Tag: figli Pagina 1 di 2

Quando tutte le donne del mondo, in un'edizione SUPER ET Einaudi, della meravigliosa Simone de Beavoir

Quando tutte le donne del mondo, S. De Beauvoir

Foto Simone de Beauvoir in bianco e nero

Imbattersi in una scrittrice come Simone De Beauvoir non è cosa facile e non lo si può fare a cuor leggero. Bisogna sedersi, con una matita in mano (volendo anche un quaderno, ci sono lezioni di vita da segnare) e farsi condurre. Cosa fondamentale sarà poi accettare più e più volte durante la lettura che il mondo cambia, ma non sempre in meglio. Nelle 180 pagine di Quanto tutte le donne del mondo sono raccolte interviste, interventi a conferenze, brevi saggi. Qui De Beauvoir descrive il suo pensiero e le sue battaglie.

Simone De Beauvoir è stata una scrittrice, filosofa, intellettuale e figura chiave del femminismo. Compagna di Jean Paul Sartre. Per scelta non si sposò mai e fece della scrittura il principale strumento di liberazione.

De Beauvoir nasce a Parigi il 9 Gennaio del 1908 da una famiglia borghese. A causa di una gravissima bancarotta del nonno lei e la sua famiglia vissero per molti anni in forti ristrettezze economiche. Nel 1926 si iscrive alla Sorbona laureandosi in filosofia e ottiene immediatamente l’idoneità all’insegnamento (riservata solo ai migliori allievi). Proprio nell’ambiente universitario conosce Jean Paul Sartre: ciò che li legava non era solo amore, ma una profonda e reciproca stima intellettuale.

Il pensiero di Simone De Beauvoir è in linea con quello di Sartre e con il suo esistenzialismo. Le sue considerazioni filosofiche ed esistenziali sono rivolte ad approfondire la condizione della donna.

Le opere della scrittrice francese sono intessute di visioni personali riguardanti la società della sua epoca. Si occupa spesso della visione distorta che la società stessa ha della donna. Nel saggio Il secondo sesso c’è un’analisi della donna partendo proprio dal mito e da dati biologici. La donna viene studiata nelle varie fasi della sua vita da figlia a madre, da sposa a prostituta. De Beauvoir descrive tutti i comportamenti e gli stadi di subordinazione a cui le donne della sua epoca sono costrette.

simone de Beauvoir nella copertina de il secondo sesso

Quando tutte le donne del mondo riprende molte delle tematiche affrontate nel Secondo sesso. Pubblicato nel 1982 a distanza di circa venticinque anni dal Secondo sesso, lo arricchisce. La visione più matura e consapevole della scrittrice è evidente in ogni riga.

L’evoluzione che troviamo nel passaggio dal Secondo sesso a Quando tutte le donne del mondo riguarda il modo di affrontare la propria condizione di donna. Simone spiega il suo evoluto punto di vista proprio in un’intervista a John Grassi nel 1976. Prima la scrittrice credeva che per ottenere l’uguaglianza dei sessi fosse necessario combattere il capitalismo. Simone Vedeva dunque nella lotta di classe lo strumento primo per raggiungere certi obiettivi. Negli anni invece ha capito, dichiara sempre a Grassi, che non sarebbe stata una rivoluzione socialista a instaurare l’uguaglianza tra i sessi.

Una raccolta di saggi e interviste nelle quali si ricalca il concetto di libertà e uguaglianza. Un libro ancora troppo attuale. Divorzio, contraccezione, violenza: questi i temi che Simone De Beauvoir tratta costantemente.

La scrittrice invita la donna a combattere continuamente per una condizione migliore; invita allo stesso modo l’uomo a considerare la donna non come una sua sottomessa. Quanto sia attuale questo piccolo libro lo si evince soprattutto nel saggio che riporta la conferenza tenuta in Giappone nel Settembre del 1966. Il titolo è Situazione della donna oggi. Se non ci fosse quella nota a piè di pagina a specificare l’anno, non sapremmo datare queste pagine.

Un focus importante sicuramente è quello sull’indipendenza economica della donna. Ancora oggi un tema importante ma non scontato.

Primo piano Simone De Beauvoir in bianco e nero

La scrittrice durante la conferenza parla con stupore di tutte quelle donne che accettano di vivere in una totale dipendenza economica dai loro mariti. Tutto ciò non fa di lei solo una sottomessa, ma anche una donna in trappola. De Beauvoir spiega infatti che il giorno che la donna non amerà più suo marito sarà costretta a rimanergli accanto. Lasciare il proprio marito significa non avere di che mantenersi.

Per sottolineare l’attualità di questo concetto allego il link dello spot realizzato da GLT Foundation trasmesso (poco) in tv. Uno spot proprio contro la violenza economica, Chais & the city.
Quattro donne al bar che parlano di come in famiglia si gestisce il denaro.

Alla fine una voce fuori campo che dice:

Se in questo spot non hai percepito alcuna forma di violenza, ora sai perchè è così difficile combatterla.

Un continuo paradosso della donna-madre-moglie e anche lavoratrice. Spesso alle donne è chiesto di scegliere tra carriera e famiglia.

Un concetto a cui Simone tiene molto è l’importanza del lavoro anche per le donne. Va a mostrare però l’enorme paradosso che si crea intorno alla situazione di madre moglie e lavoratrice. Comprova in base a delle testimonianze che lei stessa ha raccolto l’insofferenza delle donne che lavorano. Un concetto attuale che noi stessi in periodo di pandemia abbiamo riscontrato. Lavorare per una donna significa trascurare i figli, significa tornare a casa e avere un carico di lavori domestici da cui nessuno la solleva. Simone De Beauvoir parla del senso di colpa di queste donne.

A fare la differenza siamo noi. Educare oggi significa avere un atteggiamento migliore domani. Dobbiamo cambiare quello che insegnamo ai nostri figli.

Bisogna educare fin da piccoli i bambini a crescere nell’uguaglianza. A non credere che ci siano cose da femmine e cose da maschio. Avremo nel futuro più donne che lavoreranno pur avendo una famiglia. Avremo degli uomini che sapranno svolgere le mansioni di casa, sapranno badare ai proprio figli. Un padre che si prende cura della casa e dei figli, proprio allo stesso modo di una madre, ci risulta ancora una cosa “fuori dal comune”. Non a caso il padre che fa tutte queste cose è “un mammo”.

A tal proposito rimando a un interessante podcast Palinsesto femminile, precisamente alla puntata in cui si parla di genitorialità.

Vi lascio infine con una citazione e riflessione di Chimamanda Ngozi Adichie, presente nel saggio Dovremmo essere tutti femministi. Un discorso frutto dell’adattamento di una conferenza in cui ci sono molti spunti di riflessione.

Il genere conta in tutto il mondo. E oggi vorrei che tutti cominciassimo a sognare e progettare un mondo diverso. Un mondo di uomini e donne più felici e più fedeli a se stessi. Ecco da dove cominciare: dobbiamo cambiare quello che insegniamo alle nostre figlie. Dobbiamo cambiare anche quello che insegniamo ai nostri figli.

Chimamanda Ngozi Adichie

Il ballo è la seconda opera di Irene Nemirovsky. Pubblicato nel 1930, a seguito di David Golder, il romanzo breve ottenne un enorme successo.

Il ballo, I. Nemirovsky

Nel 1930, appena venticinquenne Irène Némirovsky pubblicò per la prima volta il racconto breve Il ballo. La stesura della storia, in realtà, cominciò già due anni prima della pubblicazione: nel 1928, alla vigilia della Grande depressione.

Irène Némirovsky fa parte di una rosa di scrittrici poco conosciute ma, potrebbe essere più facile – anche per quelli dai gusti più lontani – rintracciare in loro un ricordo di Suite francese, il suo romanzo storico più noto che ha segnato il successo contemporaneo e la riscoperta di Némirovsky.

Nonostante la Némirovsky divenne subito nota con la pubblicazione di David Golder, libro in cui intendeva tracciare il ritratto di un uomo d’affari arricchitosi grazie a intuizioni economiche – dietro il quale probabilmente si nasconde suo padre -. A lungo tempo non si parlò molto di Némirovsky, né delle sue opere. A causa delle sue origine ebraiche, venne deportata nel campo di concentramento di Auschwitz, dove perse la vita (1942) e i suoi libri sparirono con il suo personaggio.
La sorte toccata ai suoi ultimi manoscritti ha qualcosa di spettacolare: destinati a vagare per il mondo in una valigetta, videro la pubblicazione postumi grazie alle due figlie scampate all’Olocausto.

Il ballo nacque mentre Irène Némirovsky si accingeva a comporre la sua opera d’esordio, David Golder (1929).

Pubblicato dall’editore Paul Reboux la critica lo accolse prontamente con grande entusiasmo. Ad attirare l’attenzione dell’editore fu sicuramente una vaga somiglianza con la giovane scrittrice Colette, di cui l’editore diceva ne ricordasse i metodi narrativi. Sarà il riconfermato successo del Ballo a portare l’editore a stampare tutti gli altri suoi libri – altri nove, più una raccolta di racconti -.

Nel Ballo, la protagonista è una bambina di quattordici anni, Antoinette, vittima delle disattenzioni dei propri genitori. I signori Kampf abitano un lussuoso appartamento di Parigi; ma non da sempre è così.
Alfred Kempf, infatti, ha lavorato al lungo per accumulare soldi e rendere felice la propria moglie, Rosine, una donna frivola, sciocca e ossessionata dalla ricchezza e dalle buone conoscenze, ma mai contenta fino in fondo.

Antoinette tutti i giorni va a letto alle nove punto. Vive in una stanza che è il suo unico rifugio, e pare che nulla di ciò che fa stia bene ai suoi genitori. E così, le uniche attenzioni che sua madre è in grado di darle sono quelle che le rivolge per rimproverarla e correggerla; o per raccontarle una delle assurde bugie con cui le nasconde spudorate verità.

Entrambi i signori Kampf hanno un unico obiettivo: sono appena arrivati a Parigi e intendono fortemente essere benvoluti dall’alta società parigina.

Per questa ragione, a Rosine viene l’idea di organizzare un gran ballo nel loro nuovo sontuoso appartamento, al fine di invitare tutta la “gente che conta” e far invidia a tutte le persone che hanno preso le distanze da loro. Comincia così una ricerca puntigliosa del personale di servizio più preparato, dei cibi più attraenti e dell’alcool più raffinato, affinché nessuno degli invitati possa rimanere deluso. 

Ma il grande cruccio di Rosine è che nessuno si presenti alla festa, e mentre è intenta a sforzarsi di rimembrare tutte le persone che ha incontrato in vita sua per dettare ad Antoinette i nomi a cui indirizzare gli inviti, alla bambina viene proibito di prender parte al grande ballo.

E l’infantile sogno di Antoinette viene subito infranto. Rosine le dà precise direttive su come comportarsi al ballo, e le ordina di lasciare la sua stanza alla cameriera e andare a dormire nello sgabuzzino. Per Antoniette questo diventa l’ennesimo momento per riflettere sulla propria solitudine e sul mancato amore.

Proprio da quel momento, all’insaputa dei suo genitori, comincia ad alimentare dentro di sé il desiderio di vendicarsi nei confronti di sua madre. Ma per sapere ciò che combinerà dovrete leggere Il ballo fino alla fine.

Un libro brevissimo ma altrettanto intenso. Poco più di 80 pagine ospitate nella Piccola Biblioteca Adelphi, che dal 2005 ripubblica tutte le sue opere. Un’opera scritta con grande raffinatezza stilistica, dove le azioni e i sentimenti hanno un posto di rilievo.

Un’opera che dice molto non soltanto sulla società delle apparenze del Primo Novecento, ma che tanto aggiunge sulla vita di Irène Némirovsky.

Difatti, la vicenda del Ballo proviene direttamente dalla biografia di Némirovsky, e in altri testi (come Il vino della solitudine) tale evento mondano è citato come una ricorrenza imperdibile. Lo stesso acerbo rapporto che unisce Rosine e Antoinette non è molto diverso da quello che legava Irène a sua madre, una donna arricchitasi che mai fu in grado di dedicarle abbastanza pensieri o attenzioni. Un personaggio ben costruito, che si può trovare in molti altri suoi romanzi, come Due o Jezabel e – appunto – Il vino della solitudine. Un personaggio a cui ci si può solamente affezionare, nonostante fortemente negativo. Una prerogativa tipica della narrazione di Némirovsky, ancora: quella di scegliere personaggi insopportabili ma così fortemente caratterizzati che è impossibile non empatizzare con loro.

Come prima delle madri, S. Vinci

Come prima delle madri è il terzo libro che Simona Vinci pubblica con Einaudi. Nel 2003 con questo romanzo la scrittrice vince il premio Brancati, lo stesso premio conferito nel 1968 a Elsa Morante con Il mondo salvato dai ragazzini. La casualità vuole che il titolo di questo romanzo derivi proprio da una citazione tratta dalla raccolta della Morante, citazione che apre anche il lungo racconto di Simona Vinci

[…] beati come prima delle madri, quando tutto il sangue terrestre è ancora una vena del mare.

Elsa Morante, il mondo salvato dai ragazzini

Come prima delle madri è diviso in tre parti affidate a due voci narranti. La storia si apre con una scena molto forte e cruenta : Pietro trova sulla sponda di un fiume un uomo morto. L’uomo è irriconoscibile e senza volto. Nella scena successiva Pietro si sveglia in un letto che non è il suo, tra le pareti scure e fredde di un colleggio. Il protagonista è completamente perso, non sa come è arrivato lì, dove è la sua bella mamma, dove sono Irina e Nina. Le giornate del ragazzo trascorrono lente con tanti interrogativi, e ogni giornata si ripete uguale all’altra. Arrivano poi i tedeschi che requisiscono il colleggio così che tutti i ragazzi, compreso Pietro, tornano a casa.

Il male che serpeggia silenzioso.

Pietro ritrova Nina, la figlia della domestica, non ritrova invece Irina, morta per consunzione. Il ritorno di Pietro dal colleggio coincide con la lenta scoperta da parte del lettore di quanto male serpeggia tra le mura di quella casa. Nina fa conoscere l’amore a Pietro e lo porta con se tra i sentieri di montagna a sfamare un gruppo di ribelli che si oppone al regime.

Al nome madre non è abbinata una simbologia di bontà, di magnanimità nè di dolcezza.

La seconda parte del romanzo è dominata da un racconto lungo di Tea, nonchè la madre di Pietro. Tea fugge ancora diciasettenne con un uomo molto attratto da lei che le chiede di seguirlo a Berlino. La ragazza lascia in piena notte la sua famiglia e scappa di casa; tutto ciò che le succede lo racconta in prima persona attraverso degli esercizi di scrittura riportati in una sorta di diario. È proprio in questa seconda parte che comincia a districarsi quella matassa di terrore, sangue e crudezza che la Vinci aveva lanciato ai suoi lettori già dal primo capitolo.

La scrittura della Vinci è fluida come il sangue di tutte le vittime di cui parla, fredda come il ghiaccio di quei monti desolati che fanno da cupo paesaggio al romanzo.

L’impressione che si ha di questo romanzo fin da subito è quello di dover spiegare un’enigma, al quale se ne aggiunge un altro e poi un altro e un altro ancora. L’idea è quella di dover chiudere un cerchio, ma per farlo bisogna avere la forza di sopportare tutto quello che succede. La narrazione è veloce e piena di continui avvenimenti correlati da descrizioni sintetiche ma precise, mirate. Il paesaggio è cupo e gelido come gli animi di tutti i protagonisti, inarrivabili e anaffettivi l’uno con l’altro. La morte in tutte le sue forme è qualcosa di tragico ma sembra sempre strettamente necessaria.

Far parlare i personaggi non è così importante, conta quello che fanno. Il loro silenzio sa essere più dannoso e tagliente di qualunque parola.

Il ritmo che la Vinci dà alle vicende è incalzante, ogni pagina lascia chi legge senza fiato ed è come correre sulle pendici di quei monti che contornano la casa di Pietro. È una narrazione in cui si parla poco e in cui i dialoghi non contano molto (non a caso quando i personaggi parlano non c’è punteggiatura a segnalarlo). Si ha fame di dolcezza e tenerezza certe volte, dopo molte pagine in cui il fiato manca, vorremmo essere gentilmente accompagnati nelle vicende, ma la crudeltà fa da padrona e ci rendiamo conto di dover accettare tutto quello che accade.

Alla fine rimaniamo in silenzio proprio come tutti i protagonisti del libro ci hanno insegnato a fare durante tutta la storia.

Il cerchio della narrazione dopo poco più di trecento pagine si chiude, tutto torna e si è sfiniti da una lettura che è bella pur essendo a tratti violenta. Simona Vinci costruisce in modo perfetto la narrazione e dà vita a degli intrecci magistrali.

Quando si finisce di leggere si capisce ancora meglio lo stretto legame con Il Mondo salvato dai ragazzini della Morante. Proprio come per quella raccolta poetica anche qui si cerca la verità, c’è rivolta. Anche in Come prima delle madri,infatti, sono proprio “i ragazzini” che cercano di salvare e arginare i danni che gli adulti scempiamente hanno compiuto.

Pagina 1 di 2

Powered by WordPress & Theme by Anders Norén