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Menzogna e sortilegio, romanzo di Elsa Morante, ritratto con dei fiori secchi e gli appunti dei quaderni di Elsa Morante, su cui era stato scritto l'intero romanzo

Menzogna e sortilegio, E. Morante

È il 1944 quando Elsa Morante e Alberto Moravia – in seguito allo sbarco di Anzio – si recano nella città di Napoli. Ivi, in quella terra popolata di soldati e mendicanti, trascorreranno circa un mese, in attesa della liberazione di Roma.

In quelle circostanze di vita al limite, Moravia frequenta ufficiali inglesi e intellettuali italiani; in particolare, risale a quegli anni, la visita di MoranteMoravia a Benedetto Croce nella sua Villa Tritone di Sorrento. Allora la fama di Moravia è ormai consolidata, le edizioni Documento di Roma pubblicano Agostino, in una tiratura limitata per aggirare le briglie della censura. Una versione che risente dell’ultima revisione dell’autore, impedita dalla assenza dalla città da parte della coppia, ma che confermò il successo dell’autore.

È con Morante che la sorte non è buona. Dopo la guerra molti suoi testi vengono rifiutati, e la scrittrice trova riparo nella scrittura – o per meglio dire nella riscrittura – del suo primo grande romanzo: Menzogna e sortilegio.

A dispetto di quei primi racconti, Elsa rinuncia alla narrazione della guerra, della storia, e del mondo esterno travolto dal nazifascismo. Sono anni difficili per Morante, poiché sempre in cerca di conferme, è stanca di sentirsi rifiutata. Anni segnati dalla solitudine, e dalla piena insoddisfazione di sé. I rapporti con Alberto non sono dei migliori, tanto che è a lui che rivolge le proprie accuse di «grettezza» e l’impossibilità di un dialogo. Da una parte c’è Moravia, freddo e austero; dall’altra Elsa Morante, passionale ma perennemente insofferente.

Nel corso del 1946, Morante può dedicarsi al suo prodigio, Menzogna e sortilegio, una storia che tentava di scrivere da tempo.

Elsa ha scritto l’intera propria produzione su quaderni e album da disegno. Quaranta sono quelli adoperati per Menzogna e sortilegio, un romanzo che resuscita i caratteri del romanzo dell’Ottocento, per narrarli attraverso la scrittura tipica della letteratura del Novecento. Un romanzo in cui i personaggi si muovono a cavallo e in carrozza; dove la libertà e il potere si misurano in ettari, e la religione e il sacro occupano ancora un posto di rilievo nella vita delle persone.

Ma la storia di Menzogna e sortilegio comincia molto prima della sua pubblicazione. Sono anni che Elsa vorrebbe scrivere quel romanzo, tanto che i primi nuclei della storia è possibile trovarli in alcune sue composizioni antecedenti: La vita di mia nonna, e Francesco Iorio.

Nella stesura di quel volume denso di pagine, storia e personaggi, Elsa si accinge a costruire un vero e proprio romanzo-cattedrale, un’opera dunque, che si compone – come direbbe Natalia Ginzburg – come un palazzo. Un’opera distante da tutte quelle pubblicate in quegli anni, perché nel rifiuto della guerra, nell’assente presa di coscienza politica, Menzogna e sortilegio intende alleggerire il peso di cui si faceva carico la letteratura negli anni del Dopoguerra e della Resistenza. Bisognerà aspettare ancora qualche anno, perché Morante maturi una propria idea e posizione; perché le sia possibile affrontare il tema della guerra nelle pagine della Storia.

Eppure, anche in queste pagine di Menzogna e sortilegio, la guerra è presente; ed è quella più antica e primitiva che esista, perché avviene tra le famiglie nobili di una Sicilia che anche dopo la liberazione si è conservata molto simile a se stessa.

Menzogna e sortilegio altro non è che un romanzo monumentale, una saga famigliare, che intende narrare le vicende dei Massia e dei Cerentano.

Due famiglie siciliane, senza che mai la terra venga nominata: ma sempre perfettamente descritta, di modo che nessuno esiti a individuare dietro quella P. una Palermo dell’Ottocento, fatta dai Palermitani, dall’onore, e dal rispetto. Una Palermo che si regge soprattutto sulle donne che abitano le pagine del romanzo, sui misteri della religione e le credenze popolari.

Suddiviso in cinque parti, Menzogna e sortilegio, fin dal suo esordio apre dei quadri, presenta in scena i personaggi, e poi li abbandona; a quelli appena raccontati ne affianca dei nuovi, li approfondisce, e ricollegandoli ai primi, riconduce la storia nel punto esatto in cui l’aveva interrotta. Così, in questo continuo gioco di salti temporali, è facile per il lettore non abbandonare mai quella soglia di interessamento che la costruzione favorisce.

Alla giovanissima Elisa è affidata l’intera narrazione del romanzo. Dopo averla incontrata nell’Introduzione, rinchiusa nella solitudine della propria stanzetta angusta, sono gli spettri, i ricordi e i sogni a guidarla nella riscoperta della propria storia. Insieme ai ricordi, una raccolta di lettere la assiste e la supporta nelle proprie indagini, fin dall’unione maledetta tra sua nonna Cesira e Teodoro Massia. Da loro prende origine la stirpe dei Massia, che parallelamente a quella dei Cerentano, è destinata a divenire la protagonista delle più di settecento pagine di racconto.

Due famiglie separate da motivi superstiziosi e d’interesse, ma che durante il succedersi degli anni non smettono di influenzarsi e ritrovarsi.

Cesira, e poi sua figlia Anna, saranno le vere donne portanti di questa storia. Aride, prive di scrupoli, continuamente in tensione verso qualcosa che non possono avere, entrambe generano figli che non sono in grado di renderle consapevolmente felici. Entrambe si uniscono a uomini in grado di farle vagheggiare un cambiamento, ma che alfine le costringono a un odio acceso verso tutto.

Sono donne forti, non certamente succubi, ma che invero agiscono abitate delle insidie della cattiveria. Ogni loro passo e desiderio è alimentato dal denaro, dalla sete di potere e dal prestigio. Ed è così, che le prime rovine si intravedono all’orizzonte quando la giovanissima Anna, odiata dalla propria madre Cesira, a passeggio con suo padre incontra un giovanotto che le rimane nel cuore, il cugino con cui i rapporti sono impediti, Edoardo – nonché il figlio della sorella di suo padre. E su quell’unione, avvenuta per caso e rimasta possibile nel solo angolino di libertà che è concesso ad Anna, si fonderà poi tutto Menzogna e sortilegio.

Menzogna e sortilegio potrebbe dirsi un romanzo d’amore, perché sempre verso questo sentimento tende; ma ancor prima è un romanzo d’odio: perché sebbene tutti i personaggi son sospinti dall’amore, è l’odio a incendiare le loro persone e a far procedere i fili del racconto. E alla fine, quell’odio, forse è proprio il vero protagonista del romanzo.

Un romanzo che però non si può facilmente definire romanzo, perché tanto in queste pagine proviene dalla realtà.

Per l’amatore di Elsa Morante, Menzogna e sortilegio si arricchisce di un’ulteriore lettura, una nuova storia che può compiersi solo agli occhi di pochi. Una storia che ha la capacità di far luce sull’Elsa Morante scrittrice, che sempre ha affermato di voler esser compresa tramite le pagine che scriveva, piuttosto che dai racconti che i giornali e la stampa facevano di lei.

Perché tra quelle righe, tra l’inquietudine e lo smarrimento delle guerre; tra la miseria che ben ricorda i quartieri popolari di Testaccio, dove Morante abitò, e i riferimenti diretti al padre legittimo di Elsa, Francesco Lo Monaco (di cui uno dei personaggi prende il nome per intero); tra le questioni di orgoglio, e il rapporto con una madre invadente, piena di sé, sempre tesa a voler migliorare la propria considerazione presso gli altri, è semplice ritrovate i dolori che, appena qualche anno prima, Elsa Morante affidava al suo Diario 1938.

Mai titolo fu più adatto di Menzogna e sortilegio. Ciò non sorprende se si prendono in considerazione tutti i tentativi fatti prima di approdare alla titolazione definitiva. È come se dentro questo titolo ci siano tutte le ragioni del romanzo: tramite il sortilegio, Elisa riavvolge la storia della propria famiglia per raccontarla alla carta – altro punto di contatto con Morante; ma è attraverso la menzogna che i personaggi si muovono. Solo la menzogna può salvarli davanti al dolore, metterli in salvo dalle loro disattese speranze, e solo essa è la chiave di tutto il romanzo.

Se Menzogna e sortilegio non è la storia più bella raccontata da Morante, è sicuramente quella meglio scritta: quella che riesce a nascondere meglio sotto la scorza della narrazione, il proprio io. Perché se la letteratura intende ancora metter luce, così, la scrittura, diviene per Morante un modo per osservarsi dentro, per comprendersi; e di riflesso, tutto questo diventa immediato anche al lettore, che non si limita a leggere la storia dei Massia e dei Cerentano, ma che dietro quei personaggi ripercorre alcuni dolori e tappe della stessa Morante – tramite cui, la narrazione tutta diviene più immediata ed emozionante.

Immagine che rappresenta il libro "Agostino" di Moravia rappresentato sopra un divano, in primo piano, con dietro sfocati fiori e piante

Agostino, A. Moravia

È il 1942, quando a Capri, durante quell’estate in cui tutte le cose sarebbero cambiate, Moravia si accingeva a scrivere Agostino. Un libro, che nel suo titolo, avrebbe per sempre ricordato quel momento in cui gliene venne idea, proprio durante il mese di agosto. Proprio allora, Moravia doveva di certo aver ricordato una sua estate, di molti anni prima, quando «gli ultimi boati di un’altra guerra sembravano spegnersi sul mare e sulle spiagge di Viareggio».

C’è qualcosa di primitivo nel brevissimo Agostino, qualcosa che spiega tutte le opere da Moravia. «È la cerniera che congiunge Gli indifferenti ai miei libri successivi» dichiarò ad Alain Elkann, nella sua celebre intervista divenuta una biografia a quattro mani. Ma oltre questo, in Agostino c’è qualcosa d’altro e di più profondo, un’ «esemplarità culturale, storica e per così dire antropologica che si poteva accordare alla storia del fanciullo moraviano».

Agostino fu il libro che consentì a Moravia di ricevere il suo primo riconoscimento, il Premio del Corriere Lombardo.

Scritto in tempi brevissimi, dapprincipio Agostino incontrò grandi difficoltà per la pubblicazione, a causa della guerra e della considerazione che si aveva dell’autore, oltraggiato dalla censura a partire dagli Indifferenti. La prima edizione uscì solamente nel 1944, e per quanto rechi nelle prime pagine la dicitura «finito di stampare nel mese di febbraio» i moraviani dovettero aspettare la fine della guerra, l’estate, per leggerlo.

Impreziosita dalle illustrazioni di una storica amicizia di Moravia, il pittore Renato Guttuso, Agostino rappresentava un ritorno alla narrativa e alle tematiche tanto care agli Indifferenti. L’alienazione, l’incomunicabilità degli individui moderni e il mondo delle apparenze sono solo alcuni tra i temi ritrovati.

Questo brevissimo testo, pare – oggi più che mai – volesse rappresentare quel bisogno di rifondazione di un’intera cultura smarrita dalla guerra. Eppure, Agostino è ben lontano dall’essere un libro di guerra; e al contempo, è estraneo anche al tentativo autobiografico. È vero però che, in quell’estate a Viareggio che Moravia ricorda in molte delle sue interviste, qualcosa doveva esser successo se la memoria indelebile di quegli anni giovanili ancora lo conduceva a riflettere su quei giorni.

Delle prime vacanze a Viareggio poco ci è dato sapere.

Tuttavia, pare che fossero numerose e che procedessero puntuali, ogni anno, dal 1917 al 1921. È nelle pagine scritte al cugino Nello Rosselli, che appare vivida l’esperienza traumatica che Moravia ebbe negli ultimi anni di quelle vacanze. Ormai private del gioco e dei balocchi infantili, non dobbiamo dimenticare che in quegli anni, la malattia all’anca peggiorò significativamente e bloccò Moravia allettato.

In quei tempi giovanili, Moravia, oltre che per la propria condizione, soffre anche per la conseguenza delle sue sfortune. La solitudine è ciò che più lo mette in pena, ciò che lo porta a riflettere su quanto il mondo sia abitato da illusioni e governato dal regime dell’apparenza; sconvolto dai lussi e dall’abbacinante modernità. Eppure, nonostante tutti si affrettino ad attribuire alla vita di Moravia questo e quell’altro fatto provenienti dall’intreccio, fu l’autore stesso a screditare le accuse.

Agostino si comporta così perché è il personaggio Agostino e si è incontrato con quegli amici e con quella mare. Io ero diverso, i miei rapporti con mia madre erano diversi, e naturalmente all’età di Agostino non sapevo neppure cosa fosse una casa di tolleranza.

vita di moravia, a. elkann, a. moravia, bompiani, milano 2007.

Agostino è il nome del protagonista. Un bambino che si accinge a diventare uomo, ma che ancora non ha raggiunto la maturità e occupa un limbo tra l’infanzia e l’età degli adulti.

Agostino non è più un bambino ma non è ancora un uomo. In vacanza con una madre vedova, il cui fascino è in grado di destare tutti i bagnanti, egli trascorre le proprie giornate tutte uguali. Ma di quell’abitudine, Agostino ancora non si è accorto: gli pare che trascorrere persino la noia con lei sia l’unica cosa che gli interessa. E così, ogni mattina, insieme affrontano il mare e si spingono a largo, su di un patino guidato da un giovane uomo, il giovane bagnino, da cui sua madre non riesce a distogliere lo sguardo.

Di quel morboso interesse, Agostino non approva la dedizione che ella ripone nel pavoneggiarsi, e nello sfruttare ogni buona occasione per mettersi in mostra. Perché se da un lato, quei momenti diventano occasioni per lui di adulazione nei suoi confronti; dall’altro, la gelosia, un sentimento che mai Agostino ha sentito così vivo, si impossessa di lui da capo a piedi.

Solo allontanandosi da lei, Agostino può dedicarsi all’osservazione del mondo, e qualche metro più avanti sulla rena, incontra un giovanotto che non ha nulla a che fare con lui, ma che gli fa simpatia: Berto. Le loro differenze sono subito rilevate: Agostino è figlio della borghesia, e non ha mai dovuto preoccuparsi di niente che di andare a scuola, e contentare sua madre in ogni modo possibile; Berto, invece, è il figlio di un marinaio, e con i suoi amici trascorre le giornate a bighellonare e commettere furterelli di poco conto.

L’incontro di Agostino e Berto rappresenta per il giovanotto borghese una luce sul nuovo mondo. E sarà proprio lui, insieme alla sua combriccola, ad animare in Agostino la convinzione che in quelle nuotate al largo, ci sia molto di più di ciò che nemmeno immagina.

Agostino non capisce, e si muove incerto nell’evidenza di quei fatti che gli sono narrati. Niente gli sembra più comprensibile: gli eventi, le parole, i comportamenti di sua madre; e anche quei sentimenti, che gli altri ragazzi bramano di provare, a lui non arrecano che un senso di ripugnanza inedita.

Sarà quella comitiva di popolani, Berto, Homs, Sandro, Tortima, il più adulto Saro, ad aprirgli gli occhi su ciò che sta accadendo. Lo deridono per la sua inesperienza, lo prendono in giro per la sua casa da venti stanze, mentre di sua madre hanno un’impressione distante dalla fascinazione pura che Agostino prova per lei. Più che adoranti, i suoi amici ne appaiono attratti fisicamente, e non esitano a perdersi in commenti sguaiati nei confronti di quella donna, che ad Agostino pareva tanto di conoscere.

Tuttavia, neanche quelle accuse riescono a dar coscienza ad Agostino. Perché Agostino dovrà vedere con i propri occhi ciò che accade alla carne quando incontra altra pelle e altri sospiri. Agostino è ancora acerbo, eppure, da quel momento, capisce che la sua vita non può più procedere allo stesso modo. E che sua madre, prima ancora di essere madre, è donna.

Agostino è vittima della violenza degli adulti, ma è tutt’altro che rassegnato. La sua protesta è silenziosa, ma esiste, è tangibile, ed è ciò su cui si fonda tutta la narrazione.

È Agostino a ritornare dai popolani del Bagno Vespucci, nonostante loro abbiano modi di giocare molto distanti dai suoi e proseguano spesso a deriderlo. Ed è ancora lui che tenta di sottrarsi a quella prima idea di femminilità che gli proviene dalla figura materna, ormai recepita come donna, ma invischiata di un senso di impurità intollerabile per Agostino. È Agostino che cerca la verità: quest’evidenza che improvvisamente rende grandi i bambini, la scoperta della corruzione e dell’impurità prima nel mondo e poi in se stesso.

Con una scrittura che ha il coraggio di andare fino in fondo, i periodi lunghi moraviani e il lessico ricercato, Agostino riporta l’autore a quel suo narrare della prima narratività.

Una scrittura ricca di orpelli, e suppellettili; una scrittura che lascia poco al caso e che esplora in profondità le tragedie, l’indisposizione e il senso di inadeguatezza dell’individuo del secolo scorso. Temi che a partire da quegli anni Quaranta del Novecento, intrecciandosi alla vita poetica e spesso ingiusta dell’autore, al suo rapporto complesso con il sesso e la solitudine, hanno reso Moravia uno dei più grandi rappresentati del realismo e dell’esistenzialismo.

Il diario più personale di Elsa Morante ritratto con delle margherite arancioni, chiacchiere di carnevale e tazza di tè fumante

Diario 1938, E. Morante

Redatto tra il 19 gennaio e il 30 luglio 1938, il Diario di Elsa Morante è la cosa più personale che l’autrice abbia fornito di sé durante la sua lunga carriera. Se Morante sempre preferì che della propria vita si sapesse meno di quanto narrasse, quest’esemplare è la prova più autentica che abbiamo del carattere di Elsa Morante, delle sue relazioni, delle sue paure, e di quegli anni particolari.

Elsa Morante con il suo gatto sulla finestra davanti alla sua scrivania

Diario 1938 fu pubblicato precedentemente con il titolo Lettera a Antonio. Antonio, infatti, è il nome fittizio a cui Morante si rivolge nella prima sessione con il suo diario.

In queste pagine, la materia autobiografica invero non si presenta sotto forma di lettere non spedite. Il vero interlocutore del Diario non è tanto Antonio – personaggio a cui si rivolge più come se egli incarnasse il suo alter ego – ma piuttosto la pagina bianca, che diventa per l’ennesima volta, un luogo in cui l’autrice può dar sfogo ai propri drammi, e allo stesso tempo, attraverso cui analizzarli, sviscerarli fino a comprendere se stessa.

Il Diario che Morante tenne nella prima metà del 1938 altro non fu che un modo che l’autrice aveva a disposizione per leggersi dentro.

Quelli, infatti, sono anni difficili per lei: la scrittrice romana, nata da madre ebrea, non ha ancora raggiunto il successo. Ha già incontrato Giacomo De Benedetti, e frequenta casa sua e della moglie Renata come una presenza abituale; ed è proprio lui a spingerla verso una maggiore coscienza di sé.

Il 1938 è un anno fondamentale per Elsa Morante: la sua relazione con Alberto Moravia è da poco cominciata, e il suo successo infinito contribuisce ad accrescere quel senso di insicurezza che Morante prova. È una donna sicura delle proprie capacità, dei suoi pensieri, eppure la relazione con Moravia la tormenta.

Da Morante, Moravia vorrebbe un figlio, che l’autrice non riesce a dargli.

Probabilmente, questa sua incapacità dovrebbe essere ricollegata al rapporto ambivalente che per tutta la vita Morante ha avuto con sua madre, Irma Poggibonsi.

Irma seppe riconoscere il talento letterario della figlia fin dalla sua tenera età. A sua madre, l’autrice avrebbe dovuto rendere merito di esser stata in grado di valorizzare il suo talento e di accrescerlo il più possibile. Basti pensare, che solo a Elsa, appena seienne, venne permesso di allontanarsi da casa per qualche anno, affinché potesse ricevere l’educazione privilegiata di sua madrina, Maria Guerrieri Gonzaga Maraini.

Si trattava di garantire alla figlia di esser ben curata e recuperare in salute; il che sarebbe stato più difficile in un ambiente modesto come quello familiare […]. Si era dunque alla fine della Prima guerra mondiale: un momento, per la gran parte della popolazione italiana, di crisi e miseria. La famiglia Morante non doveva certo vivere nell’agiatezza, nonostante Augusto e Irma lavorassero entrambi e quest’ultima abbinasse al proprio lavoro anche molte ripetizioni private, che però erano solitamente gratuite […]

graziella bernabò, la fiaba estrema, carocci, roma 2012

Tuttavia, è proprio dietro l’ambivalenza del rapporto con la madre, che si può rintracciare dentro Morante un conflitto, una lotta tra due poli opposti.

Da una parte, Elsa Morante possedeva una matura consapevolezza delle proprie capacità di scrittura e al contempo del proprio aspetto giovane e seducente; dall’altra, invece, ella era abitata da un forte senso di solitudine, per la convinzione di non essere in grado di farsi ammirare e apprezzare dal resto del mondo. Questa conflittualità si può facilmente ricondurre alla situazione dei suoi genitori, e in particolare della propria madre.

Irma Poggibonsi e Augusto Morante vivevano insieme, ma di fatto era come se fossero separati. Fin dall’inizio della loro unione, essi avevano scoperto che Augusto non potesse avere figli, tanto che egli, per evitare l’annullamento delle nozze, concesse a Irma di avere un figlio con Francesco Lo Monaco. Una scelta destinata ad avere conseguenze disastrose sul rapporto tra i due, ma che tuttavia si spiega facilmente se si analizza la loro situazione nello specifico. Augusto Morante, infatti, era siciliano, di nascita e per vocazione, e l’annullamento del matrimonio per impotenza sarebbe stato un vero disonore; Irma, invece, pur avendo una propria indipendenza economica, si sentiva insicura per il suo essere ebrea e non se l’era sentita di perdere la sua protezione.

Nel 1930, all’età di diciott’anni, Elsa Morante abbandona gli studi in Lettere – che a dire il vero neanche fa in tempo a cominciare – e va a vivere per conto proprio.

Che Morante abbia sentito il bisogno di allontanarsi dalla propria disastrosa situazione famigliare è comprensibile; così anche come il fatto che quel distacco provvisorio abbia finito per assumere connotazioni definitive in tempi assai rapidi. Ma se tutto questo costò molto a Irma Poggibonsi, non si può dire che procurò meno sofferenza a sua figlia, costretta “nel rifiuto del materno, a mortificare anche il complessivo senso di sé come donna”.

Nella sua nuova vita, come dichiarò a un’intervista rilasciata a Jean-Noel Schifano, Elsa incontrò numerosi ostacoli. A partire dalla propria svantaggiosa situazione economica, la scelta letteraria e artistica di Morante fu una scelta volontaria, pur conoscendo che i suoi obiettivi sarebbero stati raggiungibili solo a caro prezzo.

Fino al 1937, Morante non aveva pubblicato altro che brevi racconti, situazione che in qualche modo all’autrice dispiaceva. Grazie a De Benedetti approdò come articolista sul Meridiano di Roma: storie in cui sono molto presenti le figure materne, mentre i padri sono totalmente assenti, se non in qualche rara eccezione. Ha in mente di scrivere una grande opera, ma è continuamente divisa da quel rapporto con se stessa che non riesce a farla procedere.

Proprio a quel periodo risalgono infatti i primi tempi della relazione MoranteMoravia.

Alberto Moravia ed Elsa Morante al mare, probabilmente durante una loro vacanza ad Anacapri.

Alberto Moravia ed Elsa Morante si incontrano nel 1936, grazie al pittore Giuseppe Capogrossi. Moravia era già celebre per il successo degli Indifferenti, e di ritorno dal suo primo viaggio in Cina, nel ’36, comincia la relazione con Morante.

Il loro fu un amore tormentato, fatto soprattutto di bassi e rarissimi momenti di benestare.

Moravia, più di lei, fu incline al tradimento, e come rivelò ad Alain Elkann, non si riteneva veramente innamorato di Morante, quanto dopo sarebbe avvenuto con Carmen Llera e Dacia Maraini. Tuttavia, Elsa, soprattutto in quelle prime pagine di Diario 1938, non fa altro che implorare le sue attenzioni: vorrebbe che suo marito l’amasse, che la desiderasse…

Ma è in quelle stesse pagine che Elsa Morante capisce che in quel modo non può continuare. Così, comincerà a cercare altrove ciò che Moravia non poteva offrirle: nell’illustre regista omosessuale Luchino Visconti, e poi nel pittore newyorkese, lo stravagante e sfrontato Bill Morrow.

Tra il 19 gennaio e il 30 luglio 1938, Morante trascrive e commenta non soltanto i fatti che incorrono tra i due coniugi. Diario 1938 diventa uno spazio bianco in cui tener traccia persino dei propri sogni, laddove la realtà si manifesta con più intensità che nel quotidiano.

Semplici annotazioni quotidiane diventano per lei un’avventura dello spirito, che unisce, con grande capacità di suggestione, la realtà al sogno, la cupezza alla speranza, il desiderio carnale alla delicatezza dell’amore spirituale, lasciando trapelare una frequente oscillazione tra aggressività e tenerezza, chiusura e generosità.

GRAZIELLA BERNABÒ, LA FIABA ESTREMA, CAROCCI, ROMA 2012

È evidente, già in quel periodo, che Elsa Morante conoscesse Freud – fatto testimoniato anche da Moravia che cominciò a leggerlo proprio nell’anno in cui si incontrarono. Attraverso i sogni che racconta, Elsa Morante cerca di comprendere le proprie emozioni e di leggere attraverso i propri sogni ciò che da sé non riesce a comprendere.

D’altro canto, la presenza di Alberto Moravia nei suoi sogni è spesso ricorrente, sebbene le generi un’acuta malinconia. Morante appare di lui innamorata, spontanea, nonostante sia con lei sgradevole di frequente. Ma c’è da dire che era forse quel distacco, quel suo essere sgradevole a renderlo agli occhi di Morante l’Alberto di cui si era innamorato. Non andarono forse in modo molto similare anche le relazioni con Morrow e Visconti?

Tutti gli uomini di cui Elsa si innamorò furono sfuggevoli, appassionati d’altro, che alla fine presero le distanze. Ma era forse proprio questa loro illeggibilità a renderli indispensabili nell’esistenza dell’autrice.

Il Diario 1938 divenne per Elsa Morante uno strumento di cui si servì per trovare una propria consistenza nel mondo.

Percorrendo la propria personale strada improntata sulla libertà poetica e morale, Elsa Morante trasforma questo brevissimo Diario frammentato in una concreta testimonianza della sua vita. Sempre attenta che nessuno scoprisse di lei mai abbastanza, l’autrice amava che fossero i suoi libri a raccontar qualcosa di sé, piuttosto che i giornalisti.

I sogni; la visione delle cattedrali (che per molti studiosi rappresentano la grandezza delle sue opere); le passioni; i dolori… non sono che la cornice di un nucleo intimo e privatissimo. Un nucleo fatto di desolazione, di incomprensibilità verso se stessa, di non accettazione, di rapporti inspiegabili e che racchiude i temi che poi attraverseranno tutta l’opera morantiana.

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