la esalta. È l’autrice dello Scialle andaluso, uno dei suoi più celebri componimenti brevi, che poi darà il titolo a una raccolta di storie e narrazioni degne di merito. Ancora: è l’autrice di Menzogna e sortilegio, un romanzo di numerose pagine scritto in quattro anni. E di un altro breve poemetto, che nemmeno il suo maggior critico – Cesare Garboli – fu in grado di capire come lei si sarebbe aspettata. Mi riferisco a Il mondo salvato dai ragazzini, un’allucinante narrazione in versi di complessità inaudita, composta sotto l’effetto di droghe durante le lunghe trasferte newyorkesi.

Spesso in giro per il mondo, ora a New York, ora in India – con Moravia e Pasolini -, ora in Unione Sovietica, in Grecia e Cina con Debenedetti, Elsa Morante non smise mai di guardare verso i meno fortunati, i semplici e gli esclusi: i Felici Pochi. Coloro a cui dedicherà un’intera produzione letteraria, i protagonisti dei suoi romanzi: persone sconfitte in partenza ma che hanno tanto da dire – ed è il mondo che li perde.

E mentre i libri si compongono con gran fatica, Elsa viveva e si innamorava. Amava soprattutto uomini impossibili, da cui non otterrà mai indietro l’amore che provava – ma che spesso era inabile a ricevere.

Alberto Moravia ed Elsa Morante al mare, probabilmente durante una loro vacanza ad Anacapri.
Elsa Morante e Alberto Moravia durante una loro vacanza ad Anacapri

I legami le davano noia, e specialmente le persone. Elsa Morante era una persona fortemente indipendente e quando incontrò Alberto Moravia la loro unione fu benefica. Forse non avrebbe trovato altri uomini in grado di sopportare i suoi sbalzi d’umore, le stranezze, i silenzi: e difatti, tra tutte, la loro fu la relazione più lunga. Una lunga relazione di cui ha scritto un bellissimo libro Anna Folli, che non si interromperà nemmeno dopo la conclusione, e che continuerà a nutrirsi a distanza.

Insieme a Moravia, il meno impossibile dei suoi amori, ci saranno soprattutto giovani omosessuali che non saranno in grado di ricambiarla. Prima il regista Luchino Visconti, poi il pittore suicida americano Bill Morrow. E di una qualche forma d’amore si può parlare anche dell’amicizia tra Morante e Pasolini, cominciata come idilliaca, e destinata a frantumarsi, per una volta a causa di lui – e non di lei.

Una vita interamente dedicata alla letteratura, spesso in bilico tra la necessità di doversi adattare a un pubblico esigente e le ambizioni per le proprie opere. E se la vita privata dell’autrice è piena di incertezze, dubbi e difficoltà, quella dei suoi libri è attesa, immaginata, vagheggiata fin da bambina, e destinata a durare per sempre.

L'immagine rappresenta la copertina del libro "Numeri uno" scritto da Gabriele Sabatini. Il testo è ritratto sopra delle foglie autunnali.

Numeri uno, G. Sabatini

È uscito il 22 ottobre per i tipi di Minimum fax il nuovo libro di Gabriele Sabatini, Numeri uno: vent’anni di collane in otto libri.

Sabatini, classe 1983, è editor della casa editrice Carocci; è inoltre, membro della sofisticata redazione di Flanerì, rivista di cultura, editrice del periodico effe. Da svariati anni, Sabatini si occupa di storia dell’editoria italiana: Numeri uno è il suo secondo libro episodico – che nella struttura e nella composizione ricorda Visto si stampi, il primo saggio pubblicato dall’editore Italo Svevo. In entrambi i testi, infatti, ciò che l’autore intende narrare si svela in una sequela di episodi poco celebri riguardanti alcuni retroscena dell’editoria del Novecento.

In Numeri uno, Sabatini intende narrare – tramite otto vicende editoriali – il modo in cui l’editoria è cambiata.

Il punto di arresto sono gli anni Sessanta: un momento fondamentale per un significativo aumento della produzione letteraria del nostro Paese. In quegli anni, “dai circa 5600 titoli stampati nel 1956 si passa a più di 8100 del 1960, con un accrescimento in quattro anni di oltre il 40%”. Le ragioni di questo evidente incremento sono svariate. Prima fra tutte vi è il progresso dell’alfabetizzazione e il conseguente accrescimento dell’interesse tra gli italiani del tempo. Un interesse che non si limita “al libro per il libro o per la letteratura […], è anche il mondo che sta tutt’intorno a destare curiosità”. E in quello scenario nascono alcuni tra i maggiori salotti letterari; mentre sui giornali si comincia a dar notizia anche di quegli incontri culturali, delle feste di Alba de Céspedes e Maria Bellonci, i primi premi letterari…

Gli otto libri presentati da Sabatini sono stati tutti pubblicati tra gli anni Quaranta e Cinquanta del Novecento.

È tramite quei testi che Sabatini rispolvera i numeri uno di alcune delle maggiori collane di sempre. Maggiori in quanto, a quelle collane, è attribuito un vero e proprio cambiamento.
In quel momento, la situazione editoriale è congelata pressoché ovunque. Le case editrici faticano a reperire la carta a causa delle sanzioni imposte per la guerra d’Etiopia, e tutti gli autori e i loro libri transitano presso il vaglio del fascismo. Tuttavia, Rizzoli affida a Leo Longanesi la direzione della collana Il sofà delle muse, che esordisce con Il deserto dei Tartari di Buzzati. Ma è in Einaudi si palesa una maggiore attenzione per la narrativa italiana di qualità: Cesare Pavese esordisce con Paesi tuoi (1941) inaugurando la collana dei Narratori contemporanei.

Se durante la seconda guerra mondiale la produzione italiana precipita vertiginosamente, nel 1945 con la pace europea i titoli doppiano quelli stampati l’anno precedente. Può essere interessante fermare il proprio sguardo proprio su quel periodo di ripresa, e sul percorso d’inclusione che l’editore Einaudi ha compiuto sul proprio catalogo, dando spazio agli autori più conosciuti e apprezzati di allora.

Numeri uno diventa l’occasione adatta per parlare di Natalia Ginzburg – colonna portante della casa editrice Einaudi – che con È stato così inaugura la storica collana dei Coralli.

I Coralli sostituiscono evidentemente la collana dei Narratori contemporanei, e si accostano alle edizioni di pregio dei Supercoralli, inaugurati dalla penna di Elsa Morante. Sempre per Einaudi, ma nella collana diretta da Vittorini, I Gettoni, uscirà il brevissimo esordio di Franco Lucentini. Nel frattempo, mentre Einaudi è impegnato a scovare testi caratterizzati da un’altissima eleganza stilistica e completezza editoriale, in Italia si afferma il cosiddetto “fenomeno BUR“. Si tratta della prima collana economica in grado di produrre titoli dalle tirature spropositate e che si rivolge a un pubblico molto più ampio e variegato. Quello stesso pubblico che assicurerà il successo di Alba de Céspedes e Goffredo Parise.

Numeri uno intende presentare otto prestigiose collane editoriali tramite i libri che le hanno inaugurate.

Come dichiara Sabatini fin dall’introduzione dell’opera si tratta di titoli oggi “facilmente rintracciabili in libreria”. Tuttavia, Numeri uno conta un’eccezione: Quaderno proibito di Céspedes. Questo titolo attualmente è reperibili soltanto nel mercato dell’usato ma ben esemplifica il cambiamento di pubblico – e conseguentemente di rotta – dell’editoria italiana. Ma non si parla solo di questi otto libelli citati: Sabatini cita tantissimi testi, Il gattopardo, Scomparsa d’Angela, Beato fra le donne e diversi altri ancora.

Ciò su cui Sabatini si sofferma è il contesto in cui nascono le collane, sempre supportato da documenti, lettere, interviste e diari dell’epoca. Di questi libri si apprende il percorso compositivo – dai contratti, l’editing, i tagli, la scelta del titolo e della copertina – ma non solo; i rapporti con gli editori, i contratti e i dubbi che hanno perplesso gli autori degli otto numeri uno presentati.

Per concludere, Numeri uno si classifica come un’opera ricca di spunti e riferimenti letterari, un’opera attraverso cui comprendere meglio il mondo editoriale analizzandolo da un punto di vista che in pochi – prima di Sabatini – hanno avuto l’intuito di sfruttare.

L'immagine rappresenta un'istantanea scattata al secondo libro di Natalia Ginzburg, È stato così, pubblicato da Einaudi Editore

È stato così, N. Ginzburg

È il 1947 quando Natalia Ginzburg dà alla stampa il primo libro che reca il vero nome dell’autrice. Si tratta di È stato così, un romanzo breve riproposto in seguito nella raccolta Cinque romanzi brevi, insieme a La strada che va in città, Valentino, Sagittario, e Le voci della sera. La strada che va in città era il titolo del suo primo romanzo, uscito con lo pseudonimo di Alessandra Torimparte.

Per Natalia, il 1947 è un anno importante perché, in qualche modo, rappresenta un momento di discontinuità e rottura con il passato. Da quell’anno molte cose cambieranno per lei e finalmente le sue pene sembreranno ricevere un po’ di tregua – anche grazie all’unione con Gabriele Baldini.

Allora sono passati solo tre anni da quando suo marito Leone è morto nelle carceri di Regina Coeli, fino all’ultimo senza mai rinnegare la sua natura antifascista. Un uomo coraggioso, uno dei padri fondatori della casa editrice Einaudi, che proprio in quegli anni si distinse per la capacità di restare in piedi onestamente anche sotto il fascismo.

Per Natalia la perdita del marito è dolorosa, ed Einaudi – quasi per consolarla, ma sopra a tutto per affetto – le offre il posto di redattrice nella sede romana della casa editrice.

Tra quelle stanze Natalia scrive È stato così, una storia che, tramite il loro dolore racconta del malessere costante in cui vive da quando Leone l’ha lasciata. Il libro è dedicato proprio “A Leone” e dal suo interno esonda una tale struggente malinconia che la stessa Ginzburg riconosce provenire dal suo mal stare.

Ero infatti, mentre lo scrivevo, di un umore profondamente malinconico. Questo umore malinconico, è certo, nel racconto, un difetto. […] Se riscrivessi oggi quel racconto, non so se conserverei quel colpo di pistola, credo piuttosto di no.

Natalia Ginzburg, l’autrice commenta il suo libro per le nostre lettrici, “noi dnne”, xx, 7 marzo 1964

L’incipit di È stato così è fulminante. Sembra l’esordio di un film, l’azione scatenante che mette in moto la storia.

Una donna prende una rivoltella dal cassetto dello scrittoio del marito e gli spara nei occhi. Si infila l’impermeabile e i guanti e poi esce di casa. Prende un caffè al bar e comincia a caminare a caso per tutta la città. Raggiunge un parco, si siede su una panchina, mette in tasca la fede e comincia a riflettere su quello che è appena accaduto. “Ho sparato a mio marito”, pensa, si chiede che cosa dirà alla polizia, loro non potranno mai capirla, e lei teme che non possa essere compresa se non racconta la storia proprio dall’inizio. “È stato così”, direbbe, “È per questo che ho ammazzato mio marito” e comincerebbe a raccontare la storia fin dall’inizio.

Un io narrante – spesso rinnegato da Natalia – si assume il compito di raccontare la storia fin dal momento in cui i due si incontrano, nello studio di un medico.

Eppure, quella prima persona singolare sembra molto di più che un puro accorgimento stilistico, è come se la storia scritta fosse per lei una sorta di continuazione della vita. La fantasia come un mondo parallelo governato dalle emozioni. In quelle pagine, infatti, sono i sentimenti a guidare la narrazione. È come se tutto, i personaggi, i fatti, le parole e persino la sintassi, fossero a servizio dei sentimenti. Sentimenti soprattutto di malinconia, sentimenti come il sentirsi inopportuni e fragili davanti agli altri, o cercare l’armonia fuori di noi stessi.

Il dolore si percepisce persino nella scelta di un linguaggio antigrazioso e di un ritmo serrato che non cala mai. È stato così è una tragedia senza atti.

È il resoconto puntiglioso e quasi cronachistico di una vita tragica e sbagliata senza rimedio alcuno. Il dettato di una donna normale, una piccola borghese intellettuale, una persona semplice che dal momento in cui si sposa chiude il resto del mondo fuori dalla sua vita, e la vita, in qualche modo, cessa di esistere. Eppure, così non è stato per Alberto, suo marito, che invece la tradisce, le mente e che non ha nessun amore per lei, mentre dice deliberatamente di provarne per un’altra donna. E a quel punto c’è solo una via di scampo per la donna: restare incinta.

Una storia terribilmente attuale, breve quanto intensa, che a distanza di settant’anni dal momento in cui venne composta non smette di parlare alla contemporaneità.

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