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Lettere ad Amelia Rosselli scritte da Alberto Moravia raccolte nel volume Bompiani del 2010. L'immagine mostra Aldostefano Marino con una camicia sul blu e il giallo e il libro davanti al viso

Lettere ad Amelia Rosselli, A. Moravia

Forse non tutti sanno che Alberto Moravia si avvicinò alla scrittura in maniera consapevole durante la lunga permanenza nel sanatorio dei Codivilla. Allora, il caro Moravia, aveva appena compiuto gli otto anni e prima di essere accolto nella clinica di Cortina d’Ampezzo dovette passare per cure sbagliate e dolori lancinanti.

Sarà sua zia Amelia Pincherle Rosselli – sorella del padre Carlo e madre dei due famosi antifascisti Carlo e Nello Rosselli – a spronare suo fratello ad affidare il giovanissimo Moravia, ammalato di coxite, alle cure del Vittorio Putti, direttore dell’ospedale Rizzoli.

In quegli anni per la tubercolosi ossea non era ancora stata trovata una cura; i pazienti si affidavano alle attenzioni degli ortopedici, e spesso le cure non risultavano adeguate alle complicazioni di quella malattia. Perciò, l’apertura dell’Istituto Elioterapico Codivilla si presentò agli occhi di molti come una nuova possibilità di salvezza.

Le quarantadue lettere di Moravia ad Amelia Rosselli provengono quasi interamente dall’archivio della Fondazione Rosselli di Torino.

Sono lettere che permetto agli amatori di Moravia di guardare più da vicino a quel periodo infausto che l’autore visse. Un periodo che in qualche modo è stato fondante per l’intera produzione dell’artista; un periodo di sicura fertilità artistica. Ma anche un momento di dolore, di sofferenza e solitudine, dove al di là della contemplazione delle montagne innevate e delle ore trascorse al sole, Moravia fu costretto a fare i conti con la propria ingombrante coscienza. Non a caso, quella solitudine e quel dolore dell’infanzia, ritorneranno proprio in uno dei suoi celebri romanzi: Agostino (Bompiani 1944).

È un Moravia ancora inesperto quello che incontriamo in questi carteggi; un Moravia che non si è ancora fatto un’idea precisa del mondo, ma che ancora così giovane, rifiuta del tutto quel mondo borghese in cui è cresciuto. Quello stesso mondo borghese, di artifici e finzione, che Moravia riscontra anche tra i Rosselli.

Forte, in quegli anni, è difatti l’influsso di Amelia Pincherle, nota autrice di teatro e di alcuni romanzi ormai dimenticati come Topinino, Storia di un bambino (1905); ma insieme a lei, anche suoi figli Carlo e Nello contribuiscono a dar forma ai pensieri di Moravia. I due cugini grandi che vivono a Firenze, e che partono per il mondo a conoscere la Storia e compilare tesi di laurea, sono per Moravia ispirazione. Ma se da un lato, Moravia risulta attratto dalla loro forza di carattere, dall’altro il suo giudizio è spietato, e ritiene anche loro vittime di una falsa borghesia.

È singolare il fatto per cui, all’interno della stessa famiglia – e durante gli stessi anni – sia Moravia che i Rosselli «maturano una delle maggiori esperienze letterarie e una delle maggiori esperienze politiche del Novecento».

È in qualche modo la presenza e l’attenzione di Amelia Pincherle Rosselli a fare da perno tra i cugini. D’altronde, come ho ricordato poco innanzi, nel 1924 il suo intervento fu cruciale per la grave malattia che allettava Moravia.

Se il loro rapporto appare tanto forte nelle lettere, è noto che a partire dai primi anni Trenta vada ad affievolirsi. In quegli anni Alberto è ormai il celebre autore degli Indifferenti, mentre Carlo è il leader di Giustizia e Libertà. Inoltre, è proprio in quegli anni che l’azione dei fratelli volge ad affermare una nuova ricostituzione delle libertà e del potere; la loro lotta tuttavia porterà alla scomparsa nel 1937 dei due fratelli, uccisi in Francia da sicari francesi per conto dei servizi segreti italiani.

Questo evento, però, anziché abbreviare le distanze tra i Rosselli e Moravia, contribuì a segnare un più netto distacco. Prima per lo strano silenzio pubblico di Moravia in merito ai fatti, poi per quell’interseco significato del Conformista («il più inquietante ed enigmatico dei romanzi moraviani, nel quale viene adombrata la tragedia di Bagnoles-de-l’Orne»).

Se le lettere raccolte nel volume vantano il pregio di informare il lettore su un passato di Moravia poco narrato, non va dimenticato il preciso ruolo storico e culturale che assumono in una prospettiva più ampia.

Il corpus di lettere si spinge oltre i rilievi biografici; coinvolge eventi, giudizi, fatti storici di interesse generale. Non si appresta a definirsi fondamentale per la sola ragione di raccontare un Moravia inedito, ma anzi, fornisce informazioni circa la moralità di quegli anni; una borghesia che si piega facilmente alle volontà del denaro, e che ha perso ogni suo valore.

Quella stessa borghesia che sarà tema centrale di tutta l’opera moraviana; prima con Gli indifferenti, e poi con i romanzi che portano in scena l’inadeguatezza dell’uomo del Novecento e la soppressione di tutte le sue volontà.

Allo stesso tempo, le lettere ad Amelia Rosselli sono fondamentali per comprendere il personaggio di Amelia. Di lei, infatti, non sono molte le opere in circolazione, tanto che il suo nome si fa presto a confonderlo con quello più attuale della nipote.

Molto diverse furono comunque le scelte di Amelia, che dal patrimonio delle memorie di famiglia, soprattutto nei primi e più difficili anni fiorentini, attinse le ragioni e i valori per una rifondazione dell’identità personale e familiare in uno stile di vita generosamente e responsabilmente operoso nel presente […] Con notevole modernità e intelligenza, Amelia interpreta il proprio compito educativo nei confronti dei figli senza abbandonare, ma anzi valorizzando quell’impegno sociale, letterario e civile che le era a cuore.

lettere ad amelia rosselli, moravia a., bompiani, milano 2009 (p. 13)

Le lettere rinvenute di Moravia alla zia Amelia sono un documento diretto degli anni della malattia.

Grazie a quelle lettere è possibile vedere quella sofferenza che Moravia si porterà dietro per tutta la vita; dimostrano l’incertezza sul futuro e quel sentimento di noia già citato. Allora, colpirà il lettore la maturità di un Moravia adolescente, che nell’affrontare quel male oggettiva le conseguenze e le manda per iscritto alla zia.

Dal 1° giugno del 1924, arrivato al sanatorio all’età di sedici anni, Alberto ne uscirà sedici mesi dopo, quasi diciottenne. In quel momento Moravia avrà scritte le sue prime poesie – un’altra ragione per cui l’epistolario si è rivelato prezioso; avrà posto le basi per il suo romanzo fondamentale, di cui si appresta a cominciare una rilettura totale.

E quella sofferta permanenza, per cui sarà costretto ad abbandonare la frequentazione dell’istituto scolastico e ad annoiarsi sui suoi libri senza né metodo né guida, diviene allora l’occasione per un’indagine biografica, sì, ma soprattutto storica e politica.

Simone Casini è il curatore del corpus di lettere.

Studioso di autori del Novecento, Casini (Firenze, 1963) ha pubblicato vari studi, tra cui compaiono quelli su Alfieri, Botta, Gadda, Moravia e molti altri. A lui è affidata l’edizione e il commento alle Opere di Moravia, attualmente al quarto volume e in corso di pubblicazione presso Bompiani. Preziosa, per la comprensione del testo, risulta dunque l’Introduzione compilata da Casini, che ha il potere di far luce ed evidenziare i punti di contatto con l’opera moraviana.

Il libro di Moravia, La ciociara, ritratto su un piano in legno con le rose bianche e un nastro rosso

La ciociara, A. Moravia

Ecco che i temi tanto cari a Moravia, con La Ciociara si perdono, e lasciano spazio a una narrazione che intende essere insieme storica e realistica. Perché se negli altri romanzi di Moravia, Gli indifferenti per esempio, la storia avviene all’interno del lettore; nella Ciociara, la storia prende vita tra le pagine, e il lettore assiste allo spettacolo.

Se negli Indifferenti, ma anche nella Noia, per mano di Moravia si manifesta un affresco astratto della realtà, dove niente è come sembra, e ogni cosa ne intende un’altra; in libri come La ciociara e Agostino, il problema che l’autore vuole snocciolare appare forte e chiaro. Non è trattato attraverso vie secondarie, ma espresso in maniera diretta.

Forse, una delle più grandi capacità di Moravia è proprio quella di sapere sempre scrivere storie che superano le precedenti, o che almeno le rimettono in discussione; Moravia è abile a inventare racconti ogni volta nuovi; personaggi diversificati, ambientazioni le une diverse dalle altre, ora Roma, ora Rimini, ora Capri. E se per la maggior parte degli autori del Novecento, vien facile individuare una linea narrativa, un filo conduttore che unisce tutte le opere composte, con Moravia questo diviene più difficile.

Pubblicato nel 1957, La ciociara era già stato scritto dall’autore negli anni Quaranta. Ma arrivava dieci anni dopo rispetto a un altro libro, che può esser letto in sua funzione: La romana.

Mentre La romana, però, è ambientato durante e sotto la dittatura fascista; La ciociara narra gli ultimi nove mesi di una guerra estenuante. È la Seconda guerra mondiale, precisamente il biennio 1943-1944, periodo che lo stesso Moravia (in compagnia di Elsa Morante) trascorse come sfollato in Ciociaria. In qualche modo si potrebbe sospettare quindi che questo romanzo rechi seco molto materiale autobiografico; e difatti è vero; ma sarebbe assurdo ricercare Moravia, oppure Morante, tra quei personaggi.

Nella Ciociara, l’autobiografismo di Moravia lo si può riscontrare nelle lunghe descrizione dei paesaggi desolati, dei metodi feroci con cui le persone avevano imparato a vivere; in quelle capanne sgangherate in cui egli stesso si riparò, in quelle descrizioni di un popolo che ha perso completamente i propri riferimenti. È dunque la narrazione dell’esperienza umana di quella terribile creatura che è la guerra.

Un mondo in cui la legge, la moralità, il senso del dovere, il rispetto e altri valori simili non esistono più. È anche per questo che Cesira, e la sua giovanissima figlia Rosetta, dopo aver affidato le proprie cose a un uomo che le sorveglierà, abbandonano la città di Roma per trovare riparo più a Sud.

È Cesira a raccontare la storia in prima persona. La sua storia è quella di un’italiana qualunque dei primi anni Quaranta. Una donna tenace, che provvede a tutto da sé, e che ormai non teme più niente.

Dopo la perdita del marito, a parte il negozio, e la giovanissima Rosetta, Cesira non ha nient’altro di cui più occuparsi. Sposatasi a un uomo molto più anziano di lei, Cesira conosce il mondo così come le appare: ma niente, e dico niente!, è in grado di metterle realmente paura. L’unica cosa che teme è di non essere abbastanza forte da proteggere sua figlia, e così la difende da chiunque, a spada tratta, con un italiano spesso maccheronico, e di sicuro poco raffinato.

Rosetta, invece, è stata istruita dalle suore: è per amor del defunto padre e della sua passione per la borsa nera, che la bambina ha potuto ricevere una ligia educazione. Ma al contrario di sua madre, Rosetta è timida, impaurita, e non ha percezione di ciò che nel mentre accade intorno a loro.

Così, dopo essersi fatte aiutare da uno spasimante di Cesira, Giovanni, le due donne si mettono in viaggio; arrivano alla Stazione Termini, e là, salgono su un treno diretto a Vallecorsa. Sui vagoni sono costrette a viaggiare in piedi, osservano i visi tetri dei passeggeri, hanno poche provviste per il viaggio; ma nella città di Fondi – all’incirca un giorno oltre la partenza – Cesira e Rosetta sono costrette a fermare il loro viaggio.

Come spesso accade in tempo di guerra, il treno è preso d’assalto dai bombardamenti, e l’unico modo per le due di procedere nel viaggio, è quello di scendere e andare a piedi.

A Fondi, Cesira e Rosetta vengono soccorse delle genti del posto, e accompagnate fino a Sant’Eufemia, località in cui le due trascorreranno i successivi tempi. Tra quelle persone, la divisione tra sfollati e contadini è netta: i primi, si arricchiscono a sfavore dei secondi, ma i secondi sono i veri ricchi della guerra. Perché mentre gli sfollati con il denaro riescono a campare appena qualche mese, finché i prezzi non raggiungono le stelle; i contadini hanno la roba da mangiare, il cibo che serve per il sostentamento. Solo i contadini conoscono il posto, e vivono da sé attendendo di tornare a vivere una vita normale.

Le condizioni in cui tutti vivono sono molto desolanti: il cibo è razionato fino all’ultimo grammetto; l’acqua scarseggia, mentre i terreni bonificati vengono bombardati dagli avversari, e la Malaria si fa minacciosa; nessuno si lava, e per farlo occorre sottoporsi al getto ghiacciato dell’acqua piovana raccolta nel pozzo. Persino la luce è proibita all’interno di quelle capanne, e la porta è sempre aperta per permettere agli abitanti di vederci qualcosa; i bracieri riempiono di fumo le stanze senza finestre, e il rumore assordante d’un telaio accompagna le giornate di Cesira e sua figlia.

Tra loro c’è il giovane Michele, un intellettuale antifascista e comunista, avverso agli sfollati poiché mai interessati a riflettere sulle sorti del Paese. E mentre la linea del fronte avanza, il cibo scarseggia, e la paura si fa sempre più viva, i bombardamenti aumentano e cominciano i rastrellamenti dei nazifascisti.

Per questa ragione, Cesira, Rosetta e Michele decideranno di salire ancora più su, e di nascondersi nelle montagne; laddove, anche se si viene raggiunti, è possibile disperdersi tra la natura selvaggia, e sperare nella salvezza. Là, il rapporto tra Cesira, Rosetta e Michele si fa più intenso: specialmente Rosetta, pare essere molto affezionata al ragazzo (e quando per un motivo che non vi racconto, ella lo perderà, sarà lei a soffrirne di più).

Michele, in breve tempo, diviene per loro un punto di riferimento, e tra tutti quei disperati, egli sembra essere l’unico a non aver perso l’umanità, il rispetto, il senso della legge. I suoi racconti a voce alta intrattengono i presenti, ma non tutti li comprendono; perciò, anche per lui, Rosetta e Cesira acquisiscono un ruolo non indifferente.

Insieme ai colori, e al corso sempre uguale della Natura, l’asprezza e la crudeltà della guerra sono i veri protagonisti del libro.

In queste pagine, la rappresentazione della Seconda guerra mondiale appare vivida. Tuttavia, La ciociara non è un romanzo di guerra: perché la guerra è raccontata tramite chi l’ha patita, e non invece da parte di chi l’ha fatta. Sopra ogni sentimento primeggiano la forza e l’ingiustizia di una guerra. Una guerra che si è consumata a opera dei potenti, ma a discapito del popolo; una guerra dove tutto, ogni minima cosa, è rimessa in discussione. A nulla è occorso aver vissuto con dignità e senza imbroglio: quando la guerra arriva, gli uomini diventano ciò che essi sono veramente, lontani dalla legge, dalla compassione e dall’umanità. Perché se ad amministrare la giustizia sono gli stessi che quella guerra l’hanno voluta, allora, ogni torto, ogni obiezione, è totalmente privata di ogni merito e colpa.

Nella potenza di questa lunga narrazione di Moravia, divenuta un film con il premio Oscar Sophia Loren, l’intento è proprio quello di rappresentare il dolore e la disumanizzazione della guerra. Il comunismo è concepito come l’unica via d’uscita, ma tuttavia – come non sarà sfuggito ai lettori della Ciociara – non è garanzia di salvezza. È però una lente attraverso cui leggere quelle pagine di storia:

con La ciociara si chiude idealmente la mia fase di apertura e di fede senza incrinatura nei confronti del comunismo. Si consumava dentro di me l’identificazione tra comunista e intellettuale. […] il Michele di Gli indifferenti si conclude là, con La ciociara. Non a caso, il protagonista maschile del romanzo l’ho chiamato appunto Michele.

La ciociara è una storia di una bellezza primordiale; ma non solo. È un documento, un atto scritto, un resoconto di quei mesi che gli italiani furono costretti ad affrontare; e come loro: i tedeschi, gli inglesi, gli americani. E se anche di quei tedeschi – i cattivi – non sono risparmiate al racconto le crudeltà, i furti, gli ingiusti soprusi, Moravia non esita a dir di loro che sottostanno alle volontà di un mondo insensibile e ipocrita.

Menzogna e sortilegio, romanzo di Elsa Morante, ritratto con dei fiori secchi e gli appunti dei quaderni di Elsa Morante, su cui era stato scritto l'intero romanzo

Menzogna e sortilegio, E. Morante

È il 1944 quando Elsa Morante e Alberto Moravia – in seguito allo sbarco di Anzio – si recano nella città di Napoli. Ivi, in quella terra popolata di soldati e mendicanti, trascorreranno circa un mese, in attesa della liberazione di Roma.

In quelle circostanze di vita al limite, Moravia frequenta ufficiali inglesi e intellettuali italiani; in particolare, risale a quegli anni, la visita di MoranteMoravia a Benedetto Croce nella sua Villa Tritone di Sorrento. Allora la fama di Moravia è ormai consolidata, le edizioni Documento di Roma pubblicano Agostino, in una tiratura limitata per aggirare le briglie della censura. Una versione che risente dell’ultima revisione dell’autore, impedita dalla assenza dalla città da parte della coppia, ma che confermò il successo dell’autore.

È con Morante che la sorte non è buona. Dopo la guerra molti suoi testi vengono rifiutati, e la scrittrice trova riparo nella scrittura – o per meglio dire nella riscrittura – del suo primo grande romanzo: Menzogna e sortilegio.

A dispetto di quei primi racconti, Elsa rinuncia alla narrazione della guerra, della storia, e del mondo esterno travolto dal nazifascismo. Sono anni difficili per Morante, poiché sempre in cerca di conferme, è stanca di sentirsi rifiutata. Anni segnati dalla solitudine, e dalla piena insoddisfazione di sé. I rapporti con Alberto non sono dei migliori, tanto che è a lui che rivolge le proprie accuse di «grettezza» e l’impossibilità di un dialogo. Da una parte c’è Moravia, freddo e austero; dall’altra Elsa Morante, passionale ma perennemente insofferente.

Nel corso del 1946, Morante può dedicarsi al suo prodigio, Menzogna e sortilegio, una storia che tentava di scrivere da tempo.

Elsa ha scritto l’intera propria produzione su quaderni e album da disegno. Quaranta sono quelli adoperati per Menzogna e sortilegio, un romanzo che resuscita i caratteri del romanzo dell’Ottocento, per narrarli attraverso la scrittura tipica della letteratura del Novecento. Un romanzo in cui i personaggi si muovono a cavallo e in carrozza; dove la libertà e il potere si misurano in ettari, e la religione e il sacro occupano ancora un posto di rilievo nella vita delle persone.

Ma la storia di Menzogna e sortilegio comincia molto prima della sua pubblicazione. Sono anni che Elsa vorrebbe scrivere quel romanzo, tanto che i primi nuclei della storia è possibile trovarli in alcune sue composizioni antecedenti: La vita di mia nonna, e Francesco Iorio.

Nella stesura di quel volume denso di pagine, storia e personaggi, Elsa si accinge a costruire un vero e proprio romanzo-cattedrale, un’opera dunque, che si compone – come direbbe Natalia Ginzburg – come un palazzo. Un’opera distante da tutte quelle pubblicate in quegli anni, perché nel rifiuto della guerra, nell’assente presa di coscienza politica, Menzogna e sortilegio intende alleggerire il peso di cui si faceva carico la letteratura negli anni del Dopoguerra e della Resistenza. Bisognerà aspettare ancora qualche anno, perché Morante maturi una propria idea e posizione; perché le sia possibile affrontare il tema della guerra nelle pagine della Storia.

Eppure, anche in queste pagine di Menzogna e sortilegio, la guerra è presente; ed è quella più antica e primitiva che esista, perché avviene tra le famiglie nobili di una Sicilia che anche dopo la liberazione si è conservata molto simile a se stessa.

Menzogna e sortilegio altro non è che un romanzo monumentale, una saga famigliare, che intende narrare le vicende dei Massia e dei Cerentano.

Due famiglie siciliane, senza che mai la terra venga nominata: ma sempre perfettamente descritta, di modo che nessuno esiti a individuare dietro quella P. una Palermo dell’Ottocento, fatta dai Palermitani, dall’onore, e dal rispetto. Una Palermo che si regge soprattutto sulle donne che abitano le pagine del romanzo, sui misteri della religione e le credenze popolari.

Suddiviso in cinque parti, Menzogna e sortilegio, fin dal suo esordio apre dei quadri, presenta in scena i personaggi, e poi li abbandona; a quelli appena raccontati ne affianca dei nuovi, li approfondisce, e ricollegandoli ai primi, riconduce la storia nel punto esatto in cui l’aveva interrotta. Così, in questo continuo gioco di salti temporali, è facile per il lettore non abbandonare mai quella soglia di interessamento che la costruzione favorisce.

Alla giovanissima Elisa è affidata l’intera narrazione del romanzo. Dopo averla incontrata nell’Introduzione, rinchiusa nella solitudine della propria stanzetta angusta, sono gli spettri, i ricordi e i sogni a guidarla nella riscoperta della propria storia. Insieme ai ricordi, una raccolta di lettere la assiste e la supporta nelle proprie indagini, fin dall’unione maledetta tra sua nonna Cesira e Teodoro Massia. Da loro prende origine la stirpe dei Massia, che parallelamente a quella dei Cerentano, è destinata a divenire la protagonista delle più di settecento pagine di racconto.

Due famiglie separate da motivi superstiziosi e d’interesse, ma che durante il succedersi degli anni non smettono di influenzarsi e ritrovarsi.

Cesira, e poi sua figlia Anna, saranno le vere donne portanti di questa storia. Aride, prive di scrupoli, continuamente in tensione verso qualcosa che non possono avere, entrambe generano figli che non sono in grado di renderle consapevolmente felici. Entrambe si uniscono a uomini in grado di farle vagheggiare un cambiamento, ma che alfine le costringono a un odio acceso verso tutto.

Sono donne forti, non certamente succubi, ma che invero agiscono abitate delle insidie della cattiveria. Ogni loro passo e desiderio è alimentato dal denaro, dalla sete di potere e dal prestigio. Ed è così, che le prime rovine si intravedono all’orizzonte quando la giovanissima Anna, odiata dalla propria madre Cesira, a passeggio con suo padre incontra un giovanotto che le rimane nel cuore, il cugino con cui i rapporti sono impediti, Edoardo – nonché il figlio della sorella di suo padre. E su quell’unione, avvenuta per caso e rimasta possibile nel solo angolino di libertà che è concesso ad Anna, si fonderà poi tutto Menzogna e sortilegio.

Menzogna e sortilegio potrebbe dirsi un romanzo d’amore, perché sempre verso questo sentimento tende; ma ancor prima è un romanzo d’odio: perché sebbene tutti i personaggi son sospinti dall’amore, è l’odio a incendiare le loro persone e a far procedere i fili del racconto. E alla fine, quell’odio, forse è proprio il vero protagonista del romanzo.

Un romanzo che però non si può facilmente definire romanzo, perché tanto in queste pagine proviene dalla realtà.

Per l’amatore di Elsa Morante, Menzogna e sortilegio si arricchisce di un’ulteriore lettura, una nuova storia che può compiersi solo agli occhi di pochi. Una storia che ha la capacità di far luce sull’Elsa Morante scrittrice, che sempre ha affermato di voler esser compresa tramite le pagine che scriveva, piuttosto che dai racconti che i giornali e la stampa facevano di lei.

Perché tra quelle righe, tra l’inquietudine e lo smarrimento delle guerre; tra la miseria che ben ricorda i quartieri popolari di Testaccio, dove Morante abitò, e i riferimenti diretti al padre legittimo di Elsa, Francesco Lo Monaco (di cui uno dei personaggi prende il nome per intero); tra le questioni di orgoglio, e il rapporto con una madre invadente, piena di sé, sempre tesa a voler migliorare la propria considerazione presso gli altri, è semplice ritrovate i dolori che, appena qualche anno prima, Elsa Morante affidava al suo Diario 1938.

Mai titolo fu più adatto di Menzogna e sortilegio. Ciò non sorprende se si prendono in considerazione tutti i tentativi fatti prima di approdare alla titolazione definitiva. È come se dentro questo titolo ci siano tutte le ragioni del romanzo: tramite il sortilegio, Elisa riavvolge la storia della propria famiglia per raccontarla alla carta – altro punto di contatto con Morante; ma è attraverso la menzogna che i personaggi si muovono. Solo la menzogna può salvarli davanti al dolore, metterli in salvo dalle loro disattese speranze, e solo essa è la chiave di tutto il romanzo.

Se Menzogna e sortilegio non è la storia più bella raccontata da Morante, è sicuramente quella meglio scritta: quella che riesce a nascondere meglio sotto la scorza della narrazione, il proprio io. Perché se la letteratura intende ancora metter luce, così, la scrittura, diviene per Morante un modo per osservarsi dentro, per comprendersi; e di riflesso, tutto questo diventa immediato anche al lettore, che non si limita a leggere la storia dei Massia e dei Cerentano, ma che dietro quei personaggi ripercorre alcuni dolori e tappe della stessa Morante – tramite cui, la narrazione tutta diviene più immediata ed emozionante.

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