Aldostefano Marino

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Le parole tra noi leggere, Lalla Romano

Le parole tra noi leggere venne pubblicato per la prima volta all’interno della collana dei Supercoralli nel 1969. Einaudi ha un ottimo fiuto, e il romanzo vince il Premio Strega. L’attesa è tanta, perché Lalla scrive da molto, fin dal 1938, quando Soffici la invita a scrivere i primi racconti che troveranno pubblicazione negli anni Novanta.

Lalla Romano, oltre a dipingere e dedicarsi alla scrittura, comincia a insegnare italiano e storia a Cuneo, alla giovane età di ventitré anni. Traduce numerosi capolavori della letteratura, come i Trois contes di Flaubert, o preziosi scritti di Delacroix, sotto l’incoraggiamento di Pavese, dopo aver vissuto al lungo con il figlio a Torino, si trasferisce a Milano.

Lalla Romano è un’artista a tutto tondo, non si limita a scrivere. Studia pittura a Torino, fin da quando è giovane dipinge, è proprio l’amore per l’arte a portarla spesso ospite di esposizioni collettive, a Milano e poi a Torino. Diventa moglie di Innocenzo Monti, il futuro presidente della Banca Commerciale Italiana. La nascita del figlio, nel 1933, porta in lei un’ondata di cambiamento. Nel 1941 pubblica la sua prima raccolta di poesie, Fiore, e in quell’opera Gianfranco Contini, riconosce l’eleganza di “certe poetesse del Cinquecento”.

Le parole tra noi leggere è l’opera più acclamata dell’autrice, anche quella più personale.


Infatti, qui, la componente autobiografica è presente più che negli altri suoi scritti. Il protagonista indiscusso è suo figlio Pietro, da loro tutti conosciuto come Piero. Il titolo è tratto da un verso di Montale, è sta a indicare il dialogo che si intrattiene tra Lalla Romano e suo figlio. Tuttavia, in qualche modo, anche la stessa autrice può considerarsi protagonista della narrazione.

Sin dal momento in cui la Romano concepisce suo figlio, si lega a lui tramite un amore viscerale. Non si tratta semplicemente di una certa vocazione per il ruolo di madre, ma di un amore spropositato che nutre nei confronti del figlio. Le parole tra noi leggere è una dedica che Lalla Romano scrive per suo figlio, altro non è che il racconto della sua vita, da quando nasce e finché non si sposa, allontanandosi definitivamente dal nido materno. Tuttavia, non tutto appare così semplicemente.

Il rapporto che unisce madre e figlio, infatti, non è lieto come lo si potrebbe aspettare. È tutt’altro che leggero, è violento, ribelle, fondato sull’incomunicabilità, sulla contrastante posizione di pensieri. Eppure, Lalla Romano, non smette mai di giustificare il suo bambino. Lo coccola, lo osserva mentre dipinge, realizza oggetti di piccolissime misure, sculture, mezzi busti e teste di pietra, ha un grandissimo amore per le armi, e proprio per queste, Lalla – nonostante la paura di questi oggetti – anziché spaventarsi, risparmia il denaro per accontentarlo. Cerca continuamente di capirlo. Legge tra le sue cose, ma ogni speranza è vana. Perciò scrive Le parole tra noi leggere.

Le parole tra loro leggere sono quelle che non hanno avuto bisogno di dirsi.

Lalla Romano è sempre spaventata che a suo figlio possa succedere qualcosa, non smette mai di aspettarsi che da un momento all’altro qualcuno la chiami per dichiararne l’arresto, lui è un rivoltoso, ma lei si limita a descriverlo, tramite i suoi occhi – più buoni, perché madre del figlio che racconta – e quindi privandolo di qualsiasi colpa e rendendocelo come un personaggio che proprio non possiamo odiare.

Piero appare al lettore divertente, irriverente, maleducato, mai cattivo o pericoloso, assomiglia alla Romano molto più di quanto lei stessa vuole ammettere. Insomma riesce a colpirci positivamente, anche quando agisce male, perché il narratore velatamente lo giustifica.

Le parole tra noi leggere diviene dunque il racconto, un modo attraverso cui parlare del figlio e al contempo di sé.

Il resoconto di un legame difficile tra madre e figlio, realistico, ma che non rinuncia mai alla fantasia. Ciò che, in pratica, Lalla Romano fa con inaudita preparazione, è mettere insieme gli scorci più belli della vita di suo figlio, un abile bricolage di temi scolastici, lettere, appunti, scritti dal figlio, dando al racconto la struttura del romanzo, che si rivela, appassionante e appassionato. Ma il suo intento è molto più profondo: vuole indagare suo figlio, comprenderlo, leggerlo.

Il linguaggio della Romano è sempre il suo. È quello della poesia, la ricercatezza lirica, la stessa Romano lo dice “Il linguaggio è tutto: è la chiave”, e il suo mantiene la dolcezza anche nei momenti più duri e nelle descrizioni più ripugnanti.

Milena Agus, autrice dell’anno.

È stato un anno lungo, pieno di letture: sono arrivato a ben centodieci libri letti. E tra tutti, se mi chiedessero quale mi ha colpito di più, io non saprei dirlo.

Invece, sicuramente, sarei ben convinto di poter dire che Milena Agus, per me è l’autrice dell’anno di #aldostefanolegge.

Milena Agus nasce a Genova. I genitori sardi la conducono fino all’Isola dove vive e lavora: nel capoluogo della Sardegna, Cagliari. Qui insegna storia e italiano in un liceo artistico. In Italia, i suoi romanzi vengono pubblicati da Nottetempo.
Dopo l’esordio nel 2005 con Mentre dorme il pescecane, un libro dalla duplice ristampa a distanza da pochi mesi dall’uscita, è Mal di pietre, 2006, a consegnarla al grande pubblico.

I suoi libri sono stati tradotti in cinque lingue: tra i francesi ha avuto particolare successo, tanto che da Mal di pietre è stato tratto un film con protagonista Marillon Cotillard e la regia di Nicole Garcia.
Numerosi sono i premi che Milena Agus, da quando scrive, è riuscita a portarsi a casa: Junturas, il Campiello, Elsa Morante, e diversi altri riconoscimenti. Anche perché, diversi sono i libri che ci ha regalato: Mentre dorme il pescecane, Mal di pietre, Ali di babbo, La contessa di ricotta, Sottosopra, Guardati dalla mia fame Terre promesse.

Tra i più particolari voglio ricordare Sottosopra, un inno alla vecchiaia: luogo dove trovare la pace, che cerca di allontanare nel lettore la paura di raggiungerla. Quasi una seconda vita.
Ma anche Ali di babbo che racconta la storia di una giovane donna che si rifiuta di vendere un terreno sul mare ai costruttori di nuove strade e centri commerciali.
La contessa di ricotta, che invece è il racconto della vita di tre sorelle, una che sogna gli splendori perduti, un’altra che sogna un figlio che non arriva e l’ultima, la contessa di ricotta che invece sogna l’amore.
Ammetto che è difficile scegliere, e che vorrei parlarvi anche di Mal di pietre, e delle Terre promesse verso cui vertiamo tutti quanti e che, da lontano, guardiamo senza mai abbandonare la speranza di approdarvi.

Milena Agus scrive soprattutto di donne, soprattutto giovani, intrappolate ma mai prigioniere di questa Terra isolata.

I romanzi della Agus sono romanzi corali, a più voci. Le storie di una bambina si mischiano a quelle di sua madre, della nonna, e poi della sorella, della zia, della vicina di casa. Quasi sempre donne. Donne coraggiose e forti che sanno stare al mondo. Ma non solo donne: anche uomini di successo, tenaci e valorosi. Giovani ragazzi, figli, padri di famiglia e nonni valorosi.

  

Le storie della Agus sono brevi: parlano di sesso, di famiglia, senso di appartenenza, desiderio di maternità. Raccontano il riscatto e il successo, l’esilio e la ricerca della fortuna. Sopra ogni cosa, i romanzi di Milena Agus descrivono Cagliari come un posto in cui bisognerebbe esser stati almeno una volta nella vita.

Di Cagliari ne vengono affrescate le persone, ma non solo: anche il mare, il porto, le vie principali di Casteddu. Milena Agus narra i colori del cielo come farebbe una pittrice, le stelle come un’astrologa, i cagliaritani e i loro riti antichi come un’antropologa. E in questa lunga narrazione non si dimentica di riservare un posto d’onore alla natura selvaggia ma accogliente dell’entroterra, alla macchia mediterranea, i ginepri, gli ulivi e poi gli animali che popolano la Sardegna.

Milena Agus parla della Sardegna, e nel frattempo racconta il destino e la forza. La tenacia, l’onore, il rispetto e il senso di famiglia.

Per farlo, utilizza una scrittura semplice: termini ricercati, talvolta in sardo – sempre perfettamente tradotti.
Una narrazione limpida e scorrevole, che mai appesantisce.
Libri che si leggono in un giorno e che, addosso, restano per tanto tempo.
Libri che mettono coraggio. Che non pretendono di insegnare troppo – pur facendolo -, ma che ben si difendono e riconoscono: colmi di richiami, di citazioni, nomi di musicisti e pittori, architetti, autori di libri.

I suoi sono libri che fanno venire voglia di leggere ancora.


Ho avuto il piacere e l’immenso onore di poter chiacchierare con Milena dei suoi libri e dei suoi pensieri.
Riporto qui, accuratamente, la nostra chiacchierata.
Affido le sue parole a voi e vi invito a cercarne ancora, sue e altre.

Cara Milena, mi piacerebbe sapere,  in poche parole che meglio la descrivano, chi è Lei, l’autrice dei sette delicatissimi e magici romanzi che Nottetempo ha pubblicato in Italia. Quando ha iniziato a scrivere?

I miei genitori sono sardi, di Sanluri, mio padre era Tenente di Vascello nella Marina Militare e abitava a Genova dove dopo il matrimonio mamma lo ha raggiunto e dove io sono nata e ho trascorso parte della mia infanzia. Genova è una città bellissima e mi è rimasta nel cuore. Poi mio padre ha cambiato lavoro e ci siamo trasferiti a Milano, ma i miei genitori avevano il mito del ritorno a casa, in Sardegna, e così siamo arrivati a Cagliari, dopo un anno ad Alghero, dove ho fatto la quinta elementare. Ero una brava bambina, mi bastavano dei fogli di giornale e una coperta per terra per stare nel mio mondo ore e ore, a fantasticare. Appena ho imparato, ho scritto. Scrivevo e leggevo sempre. Qui a Cagliari ho fatto le Medie, le Superiori e mi sono laureata in Lettere. A proposito di fantasie, non mi sono mai mancate e mi hanno portato, qualche volta, a delle scelte sbagliate e anche buffe come quella di essermi iscritta in Medicina per fare il medico missionario, ma di essermi resa conto di non capire nulla delle materie scientifiche e di essere molto paurosa. Adesso insegno Italiano e Storia al Liceo Artistico. Il mio mestiere mi piace molto, non saprei neppure immaginarmi con un altro lavoro.

All’interno dei suoi libri c’è sempre qualcosa di magico. Con Mentre dorme il pesce e Ali di Babbo, poi, lo dice una volta per tutte: “senza la magia la vita è solo un grande spavento”. Ma, che cosa è per Lei, Milena Agus, la magia? E lo spavento? Che cosa Le fa paura?

Quella che chiamo magia è la possibilità di vivere anche in un altro mondo, oltre che in quello reale. Questa possibilità a me la danno la lettura e la scrittura. Leggendo vivo altre vite e scrivendo mi risolvo i problemi, dico quello che non direi nella realtà, se mi arrabbio con qualcuno costruisco un personaggio negativo e quello, per me che sono sempre molto mite e gentile, è il mio modo di vendicarmi del torto subito. Oppure dichiaro anche il mio amore, che ho difficoltà a dimostrare a parole nella vita reale. Ecco, per me questa è magia, una penna con le funzioni di bacchetta magica. Non avere questa possibilità mi farebbe molta paura. Rimarrebbe la vita nuda e cruda e farebbe spavento.

Tutti i suoi romanzi parlano di famiglie e raccontano le storie di generazioni. Allora mi chiedo – da buon sardo patriottico e legato alla mia Terra – : quanto ciò che siamo, per Lei, è il prodotto del dove da cui proveniamo? Quanto è importante la conoscenza delle nostre origini?

Noi siamo quello che siamo in virtù della nostra storia. Nati in un altro tempo, in altri luoghi, con diversi genitori, parenti, saremmo altre persone. La nostra carta d’identità, come dice Ungaretti nella poesia I fiumi, la fanno queste cose. Conoscere le nostre origini è conoscere noi stessi. Da sempre ho una curiosità straordinaria per le vicende dei miei parenti, faccio tante domande, vorrei sapere i segreti di famiglia, non per pettegolezzo, ma proprio per capire chi sono stati loro e quindi chi sono io.

La narrazione delle sue storie è spesso affidata a giovani e giovinette disilluse: c’è un perché? Ha per caso a che fare con la disillusa capacità di credere nella magia delle cose?

I protagonisti delle mie storie sono sempre, all’inizio, dei perdenti, almeno secondo il buon senso comune. Il mio grande gusto, forse la ragione per cui adoro scrivere romanzi, è farli vincere, non nel senso comune del vincere, cioè successo, denaro e cose del genere, ma nel fargli raggiungere uno stato di benessere interiore che spero riescano a comunicare al lettore.

Se i protagonisti veri e propri mancano nelle sue storie, certo non si può dire che non ce ne sia uno quantomeno fittizio, ossia la Cagliari sempre descritta con amore. Cagliari è forse ciò che, più di tutto, unisce e intreccia le sue storie. Che rapporto ha con questa città? Qual è la Cagliari protagonista delle sue storie? 

Prima ho raccontato un po’ i trasferimenti della mia infanzia. Quando abitavamo in Continente, soprattutto mia mamma, mi parlava di Cagliari come di un posto mitico. Lei stessa, abitando in paese, la vedeva così. Arrivata qui potevo esserne delusa, invece no, la trovo bellissima, bianca, azzurra, verticale. Trovo i Cagliaritani spiritosi e leggeri anche in situazioni pesanti. E poi c’è il mare e l’orizzonte è infinito, e questo porta larghezza di vedute ai suoi abitanti. Nelle storie che racconto c’è la Cagliari di un tempo, quella dei racconti di mia mamma e delle mie zie, ma anche quella di oggi, per esempio del quartiere internazionale di Marina, dove ci sono gli immigrati da tutto il mondo.

Una costante che ritrovo all’interno dei suoi romanzi è la riflessione attorno all’idea di Dio: mai si riesce a decidere se c’è o non c’è. Talvolta assume l’aspetto del Dio di Leibniz, altre volte la bontà dei protagonisti diventa il dio delle sue storie. Che cosa o Chi è, per Lei? Un fantasma che veglia su di noi? Le ali di babbo

Non c’è una storia dove non parli di Dio, è vero. Ne parlo dal punto di vista di vari personaggi, che la pensano fra loro in modo diverso e danno, a me che scrivo, le loro risposte a proposito di Dio, che poi sono le risposte alle mie domande. Alla fine Dio si manifesta sempre in qualche modo in queste storie, agisce per mezzo dei buoni, che ci sono sempre. Alla fine dei romanzi, dopo che Dio si è manifestato, a modo suo, naturalmente, mi sento più tranquilla, più convinta che ci sia davvero.

Mal di pietre è forse il suo romanzo che ha avuto il riscontro più positivo. Che effetto Le fa sapere he Marillon Cotillard ha letto un suo libro?

Mal di pietre ha avuto un grande successo, è vero, ma come tutte le cose, viste dall’esterno, non sono come viverle di persona. Io, certo, mi sono accorta di aver avere avuto successo, mi ha fatto piacere, è naturale, mi ha anche fatto un certo effetto vedere la mia attrice preferita interpretare la nonna di Mal di pietre, ma, essendo saggia, la mia vita ho continuato a viverla come se niente fosse accaduto, identica a prima.

E ancora, che effetto Le fa sapere che i suoi romanzi vengono letti, adorati, tradotti, trasportati cinematograficamente?

E sempre a proposito del successo e del fatto che i miei libri vengano letti in tutto il mondo, la cosa che mi piace di più è quando i lettori mi dicono che leggerli gli è stato utile, che dopo sono stati meglio, un po’ più leggeri, un po’ più fiduciosi.

Un’ultima domanda, prima di augurarLe un buon Natale: scriverà ancora? Ha già scritto qualcosa?
Io auspico di sì, per poterla infilare, insieme a tutte le altre sue antichenuove storie, nella mensola dei libri che quest’anno ho amato di più.

Scrivo sempre, per me è vitale, come potrei stare dentro il mondo reale senza la magica via di scampo della scrittura?

#SEICIOCHELEGGI

#SEICIOCHELEGGI

Da tutte le parti, su ogni social, e in ogni canale di posta mi chiedete sempre consigli:

su cosa leggere, su come farlo, su quando farlo. 

Talvolta mi raccontante che il vostro fidanzato vi ha lasciato, altre che i vostri genitori si sono separati, altre ancora che non sapete come instaurare un buon rapporto con i vostri figli, che non riuscite a capire che cosa fare nella vita. 

Mi raccontate di rapporti complicati con il mondo circostante, della vostra incapacità di relazionarvi con il mondo, o peggio ancora: con voi stessi.

Non sono uno psicologo, non capisco i miei, di problemi, figuriamoci quelli degli altri: ma ho letto tanti libri – e tanti ancora ne leggerò – e, a volte, mi sono stati utili per comprendere qualcosa, per andare avanti quando mi sembrava di non poterlo fare.

I libri mi hanno sempre aiutato e spesso cambiato.

Ogni domenica, sul mio account Instagram @aldostefanomarino, tramite le stories, rispondo alle vostre domande:

TU DIMMI COME TI SENTI E IO TI CONSIGLIO UN LIBRO, 

perché, d’altronde, #SEICIOCHELEGGI

#SEICIOCHELEGGI – senza l’accento sulla O – è cominciato due settimane fa, tanti di voi hanno già seguito i miei consigli: mi appello a voi, se doveste ascoltarmi condividete la vostra lettura nelle vostre storie, o in un post taggando me e usando gli hashtag #SEICIOCHELEGGI e #ALDOSTEFANOCONSIGLIA: è molto importante per me, per continuare a leggere tanto e per non smettere di consigliarvi sempre titoli nuovi.

Come in un film, R. De Sa Moreira

Comincio e finisco di leggere Come in un film in dieci ore. In Italia lo ha pubblicato NN Editore, casa editrice indipendente alla quale, ormai, devo, oltre che la mia stima per l’accurato lavoro di scouting, anche i preziosi insegnamenti che traggo continuamente dalla lettura dei loro testi.

Mi capita spesso di leggere testi nell’arco di una giornata; più raramente, invece, mi succede di rimanere così felice di aver letto il libro di un autore contemporaneo, e soprattutto di rimanerne così sorpreso. È questo il caso dell’originalissimo e magnetico libro in rosso di Régis De Sa Moreira, il francese vincitore del premio Le Livre Elu.

Come in un film narra la storia di LUI e LEI che, da un punto imprecisato nello spazio raccontano, fin dal primo incontro, la loro storia d’amore tormentata. Si potrebbe dire che è una normalissima storia d’amore: un lui e una lei  alle prese con un amore più grande di loro, della quale passione, talvolta, si lasciano travolgere, fino a cambiare la sorte a cui sembrano destinati sin dall’inizio: lasciarsi.

LUI lo capisce sin da subito: arriverà quel momento in cui inizieranno a sopportarsi a malapena. E nonostante lo sappia, la invita a vivere da lui sin da subito. Scorreggia mentre LEI si lava i denti, e per masturbarsi pensando a LEI gli basta vedere la sue pantofole dalla porta del bagno lasciata volutamente aperta.
Anche LEI lo capisce immediatamente: hanno gusti troppo diversi, vedute troppo distanti.
LEI preferisce i libri, tanto che, a una certa e per lavoro, comincia a correggerne le bozze prima della pubblicazione. LUI invece ai romanzi preferisce le fedeli trasposizioni cinematografiche, ma nella vita non farà il regista e si accontenterà di lavorare in un ufficio postale.
Anche LEI lo sa fin dal principio che non andrà mai veramente d’accordo con LUI: e come può farlo? LEI che ha riempito la sua libreria, litigando con lui per decidere sulla prima fila di ogni ripiano: i dvd di LUI, o i libri di LEI?
Nonostante questo, come in un film, si amano follemente e ardentemente si desiderano.
Come in un film – o in un romanzo di Kundera – la storia d’amore di LUI e LEI è costellata di coincidenze.
Come in un film – mi viene in mente Revolutionary Road – LUI e LEI litigano fino allo sfinimento, si tirano addosso i piatti, le stoviglie, le brutte parole, e poi fanno la pace facendo l’amore in una cantina, quella dei genitori di LEI, o in un bagno, e anche mentre guardano film porno gay.
E sempre come in un film la loro vita è scandita dalla musica, da Le quattro stagioni di Vivaldi, a Umbrella di Rihanna, fino a Non, je ne regrette tien di Edith Piaf.

Ma ciò che c’è di grandioso, di veramente originale, all’interno di questo romanzo, è il modo in cui De Sa Moreira decide di raccontare questa storia d’amore che mi ha commosso.
Qui, i luoghi, le persone, gli incontri, i pensieri e le azioni sono descritti attraverso la tecnica della narrazione cinematografica, proprio come in un film. Fino a qui, qualcuno potrebbe obiettare che, in realtà, i greci lo facevano secoli fa, ma De Sa Moreira si spinge oltre: a ogni personaggio, quasi sempre, più che i dialoghi sono affidati i pensieri e, molto spesso LEI ci dice quello che in realtà pensa LUI, e viceversa. Questo succede perché LUI e LEI sono legati da una profonda complicità che, l’autore francese, ha saputo descrivere perfettamente; complicità che li porta a fare le stesse cose, anche quando sono lontani.

Ma in questo romanzo, quelli che pensano, e parlano e vivono e soffrono, amano, gioiscono, non sono solo LUI e LEI, ma un’infinità di personaggi, tutti spettatori che assistono alla loro storia d’amore: il panettiere dove per sette anni comprano i cornetti, la baby-sitter, i vicini di casa e il tassista che guida il taxi dove LEI rivela a LUI di essere incinta.
E se poi personaggi, talvolta, diventano il gatto di LUI, o Van Gogh, Matt Demon dallo schermo della sala B di un cinema in cui ogni anno LUI e LEI festeggiano il loro anniversario, Michael Jackson da un poster sulla parete, Harry Potter, o Pedro Almodovar, tutti intenti a fare ironia assistendo alla vita di LUI e LEI, come spettatori di un film dove stavolta non sono loro i protagonisti – o registi – allora il risultato, in una parola è meraviglioso, in due emozionante e reale, e in tre: DA LEGGERE ASSOLUTAMENTE!

Breve storia dell’ubriachezza, M. Forsyth

È polemica assai recente quella nata attorno agli otto euro per una bottiglietta d’acqua di Chiara Ferragni. Polemica abbastanza sterile: perché, per quanto il prezzo sia assurdo, chi può permettersela se la compra, chi non può, no!

I tempi stanno cambiando, dunque, perché se si legge Breve storia dell’ubriachezza, il saggio di Mark Forsyth pubblicato da Il Saggiatore, ed elegantemente tradotto da Francesca Crescentini, è ben spiegato come fossero organizzati i nostri avi più antichi: l’acqua ai poveri e il vino ai ricchi, soprattutto quando le acque da cui si attingeva per sostenersi erano sporche e portatrici di malattie.

Breve storia dell’ubriachezza è appunto la storia dell’ubriachezza, ripercorsa attraverso i popoli che hanno divinizzato questa condizione, quelli che l’hanno allontanata e coloro che invece hanno saputo sfruttarla saggiamente.
Attraverso un lessico semplice, ma quasi scientifico, molta ironia e tante informazioni sul mondo in cui viviamo – storiche, geografiche, antropologiche e sociologiche – Forsyth ricostruisce la Storia partendo dall’evoluzione della scimmia a uomo.

“Darwin pensava che se gli uomini e le scimmie reagiscono allo stesso modo ai postumi della sbronza, devono essere imparentati”

Secondo i suoi studi, pare che la birra esistesse ancora prima dell’agricoltura e dei templi, perché “abbiamo cominciato a coltivare perché volevamo qualcosa da bere”: intanto la birra è molto più facile da preparare rispetto al pane, contiene vitamina B, utile agli esseri umani per tenersi in salute. Se da una parte i cacciatori ricavano vitamina B mangiando animali, i coltivatori di cerali, se avessero mangiato solo pane sarebbero stati dei “mollaccioni anemici”. Per questa ragione, intorno al 9000 a.C. abbiamo inventato l’agricoltura per ubriacarci: tanti sono i reperti archeologici che testimoniano la presenza degli alcolici, e molte sono le incisioni e la rappresentazioni riportate tra queste pagine interessantissime.

Dai bar sumeri, al Re Scorpione I che nell’antico Egitto venne sepolto con ben trecento otri di vino, fino alle parole di William James che sostenne che “La sobrietà sminuisce, distingue e dice no; l’ubriachezza espande, unisce e dice sì”.
Passando poi, per il simposio greco, e gli androni, luoghi dove gli uomini si ubriacavano in compagnia di altri uomini, e le affarmazioni di Platone, secondo cui, se puoi fidarti di una persona sbronza, puoi fidarti di lei in ogni occasione, Forsyth attraverso Breve storia dell’ubriachezza, non vuole invitarci a ubriacarci, ma spronarci a fare, anzi, un uso corretto dell’alcool.

Leggendo questo manualetto ci si diverte tanto, si imparano tante cose: per esempio ho scoperto che l’Australia, un tempo, durante il 1700 è stata terra dove i coloni inglesi portavano gli ubriaconi londinesi devoti al diffusissimo gin (allora la sua graduazione alcolica oscillava intorno all’80% di volume). O, ancora, l’esistenza della dea britannica Madam Geneva, una vera celebrità nella sua epoca, sulla quale poeti e scrittori scrivevano opere e poemi per onorarla.
Magari non sapete neanche voi che, all’interno del Corano, il paradiso viene descritto come un luogo attraversato da fiumi pieni di un vino “delizioso a bersi”.

E che cosa è questo saggio, se non un’accurata ricerca sociologica e antropologica attorno agli usi e costumi degli uomini?, fin dal Medioevo, delle taverne, delle birrerie, dei sumbel vichinghi, e dei salotti western, per arrivare ai conosciuti e frequentatissimi pub.
Usi e costumi di persone che, finito il proprio lavoro, o prima di cominciarlo, tutte insieme bevono: perché, in qualsiasi epoca o luogo, tutti gli esseri umani si sono sempre riuniti per ubriacarsi.

Un saggio piacevolissimo da leggere mentre si beve vino – condizione necessaria sostituibile con qualsiasi altro tipo di bevanda alcolica – che mi sento di consigliare con estrema sincerità: per imparare divertendosi: la storia dell’alcool come non era mai stata raccontata.
Non è l’alcool a renderci nervosi, egoisti, violenti: chi è violento diventa più violento, chi pacifico, idem. Insomma che cos’è l’alcool, se non un piacevole mezzo attraverso il quale poter essere veramente noi stessi? Liberi e smisuratamente felici? O comunque, meno delusi dalla vita o stressati dai nostri tran tran quotidiani?

Non è forse vero che l’uomo è stato concepito a immagine e somiglianza di Dio? E allora…

“Dio non potrebbe mai essere noioso. E gli esseri umani, da ubriachi, non si annoiano mai”

 

La luce che resta, Evita Greco (Recensione e chiacchierata)

La luce che resta è il nuovo romanzo drammatico di Evita Greco, in uscita il 13 settembre per Garzanti. Questa volta, dopo Il rumore delle cose che iniziano, Evita Greco scrive una storia più matura della precedente, mantiene il suo stile inconfondibile, ma stavolta non trascura nessun dettaglio e ogni cosa assume la necessità di esser narrata. Con gli occhi di una madre, Evita Greco, scrive con le mani di una pittrice, delicatamente, attraverso particolari e analisi minuziose racconta un intreccio di storie apparentemente slegate, ma destinate a rincorrersi, capitolo dopo capitolo, fino ad allacciarsi nella stessa trama.
La sua scrittura è precisa, attenta a ogni minimo particolare: per Evita Greco, ogni azione ha un posto privilegiato nel racconto, come se tutto ciò che viviamo, pensiamo e sopportiamo meriti l’attenzione di un narratore e poi quella del lettore, che una volta catturato non riesce più a staccarsi dalle pagine del libro: quest’attenzione per i dettagli poi, facilita quella necessità che il lettore ha di immedesimarsi in ognuno dei personaggi di La luce che resta, nati dalla testa di Evita Greco

Il treno regionale 12047, ogni mattina, mentre viaggia ha da una parte il mare e dall’altra le colline. Sopra c’è Carlo: segue la madre, lo fa sempre quando lei gli dice che vuole uscire di casa, non sa bene per andare dove, e poi va in tribunale: è avvocato, una professione che gli sta stretta, dicono sia riuscito a diventarlo solo grazie al padre.
Marco che vive fuori, lavora a Londra e tenta di convincerlo in ogni modo a portare la madre in una casa protetta, lasciare l’Italia e andare a vivere in Inghilterra. La vita di Carlo, le sue attenzioni e le sue preoccupazioni si riducono a quelle rivolte verso una sola persona, sua madre Filomena, a cui ha promesso che un giorno comprerà una macchina, una Dyson, che a lei piace tanto, e scapperanno lontano, in una casa dove sembrerà di poter toccare il mare solo guardando fuori dalle finestre.
Su questo treno, tutte le mattine, Cara accompagna a scuola Vita, la sua bambina, e poi scappa al lavoro, ne fa diversi: la segretaria in uno studio medico, il dottorato all’università. Cara è una mamma in carriera, e tutte le mattine, ogni volta che saluta la figlia, poi deve combattere con il senso di colpa che la opprime per la necessità di dover chiamare una baby-sitter, sperare che sia libera, e chiederle di andare a prendere Vita all’asilo.
Su questo stesso treno Carlo e Cara si incontrano, con le loro storie, i loro scheletri nell’armadio: impauriti e indifesi, due anime ferite, che hanno paura di conoscersi ma sono curiose di farlo. I loro viaggi si intrecciano, attraverso i racconti del grande amore che vive ancora nei ricordi di Filomena, le loro vite si incrociano, e cominceranno a cercarsi ogni volta che prenderanno il treno, finché non avranno il coraggio di parlarsi, e di aiutarsi poi.

La luce che resta è quella luce che rimane quando tutto attorno è calato il buio, che spaventa e porta a divenir ciechi davanti a tutto ciò che accade attorno. Un lungo dramma sulla paura, che esplora ogni lato del nostro animo e ci interroga spesso. È il racconto di quel momento in cui rimaniamo soli, perdiamo noi stessi, e ci aggrappiamo con tutte le forze alla felicità di qualcun’altro. Ma soprattutto, è il romanzo dell’amore materno, quello che ci consegna al mondo. Dell’amore che un figlio prova per la madre, della forza che ogni madre riceve in dono, senza averla mai avuta prima, quando il suo corpo si prepara a ospitare un bambino. Delle paure che una madre ha ogni volta che saluta suo figlio, e di quel senso di completezza che ogni figlio prova quando si trova con sua madre: Vita per Cara e Carlo per Filomena. Un amore forte, che supera i confini. Un romanzo per consolare le perdite e che fa ritrovare il coraggio.

Evita Greco è tornata, stavolta più forte che mai: non ha paura, osa e ci consegna un’opera di cui si sentirà parlare molto presto. E così sia!

Chiacchierata letteraria con Evita Greco

Cara Evita, “anche il cielo più scuro nasconde un raggio di sole”, qual è il tuo spiraglio di luce? Da dove proviene?
Dai miei bambini e dalle storie. Non faccio altro che raccontarmi storie, in un certo senso. Le cerco mentre cammino, le cerco ovunque. Sono il mio amuleto, le storie. Il mio modo di credere di poter avere a che fare con la realtà.

Questa volta ti sei fatta desiderare… ci hai tenuti sulle spine per un po’, quanto amore e quanto tempo hai dedicato alla scrittura di La luce che resta?

Tempo tanto, amore anche di più. L’ideale sarebbe stato farlo uscire a due anni dal “rumore delle cose”, poi però è servito più tempo e più spazio. E’ stato inevitabile, per me, prendere molto molto molto sul serio tutto quello che era stato detto a proposito del primo libro. Il che, inevitabilmente, mi ha un po’ rallentato con il secondo. Poi nel frattempo è nato il mio Carlo, e anche lui si è preso la sua quantità di tempo, e tutto l’amore.

Nei libri che si scrivono c’è certamente sempre un po’ di noi. Dove sei tu, veramente, in questo romanzo? Ti senti più vicino a ciò che prova una madre o una figlia?
In questo libro, molto più che nel primo, credo di essere vicina a tutti. C’è davvero una parte di me in ognuno dei personaggi. Credo che sia spesso così, il materiale che abbiamo a disposizione per scrivere è la nostra vita e quindi quel che siamo finisce ovunque. “Per quanto mi identifichi nel battito di un altro, sarà sempre attraverso questo cuore”, dice una canzone di Jovanotti. C’è un pezzetto del mio cuore in ognuno dei personaggi, insieme a delle caratteristiche – spero – solo loro.
Cara (un po’ come Giulia del Rumore delle cose che iniziano) rappresenta un modello di donna forte che io spero di raggiungere, ma che forse non  mi appartiene davvero. Marco ha una forza che ammiro, tiene la barra del timone dritta, sempre. Nelle fragilità di Filomena mi riconosco. Mentre Carlo, per me, rappresenta il giusto mix tra forza e tenerezza (passami la semplificazione). Rileggendo il libro, scherzando tra me e me, mi sono detta che è una specie di Christian Gray delle mamme. Non ho letto cinquanta sfumature di grigio ecc. ecc., ma sono ragionevolmente certa che un uomo che offre con biscotti fatti in casa a tua figlia, uno capace di addormentarla, di prendersi sul serio mentre gioca con lei, e di esserci, senza troppo parlare, vale lo
scambi!

Mi incuriosisce la scelta dei nomi: a parte i personaggi che si chiamano come i tuoi bambini, tutti gli altri, come nascono nella tua testa? Prima nascono e poi dai loro un nome, o viceversa?
Quasi contemporaneamente. Dare i nomi ai personaggi, per me, è davvero difficile. Per alcuni ho le idee chiarissime sin dal principio. Altri (per esempio quelli del “rumore delle cose che iniziano”) rimangono solo iniziali per tantissimo tempo. In generale faccio molta fatica a prendere decisioni definitive. Dare un nome è una decisione definitiva. “Cara” è un omaggio –piccolissimo e molto maldestro- alla canzone di Lucio Dalla, che per me è forse la più bella di sempre. Marco è il nome del mio compagno, qualcosa del Marco del libro me lo ricorda. Filomena è un nome che mi piace, e in parte ho pensato al film, al tipo di maternità che viene raccontata nel film. Carlo perché c’era il nostro, di Carlo, che è sempre stato Carlo da sempre, da quando ci siamo conosciuti io e Marco, che ce lo dicevamo che, un figlio nostro, maschio, sarebbe stato Carlo. Che poi il nostro Carlo si chiama Carlo Antonio, in onore del nonno paterno che non ha conosciuto, e che sarebbe impazzito dalla gioia a saperlo qui.

Siamo tutti curiosi di sapere come ha reagito Chiara Gamberale quando ha scoperto che uno dei protagonisti della tua storia si chiama proprio come sua figlia, Vita.
Chiara non credo lo sappia, ancora. Ma nei nostri incontri, c’è stato un bello scambio di “attese”. L’ho incontrata a Rapallo, quando ancora non sapevo che Carlo stava arrivando, ma già c’era. L’ho incontrata a Macerata, quando Carlo stava per nascere. Non ricordo se glielo dissi, o se glielo scrissi quando poi lei mi  disse che Vita stava arrivando. Se Carlo fosse stato una femmina, sarebbe stata Vita. E’ un nome bellissimo, che ha dentro tutto quello che conta. Spero non le dispiaccia. Ancora di più spero di conoscere la sua Vita il prima possibile.

Tra le tue pagine si sente il tuo destino, quello di madre: traspare tutto l’amore che tu sei in grado di provare, probabilmente, perché a descriverlo sei veramente abile. Quante volte ti sei sentita inadatta come madre dei tuoi bambini?
A costo di sembrare presuntuosa, forse per la prima volta in vita mia lo dico: non mi sono mai sentita inadatta. Stremata, sì, molto spesso. Così come molto spesso so di cedere su fronti in cui non dovrei (cartoni animati mentre siamo a cena fuori, cibi non sempre sani, ritmi sonno veglia totalmente sballati anche per colpa nostra), ma inadatta mai. Capita di sentirsi osservate, capita di accorgersi che magari, mentre sei in strada e uno dei tuoi bambini piange o urla, o si butta per terra, e allora capisci che qualcuno sta pensando di te “sei inadatta”. Ma con il tempo ho imparato a capire che ci sono altrettante persone che ti guardano e pensano “so cosa succede, è tutto ok”.
Sogno un mondo in cui nessuno si debba sentire in difetto, quando magari il suo bambino piange, sogno un mondo in cui nessuna madre si senta inadatta. Perché la maggior parte delle volte, se una madre si sente inadatta, è perché è sola, e nessuna dovrebbe esserlo mai. Come pensa spesso Cara: serve un villaggio. Dobbiamo essere tutte il villaggio di tutte.

Da La luce che resta, di luce ne esce tanta. Riesci a farci credere che, talvolta, quando è tutto buio, faccia più luce la luce che rimane che buio il buio che si vede. Presenti il buio come necessario, e guardi le cose tutte da una prospettiva più confortante. Che cosa diresti a chi non riesce a individuarla?
Che c’è, che ognuno di noi sa che c’è e che tutto ha un suo “verso”, un suo significato. Spesso occorre allontanarsi, spesso fa un male cane, ma in parte, per crescere, abbiamo davvero bisogno che si aprano alcune crepe. Poi credo anche che ci siano dolori che non servono a nulla. Dolori che sono dolori e basta, cose che non dovevano andare così. Di fronte a cose del genere (come per Marco e Filomena) non basta neanche un grande amore. Accadono anche queste, purtroppo. E forse si trova un verso anche per quelle.

 Lascia un po’ di luce anche a noi: stai già scrivendo il prossimo?
Scrivendo ancora no. Ma ho in mente una storia di cui sono profondamente innamorata. Me la immagino anche molto diversa da quello che ho raccontato fino ad adesso, poi magari non sarà così diversa, non lo so. Ma è una storia che adoro. E quando l’asilo riaprirà, inizierò a scriverla, promesso.

 

 

Per le foto di copertina sono stato ospitato da Necci al Pigneto, a Roma (via Fanfulla da Lodi 68) un grazioso locale dove spendere il proprio tempo: studiando, mangiando, bevendo qualcosa e facendo un ottimo aperitivo. Potete trovare degli ottimi dolci di loro produzione, mangiare un buon piatto di pasta, o tenervi leggeri con sfiziosissime insalate!

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