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Copertina del libro Persone Normali

Persone normali, S. Rooney

Persone Normali è il secondo romanzo di Sally Rooney, giovane e promettente autrice irlandese, pubblicato in Italia da Einaudi.
Il volume, che si fa subito notare sullo scaffale per la splendida copertina realizzata da Mario Sughi, racconta di una relazione complessa e intermittente tra due giovani all’ultimo anno del liceo e del loro passaggio all’età adulta.

La scrittura di Rooney è una di quelle in grado di coinvolgere sin dalle prime pagine. La sua bellezza risiede nella possibilità che il lettore ha di riconoscersi, quasi senza accorgersene, nelle parole e nelle vite dei personaggi. È singolare che l’autrice non presenti i personaggi, ma sono loro stessi a venir fuori, a narrarsi da sé e ad appassionare il lettore. Questo anche grazie all’abilità di Rooney che si compie pienamente nella costruzione dei dialoghi, nella descrizione dei comportamenti dei personaggi, nella prosa efficace che costituisce le pagine di Persone normali.

Siamo tutti “Persone normali”

I protagonisti, Marianne e Connell, hanno due vite molto diverse. Lei proviene da una famiglia benestante e vive nella più totale povertà affettiva, lui è figlio di una ragazza-madre che fa le pulizie proprio per la famiglia di Marianne. Lei vittima di bullismo ed emarginata dai suoi coetanei, lui è tra i più popolari del loro istituto.

I due ragazzi sono però diversi solo all’apparenza e hanno un legame viscerale che va oltre le differenze economiche e sociali. Esso però risente dei pregiudizi esterni al punto da costringerli a iniziare una relazione clandestina. Connell inizialmente si vergogna di Marianne e teme il giudizio degli altri, e così ne viene fuori un rapporto sbilanciato e immaturo. La situazione è destinata però a ribaltarsi all’università, dove la loro relazione potrà finalmente uscire allo scoperto. Qui è Marianne a diventare popolare e richiesta tra i ragazzi, mentre Connell finisce suo malgrado per sprofondare in una solitudine profonda e una forte depressione.

I due si lasciano, tornano insieme, si comportano in modo contraddittorio, non comunicano come dovrebbero e come vorrebbero. Ma questa relazione è anche la loro via d’uscita, il rifugio, la fortezza dove tutti vorremmo essere accolti quando il mondo fuori ci è nemico.

Foto Sally Rooney

Il successo della Rooney


Ma cosa rende interessante Persone normali al punto da far parlare di Sally Rooney come l’astro nascente della letteratura irlandese contemporanea? Ciò che rende singolare la lettura di Persone normali è la possibilità di riconoscerci con immediatezza nei protagonisti della storia. Leggendo, anche noi proviamo quell’amore giovanile, privo di filtri, vero, autentico, ruvido e a volte esplosivo, fatto anche di difficoltà e distanze, non solo fisiche. I giovani protagonisti sembrano essere legati da un elastico che si tira, si tende, ma senza spezzarsi mai definitivamente. Crescono e il loro rapporto matura, si allontanano ma finiscono col ritornare sempre l’uno dall’altra.

Una storia di due solitudini

Il romanzo Persone normali, tuttavia, non è solo la storia d’amore tra Marianne e Connell, ma è anche la narrazione di due solitudini, di due personalità con problematiche forse frutto dei contesti familiari e sociali. Oltre alla disparità sociale ed economica, è affrontato anche il tema dell’anoressia. Sebbene non espresso in maniera diretta, ma solo raccontato attraverso le difficoltà di Marianne nel sentirsi adatta e amata da qualcuno.

La maggior parte della gente, ha pensato Marianne, vive un’intera vita senza mai sentirsi così vicina a qualcuno.

Persone normali, Sally Rooney

La protagonista, infatti, nel corso del suo soggiorno di studi in Svezia piomba in un annichilamento della propria persona. La Rooney parla anche della depressione e dei suoi effetti, attraverso il percorso psicologico intrapreso da Connell, aggravato anche dal suicidio di un suo amico di infanzia. Ma il bello è che tutti questi eventi e queste situazioni vedono i giovani protagonisti sempre l’uno accanto all’altra. Un rapporto che è un continuo supporto, al punto che i due arrivano a rendersi conto di quanto si sono influenzati reciprocamente nel loro percorso di maturazione e di crescita. Connell e Marianne cominciano a pensare anche che forse le cose sarebbero state diverse se non avessero mai cominciato la loro frequentazione.

Ti amo. Non lo dico per dire, ti amo davvero. A lei tornano a riempirsi gli occhi di lacrime e li chiude. Questo momento le sembrerà di un’intensità insopportabile anche nei ricordi, ma ne è già consapevole fin d’ora mentre sta accadendo. Non si è mai considerata degna di essere amata da qualcuno.

persone normali


Altro tema analizzato in maniera evidente è quello dell’incomunicabilità. In più occasioni i protagonisti interrompono il loro rapporto solo per mancanza di chiarezza. Perché sono poco diretti, perché non arrivano a dirsi esplicitamente ciò che provano davvero in quel momento, perché sono poco coraggiosi e non esprimono pienamente i propri sentimenti.

Nella vita di tutti i giorni le loro emozioni erano così diligentemente represse, costrette in spazi sempre più angusti, che un fatto apparentemente marginale finiva col caricarsi di un significato pauroso.

persone normali

Stile sintetico e diretto: punto di forza della Rooney

Tra i punti di forza della Rooney non possiamo non far riferimento allo stile. Sintetica e diretta, l’autrice irlandese ha la grande abilità di descrivere relazioni e fatti lasciando tutto in sospeso, un continuo “detto e non detto” che conferisce molta più importanza ai gesti e alle azioni. I suoi romanzi sono a tal punto “visivi” che da Persone normali è stata tratta una serie TV di 10 episodi fedelissima al testo.
I personaggi della Rooney sono dunque sfaccettati, eppure senza particolari artifici l’autrice riesce a fornirci sfumature psicologiche e caratteriali dall’aspetto complesso e spesso anche preoccupante (come nel caso della depressione di Connell).

Unitamente allo stile, risulta interessante l’aspetto della struttura del romanzo. Originale è la scelta di dividere la narrazione in capitoli introdotti ognuno da una data, con salti temporali talvolta di qualche settimana, altre volte di mesi. Si raccontano così 3 anni di relazione che noi possiamo seguire nel suo sviluppo, capendo che l’avanzare delle pagine è il proseguimento del percorso di crescita dei protagonisti.


Scena serie tv "Normal people"
Fotogramma tratto dalla serie TV “Normal People” prodotta da Netflix e tratta dal romanzo di Sally Rooney

L’espediente delle e-mail anche in Persone normali

Come in Parlarne tra amici, anche qui viene usato l’espediente della corrispondenza epistolare, via e-mail. In Persone normali, tuttavia, assume un’importanza anche maggiore rispetto a quella del romanzo d’esordio dell’autrice. Qui si tratta di una dimensione più intima. L’unico veicolo di sentimenti e di connessione profonda che i protagonisti decidono di adottare nei loro momenti di distanza. Forse è qui che si assiste a una comunicazione più sincera, dove oltre a costituire una fuga dalla realtà, per i protagonisti, è anche un momento di approfondimento delle loro vite.

Il libro più celebre della sarda Grazia Deledda che rappresenta la Sardegna del Novecento

Canne al vento, G. Deledda

Pare che la vicenda raccontata nel romanzo più celebre di Grazia Deledda, Canne al vento, tragga ispirazione da una famiglia sarda realmente esistita. Sembrerebbe trattarsi dei Nieddu, un’antica famiglia del nuorese, presso i quali venne ospitata Graziedda. Ma quando Grazia tornò, il paese di cui narrò, non soddisfatto del ritratto tracciato, la ripagò con l’indifferenza.

Il nome di Grazia Deledda alla nascita è Grazia Maria Cosima Damiana, e in nessun modo, appena lo si sente, si può fare a meno di pensare che dietro quel metro e cinquanta di statura – subito evocato – si nasconda la prima vincitrice di un Nobel di tutti i tempi.  Ma un altro ricordo, che spesso fa presto a venire, è quello legato all’interruzione dei suoi studi, pensate!

Una donna che frequentò la scuola fino alla quarta elementare e che poi arrivò a Stoccolma – avvolta in uno scialle variopinto – per ritirare il premio più importante di sempre.

Deledda nacque a Nuoro, nel 1871, quinta tra sette fratelli e sorelle, dal sindaco Giovanni Deledda e sua moglie Francesca Cambosu. Nonostante il precoce ritiro dalle scuole, Deledda cominciò a pubblicare i primi racconti su riviste romane a partire dall’età di diciassette anni. Un anno dopo, arrivò anche il suo primo romanzo a puntate: correva il 1889 quando uscì Memorie di Fernanda. Da quel momento, la sua produzione letteraria pare prendere un’impennata e Deledda comincia a pubblicare oltre un libro all’anno. Finché nel 1926, è insignita del premio Nobel per la letteratura. Quello stesso anno, con lei concorrono altri importanti personaggi quali Luigi Pirandello e Gabriele D’Annunzio. 

Canne al vento (1913), uscì per la prima volta a puntate sull’Illustrazione italiana, e dopo qualche mese venne acquistato dall’editore Treves di Milano che lo pubblicò in un unico volume.

Il titolo dell’opera allude alla fragilità umana e al dolore dell’esistenza, paragonata alle canne – fin da un’altra opera della Deledda, Elias Portolu. 

Uomini siamo, Elias, uomini fragili come canne, pensaci bene. Al di sopra di noi c’è una forza che non possiamo vincere.

Elias Portolu, Grazia Deledda

In Canne al vento, un romanzo famigliare che narra le vicende di tre sorelle, le dame Pintor, lo sfondo e l’ambientazione acquisiscono un’importanza di prim’ordine. In provincia di Nuoro, nelle Baronìe vengono messe in luce le tematiche della povertà, della superstizione e dell’onore della Sardegna rurale del primo Novecento.

La storia è ambientata a Galtellì, un paesino sulla costa sarda bagnata dal Tirreno, ed esordisce con le tre dame Pintor: Ester, Ruth e Noemi, che assistono rassegnate al loro invecchiamento. I loro genitori sono morti ormai da tempo, e sulla loro dimora veglia il ricordo del pater familias Don Zame Pintor, la cui figura si staglia sulla narrazione come un’ombra.

Da quando son nate, le sorelle Pintor abitano in una casa ormai decadente e la loro unica proprietà è un piccolo podere amministrato dall’anziano servo Efix. Efix è semplicemente un servo, ha il cuore grande ed è l’unico a preoccuparsi delle cose pratiche. Però, da tempo non viene nemmeno più pagato, ed è legato a loro ormai solo un grande senso di colpa. Anni prima, infatti, Efix aiutò una delle sorelle, la più ribelle, Lia, a scappare di casa, perché non voleva piegarsi all’austerità dei genitori. Fu proprio lui ad aiutare la giovane a fuggire lontano, fino a Civitavecchia, dove diventò madre e morì.

Il figlio di Lia Pintor, però, il piccolo Giacinto – anche chiamato Giacintino – dopo molti anni passati a errare e a tentar tutti i lavori, scrive una lettera per le sue zie e chiede loro di poter far ritorno a casa.

Le signore Pintor si troveranno costrette ad accettare la sua richiesta, nonostante vorrebbero evitare l’arrivo del nipote, ancora ferite dalla scomparsa della sorella. Così Efix convince le dame, dicendo loro che il ragazzo si troverà un lavoro e le aiuterà economicamente. Ed è proprio il servo ad assicurare alle padrone di occuparsi di qualsiasi spiacevole decisione, qualora Giacintino non porti buon nome alla famiglia.

Tuttavia, tra le montagne verdi e bianche e una vegetazione mai descritta così attentamente in un romanzo, l’arrivo di Giacintino porta scompiglio nella famiglia dei Pintor e tra le genti del paese.

Il giovane di Canne al vento, infatti, è come tutti i giovani: vuole divertirsi, frequentare le donne, e pare che lavorare sia il suo ultimo obiettivo. E tutto ciò sembra non essere del tutto in linea con la volontà delle sue zie, in modo particolare con quella maggiore, Ester – che alla fine si rivela esser sempre quella di più buon cuore -.

Canne al vento è un romanzo popolato da personaggi di ogni sorte, ben caratterizzati e assortiti, e perfettamente in linea con il tentativo di voler affrescare una Sardegna di primo Novecento. Una lingua sofisticata, che fa ricorso all’uso del sardo soltanto per meglio rendere alcuni concetti, per declinarli alla perfezione sui personaggi di Canne al vento.

Personaggi che credono in Dio, e che articolano le loro giornate e speranze attraverso la fede, e che spesso prendono i loro nomi direttamente dalla Bibbia. Va comunque precisato che, la maggior parte dei personaggi nelle opere deleddiane, sono donne: vive, incisive, dispettose, manipolatrici, innamorate e pronte a rimboccarsi le maniche.
Sono le tre zie anziane di Giacintino, ma non solo. C’è la severa usuraia Kallina, la sempre pregante vecchina Pottoi, le ambiziose serve di Don Predu, Natòlia e Grixenda, Stefano, Pacciana e molte altre ancora…

Insieme ai personaggi e alla moltitudine di nomi che ci si ritrova a leggere, affascinanti sono i paesaggi narrati in Canne al vento. Essi vengono tratteggiati non solo attraverso lunghe e ritmate descrizioni, ma anche attraverso gli odori, i sapori, i rumori. Perciò tutto confluisce nel passaggio aspro circostante, nutrendosi di immaginazione e creando metafore. E la scrittura di Grazia Deledda diventa per il lettore un balsamo, perché in grado di accompagnarlo dalla prima fino all’ultima pagina, tramite un finale commovente proprio per tutti.

Come prima delle madri, S. Vinci

Come prima delle madri è il terzo libro che Simona Vinci pubblica con Einaudi. Nel 2003 con questo romanzo la scrittrice vince il premio Brancati, lo stesso premio conferito nel 1968 a Elsa Morante con Il mondo salvato dai ragazzini. La casualità vuole che il titolo di questo romanzo derivi proprio da una citazione tratta dalla raccolta della Morante, citazione che apre anche il lungo racconto di Simona Vinci

[…] beati come prima delle madri, quando tutto il sangue terrestre è ancora una vena del mare.

Elsa Morante, il mondo salvato dai ragazzini

Come prima delle madri è diviso in tre parti affidate a due voci narranti. La storia si apre con una scena molto forte e cruenta : Pietro trova sulla sponda di un fiume un uomo morto. L’uomo è irriconoscibile e senza volto. Nella scena successiva Pietro si sveglia in un letto che non è il suo, tra le pareti scure e fredde di un colleggio. Il protagonista è completamente perso, non sa come è arrivato lì, dove è la sua bella mamma, dove sono Irina e Nina. Le giornate del ragazzo trascorrono lente con tanti interrogativi, e ogni giornata si ripete uguale all’altra. Arrivano poi i tedeschi che requisiscono il colleggio così che tutti i ragazzi, compreso Pietro, tornano a casa.

Il male che serpeggia silenzioso.

Pietro ritrova Nina, la figlia della domestica, non ritrova invece Irina, morta per consunzione. Il ritorno di Pietro dal colleggio coincide con la lenta scoperta da parte del lettore di quanto male serpeggia tra le mura di quella casa. Nina fa conoscere l’amore a Pietro e lo porta con se tra i sentieri di montagna a sfamare un gruppo di ribelli che si oppone al regime.

Al nome madre non è abbinata una simbologia di bontà, di magnanimità nè di dolcezza.

La seconda parte del romanzo è dominata da un racconto lungo di Tea, nonchè la madre di Pietro. Tea fugge ancora diciasettenne con un uomo molto attratto da lei che le chiede di seguirlo a Berlino. La ragazza lascia in piena notte la sua famiglia e scappa di casa; tutto ciò che le succede lo racconta in prima persona attraverso degli esercizi di scrittura riportati in una sorta di diario. È proprio in questa seconda parte che comincia a districarsi quella matassa di terrore, sangue e crudezza che la Vinci aveva lanciato ai suoi lettori già dal primo capitolo.

La scrittura della Vinci è fluida come il sangue di tutte le vittime di cui parla, fredda come il ghiaccio di quei monti desolati che fanno da cupo paesaggio al romanzo.

L’impressione che si ha di questo romanzo fin da subito è quello di dover spiegare un’enigma, al quale se ne aggiunge un altro e poi un altro e un altro ancora. L’idea è quella di dover chiudere un cerchio, ma per farlo bisogna avere la forza di sopportare tutto quello che succede. La narrazione è veloce e piena di continui avvenimenti correlati da descrizioni sintetiche ma precise, mirate. Il paesaggio è cupo e gelido come gli animi di tutti i protagonisti, inarrivabili e anaffettivi l’uno con l’altro. La morte in tutte le sue forme è qualcosa di tragico ma sembra sempre strettamente necessaria.

Far parlare i personaggi non è così importante, conta quello che fanno. Il loro silenzio sa essere più dannoso e tagliente di qualunque parola.

Il ritmo che la Vinci dà alle vicende è incalzante, ogni pagina lascia chi legge senza fiato ed è come correre sulle pendici di quei monti che contornano la casa di Pietro. È una narrazione in cui si parla poco e in cui i dialoghi non contano molto (non a caso quando i personaggi parlano non c’è punteggiatura a segnalarlo). Si ha fame di dolcezza e tenerezza certe volte, dopo molte pagine in cui il fiato manca, vorremmo essere gentilmente accompagnati nelle vicende, ma la crudeltà fa da padrona e ci rendiamo conto di dover accettare tutto quello che accade.

Alla fine rimaniamo in silenzio proprio come tutti i protagonisti del libro ci hanno insegnato a fare durante tutta la storia.

Il cerchio della narrazione dopo poco più di trecento pagine si chiude, tutto torna e si è sfiniti da una lettura che è bella pur essendo a tratti violenta. Simona Vinci costruisce in modo perfetto la narrazione e dà vita a degli intrecci magistrali.

Quando si finisce di leggere si capisce ancora meglio lo stretto legame con Il Mondo salvato dai ragazzini della Morante. Proprio come per quella raccolta poetica anche qui si cerca la verità, c’è rivolta. Anche in Come prima delle madri,infatti, sono proprio “i ragazzini” che cercano di salvare e arginare i danni che gli adulti scempiamente hanno compiuto.

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