Tag: famiglia Pagina 1 di 7

Immagine che rappresenta la versione digitale della Compagnia delle anime finte, ritratta in mezzo ai peperoncini, candele e pagine infuocate,

La compagnia delle anime finte, W. Marasco

La compagnia delle anime finte è un romanzo di Wanda Marasco, edito da Neri Pozza e finalista alla LXXI edizione del Premio Strega.
Un libro che resta impresso nella mente del lettore che vi si avvicina. Una storia familiare intricata, segnata dalla fatica della sopravvivenza, ambientata in una Napoli del dopoguerra tra i “vasci”, i vicoli, sulla collina di Capodimonte, quella che si definisce “la Posillipo povera”.

L’abilità di Marasco è proprio quella di riuscire a restituire la complessità dei rapporti familiari e talvolta anche l’oscurità che si cela dietro ad alcune dinamiche.
Una scrittura che mi ha fatto ripensare alle vicende di Eduardo De Filippo e alle sue ambientazioni connotate di miseria e di aspetti tragicomici.

Wanda Marasco nasce a Napoli, dove attualmente vive. Ha ricevuto il Premio Bagutta Opera Prima per il romanzo L’arciere d’infanzia e il Premio Montale per la poesia con la raccolta Voc e Poè . Il genio dell’abbandono è stato finalista alla prima edizione del Premio letterario Neri Pozza, selezionato per il Premio Strega 2015 e portato in scena dal Teatro Stabile di Napoli.
Ha insegnato Lettere all’Istituto Tecnico Industriale «Galileo Ferraris» nel difficile quartiere di Scampia.
Amica del poeta Dario Bellezza, la stessa Marasco è una poetessa: inizia infatti a scrivere le prime raccolte giovanissima, tra i sedici e i vent’anni. 

Ma’, ti devo dire una cosa”. Non sono io che parlo. È la paura. Sta passando un respiro impaurito tra il suo corpo e il mio. “Fa’ ampressa, sto murenno”. Forse non se n’è accorta. Non ha sentito che è già morta, che mi sta rispondendo da un letto di foglie, che la sua voce scivola sotto le riggiole e poi risale come un alito asserragliato lungo il muro.

Le anime finte

Dopo il successo del Genio dell’abbandono che rientra nella dozzina del Premio Strega 2015, Marasco torna a raccontare la sua Napoli con La compagnia delle anime finte. Sebbene le ambientazioni e le vicende siano ispirate a realtà effettivamente conosciute dall’autrice, il romanzo non è autobiografico. La compagnia delle anime finte mi ha lasciato molto su cui riflettere.

Il romanzo comincia con la morte di Vincenzina e con sua figlia Rosa – la voce narrante – che, accanto al corpo esanime della madre, comincia un racconto a ritroso. Da lì si innesca un vero e proprio processo di immedesimazione nella vita di Vincenzina: la voce narrante, infatti, parlandone rivive l’esistenza della madre. Dall’infanzia difficile ai primi incontri con Rafele che diventerà poi il marito di Vincenzina e quindi suo padre. Le difficoltà di questa relazione tra la donna di umili origini e Rafele, di ceto borghese, rapporto che viene osteggiato da Lisa Maiorana, madre dell’uomo e matriarca della famiglia.

Foto di Wanda Marasco, autrice la compagnia delle anime finte

Una commedia umana

Rosa parla e da lì si sviluppano e prendono vita altri personaggi, altre storie. Quello che sembrerebbe un romanzo corale in realtà è il racconto di una vita alla quale si attaccano le altre. Paradossalmente la figura della madre che viene a mancare nelle primissime pagine, in realtà rivive nel corso del libro, nei ricordi e nella narrazione della figlia, tra le pagine che tengono incollato il lettore al romanzo.
Una narrazione di soprusi, di ingiustizie e di fragilità. Alla storia di Rosa e di Vincenzina se ne aggiungono altre creando una struttura adattabile anche a una resa cinematografica.


I personaggi prendono vita tra le pagine. Ci sono Annarella amica dell’infanzia e dell’adolescenza; Emilia, la ragazzina che «ride a scroscio» a causa di uno shock causato da uno stupro; il maestro Nunziata figura dell’infanzia di Rosa; Mariomaria, «la creatura che ha dentro di sé una preghiera rovesciata» e che porta “scuorno” alla famiglia; Iolanda, la sorella «bella e stupetiata». Un microcosmo prevalentemente al femminile, dove le loro sono voci forti mentre i personaggi maschili appaiono come figure di contorno.

Si tratta di Anime finte, anime protette da una maschera e dalla finzione, guaste – che attendono una riparazione. Sul finale si assiste a una risoluzione che sorprende la stessa voce narrante. Rosa, infatti, che crede di essere avulsa da questa visione, ripercorrendo le vicende di Vincenzina si rende conto di essere accomunata alla madre dallo stesso destino.
I personaggi si animano, ci accompagnano per i vicoli e per i rioni della città. Aprono le stanze della memoria e noi ci ritroviamo inevitabilmente accanto a loro, in balia delle emozioni che solo un testo simile può suscitare.

Sei venuta dal niente e dalla paura, ma’. Hai incontrato un uomo venuto dalla caduta e dalla viltà, quando la Storia aveva già annientato e umiliato gli uomini. In una città dove il mondo migliore era soltanto un sodalizio tra un esercito straniero, il governo nuovo e la malavita.

Una commedia umana raccontata con un linguaggio e in modo così sincero da risultare quasi reale. Una narrazione che scende nel profondo, scava, così come si sviluppa la città stessa in cui è ambientata. Vicolo dopo vicolo e vascio dopo vascio, Napoli è una città che fornisce la scenografia dove si muovono i personaggi.

Il gioco della memoria

Questa raccontata nella Compagnia delle anime finte è una vicenda che arricchisce che colpisce, che fa male. La scrittura di Marasco è intrisa di poeticità e risulta essere evocativa e suggestiva. Tuttavia è interessante anche il gioco che è in grado di innescare nei lettori: quello che sollecita la memoria.
Espediente che permette un’immedesimazione, una ricerca di contatto verso il nostro aspetto più profondo e soprattutto verso i nostri affetti più cari.

Il linguaggio della Compagnia delle anime finte

L’autrice ci mette davanti a un testo non semplice. Complesso sia per le tematiche trattate sia per il linguaggio che talvolta fa ricorso a espressioni dialettali. Un libro che si legge tutto d’un fiato per il coinvolgimento che l’autrice crea. Le Anime finte che non sono lontane dalla vita di tutti noi: sono anime in attesa di risanarsi e di riscattarsi.

La compagnia delle anime finte mette in luce la capacità dell’autrice di mescolare la lingua italiana con il dialetto stretto e le sue inflessioni. Una volta superata la barriera linguistica ci si lascia trasportare dalle vicende narrate in quest’opera toccante e straziante espressa con toni poetici e in grado di segnarci nel profondo.

Bruciante segreto di Zweig, nell’edizione della piccola biblioteca adelphi, rappresentato in una fotografia dentro il taschino di una camicia maschile, con alle spalle librerie

Bruciante segreto, S. Zweig

Apparso per la prima volta nel 1914, da Bruciante segreto è stata tratta una riduzione cinematografica nel 1988. L’editore Adelphi, dal 2004, con Amok ha dato il via a un’operazione di recupero di uno dei più validi autori anteguerra del patrimonio letterario europeo.

Che cos’è Bruciante segreto se non una cronaca sfrontata del momento in cui dalla spensierata infanzia si diviene adulti? La purezza e l’innocenza dell’età infantile, contrapposta alla vita menzognera degli adulti? Similmente al Moravia di Agostino, Bruciante segreto è un nuovo tipo di romanzo di formazione, dove i sentimenti sono trattati in modo inedito, sfrontato e senza inibizioni.

Bruciante segreto è la testimonianza cruda di un rito di passaggio carico di stupore e dolore. Dolore di non potersi scoprire più bambini; dolore di non potersi sentir trattare ancora come degli adulti. La descrizione del limbo sentimentale in cui incappiamo, quando da un lato si brama di diventar grandi presto; mentre dall’altro si continua a rimpiangere il passato, reclamando le attenzioni e gli scrupoli che ci venivano rivolti quando ancora eravamo acerbi.

Questo dolore è quello che vive Edgar, il dodicenne borghese e annoiato, tra le stanze di un lussuoso albergo nel Semmering, in Austria. In quell’albergo vi è arrivato con sua madre – mentre il padre è lontano per lavoro – costretto a una lunga convalescenza di cui ne risente il fisico, ma soprattutto l’umore.

Edgar trascorre le proprie giornate al cospetto della madre. È un giovanotto curioso, sempre annoiato, e spesso intento a rivolgere agli adulti domande per cui non ottiene mai risposte altrettanto convincenti.

La sua permanenza sulle montagne austriache non potrebbe essere più noiosa di così, ma appena giunge un giovane barone in villeggiatura, egli pare nutrire per il bambino un interesse naturale. È proprio il barone a fermare il ragazzo e a dimostrarsi incuriosito dai suoi racconti, dai dubbi e dalle domande che fa. E tutto questo, a Edgar non sembra vero, perché invero da tanto aspettava di trovare un amico, ma sopra a tutto un adulto, da cui egli possa esser considerato come una presenza – e non come spettatore assente.

Edgar vive quei giorni diviso tra il sentore di star accedendo finalmente al mondo degli adulti, e la speranza di poterli comprendere. Gli adulti gli appaiono come un mondo baluginante ma pieno di segreti, tanto che è il primo a non accorgersi delle intenzioni che in realtà ha il giovane barone.

Quel baroncello, che agli occhi di Edgar appare come il più leale degli adulti, brama di ottenere le attenzioni di sua madre.

Edgar non ha idea del modo in cui i rapporti funzionano; in un primo momento osserva sua madre far sfoggio della propria persona e subito si risvegliano in lui le prime perplessità. Difatti, il barone, gradualmente comincia a perdere attenzione e interesse per il ragazzino: il suo unico scopo, fin dall’inizio, è invero quello di poter conquistare una donna durante la propria noiosa permanenza in montagna. Nulla gli interessa più che trovare qualcuno attraverso cui abbandonarsi al prossimo flirt. Perché se in Paura, la storia di un tradimento era narrata attraverso il timore dell’essere scoperti, in Bruciante segreto, la conquista del barone si esaurisce nel desiderio di sentirsi corteggiato, ammirato e vezzeggiato dalle donne.

Il barone è in sostanza un donnaiolo, un uomo innamorato delle donne e della loro sensualità, che non si mette alcuno scrupolo a mentire, raggirare i suoi interlocutori e depistarli, al fine di arrivare all’unico scopo da perseguire.

E se all’esordio, Edgar pare non accorgersi di nulla, non appena le attenzioni del barone si orientano verso la madre, il ragazzo si sente ferito e fa presto a passare dall’amore all’odio per lui. Sua madre, invece, si sente come travolta da una passione più grande di lei: da anni intrappolata in un matrimonio insoddisfatto, quel gioco di seduzione la rinvigorisce, e senz’accorgersene si trova lei stessa a escludere sempre più dalla loro nuova quotidianità il bambino.

Presentati in scena i personaggi, dopo aver fatto dono al lettore delle loro persone invischiate in un mondo di convenzioni ed etiche fasulle, Zweig affida il ritmo della narrazione ai sentimenti.

Sono i sentimenti a prevalere all’interno di tutta l’opera di Zweig: sono il fulcro della narrazione. È come se, in tutti i racconti dell’autore mitteleuropeo la realtà venga analizzata tramite il filtro delle emozioni che genera. La paura di crescere, le pulsioni del corpo, il sentirsi divisi tra qualcosa che si vuole fare ma che non si può fare.

Edgar vorrebbe diventare grande ma ancora non può. Sua madre vorrebbe sentirsi libera dalle proprie prigioni ma non è in grado di scegliere, di cambiare, di avere un’opinione propria e disinteressata su qualcosa. E il barone vorrebbe arrivar presto al dunque con la donna, ma è ostacolato da Edgar.

Personaggi che si muovono nel dubbio e nell’incertezza, impegnati a trovare il modo giusto in cui destreggiarsi nei labirinti dell’esistenza; che svelano il loro essere nei loro silenzi. Ma le prospettive sono presto ribaltate, e senza difficoltà fa presto il barone a diventare bambino, a esser lui colui che si sente oppresso dalla presenza di Edgar, così come Edgar, poche pagine prima, si sentiva oppresso da quella di sua madre nell’amicizia con il barone. Ed ecco ancora quell’astuzia incauta attraverso cui il barone cerca di avvicinarsi alla donna, diventare la stessa con cui Edgar pedina i due, e tenta di impedire la loro solitudine fino all’ultima riga.

Ecco l’amore trasformarsi odio; la dedizione in novello; le ambizioni in fagocitanti tornaconti personali. Ed ecco come, Bruciante segreto muta le sorti del racconto, e diviene dunque più che la cronaca di una beata transizione, il terrore del rimpianto del passato, attraverso il ritmo di un thriller, e il lirismo di una poesia.

Il libro David Golder di Irene Nemirovsky rappresentato aperto, sull'intestazione, con tre tulipani rosa al suo lato.

David Golder, I. Némirovsky

Correva l’anno 1929 quando sulla scrivania del prestigioso editore francese, Bernard Grasset, arrivò un manoscritto anonimo che si intitolava David Golder. Grasset proprio non aveva idea che dietro quel lavoro potesse nascondersi una donna, perché era convinto si trattasse di un autore maschile.

Per tale ragione, Grasset decise di affidare la ricerca ai giornali, affinché l’autore potesse farsi vivo. Tuttavia, l’autrice che rivendicò l’opera era Irène Némirovsky, una giovane donna russa dell’alta borghesia, rifugiatasi in Francia dopo la rivoluzione bolscevica. Ciò che sorprese l’editore fu proprio che a scrivere una storia sì tanto cruda e brillante, potesse essere una donna.

Tanto l’editore era sorpreso che la interrogò a lungo per comprendere se facesse da prestanome a qualche altro romanziere; ma appena l’opera uscì, il successo ne fu presto decretato unanime.

Insieme alla sua opera, immediatamente divenne celebre anche il nome di Irène Némirovsky.

Scrittori, autori e critici convennero che l’opera dell’autrice fosse qualcosa di mai visto prima. E la scoperta al grande pubblico di questo nuovo talento, mise d’accordo anche personaggi di estrazioni sociali totalmente divergenti tra loro. Ma sempre, ciò che più stupiva chiunque la leggesse, era che «David Golder porta la firma di una donna, si deve quindi riconoscere che è scritto da una donna».

Il passato travagliato dell’autrice forse non sarà noto a molti ma, dimenticate per molto tempo, tutte le opere di Némirovsky ripresero a circolare solo nell’ultimo scorcio del secolo scorso. Di sicuro, il tentativo di far luce su un’autrice ingiustamente scomparsa va ricondotto alla scoperta del suo romanzo più celebre: Suite francese. Un romanzo che per molti anni è stato custodito dalle figlie di Nemirovsky, le uniche della famiglia che riuscirono a mettersi in salvo dalla strage nazista.

David Golder è un’opera diversa dalle altre, prima di tutto perché il protagonista è un uomo.

David Golder è un ricco banchiere ebreo – proprio come il padre di Irène. Da ventisei anni egli è in società con Simon Marcus, insieme hanno fondato una ditta che conta quattro sedi tra Londra, Berlino, Parigi e New York. Tuttavia, il suo socio Marcus è colpevole di aver fatto un investimento sbagliato e di aver buttato l’azienda sotto una cattiva luce. Ha provato persino a imbrogliare l’astuto e temutissimo banchiere, ma è Golder che lo smaschera e lo butta fuori dall’azienda.

Golder è un uomo ricco e senza scrupoli: un personaggio che per tutta la vita non si è curato di nient’altro che della propria azienda. È come se egli, per oltre ventisei anni non abbia fatto altro che ricoprire un ruolo confezionatosi addosso: quello di capo, marito e padre, che non ha tempo da dedicare a nessuno che non ha a che fare con i suoi affari.

Il denaro, ancor prima di Golder, è il protagonista della novella. È ciò che tutto muove, e verso cui ogni pensiero tende.

Di Golder, i soldi sono l’unica cosa che interessa agli altri. Sua moglie non fa altro che domandargliene, per poi spenderli e spanderli in giro per il mondo, alla ricerca di sempre nuovi dispendiosi uzzoli da soddisfare. Sua figlia, viziata e considerata come la bambina più bella e più intelligente del mondo, ha imparato presto dalla madre: anche lei considera il padre solamente come qualcuno pronto a darle i soldi che richiede. E non importa se, di volta in volta, le richieste si fanno sempre più cospicue, e Golder si ritrova sempre a dover cercare nuovi affari e nuove entrate, è come se da qualche parte fosse scritto che nella famiglia Golder le cose possano andare solo in quel modo.

Ma appena qualche pagina dopo l’esordio, Golder ha un terribile attacco di angina pectoris e la sorte rimescola le carte delle loro esistenze.

Esistenze precarie, grette, dedite solamente a soddisfare le proprie necessità, ma che poi, nel momento del bisogno, non esitano a impaurirsi quando il destino le pone davanti al rischio di perdere la loro preziosa fonte di sostentamento. Perché è questo che Golder rappresenta per tutte le persone con cui viene in contatto: nient’altro che una banca.

Al di là dei suoi soldi non c’è alcun affetto, consolazione, ragione che porti le persone che gli stanno attorno a intristirsi per la sua sventura. E a nulla valgono le raccomandazioni del medico di non metterlo al corrente della sua malattia, di lasciare che egli possa riposare e rimettersi in forza. L’unica cosa che muove tutti i personaggi è il denaro e il morboso attaccamento che le persone hanno alle ricchezze.

Perciò David Golder si trasforma presto in un romanzo che tra le righe nasconde una denuncia al mondo ebraico del primo Novecento.

Da poco arrivata in Francia, lontana dalla morale protestante, quella prima Némirovsky venne da molti ritenuta antisemita. Il carattere di Golder, infatti, è fortemente negativo. Egli non persegue valori diversi dai soldi e costantemente è dominato da un’avarizia senza scrupoli. Ma fu proprio la scrittrice a screditare quest’opinione errata che si erano fatti sul proprio conto:

Perché i francesi Israeliti si vogliono riconoscere in David Golder?

Olivier Philipponnat, Patrick Lienhardt, La vie d’Irène Némirovsky, Parigi (Grasset Denoël) 2007, pp 189

È vero anche che i Nemirovsky, appena giunti a Parigi, erano felici di considerarsi lontani dagli ebrei tradizionali, poiché volevano a tutti i costi raggiungere l’assimilazione con la cultura del luogo ove si erano stabiliti. Ma mai, l’opera, voleva essere deliberatamente un attacco mirato agli ebrei.

Tanto che nel 1935, proprio Nèmirovsky dichiarò che se al tempo in cui pubblicò David Golder, Hilter fosse stato già al potere, avrebbe addolcito le figure degli ebrei che andava raccontando. Poiché ella non voleva affatto renderli mira diretta delle proprie storie, ma piuttosto sfruttare per i personaggi dei suoi racconti i difetti che rilevava all’interno della comunità; su cui certamente le veniva più facile costruire narrazioni di successo.

Quel tono accusatorio nei confronti degli ebrei, dominati dall’odio e sempre estremizzati, proviene forse, in maniera più immediata, dalla brutta situazione famigliare in cui Némirovsky era costretta.

Sono certo che con questa affermazione non rivelerò nulla di nuovo ai più attenti nemirovskiani: perché è infatti noto a molti che Némirovsky ha sempre provato a riprodurre sulle pagine le proprie sofferenze.

Suo è il padre banchiere sempre intento a occuparsi di affari che realmente fallì nei propri investimenti. Ma suo è anche il tipo ricorrente di madre insopportabile, costantemente alla ricerca di svaghi e amori effimeri, attraverso cui far progredire la propria posizione sociale e la considerazione che il mondo che conta ha di lei. Un tipo che ritorna in David Golder, ma presente in tutti i suoi romanzi: Il vino della solitudine, Il ballo, per raggiungere la più matura delle crudeltà in Jezabel.

E ricorrente, affine a queste madri vanitose e altamente malvagie, è il tema della famiglia, dei bambini lasciati crescere nell’indifferenza – come se la loro importanza durasse il tempo di esser concepiti.

David Golder ci consegna una Nemirovsky della prima ora, all’interno di cui è possibile ritrovare i topoi dell’intera produzione.

Un libro dove è possibile ritrovare alcuni dei problemi che animano anche le famiglie del XXI secolo. Una storia attuale, scritta attraverso una struttura finemente costruita; una narrazione densa di cattiveria, odio, e tristezza, che si frappone tra il genere autobiografico e il romanzo.

Ma al di là di tutto, ciò che resta alla fine di tutti i libri di Némirovsky, è che sono libri preziosi, anche quando non ne si conosce la storia che li ha concepiti.

Pagina 1 di 7

Powered by WordPress & Theme by Anders Norén