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Un libro di grandi slanci. Un inno all’adolescenza, alla sua energia e alla sua bellezza come visione politica per cambiare il mondo. Non c’è nulla nella tradizione letteraria italiana che gli assomigli anche lontanamente. Il poemetto, il teatro, la poesia visiva, il libello sono mescolati con un’alchimia che sembra far esplodere l’oggetto libro, proiettare il testo fuori dalle pagine, anche graficamente: come un appello che esca da una gabbia e vada alla ricerca dei «ragazzini» di tutto il mondo. Nel progetto morantiano di poesia come politica e come religione, in questo libro è riassunta – come in un manifesto – l’intera opera di Elsa Morante.

Il mondo salvato dai ragazzini, Elsa Morante

Gli anni Sessanta sono stati in Italia – ma soprattutto nel mondo – un momento di fondamentale importanza. Elsa Morante riconosce nei ragazzini di quegli anni, l’unica possibilità di salvezza per un mondo che procede inesorabile verso la propria distruzione.

Il mondo salvato dai ragazzini è un’opera che sfugge con insistenza a qualsiasi tipo di definizione e catalogazione. Non può essere considerato un romanzo, né una raccolta di racconti, o un poema. Si colloca, invece, in una posizione del tutto nuova rispetto ai precedenti romanzi morantiani.

Non è un romanzo, non è una raccolta di racconti, né si può definire un poema. Ma al suo interno, contiene il romanzo, il racconto, il poema e la parodia – mondo a cui, la Morante non si era ancora avvicinata prima.
Il mondo salvato dai ragazzini, viene pubblicato per Einaudi nei primi mesi del 1968 e intendeva rivolgersi a una classe di persone in particolare: i ragazzini. Gli ultimi in grado di poter compiere una valida rivolta.
L’intento di Elsa Morante, in queste pagine, è proprio quello di intervenire nella desolante realtà con “i mezzi della poesia”, tramite i lettori più ricettivi di tutti.

La visione del poeta morantiano, per Elsa è la più alta di tutti.

Il poeta ha il compito di guidare le persone, i lettori, e di condurli verso la salvezza; deve mettere in guardia i lettori dai pericoli di cui il mondo è pregno. Il più grande tra tutti, il rischio più grave, è di cadere nell’irrealtà.
I concetti di realtà e di menzogna sono temi che la Morante insegue fin dal suo esordio, non a caso il suo primo romanzo si intitola Menzogna e sortilegio, e origina dalle bugie di cui Elsa Morante è vittima fin dall’infanzia. (Elsa Morante, scoprirà tardi di essere figlia di un padre diverso rispetto a quello con cui è cresciuta e si convincerà che tutta la sua esistenza sia una menzogna.)

La Morante afferma la necessità della poesia di essere immortale. È l’unica possibilità dell’uomo per resistere alla rovina e alla cultura di morte, sempre più diffusa e frequentata. Il poeta perfetto, per la Morante è un suo amico che è stato in grado di sostenerla per tutta la vita: Umberto Saba. Con lui, la Morante avrà sempre uno stretto rapporto di amicizia, a differenza di Pasolini, con cui invece interromperà le frequentazioni negli ultimi anni della sua vita.

A seguito della morte di Bill Morrow, giovane artista newyorkese con cui la Morante intrattenne una lunga relazione, Elsa Morante avrà bisogno di molto tempo per elaborare il lutto.

La storia d’amore tra Bill Morrow ed Elsa Morante andò avanti per qualche anno tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Sessanta. Elsa partì a New York nel 1959, per conoscere la grande città, accompagnata da Sergio Gajardo e Leonor Fini.
L’8 ottobre, durante un party mondano organizzato da Gajardo, la Morante fa la conoscenza di Morrow e ne rimane folgorata. Bill è molto bello, trasgressivo ed è una sorta di futuro Rimbaud. Di quella notte in cui si conobbero è una lettera scritta dalla Morante al marito Moravia:

Comunque sono stata a New York e questa notte è stata. La presente lettera è la prova di questa notte. Dio mi salvi dal desiderare di distruggere questa lettera.
Un jet / Bill / Venezia / Una famosa gorgée de venin / Domenica / IL PARTY / Ma la vecchiaia allora? / Era una favola? / Buona notte a tutti / E poi anche New York sarà passata.

Amata, p. 324 (einaudi)

In seguito alla scomparsa di Morrow, la Morante si separa da Alberto Moravia e ritorna a vivere in Via dell’Oca.

Proprio in questo momento tragico, nascerà la prima composizione che aprirà Il mondo salvato dai ragazzini, la poesia dedicata a Morrow: Addio.

All’interno del Mondo, la figura di Bill Morrow si fonde con quella di quei ragazzini che abitano con innocenza e rabbia il mondo in cui vivono. Lo contestano, ne denunciano le violenze, e gli domandano continuamente verità. Il mondo salvato dai ragazzini non è importante in quanto narrazione, ma poiché anticipò un sentimento proprio di quegli anni, un malcontento, un’infelicità insormontabile provata dai più.

Anche il concetto di verità, in opposizione alla menzogna, è qualcosa di probabilmente ripresa da Bill Morrow, tratto particolare e caratteristico dell’artista dimenticato.

Il mondo salvato dai ragazzini è un documento, forse il più alto del Sessantotto, che provava a parlare a tutti in nome della verità. Non appare disomogeneo nella diseguaglianza dei generi proposti, ma anche nei materiali e nei supporti cartacei su cui la Morante appuntò le sue storie.

La Morante cominciò a scrivere il Mondo salvato dai ragazzini su quaderni di grosse dimensioni.

Tuttavia, non si servì soltanto di quei quaderni, ma prese appunti anche su cartoni di altri formati, e fogli sciolti di diverse dimensioni. Per questo, l’Einaudi ha deciso di mantenere lo stile utilizzato dalla Morante. La pagina diventa un vero e proprio spazio disordinato, dove le parole trovano collocazione arbitraria e quasi mai consueta.
Ma a cambiare non solo solo le dimensioni delle carte, sono anche gli inchiostri, i tipi di penna utilizzati. C’è da dire che il Mondo è un’opera ripresa in più momenti, e forse anche per i numerosi traslochi compiuti da Elsa, si è perso traccia di un reale e concreto filo rosso che unisce queste poesie.

Centrale, in tutta l’opera è la canzone dei F.P.
Chi sono gli F.P.?

I F.P. sono i Felici Pochi, persone di ogni origine e sesso. “Sono tutti e sempre bel-lis-si-mi, anche se per suo conto la gente non lo vede)”. Insomma i Felici Pochi sono coloro che hanno conservato lo sguardo con cui si vede durante l’infanzia. Questi personaggi, per Elsa Morante sono dieci, e hanno un nome e un cognome:Gramsci, Rimbaud, Spinoza, Giordano Bruno, Bellini, Giovanna Taro, Platone, Rembrandt, Simone Weil, Volfango Amadeo Mozart. Essi rappresentano il modo giusto con cui rivolgersi al mondo per cambiarlo e salvarlo.

La seconda parte del Mondo è chiamata La commedia chimica. Non è facile riuscire a seguire ciò che la Morante voglia dirci attraverso queste pagine, ma c’è una ragione.

Nel piatto anteriore del quaderno in cui Elsa Morante raccolse alcuni dei testi che confluirono in Mondo, si legge:

N.B. Nelle quattro poesie raccolte sotto il titolo Un liquore amaro amaro che fa sudare, io ho tentato di descrivere, con la massima esattezza e fedeltà, certi miei privati esperimenti che più tardi, purtroppo sono diventati di moda; e dichiarati, in seguito, da molti paesi, illegali. Così quelle poesie non si spiegano secondo una logica immediata; ma piuttosto, sono a chiave: però la chiave la si può trovare abbastanza facilmente nei loro singoli titoli dove io l’ho nascosta. La ritrovi chi può.

Le chiavi di cui parla la Morante, si riferiscono ad alcuni nomi propri di droghe nascoste dietro il titolo delle poesia della Commedia Chimica, di cui la Morante si servì per i propri esperimenti. Si faccia caso, per esempio all’LSD della poesia La Sera Domenicale. Sul testo manoscritto, le iniziali delle lettere di ogni parola sono scritte in maiuscolo e con un inchiostro rosso anziché blu.

Il mondo salvato dai ragazzini si presenta come un’opera di difficilissima interpretazione. Le edizioni in commercio del testo non comprendono un’analisi avanzata, ma solamente prefazioni incomprensibili a chi non conosce la storia della Morante.

Tuttavia, vi invito ad approfondire la Morante con altre letture e percorsi, affinché sia possibile avere una panoramica più utile della sua figura di autore. Anche per poter riuscire a comprendere appieno il testo in questione.

Il Mondo salvato dai ragazzini è un inno alla verità, stimolo alla rivolta e invito alla difesa di quello scempio che l’età adulta compie verso quella giovanile.

La corsara, ritratto di Natalia Ginzburg.

Durante questi giorni di quarantena forzata, mi imbatto in una lettura che ho al lungo rimandato. Si tratta della Corsara, ritratto di Natalia Ginzburg, edito da Neri Pozza Editore, e scritto dalla sagace penna di Sandra Petrignani.

Ci si chiede spesso chi siano gli intellettuali, e quale sia il loro compito. Penso che gli intellettuali siano persone tenute a usare il pensiero e la parola al fine di definire la realtà e i diversi comportamenti umani e portarvi un poco di luce.

Con queste parole, nel 1977 Natalia Ginzburg apriva sulla Stampa un dibattito destinato a durare per molto tempo. Ed è proprio questa la ragione per cui mi sono appassionato alle storie della Ginzburg, prima, e a quella sua personale – ma soltanto adesso che ho potuto studiarla da così vicino.
Natalia è a tutti gli effetti un’intellettuale del Novecento, e grazie a lei, molta della letteratura mondiale ha visto la luce. Una donna che ha scritto moltissimo per il nostro Paese, ma che soprattutto ha dato voce a molti altri autori e personaggi che prima d’allora non conoscevamo.

Di lei, Sandra Petrignani ci consegna un ritratto appassionante e coerente. Un libro nato dal contributo di tante persone legate al ricordo di Natalia Ginzburg, da uno studio profondo tra lettere documenti, apparati critici, e case che ha abitato.

Natalia, nata Levi, nasce il 14 luglio del 1916 a Palermo, e si chiama come la protagonista di Guerra e Pace. È l’ultima di cinque figli: suo padre è l’istologo Giuseppe Levi, sposatosi a Lidia Tanzi. A soli tre anni, con la famiglia si trasferiscono a Torino, in quell’abitazione che molti anni dopo descriverà in Lessico famigliare.

È proprio in quella casa in via Pastrengo 29, nel quartiere torinese Crocetta, che per Natalia cominciano i ricordi. Non va d’accordo con nessuno: i suoi fratelli Mario e Alberto le rivolgono solo stupidi scherzi ed epiteti bizzarri, sua madre trascorrere il tempo con Paola, la sorella maggiore, “a comprare le stoffe per farsi fare vestiti nuovi della sarta”. Suo padre, invece, è molto severo e non fa altro che sgridarli, perché secondo lui fanno “malagrazia, potacci e sbrodeghezzi“.

Natalia bambina si crea un mondo alternativo, e la sera a letto, dialoga attraverso discussioni immaginarie con “lo Zameda, col re e con la regina come salvare la patria”. La sua quotidianità si popola di personaggi che chiama “i noi”, una stirpe di sudditi che la perseguitano. Solo col tempo, quel noi lasciano la scena a un principe bellissimo scappato dalla Russia durante la rivoluzione.

La piccola Natalia di tanto in tanto afferra una pantofola, e fingendo che sia la cornetta del telefono, lo chiama: “Pronto, c’è il principe Sergio?” Fu un amore che durò vari anni. “Era tutto un segreto, un segreto di cui mi vergognavo e godevo”.

Un anno prima della sua prima apparizione sulla rivista Solaria (1934), Natalia Ginzburg conosce Leone Ginzburg e Giulio Einaudi fonda con lui la casa editrice Einaudi.

Leone rappresenta per Natalia una guida, sin dal loro primo incontro, avvenuto grazie al fratello Mario, lui la prende a cuore, tanto che da alcuni verrà nominata come una sua creatura. Augusto Monti, il suo insegnante al Liceo D’Azeglio, ne intuisce fin da subito le spiccate doti, e lo coinvolge sin da subito nella gestione della biblioteca scolastica. Leone è sempre ricordato come brutto, pallido, con la barba fitta e nera e le sopraccigli enormi. Frequenta casa Levi perché impartisce lezioni di russo alla madre Lidia, e l’amore tra lui e Natalia comincia in sordina.

un uomo e una donna - due celebri scrittori italiani - sono rappresentati in una diapositiva in bianco e nero.
Natalia e Leone Ginzburg

Lui, infatti, è un principe azzurro molto distante da quello fantasticato. A Oriana Fallaci, lei stessa lo descriverà come “brutto e nerissimo”. Leone ha molti amici, i suoi compagni di classe, con cui poi condividerà l’amore editoriale e lunghe giornate in compagnia di sua moglie: da Pavese, a Pajetta, Foa e molti altri…

Di Natalia Ginzburg, Leone è il primo a comprendere le emozioni che le si agitano dentro. La indirizza verso una forma coerente, e da quel momento Natalia sposa una “sincerità espressiva che doveva costituire l’impegno morale del narratore”.

Natalia, come Leone, sente l’esigenza di dire sempre la verità, entrambi sono guidati da un rigore etico, che per lui rappresenta una “unità di misura del suo fare politico”. La stessa fedeltà, i due la riservano nella traduzione del testo originale, per non tradirlo “nemmeno in nome di una maggiore bellezza nella resa in un’altra lingua”.

Le idee di Leone, in campo sociale come letterario, improntarono la vita intera e l’attività di Natalia perché corrispondessero da subito al suo sentire. E perché, come sua stessa ammissione, ebbe sempre bisogno di uno sguardo maschile sulle sue decisioni artistiche, una specie di protezione paterna, o forse un assenso che la rassicurava.

Leone, però, è il piccolo di casa che dimostra straordinarie capacità di apprendimento – a differenza di Natalia, a cui saranno impartiti insegnamenti a domicilio, e che otterrà la maturità classica da privatista – probabilmente sotto raccomandazione. Sua madre le insegna a leggere e ascrivere, ma la Levi si distrae, non memorizza niente e non vede l’ora che la lezione finisca.

A scuola è somara senza rimedio, brava esclusivamente in italiano, nei temi in particolare, perché studia solo per un vecchio professore, alto e curvo, che sembra avere una certa simpatia per lei, ma che presto se ne va in pensione.

La sorella di Natalia Ginzburg, Paola si sposa con Adriano Olivetti.
A casa Levi sarà ospitato un suo amico, Filippo Turati (il fondatore del Partito Socialista Italiano) per una settimana, affinché l’8 dicembre del 1926, possano aiutarlo a fuggire per la Francia.
Questa scena Natalia la ricorda bene, e la racconterà proprio in Lessico famigliare.

Il matrimonio con Leone, invece, avviene quando lui conquista lo stipendio fisso in Einaudi. Lui è appena uscito dal carcere, è il 12 febbraio del 1938 e si trasferiscono a vivere in via Pallamaglio.

L’anno dopo arriva il primo figlio, Carlo in omaggio a Rosselli. Quello successivo, invece, Andrea, e sua madre si trasferisce con Natalina – fidata donna di servizio – a vivere con loro.

Natalia crede all’oroscopo, non ha molta fiducia nella propria femminilità. Porta i capelli molto corti, basse scarpe da uomo: le piacerebbe diventare uno scrittore più che una scrittrice – come anche la Morante, in quanto le donne non godono di buona considerazione letteraria.

È il 1942 quando firma con uno pseudonimo il primo romanzo, La strada che va in città. In copertina, sotto il nome di Alessandra Tornimparte, compare un’illustrazione di Francesco Menzio, e la falsa identità la aiuta a scampare alle persecuzioni dei nazisti che impedivano agli ebrei di pubblicare libri. Anche dentro questa storia, come nei suoi racconti, c’è molto di lei: in particolare, racconta di Corso Sallustio che da Pizzoli porta all’Aquila, una grande via che Natalia vede dalla finestra della sua nuova casa, dove Leone lavora in mezzo al baccano e alla gioia dei loro bambini.

Il 20 ottobre, quando Leone si trova a Roma per gestire la casa editrice – che dopo i bombardamenti è stata trasferita da Torino – scrive alla moglie di scappare all’Aquila o di raggiungerlo a Roma.

Poi venne l’armistizio, la breve esultanza e il delirio dell’armistizio; e poi due giorni dopo i tedeschi. Sulla strada correvano camion tedeschi, le colline e il paese erano pieni di soldati […] Sempre portavo i bambini sul prato del cavallo morto, e quando passavano gli aeroplani ci buttavamo nell’erba.

La proprietaria dell’albergo racconta ad alcuni soldati tedeschi che alloggiano nella struttura, che Natalia Ginzburg è una sua amica sfollata di Napoli, e in questo modo riesce a raggiungere Roma su un camion tedesco.

In viaggio, per distrarre i suoi bambini legge Le bellissime avventure di Caterì dalla Trecciolina, edito da Einaudi e scritto da Elsa Morante.

Il rapporto tra le due scrittrici è molto particolare: Natalia sarà destinata a trovarsi sempre in una posizione di superiorità, rispetto all’amica. Quando entrerà in Einaudi, sarà proprio tramite lei che la Morante pubblicherà il suo primo romanzo, Menzogna e Sortilegio. Anche prima di conoscersi si leggono e si tengono d’occhio tramite i racconti che scrivono per le riviste. Sono accomunate entrambe da una triste infanzia, ma umiliate avranno poi il riscatto che si meritano.
“Sono sincere fino alla brutalità, solo che Natalia accettava senza risentimento le critiche della collega, anche le più feroci, mentre Elsa raramente tollerava essere contraddetta”.

Il 20 novembre del 1942, Leone Ginzburg esce per andare al lavoro, perché se rimane in casa rischia di perdere un affare importante. E quello stesso giorno viene arrestato.

Natalia Ginzburg lo aspetta invano, mette i bambini a letto, ma lui non torna. Il giorno dopo è avvisata da Adriano Olivetti e lei è felice di trovare un volto conosciuto, ma distrutta dalla notizia. Un anno e mezzo dopo, il 4 febbraio del 1944, Leone muore da solo, in carcere. Lo trovano morto all’indomani mattina.

Quando in ottobre torna a Roma, Natalia scrive una delle sue poesie più celebri e la dedica al marito. Si tratta di Memoria, composta subito dopo aver visto il corpo dell’amato. Si firma Natalia Ginzburg e abbandona finalmente il suo pseudonimo protettivo.

Non vuole più chiamarsi Levi, con il nome del padre, e tantomeno Tornimparte, figlia di nessuno. Se aveva mai avuto un padre amorevole, sicuro delle sue qualità artistiche, incoraggiante, sincero, questo era stato solo Leone.

Il testo è la poesia Memoria di Natalia Ginzburg scritta dopo aver incontrato suo Marito Leone defunto.

Dopo la Guerra e la morte di Leone, Natalia terrà per sempre il cognome del suo primo marito – anche durante il matrimonio con Gabriele Baldini.

Nel frattempo la casa editrice Einaudi soffre la censura del fascismo, Pavese fugge a Serralunga, Giulio Einaudi in Svizzera, mentre Balbo è in Albania. Ma un bel giorno Einaudi chiama tutti e dice che è pronto a ricominciare. E Natalia viene assunta in casa editrice, per continuare a mantenere vivo l’onore di suo marito, e perché si trova in difficoltà economica. Inizialmente si tratta di un contrattino, Natalia in bicicletta imbocca via XX Settembre e arriva ai Parioli. Allora si sente molto infelice, ma presto viene assunta a tempo pieno. Così la corsara racconta: “Mi feci fare una chiave e venivo in ufficio anche la domenica”.

Dopo l’amore per suo marito, Natalia incontra in Polonia lo scrittore Salvatore Quasimodo: insieme vanno in pellegrinaggio ad Auschwitz e sono destinati a corteggiarsi da lontano fino al suo matrimonio nel 1948, con Maria Cumani.

Natalia Ginburg e Cesare Garboli

Durante quello stesso anno, Natalia si imbatte nella “splendida persona” di Cesare Garboli a Roma, in visita alla città per andare in Polonia. Sua sorella Paola la porta allo storico Caffè Greco di via Condotti, e lì i due si incontrano. Il critico rappresenta per lei colui che la “porterà a capire a far esplodere la voce della narratrice tra memoria, storia, autobiografia e leggerezza ironica”.

A trentatré anni Natalia incontra il suo secondo marito: si tratta di Gabriele Baldini, lui ha tre anni in meno di lei, e ai suoi genitori questi sembrano troppi.

Inoltre la Ginzburg è ebrea, a differenza dei Baldini – che invece sono fortemente cattolici. In lui, lei trovò un esempio di profondità e di solidità e una fonte di leggerezza.
Loro due sono molto diversi, si scontrano di frequente e i loro litigi fanno paura persino ai loro vicini di casa. Insieme avranno la loro prima figlia con gravi handicap, Susanna, di cui Natalia si prenderà cura per il resto dei suoi giorni.

La Ginzburg intanto continua a lavorare in casa editrice, le viene assegnata il reparto della narrativa, è complice di alcune scoperte di autori importanti – come Proust, che proprio lei portò in Italia – dopo che per anni ne sentì parlare dal fratello maggiore. Stringe un buon rapporto con Italo Calvino, con cui spesso condividono letture incrociate dei loro testi. Lei legge la sua prima stesura del Barone rampante, lui il di lei Sagittario. Ha a cuore Anna Maria Ortese – in cui riconosce una delle autrici più grandi del tempo, negli ultimi anni traduce Flaubert, e nel frattempo non smette mai di scrivere racconti e breve novelle. All’interno dei suoi scritti occupa uno spazio considerevole l’autobiografismo, e infatti spesso racconta della propria vita e delle persone che le orbitano attorno.

Sogna di vincere il Premio Strega, eppure prima di riuscire a ottenerlo dovrà aspettare il 1963, quando al Ninfeo di Villa Giulia, Natalia lo vince con Lessico famigliare.

Se con Le piccole virtù, dove narra il suo rapporto con il figlio, non riuscì a vincerlo, con questo è la volta buona. Molti critici ritengono che il suo successo fosse dovuto a questa nuova tipologia di romanzo che la Ginzburg si è inventata. Una sapiente mescolanza di persone che si incrociano, un io prorompente che riuscirà ad abbandonare solo con il teatro. Eppure, Natalia per tutta la vita tenta di scrivere un romanzo come uno di quelli della sua amica Elsa, che abbia un intreccio e un’architettura precisa. Lessico famigliare ottiene un successo strepitoso e Giulio Einaudi dirà di lei che sa tenere il mercato splendidamente.

Con la scomparsa del padre, Natalia comincia a dedicarsi al teatro. È l’attrice Adriana Asti a chiederle di scrivere per lei una commedia. Così Natalia compone Ti ho sposato per allegria – opera che verrà fortemente disprezzata dalla Morante.

Subito dopo scompare anche Gabriele Baldini: è ricoverato per vari disturbi e perde la vita al San Giacomo di Roma. Natalia a questo punto è esausta, litiga con Einaudi perché non la paga regolarmente e passa alla Garzanti con cui esce Mai devi domandarmi, una raccolta di articoli pubblicati sulla Stampa.

Nel 1977, Natalia si riavvicina all’Einaudi sia come consulente che scrittrice, e da quel momento comincia per lei il periodo di massimo splendore lavorativo. Dall’ufficio stampa Einaudi, Maria Ida Cartoni, ne proviene un resoconto ambizioso e affasciante, e dopo il lavoro si riuniscono a casa sua a parlare di libri e bere il tè in via Gregoriana.

Natalia lavora alla Famiglia Manzoni, che le richiede fin da subito moltissime ricerche per comporre una sorta di biografia collettiva, da leggere “come un romanzo”. Il contratto che le viene proposto, ancora una volta la fa arrabbiare. Rispetto al solito 15% le viene offerto un 10% sulle vendite e un anticipo economico molto minore rispetto a quello stimato. Così lei rifiuta, e in quelle circostanze ammonisce nuovamente Giulio Einaudi, che cede e le assicura ciò che esige.

A giugno del 1983, Natalia viene eletta in Parlamento come indipendente di sinistra. La sua posizione è completamente quella di una pacifista, e quando l’amica Elsa Morante tenta il suicidio, la Ginzburg chiede una sovvenzione allo Stato.

Con le risorse a cui può attingere da parlamentare, Natalia si preoccupa della condizione dei carcerati, e sostiene l’associazione Italia-razzismo, opponendosi a questa nuova ondata di odio.

L’11 ottobre del 1987, Guido Almansi include la Ginzburg in un elenco degli “scrittori intoccabili”.

Il suo nome compare insieme a quello di uomini molto illustri, come Moravia, Ceronetti, Montale e Sciascia, e questo accade soprattutto perché ormai Natalia è diventata una “statua elevata a se stessa che non è più possibile criticare, se non a costo di essere sepolti di contumelie”.
In quello stesso anno, Natalia scrive a Ferrero, nuovo direttore dell’Einaudi, che ha intenzione di lasciare la casa editrice, lui la invita a mantenere la calma, ma lei non è disposta a scendere a compromessi: l’Einaudi non è più quella di un tempo. Ora assomiglia più a un industria che a un bosco, e lei allora preferisce andare a fare industria dove non ha il ricordo di bellissimi boschi.

Alla fine, però, quando Einaudi passa nelle mani della Bruno Mondadori, alla scadenza del suo vecchio contratto con Einaudi, a Natalia gliene viene garantito uno molto importante. L’editore, infatti, si impegnerà a stampare tutte le sue opere, ristampare quelle in esaurimento, e per una cospicua somma compra i diritti anche della sua prossima storia.

Natalia Ginzburg muore durante la notte tra il 7 e l’8 ottobre del 1988. Viene seppellita al Cimitero del Verano, in un posto che la Petrignani racconta non le faccia per niente onore. È una tomba qualsiasi, che neanche gli addetti saprebbero riconoscere.

In questa maniera si conclude un’attenta analisi biografica attorno a una figura di grande spessore. Sandra Petrignani, ci fornisce una panoramica completa di una donna e della società in cui vive, proprio come la Ginzburg stessa avrebbe fatto in uno dei propri scritti. Ma La corsara non è soltanto la storia di una grande donna, è il racconto di un’epoca, e di innumerevoli personalità di spicco che sono passati per la sua strada – molte più di quelle che sono riuscito a riportare qua. È il racconto di un tentativo di far cultura, di continuare a dire la verità e insistere affinché possa sempre essere raccontata.

Uno scritto prezioso, composto con eleganza ed equilibrio, imprescindibile per chi vuole conoscere da più vicino la storia di Natalia Ginzburg.

L'Isola di Arturo fotografato in mezzo a una tovaglia meridionale

L’isola di Arturo, Elsa Morante

Nella primavera del 1952, Elsa Morante comincia a scrivere L’isola di Arturo. Accade dopo un piccolo soggiorno nell’Isola di Procida, che la Morante compie con suo marito Alberto Moravia. Insieme alloggiano in un albergo che poi diventerà un luogo d’incontro per poeti e artisti provenienti da ogni luogo.

Inizialmente comincia a comporre Nerina, ma ne abbandona la scrittura per la stesura di un’opera che le procurerà la vittoria del Premio Strega 1957.
Il libro viene subito pubblicato da Einaudi, e dona alla Morante il riconoscimento tanto atteso.
Si tratta di un romanzo di formazione raccontato in prima persona dal protagonista del racconto, Arturo Gerace – lo stesso punto di vista che aveva ottenuto i risultati sperati con Menzogna e Sortilegio.

Arturo ha il nome di una stella. È un giovane ragazzo – ha all’incirca quindici anni quando narra la storia – destinato per sempre alla solitudine. Nonostante egli sia impossibilitato di accorgersene razionalmente, è lasciato solo fin dal principio e di questa solitudine soffre immensamente.
Prima tra tutti è abbandonato sua madre, la cui perdita dolorosa – che coincide con la sua nascita – gli cucirà addosso un’amara malinconia, che si porterà appresso per il resto dei suoi giorni. Neanche la religione gli dà conforto, e nonostante sia stato battezzato, Arturo non crede in Dio e si professa fieramente ateo.

I primi anni della sua esistenza trascorrono lunghi e beati tra spiagge e scogliere, anche grazie alla presenza di Silvestro, un soldato balio che si prende cura di lui durante l’infanzia e lo alleva con il latte di capra. Questo personaggio rappresenta per il neonato una figura che, tramite il ricordo, riuscirà ad accudirlo anche quando sarà ormai cresciuto e lontano. Oltre a ciò, una compagnia che sopraggiunge in soccorso delle grandi mancanze.

Suo padre, Wilhelm Gerace, trascorre la maggior parte del tempo lontano da Procida, perché va in cerca di affari e divertimenti in giro per il mondo. Non va d’accordo con nessuno, ma per Arturo è un idolo irraggiungibile, e tutto ciò che gli appartiene pare essere circondato da un’aurea regale. I suoi racconti sono miti leggendari, e ogni compito che gli viene assegnato, per Arturo diviene l’occasione per avere l’attenzione del padre.
Wilhelm gira per l’isola in chiassosi sandali di legno, la camicia aperta sul petto; non ha mai un aspetto presentabile o raccomandabile, ma a lui ha promesso che quando sarà grande abbastanza partiranno insieme alla scoperta del mondo.

È così che scorre il tempo per Arturo Gerace: ogni volta, accompagnando il padre fino al molo per salutarlo con la mano e vederlo andar via, per poi aspettare il suo rientro nel grande Castello.
La loro dimora è un antico monastero dove Romeo l’Amalfitano (il più antico abitante di Procida) si era stabilito – ereditato poi dal padre di Arturo, in quanto suo unico amico.

Il luogo è segnato da una leggendaria maledizione: qualunque donna vi abiterà sarà condannata a morire.

Il castello

sorge, unica costruzione, sull’alto di un monticello ripido, in mezzo a un terreno incolto e sparso di sassolini di lava. La facciata guarda verso il paese, e da questa parte il fianco del Monticello è rafforzato da una vecchia muraglia fatta di pezzi di roccia.

Procida è di origine vulcanica, e nonostante la vicinanza alla più chiassosa Napoli, l’Isola di Arturo non assomiglia per niente alla grande città. Il porto è popolato solo da chiatte o barconi mercantili, lontano dal traffico che affolla quegli altri vicini. Viene descritta come un luogo lontano da qualsiasi tempo e dalla Storia, dove gli abitanti sono taciturni, e il mare ascolta e racchiude i segreti dei procidani.

In tutta l’Isola, regna un silenzio sovrano, e la natura – fatta di ginestre, fiori spontanei e verdi colline – accudisce il giovane Arturo. L’unica compagnia per il ragazzo è Immacolatella, una cagnetta a cui è riuscito ad affezionarsi anche sua padre. Proprio questo animaletto sarà collegato al suo primo grande dolore, derivante dalla sua perdita.

Un giorno suo padre torna a casa con una giovanissima fidanzata, Nunziatella, e Arturo impazzisce di gelosia.

È spaventato dall’idea che abbia deciso di portarla dentro il Castello, e ancor di più teme che le sue attenzioni possano risentirne. Tuttavia, è rincuorato nel constatare che lui non la guardi nemmeno, e sin da subito si dimostra nei confronti di lei sgarbato, autoritario – e persino violento!

L’isola di Arturo narra il passaggio di Arturo dalla sua infanzia alla piena maturità. È un eroe valoroso, la cui storia è raccontata attraverso la moltitudine di sentimenti che prova. Ci sono dentro tutti: il dolore, il tradimento, la solitudine, il rimorso, il rimpianto, la compassione, l’amore, l’amicizia, la lealtà. Per questo ragione, Arturo dovrebbe essere letto più spesso e in quel momento della vita.

Sarebbe difficile, ancora una volta, tentare di inserire la scrittura di Elsa Morante in altri gruppi stilistici. La Morante è una scrittrice totalmente nuova, ogni volta che si appresta a scrivere.

Elsa Morante è precisa, accompagna il racconto con lunghissime e indimenticabili descrizioni che rendono l’ambientazione del racconto dettagliata, e i personaggi finemente caratterizzati. La prosa della scrittrice non lascia intravedere modelli. È asciutta, e ogni suo grande periodare conduce a un’immedesimazione così profonda, che alla fine ci sembrerà di essere noi stessi Arturo. Di aver provato, almeno una volta, ognuno di un ventaglio dei sentimenti raccontati.


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